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Come portare la dimensione di comunità al prossimo livello? Primi appunti

«Questo non è un convegno. È un esercizio di “community building”» diceva Paolo Granata all’esordio del grande congresso sulla Media Ethics a Toronto.

È chiaro che sottolineare la necessità di un’etica dei media impone la costruzione di un discorso non appiattito sulle logiche del mercato del traffico di attenzione, non limitato all’analisi dei dati quantitativi, ma orientato anche alla generazione di un discernimento qualitativo che insegni a cercare quello che è giusto e sbagliato.

Tutto questo non è possibile senza una nuova attenzione alla dimensione della comunità. Perché solo in questa dimensione si possono trovare forme di consenso intorno allo sviluppo di conoscenze sulla distinzione tra i comportamenti corretti e scorretti, intorno ai modi con i quali si possono fare rispettare le regole comuni che non sono codificabili, intorno alle prospettive che accomunano le persone in un contesto che cambia velocemente ed è dunque difficile da cristallizzare in sistemi di controllo istituzionalizzati.

Raghuram Rajan ha scritto “Il terzo pilastro” per suggerire la necessità di riequilibrare i tre pilastri che garantiscono il buon funzionamento della società: stato, mercato e comunità. Di certo una sorta di ossessione bipolare ha costretto il Novecento nell’alternativa tra stato e mercato. E la dimensione della comunità ne ha risentito. Ma si tratta di una dimensione essenziale.

Ce ne accorgiamo nel momento in cui vogliamo far valere i diritti umani. «Non c’è un mercato che possa far funzionare la società in modo che i diritti umani siano rispettati» ha detto a Toronto Mutale Nkonde, fellow al Data & Society Research Institute di New York ed esperta nella governance dell’artificial intelligence.

Come si possono fare sistemi di intelligenza artificiale che rispettino l’etica? L’argomento è enorme e sta raccogliendo suggerimenti incredibilmente sofisticati in Europa, Usa e Canada. Ma spesso c’è bisogno di un chiarimento sul contesto verso il quale i suggerimenti etici sono rivolti. Chi dovrebbe essere particolarmente interessato ai suggerimenti etici nell’intelligenza artificiale? I politici perché facciano leggi nuove? I consumatori e gli imprenditori che dovrebbero comprare e vendere solo servizi che rispettano l’etica dell’intelligenza artificiale?

Forse il primo contesto di riferimento per questi suggerimenti dovrebbe essere la comunità dei progettisti. L’etica dell’intelligenza artificiale può essere applicata bene solo se i progetti di coloro che la costruiscono cercano di rispettarla. Non per niente per l’’accountability dell’intelligenza artificiale si cercano soluzioni di sistema, tipo quella che ha richiamato Dominic Martin dell’università di Québec al convegno di Toronto: «Forse si dovrebbe creare una sorta di ordine dei programmatori e designer di intelligenza artificiale» con un suo sistema deontologico e un suo sistema per farlo rispettare. Una soluzione di comunità, non certo una soluzione statalista o mercatista.

Questo suggerimento può sembrare “limitativo” solo se non si fa un salto di qualità nell’idea di comunità. Il problema, probabilmente, è far scalare la dimensione della comunità, perché non sembri più “figlia di un dio minore”. La comunità non è soltanto una cosa locale, settoriale, corporativa e limitativa: purché sia concepita in modo aperto e intelligente, faccia largo uso di innovazione, non sia definita da ciò che la difende ma dai valori che afferma… Del resto, è urgente fare una salto di importanza con la dimensione di comunità: l’umanità si trova di fronte alla più grande sfida della sua storia, gli umani devono imparare a decidere insieme intorno alle conseguenze ambientali, sociali, culturali dell’industrializzazione fondata sull’uso di risorse non rinnovabili. Ed è una sfida che si vince in una dimensione che non è di mercato e non è di stato. Si vince in una dimensione di comunità, ma non soltanto vista come somma di tutte le piccole comunità: vista anche come comunità globale. Si tratta di una costruzione tutta da immaginare. Ma della quale non si può fare a meno. Ma a sua volta la comunità non deve più apparire soprattutto per i limiti che pone, ma anche per le possibilità che offre.

In fondo, la ricerca della felicità e l’evoluzione è connessa ai processi che generano nuove possibilità, anche se non è definita solo da questo. La comunità genera possibilità in quanto mostra nuove dimensioni del giudizio e dell’azione, rispetto all’appiattimento quantitativo e burocratico che mercato e stato rischiano di incentivare. Ma di certo occorre pensare molto più a fondo per fare diventare la dimensione di comunità forte quanto gli altri due pilastri.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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