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Quattro scenari sul mercato e la società dopo il COVID-19. Uno è orribile

Le notizie si susseguono. Immaginarne le conseguenze è compito arduo. Lo facciamo solo scegliendo una narrativa che connetta i fatti accaduti a quelli che possono seguirli. Non possiamo prevedere il futuro, ma lo facciamo lo stesso: come se il futuro fosse il prossimo capitolo della storia che pensiamo di vivere.

Questa storia in cui pensiamo di vivere non è un dato di fatto. È una scelta, consapevole o inconsapevole. Molti di noi pensano che esista solo la storia nella quale pensano di essere immersi. Ma c’è gente che lavora tutto il giorno per costruire o riconoscere questo genere di storie. Chi si ferma a cercare di capire può essere semplicemente un ricercatore o un curioso. Chi tenta di fare entrare gli altri nella storia nella quale è convinto di essere immerso è un visionario, un politico, un pubblicitario, un leader, un cospirazionista, insomma un propagandista, qualunque sia il suo livello di spudoratezza manipolatoria. Poi ci sono quelli che tentano sinceramente di comprendere e far sapere quello che hanno capito, che condividono opinioni e metodi di ricerca, in attesa di essere corretti dai fatti, ma in modo da condividere con il resto della comunità pensieri che possono aiutare a vivere da cittadini informati.

Scenari

Un classico format per discutere in quale storia siamo immersi si chiama “scenario”. È una consapevole semplificazione della realtà. Di solito è fatta prendendo in considerazione alcune variabili che definiscono le diverse storie possibili, ciascuna delle quali ha una probabilità di realizzazione; i fatti attuali sono posti all’interno delle diverse storie che guidano l’immaginazione delle conseguenze. I più semplici scenari sono fatti di due variabili.

Prendiamo in considerazione due variabili, dunque:
1. Quanto è forte la capacità di una società di fare innovazione
2. Quanto è forte la capacità di una società di darsi una direzione

Supponiamo che l’innovazione sia fatta dalle componenti imprenditoriali, dalle associazioni non profit, dalle varie forme di aggregazione sociale, e così via, in base al sistema abilitante nel quale operano e dell’apertura culturale della popolazione. E supponiamo che la direzione sia data dalla leadership della società in relazione all’insieme di regole e dinamiche politiche che guidano l’elaborazione, la scelta e l’enforcement delle decisioni.

Significa che la capacità innovativa emerge dall’apporto creativo delle persone nel contesto infrastrutturale e culturale raggiunto dalla popolazione. E significa che la capacità direzionale viene dall’apporto di leadership delle persone nel contesto di regole che definiscono la qualità del sistema decisionale.

Ci può essere più o meno innovazione: il che si può spiegare valutando i sistemi abilitanti e la qualità delle persone che vi lavorano. Ci può essere più o meno direzione: il che si può spiegare valutando la qualità delle leadership e dei sistemi adottati per generare decisioni.

Precondizioni

Alcune precondizioni possono essere considerate stabili:
1. Il mercato è un insieme di relazioni tra operatori economici che in relazione al sistema di regole, alla direzione politica, ai problemi congiunturali e strutturali della popolazione, costituisce un sistema informativo potente ancorché, appunto, relativo al suo contesto storico
2. Il capitalismo è un insieme di poteri economici fondati sulla disposibilità di risorse eccezionali sul piano economico, di alleanze politiche, di posizioni monopolistiche e altro che sfrutta qualsiasi congiuntura o struttura, compreso lo stato e il mercato, per mantenere all’infinito il suo potere economico e la sua capacità di generare profitto
3. Una democrazia è un sistema per decidere, così come lo è una dittatura e un sistema autocratico e sono distinti dall’inclusione nel sistema decisionale di una quota più o meno grande della popolazione, in base a criteri relativi alla costituzione, la libertà e qualità dell’informazione, la presenza o meno di corpi intermedi, associazioni, aggregazioni politiche e così via.
4. Un sistema abilitante, tecnologico, scientifico, normativo, infrastrutturale, culturale è il contesto dal quale emergono le nuove idee, i progetti, le spinte innovative e trovano le possibilità di esprimersi e realizzarsi in modo più o meno semplice.

Sulla base delle due variabili si può ipotizzare che ci sia più o meno innovazione e più o meno direzione nella popolazione e quindi logicamente si formano quattro scenari alternativi. Come si vede nel grafico. Stiamo parlando di scenari artigianali, fatti a mano, scritti da un semplice giornalista che ragiona sui fatti che vede, per immaginare i frame che servono per interpretarli. Il suo valore essenziale è che può servire a non innamorarsi per forza di una di queste storie: sono tutte possibili. Alla fine possiamo anche immaginarne le probabilità. Ma direi che il ragionamento che le descrive è leggermente più attendibile dell’eventuale calcolo delle probabilità dei singoli scenari.

Quattro storie

A. Molta innovazione e poca direzione
È un po’ uno stereotipo di Silicon Valley. Le compagnie sono alla guida. Creano nuovi mercati, accumulano enormi capitali, attirano finanza, scrivono gli algoritmi e le piattaforme e con il codice con le quali le compongono scrivono le regole che definiscono la vita sociale. Non hanno una direzione se non quella che autocraticamente decidono i loro proprietari. Ma questa è spesso più importante all’inizio della loro carrera e si scioglie nel tempo, man mano che la finanza senza cuore e senza cervello si impossessa della logica delle loro compagnie. A loro importa ciò che alla fine genera il profitto. L’attenzione che raccolgono le piattaforme va indirizzata direttamente alla realizzazione del modello di business. Non c’è un’elaborazione valoriale, sociale, culturale se non quella delle singole persone che ci vivono: ma non determina un sistema direzionato dell’innovazione. Qui l’innovazione è una sorta di parte integrante del sistema, serve all’esistenza stessa del sistema, si motiva casomai con l’ideologia secondo la quale “ogni nuova versione di una tecnologia è sempre migliore della precedente”. Nessuno deve interferire: basta lasciare andare avanti l’innovazione e tutto si sistemerà. La logica decisionale è autoreferenziale.

B. Molta innovazione e molta direzione
La forza creativa tipica di un ecosistema dell’innovazione vitale, aperto, empiricamente avvertito, culturalmente capace, si accompagna a una leadership che prende di petto i problemi di contesto che riguardano le conseguenze dello sviluppo. In quest’epoca la leadership si occupa del cambiamento climatico, della polarizzazione sociale, della povertà educativa dei ceti esclusi dalla dinamica economica vincente, dell’organizzazione delle relazioni sociali di qualità, delle probematiche connesse alla qualità dell’informazione e così via. Perché comprende che l’innovazione è la sola strada per risolvere i grandi problemi della società. Ma solo definendo questi problemi e direzionando l’innovazione verso la loro soluzione si può arrivare a migliorare il mondo. Il progresso non è un dato acquisito, generato dalla logica autoreferenziale dell’innovazione, ma è il frutto dell’elaborazione culturale e politica, valoriale e intellettuale, che serve a definire il percorso che migliora la vita. Il sistema decisionale è aperto, attento al feedback che viene dalla realtà ed è in grado di adattare efficacemente le regole e gli investimenti in sistemi abilitanti ai problemi emergenti che i valori della società indicano come prioritari.

C. Poca innovazione e molta direzione
La convinzione secondo la quale certi valori sono quelli che la società deve realizzare è in questo scenario superiore all’investimento nelle dinamiche del cambiamento, dell’adattamento, dell’innovazione. Non c’è bisogno di cambiare se si conosce tutto ciò che serve per ciò che si ritiene sia il bene della società. Ci sono molte storie come questa. Se per esempio una società è convinta che tutto dipenda dalla riduzione del deficit pubblico e qualunque debito statale sia un problema da eliminare, il bilancio pubblico diventa il totem di ogni sistema decisionale, il benessere è una torta di dimensione prefissata della quale ogni giocatore tenta di aggiudicarsi una fetta più grande. Gli altri giocatori non sono partner ma semplici avversari dai quali difendersi e possibilmente contro i quali si deve attaccare. L’Europa, vista dagli stati europei, è spesso una cosa come questa: vista dall’Olanda, per esempio, l’Europa è un posto dove ci sono aziende nate in altri stati che possono essere attirate a pagare le tasse nei Paesi Bassi proponendo loro vantaggi fiscali: in questo modo, l’Olanda sottrae risorse agli altri paesi ma migliora il proprio bilancio e può fare la lezione di rigore fiscale agli altri. Se una tecnocrazia burocratica non riesce ad adattare le sue convizioni alla realtà, blocca l’innovazione e si chiude nelle sue convizioni, perdendo terreno complessivamente nella competizione globale.

D. Poca innovazione e poca direzione
I problemi si accumulano irrisolti. Nessuno investe in innovazione. La polarizzazione sociale diventa insostenibile. Il capitalismo sente di essere in pericolo. I ceti dirigenti fanno quadrato per evitare ogni interferenza della popolazione che protesta nel sistema decisionale: perché la torta è troppo limitata e redistribuirla sarebbe troppo doloroso anche per chi sta in alto alla piramide sociale. Sono le premesse di una vittoria della politica autocratica. Il capitalismo che magari era fiorito in un contesto più aperto, preferisce appoggiarsi a leadership senza scrupoli democratici piuttosto che lasciare avanzare i ceti meno avvantaggiati della società. La violenza si diffonde. Diventa latente. Strategie della tensione, psicologiche e talvolta fisiche, si manifestano. Prima o poi il fascismo – in una forma aggiornata, ma dai caratteri latenti, come diceva Umberto Eco – riemerge e prende il potere.

Questi accenni di scenario vanno approfonditi. E occorrerebbe dare una probabilità a ciascuno. Per farlo, mi pare occorra analizzare più a fondo il problema. Magari in un prossimo post.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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