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La ragione di Draghi. Next Generation Eu non è solo soldi: è riforme

Mentre i partiti discutevano, fino a ieri, solo gli addetti ai lavori potevano dire qualcosa. Ora che il ragionamento si è spostato da “chi” a “che cosa fare” è necessario contribuire. Qui ci sono due o tre considerazioni sul tema della direzione che si può dare all’innovazione (cfr. scenari).

Il Presidente Sergio Mattarella ha parlato chiaro: senza un governo autorevole perdiamo il contatto con Next Generation Eu, oltre a mettere in ulteriore difficoltà il sistema di difesa dalla pandemia. Meglio non votare e invece governare, bene.

Si deve tener presente che il Next Generation Eu non è soltanto una fonte di soldi da investire. L’Europa si indebita per dare quei soldi agli stati che dimostrano di volerne fare buon uso. Richiede progetti intelligenti e riforme.

Mario Draghi, se i partiti o le frazioni di partiti, lo appoggeranno rispondendo positivamente all’appello del Presidente, ha molto da fare. Nella sua storia ha dimostrato di tenere molto meno alle posizioni ideologiche che al raggiungimento degli obiettivi. Il suo pragmatismo competente ha consentito di avviare le riforme neoliberiste in Italia e di sostenere l’abbandono del neoliberismo in Europa. Il suo compito anche oggi è di interpretare la macchina che ha a disposizione per portarla a contribuire al bene comune. Per quello che si può dire esso sia.

Tre considerazioni dunque si possono fare:

1. Occorre dare una priorità agli investimenti resi possibili dal Next Generation Eu. Un criterio potrebbe essere questo: vanno privilegiati gli investimenti che possono avere il maggiore impatto sull’attrattività del sistema italiano, in modo che anche quando saranno finiti i soldi che prendiamo a prestito dall’Europa, i finanziamenti stranieri continueranno a fluire in Italia.

2. Questo implica investire in tre direzioni: a. Nelle infrastrutture strategiche, b. Nei settori e territori che, connettendo gli investimenti alle riforme, possono cambiare il volto di aree importanti del Paese, c. Nella ricostruzione di un tessuto sociale coeso e culturalmente unito.

3. Le infrastrutture strategiche non sono più soltanto le solite. Le più importanti, lo avevamo dimenticato, sono quelle che offrono i servizi che tengono in funzione il Paese. a. La rete degli ospedali e dei servizi sanitari è l’infrastruttura che può far fallire l’intero Paese se non funziona: l’investimento nella sanità territoriale, digitale, innovativa è essenziale. b. La rete delle scuole è l’infrastruttura che fa funzionare tutta la rete sociale che lavora e che apprende e consente di accelerare l’adattamento al cambiamento, l’inclusione sociale, l’orientamento ai valori della sostenibilità, la profondità culturale, l’identità personale: l’investimento nella scuola, fisica, digitale, innovativa è essenziale anche per fondare la prossima struttura dell’educazione destinata al lifelong learning. c. La pubblica amministrazione è l’infrastruttura abilitante per l’innovazione del sistema nel quadro delle priorità definite dagli obiettivi della sostenibilità. d. La magistratura che decide bene e in fretta è necessaria alla certezza che gli onesti devono sentire nei confronti delle attività che svolgono nel Paese: abilita le strategie di valore di chi si impegna per il lungo termine in Italia. e. Ovviamente le infrastrutture della connessione vanno sostenute e accelerate, perché abilitano l’attività economica: strade, telecomunicazioni, energia, acqua, gestione del territorio… Un buon sistema abilitante alimenta l’economia e attira investimenti.

4. I territori e i settori che se riformati possono fare la differenza sono moltissimi. Un Meridione d’Italia che sceglie lo sviluppo invece che subire la criminalità organizzata può cambiare di un ordine di grandezza l’attrattività del Paese. La spesa pubblica che investe con una visione orientata all’innovazione – per esempio con il precommercial procurement – può cambiare la disponibilità di finanziamenti per gli innovatori. La ricerca pubblica può, con finanziamenti molto più elevati e con logiche di funzionamento più stimolanti, alimentare sia a livello fondamentale che a livello applicativo la conoscenza che il sistema economico e culturale può sviluppare per arricchire il futuro di possibilità. Le riforme nelle logiche di collaborazione tra regioni e stato per la digitalizzazione sono abbastanza facili da definire meno da realizzare: standard nazionali e applicazioni territoriali, sia nelle tecnologie che nelle regole. L’elenco è molto lungo. Ma non può esserlo in questa sede.

5. Un governo che non nasce dai partiti ma che deve fare riforme importanti dovrà darsi un metodo per dialogare con gli stakeholder. Non solo i tavoli con le parti sociali. Anche le assemblee pubbliche per elaborare idee creative. Anche le discussioni cittadine per proporre visioni da implementare nei livelli territoriali che più di altri devono adattarsi al dopo pandemia: le città, i trasporti, l’urbanistica degli spazi che non sono più specializzati ma nei quali produzione, commercio e abitazione si rimescolano. Le forme della partecipazione democratica devono innovarsi e costruire un fondamento per trasformare un’esperienza di governo che potrebbe rischiare di essere elitaria in una occasione di unione per una cittadinanza che non ne può più di frammentazione.

Non ho titolo per fare un programma come questo. E mi scuso di averlo steso così di getto, soprattutto allo scopo di raccogliere piuttosto suggerimenti dai lettori. Spero però che a qualcosa del genere chi di dovere stia pensando. E auguro a tutti coloro che avranno la responsabilità di lavorare per il nostro Paese di riuscire a stupire gli italiani e il mondo. Non solo perché se non riescono i rischi possono essere orribili. Ma anche perché se riescono le opportunità possono essere importanti. Imho.

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Luca De Biase

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