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L’innovazione nelle decisioni sulla libertà di espressione online. Come equilibrare il potere di Facebook e compagnia. Altri appunti

Quando sono andato a visitare il sito dell’Oversight Board di Facebook per capire come funziona, mi sono imbattuto in una difficoltà che ti prego di aiutarmi a risolvere.

L’Oversight Board è importante perché è l’entità alla quale Facebook ha affidato il compito di decidere se è stato giusto escludere Donald Trump dalla piattaforma e scegliere che cosa fare per il futuro. Mark Zuckerberg ha detto che si atterrà a quello che il Board deciderà. Questo post riguarda proprio la questione dei corpi intermedi che devono smussare il paradosso secondo il quale i vertici di qualche società americana possono decidere tutto quello che vogliono sulla libertà di espressione di chiunque.

Ma prima di arrivare al post, mi domando se anche tu hai notato quello che ho notato io. Collegandomi al sito del Board ho visto la finestra per decidere che politica voglio accettare sui cookies. Non ho notato alcuna scelta possibile. O li accetto tutti e vado avanti o non ne accetto nessuno e non vado avanti. Non ci sono le solite possibilità intermedie che sembrano più accettabili. C’è un link per andare a vedere la policy sulla privacy del sito, ma neppure quella si può consultare senza accettare “tutti i cookie”.

Sai dirmi come risolvere il problema? Non voglio accettare tutti i cookie ma solo quelli necessari a leggere due pagine di sito. E vorrei conoscere la policy del Board in termini di privacy e solo dopo accettare i cookie… [update: ho rivisitato la pagina e direi che hanno sistemato.. un amico mi ha detto: “era un problema di javascript“].

Vabbè. Come equilibriamo il potere di Facebook e compagni?

Facebook ha affidato il futuro della libertà di espressione sulle sue piattaforme a un Oversight Board. Giusto o sbagliato, si può dire che questo fa parte di un fenomeno più ampio. L’emergere di “corpi intermedi” tra i vertici aziendali e gli utenti. Di fronte a decisioni che riguardano il “bene comune” Facebook si affida a questo Board. Twitter peraltro aveva deciso di chiudere l’account di Trump quando i suoi dipendenti si sono coalizzati per convincere i loro capi a prendere questa decisione. Alcuni “corpi intermedi” insomma prendono forma. 

Questo è un fenomeno da sottolineare di per sé, per quanto per adesso abbia un aspetto davvero immaturo. Per quarant’anni, una cultura economicista ha convinto i governi occidentali a ridurre lo spazio decisionale dello stato per affidare sempre più funzioni al mercato. L’idea era che il mercato è un sistema informativo e dunque decisionale, più efficiente dello stato. Perché si pensava fosse un sistema più meritocratico. Questa idea è andata avanti, nell’opinione pubblica, fino a che è servita a ridurre il potere dei politici. Una serie di crisi pesantissime, dal 1987 al 2000 e al 2007, hanno messo in dubbio quelle convinzioni: il dubbio era basato sull’osservazione del fatto che, facendo avanzare il mercato e arretrare lo stato, il potere dei politici veniva sostituito dal potere dei capitalisti e certamente non veniva redistribuito. Anzi. Si concentrava ulteriormente. E mentre avveniva la polarizzazione del potere politico, accelerava in proporzioni ancora maggiori la polarizzazione della distribuzione della ricchezza. 

In questo contesto, si leggono più criticamente tutte le decisioni delle multinazionali. Per esempio, appunto, le decisioni di qualche compagnia americana sulla libertà di espressione possono fare piacere a qualcuno e dispiacere ad altri, ma non convincono del tutto. Si diceva che è assurdo che a decidere di queste questioni fossero imprenditori che avevano tutt’altre skill (Paradossi digitali). Il problema è che non emerge un’alternativa.

Ora: l’idea che ci siano corpi intermedi è la strada maestra. Ma chi li sceglie? Nel caso di Facebook, è la compagnia ad aver scelto i componenti e a pagarli. Profumatamente. Un pezzo del New York Times in materia va letto. Nel caso di Twitter, a quanto pare, è stata una microconflittualità tra l’azienda e i dipendenti a decidere. In futuro, ci saranno anche trattative con autorità nazionali e sovranazionali, come progetta di fare per esempio la Commissione europea.

Forse si possono stabilire alcune linee guida. Non pretendo di conoscerle. Ma ne esemplifico alcune, solo per spiegarmi. Si potrebbe dunque aiutare a crescere un sistema di corpi intermedi che subentrino nelle decisioni delle multinazionali quando riguardano qualcosa che si potrebbe definire come “bene comune”, l’equilibrio tra diversi diritti come la libertà di espressione, la libertà di mercato, la sicurezza della democrazia e la tenuta dell’ordine pubblico. Questa strada sarà tanto più solida e creativa quanto più:

  1. Le discussioni saranno multistakeholder (vertici aziendali, lavoratori, cittadini, esperti, imprese esterne, associazioni, università e centri di ricerca, autorità territoriali, …)
  2. Parteciperanno le authority competenti (privacy, antitrust, comunicazioni…)
  3. Il potere di deliberare sarà diviso dal potere di decidere (un board per sapere come stanno le cose e quali sono le scelte alternative, un board per scegliere quali opzioni vanno privilegiate)
  4. Il pagamento del lavoro di deliberazione non verrà direttamente pagato dalle compagnie ma da un trust che raccoglie i fondi di tutte le piattaforme destinati a queste attività
  5. Il sistema si rivolgerà alla salvaguardia del bene comune nel lungo termine non dei singoli momenti di scelta (al massimo prende decisioni caso per caso per esemplificare gli argomenti ma non sono definitive)
  6. Il sistema prenderà decisioni provvisorie sui singoli casi, appunto, mentre quelle definitive saranno comunque affidate alla magistratura
  7. Un sistema di monitoraggio indipendente dovrà comunque mettere in condizioni i cittadini di verificare che le scelte hanno nel tempo effetti positivi (sia in termini di creatività sia in termini di non violenza).

Queste ripeto sono solo suggestioni. E spero che saranno migliorate da qualche generoso lettore.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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