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La legge del cucchiaio. Perché non ci liberiamo dei libri e perché i libri ci liberano

Da decenni, con intensità maggiore da 15 anni, si succedono previsioni sulla fine dei libri di carta. Che la realtà smentisce.

Ieri Paolo Soraci mi ha intervistato per la rivista #PDEBookClub su questo argomento. Ho ammesso di essere più un appassionato che un esperto di questa materia. Senza nulla anticipare di ciò che verrà scritto nella rivista, mi prendo qualche appunto.


È possibile immaginare la fine del libro di carta?

  • La preoccupazione sulla scomparsa di certe forme e tecnologie della comunicazione nell’ecosistema dei media è ricorrente e non insensata, posto che l’ecosistema dei media è in continua evoluzione.
  • L’analisi storia e tecnica dedicata a questo argomento dovrebbe cominciare dallo studio della durata nella quale si collocano le varie forme e tecnologie mediatiche: alcune sono legate alla lunga durata, altre alla moda.
  • Il libro è una tecnologia che si colloca nella lunga durata e tende a rispondere a un bisogno profondo, strutturale, in un certo senso, patrimoniale.

In questo senso, la domanda sulla fine del libro è appassionante perché non si sa come andrà a finire. Ma è anche chiaro che se mai il libro avrà fine, non sarà per qualche moda tecnologica più o meno importante.

In effetti, il libro è una struttura tecnologica molto durevole. Un sostenitore dell’idea che il libro sia difficilissimo da migliorare era Umberto Eco. Lo ha ripetuto nel libro scritto con Jean-Claude Carrière e curato da Jean-Philippe de Tonnac: “Non sperate di liberarvi dei libri” (Bompiani 2009): «Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio».

Come discernere ciò che è importante da ciò che è secondario nelle previsioni sul futuro dei libri?

  • I libri a stampa su carta nascono nel Quattrocento. Il loro impatto è enorme, insieme alla rivoluzione copernicana e all’avvio dell’espansione europea in America, in Asia e in Africa. Per secoli sono prodotti con sistemi artigiani. L’industrializzazione avvia una trasformazione dei libri a stampa che corrisponde al loro ruolo nel contesto della società di massa, della modernizzazione e dell’alfabetizzazione.
  • Il loro percorso storico non è del tutto separato dalla tradizione orale e dai libri manoscritti su pergamena e altro supporto. L’esperienza culturale che era stata compiuta prima dell’avvento della stampa non scompare ma si ricontestualizza nel mondo del libro di carta.
  • Allo stesso modo, il libro digitale non può essere del tutto separato dall’esperienza della stampa. Il rapporto tra i libri di carta e le tecnologie digitali non è si configura come la scomparsa dei primi e la sostituzione con le seconde ma casomai come una ricontestualizzazione.

L’epoca dei libri a stampa come motori di diffusione della scrittura, fondata sulle tecnologie della carta, della stampa a caratteri mobili e del torchio manovrato a mano, costituisce il grande momento fondativo della vicenda del libro di cui stiamo parlando e dura almeno tre secoli. La ricostruisce il memorabile lavoro storico di Henri-Jean Martin condotto direttamente sotto la guida di Lucien Febvre ne “La nascita del libro” (Laterza 1977, v.o. 1958). Si riconoscono dinamiche che corrispondono all’avvento di diversi altri media: il passaggio dall’oralità alla scrittura; la nascita dell’alfabeto; l’organizzazione degli amanuensi che moltiplicano le copie dei libri manoscritti; il libro a stampa, appunto; l’epoca della fioritura dei media, con il cinema, la radio e la televisione; la tecnologia digitale connessa in rete e la sua versione mobile. Ogni volta le preoccupazioni si sovrappongono agli entusiasmi. E ogni volta i media si riadattano al nuovo contesto, trovando spesso un nuovo significato.

Che cosa conta in questa opera di ricontestualizzazione? Il business, certo; la funzione culturale, ovviamente; il rapporto fisiologico tra i bisogni del corpo e della mente degli umani e le loro soluzioni tecnologiche. La conoscenza si crea, ha una durata e un’archiviazione, si ricerca, si trasferisce e si applica. In generale, la conoscenza esiste nella sua comunicazione e tutte le citate funzioni che servono a gestirla si riferiscono a una comunità o a un gruppo di umani che la condividono. Una forma e una tecnologia come il libro conquistano una posizione diversa nelle diverse epoche e nei diversi contesti.

Che cosa dura e che cosa si trasforma nel libro dell’epoca digitale?

Nel contesto culturale dominato dalle tecnologie digitali, il libro conserva alcune funzioni specifiche, ne perde alcune e ne conquista di nuove. Ecco un elenco di differenze tra il libro a stampa e il libro digitale:

  • Il libro di carta non ha bisogno di corrente elettrica per essere ricaricato e per funzionare, anche se la luce serve per leggerlo, non è fragile se cade per terra e tende a durare nel tempo; il libro digitale subisce una veloce obsolescenza tecnologica, si rompe se cade in terra e ha bisogno di una ricarica della pila.
  • Il libro digitale si trasporta facilmente, il libro di carta pesa: la differenza si nota quando si tratta di trasportare molti libri. Posto che vi sia un’organizzazione molto solida e ricca, che possa aggiornare la tecnologia, il libro digitale potrebbe essere più resistente del libro di carta ai grandi cataclismi, come l’alluvione, l’incendio, il terremoto. Ma se non esiste una organizzazione così solida e ricca, il digitale rischia di disperdere il sapere.
  • Il libro di carta si raggruppa nelle biblioteche pubbliche in modo ragionato e si ricerca in modo strutturato, ma relativamente lento; il libro digitale si trova più facilmente con i motori di ricerca, consente una ricerca all’interno del testo molto flessibile, consente la condivisione delle sottolineature in comunità di lettura, larghe e generiche o strette e specialistiche.

Il libro a stampa nel mondo digitale si ricontestualizza. E conquista nuovi significati:

  • Nell’enorme flusso dell’informazione breve, valorizzata dalle piattaforme digitali contemporanee, il libro richiede un impegno lungo e profondo.
  • A differenza delle funzioni di ricerca pubblica delle biblioteche e degli archivi digitali, esiste una funzione di ricerca soggettiva del libro di carta, legata alla classificazione personale dei volumi.
  • La costruzione delle biblioteche personali, possibile e generalizzata nel mondo dei libri a stampa dopo l’industrializzazione, diventa la costruzione della cultura personale: la ricerca e la valorizzazione dei libri nella biblioteca personale non trova alcun parallelo nei libri digitali, che sono conservati a classificati in contenitori standardizzati e del tutto privi di un apporto personale.

Il libro di carta ha dunque trovato un nuovo significato nel mondo digitale. Corrisponde alla qualità della conoscenza personale, all’esperienza individuale nel contesto della cultura generale, richiede un impegno speciale, quello della classificazione, che a sua volta costruisce conoscenza. La manualità del rapporto con i libri di carta, che molti segnalano citando il profumo della stampa o la qualità del design, diventa parte integrante della conoscenza mediata nei libri e non sostituita dal digitale. Ma vale per i libri e non per i giornali perché questi si mantengono più collegati alla qualità della conoscenza, non si mescolano con la pubblicità, non si danno gratis, e non sono nel flusso. I libri di carta vincono la competizione del digitale, non vengono sostituiti e si ricontestualizzano perché sono un patrimonio personale e di comunità, non si danno al flusso dell’informazione governato dalle grandi piattaforme.

Ovviamente, nel contesto digitale, la vendita dei libri, la scelta delle storie e degli autori, la promozione e la condivisione delle esperienze avvengono prevalentemente nelle piattaforme digitali. Ma il rapporto del corpo e della mente di ogni persona con la sua copia di libro di carta è un arricchimento dell’esperienza che non trova sostituzione nel digitale.

Per il futuro, però, c’è di più. Perché non è soltanto l’esperienza individuale che conta. Lo è anche quella della comunità. E se gli editori continueranno a pensare ai lettori come a consumatori individuali troveranno i loro clienti ma non il loro sviluppo. Le comunità del futuro, oggi costrette ad accettare soprattutto le regole delle piattaforme digitali, hanno bisogno di qualità della conoscenza. E la funzione degli editori del futuro è quella di costruire qualità della conoscenza, per riparare al fatto che le piattaforme contemporanee non se ne occupano, con grave danno per le comunità. Gli editori che inseguiranno completamente le tendenze di breve periodo emergenti nel mondo digitale guadagneranno in fretta quote di mercato ma rischieranno di perderle altrettanto facilmente. La loro durata sarà connessa direttamente con la loro qualità di lunga durata, una funzione strutturale, ecologica, culturalmente orientata a costruire una prospettiva per la realtà della comunità.

Non si si libera facilmente del libri. E i libri liberano le comunità, prigioniere dei flussi soffocanti di informazioni urgenti. I libri di qualità insegnano a privilegiare ciò che è importante, rispetto a ciò che appare urgente.


Libri citati:
Umberto Eco e Jean-Claude Carrière (a cura di Jean-Philippe de Tonnac), “Non sperate di liberarvi dei libri”, Bompiani 2009
Lucien Febvre e Henri-Jean Martin, “La nascita del libro”, Laterza 1977 (v.o. 1958)

Foto LDB – Biblioteca Malatestiana di Cesena

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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