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La discussione sull’odio online

Con la tipica visione si corto respiro che di questi tempi sembra prevalere, il rischio è che qualcuno pensi che la questione sia archiviata. Dal 2016 a oggi c’è stata un’esplosione di articoli e analisi sulle fake news, sull’odio online e più in generale sulla circolazione di informazione tossica in rete (quella che ha dato luogo all'”infodemia” denunciata dall’OMS). Si spera che non si ritenga conclusa questa fase con la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle elezioni presidenziali americane. Non è conclusa. Però, almeno, è più facile metterla in prospettiva.

Nel mondo reale, l’odio esiste. È frutto della sofferenza. Come tale va compreso. Ma chi manipola le coscienze per alimentare l’odio e produrre conseguenze politiche che avvantaggiano gli interessi di una parte della società non va compreso. Va combattuto.

Già ma come? Non si può certo ridurre la libertà di espressione. Né si può giustificare qualsiasi cosa. La strada per arrivare a qualche soluzione non può essere semplice. Come il sistema della generazione e scambio di informazioni funziona come un ecosistema, così la sua analisi deve assomigliare all’ecologia. E il senso storico ci deve aiutare a vedere l’ecosistema dell’informazione come una stratificazione di fenomeni di diversa durata: strutture (i media), congiunture (i frame, le ideologie e le mode interpretative), fatti (i singoli messaggi). Le piattaforme attualmente prevalenti sono riuscite a conquistare il ruolo delle strutture principali e a guidare la generazione di frame con i loro algoritmi, lasciando la produzione di messaggi alle persone che le utilizzano. Ma il modello di business che le caratterizza genera una sorta di “monocoltura” a base pubblicitaria che crea incentivi a favore della raccolta di attenzione senza alcun interesse per la qualità dell’informazione che la produce: se qualsiasi attenzione va bene, il rischio dell’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione è elevato, anche perché spesso le fake news e le notizie emozionali hanno le stesse probabilità di trovare attenzione delle notizie documentate e delle affermazioni di felicità.

Negli ultimi tempi, proprio nel corso della campagna presidenziale americana, le piattaforme si sono prese molte più responsabilità di quelle che avevano ammesso di avere in passato. Gli inserzionisti pubblicitari hanno costretto Facebook a prendere provvedimenti, non volendo che i loro messaggi apparissero accanto a post inneggianti all’odio. E la quantità di boiate dette dai politici su Facebook e Twitter ha costretto quelle piattaforme a introdurre sistemi per segnalare ciò che proprio non stava in piedi. Ma non si può lasciare ogni compito di bonifica dell’ecosistema dell’informazione alle stesse piattaforme che, per come sono fatte, hanno lasciato che si inquinasse.

Il programma di “disinquinare” l’ecosistema dell’informazione terrà conto della presa di coscienza che deve avvenire nella società nel suo complesso, del ruolo della scuola, dei compiti e delle responsabilità delle aziende e delle piattaforme. Ma in qualche modo si porrà la questione anche a livello politico: per spiegare meglio le leggi che ci sono e per immaginare interventi che facilitino chi va nella direzione di “disinquinare” l’ecosistema dell’informazione.

Anche a questo scopo esiste un gruppo di studio sul fenomeno dell’odio online, voluto dal ministro dell’Innovazione, dal ministro della Giustizia, dal sottosegretario per l’Editoria. Il gruppo (che immeritatamente presiedo) a sua volta chiede informazioni e idee a chi ne abbia con una raccolta di idee cui si accede attraverso la piattaforma EUSurvey.

Vedi anche:
Le piattaforme sociali si prendono una responsabilità
Il caso Nigeria e il problema di Facebook
Il confronto tra Google e tutti i giornali del mondo
FacebooQ. I social network, i governi e la lotta alla disinformazione tossica
Il tempo mediatico perduto

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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