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Studi sul futuro e resilienza

Il futuro è la conseguenza di ciò che gli umani fanno e non fanno, nei limiti definiti dal quadro più generale dell’ecosistema. Le conseguenze possono essere pensate solo in relazione al racconto del futuro che gli umani riescono a scrivere e a leggere. Le conseguenze impensate sono orfane del racconto: avvengono, ma nessuno le ha viste. O perché nessuno aveva raccontato le cose in modo da farle vedere oppure perché, nonostante qualcuno avesse raccontato bene le cose, nessuno aveva ascoltato. Il racconto del futuro è fatto dalle storie e dai loro silenzi, dall’ascolto e dalla rimozione.

Che cosa faremo dopo il COVID-19? Come ci stiamo raccontando ciò che saremo dopo questa prova? Vogliamo che tutto torni come prima? Stiamo pensando davvero che tutto tornerà come prima? Sarebbe giusto se tutto tornasse come prima?

Più che studiare gli scenari alternativi, opera meritoria, in questo post pensiamo soprattutto a studiare racconti alternativi.

Un racconto basato sull’economia neoliberale dice fondamentalmente che il mercato è il miglior modo possibile per allocare le risorse. E lo è sempre. Dunque la storia non conta: le situazioni eccezionali esistono, ma alla fine si ritorna – o si deve ritornare – sempre allo stesso punto. Tutto il potere al mercato. Senonché il mercato funziona bene solo sotto alcune condizioni fondamentali: gli umani sono razionali, i consumatori massimizzano l’utilità, gli imprenditori massimizzano i profitti, nessuno ha un potere sul mercato superiore a quello degli altri, tutti sono perfettamente informati. Nella foga di negare la storia, il neoliberismo ha inventato una condizione che la storia non conosce: la concorrenza perfetta esiste soltanto se si verificano condizioni che non si sono mai verificate e non si possono verificare mai. Quando Margaret Thatcher ha detto che “non ci sono alternative” al mercato ha chiuso la porta al pensiero, alla storia, alla creatività degli umani, sperando che essi accettassero di rendersi schiavi dell’ideologia neoliberista. E hanno accettato: per molti decenni. Il racconto lineare del neoliberismo è quello che dice: gli spiriti animali degli operatori economici portano alle scelte più intelligenti, quindi vanno liberati in modo che si possano esprimere. Tutto ciò che fa deviare dalla libertà economica produce inefficienza. Come si misura l’efficienza? Con i profitti e il Pil. La moltiplicazione dei mezzi economici che viene generata perseguendo la crescita del Pil che a sua volta è generata dagli investimenti delle imprese che fanno profitti è in grado di rispondere, prima o poi, a qualsiasi finalità gli umani si pongano. La grande speranza creata dal neoliberismo era tutta qui.

Le grandi crisi finanziarie sono state riassorbite nel racconto neoliberale, anche se hanno reso quell’ideologia sempre meno credibile. Ma è sempre più difficile riassorbire le grandi crisi ecosistemiche: le pandemie, la povertà, l’inquinamento dell’ecologia dei media, l’emergenza climatica. Il neoliberismo tenterà di riassorbire anche la pandemia del COVID-2019? Gli italiani pensano che sarà possibile con gli aiuti pubblici destinati a fare riassorbire i danni economici della serrata del paese decisa per rallentare il contagio: d’altra parte hanno pochi posti letto per le terapie intensive e non vogliono assistere a un’ecatombe. I tedeschi pensano che il numero di posti letto per terapie intensive che hanno negli ospedali sarà sufficiente a contenere la mortalità e dunque evitano di bloccare l’economia. Gli inglesi che hanno ancor meno posti letto degli italiani lasciano che tutto vada come deve andare, salvano l’economia e accettano il rischio dell’ecatombe. I cinesi che non sono neoliberisti hanno risolto con il massimo uso del controllo sociale. La loro economia ha rallentato un po’ ma probabilmente riprenderà presto. Tutti pensano che le cose torneranno come prima.

Uno dei motivi per cui lo pensano è che appoggiano la loro ideologia su un altro racconto, molto compatibile con il capitalismo neoliberista ma anche con il capitalismo di stato. Certo ci vuole qualche aggiustamento. Il progresso tecnologico è la soluzione di tutti i problemi: fino a qualche tempo fa era anche autoreferenziale, cioè basato semplicemente sul miglioramento della tecnologia che provocava miglioramento della vita. La dinamica di quel progresso era dettata semplicemente dalla dinamica del capitalismo e del profitto. Ora l’aggiustamento del racconto tecnologico è imminente: non è più autoreferenziale, non è più interno all’ideologia capitalista, si riorienta verso finalità diverse. L’economia neoliberista non si occupa dei fini, ma soltanto dei mezzi e del comportamento umano che si sviluppa dovendo usare mezzi limitati per raggiungere fini diversi. In un contesto che sfida la tecnologia a rispondere a problemi che stanno fuori dal capitalismo e si collocano nel mondo dei problemi etici, ecologici, sociali, la logica della tecnologia assume la capacità di costruire un racconto autonomo dal neoliberismo. E in quelche misura mette in discussione il racconto neoliberista. Ma resta caratterizzato da una forma narrativa fortemente ideologica. Il progresso tecnologico inarrestabile aumenterà le difese della società contro le prossime epidemie, risolverà i problemi economici, accelererà la capacità di prevedere e dunque la reattività dei sistemi alle crisi. L’ideologia di fondo della tecnocrazia è che ogni nuova tecnologia è sempre migliore della precedente. E il sistema dell’innovazione è tale che la prossima tecnologia sta sempre per arrivare. Così è per il vaccino contro il coronavirus. Così sarà per il cambiamento climatico. Così sarà persino per la povertà: anche se per ora questo problema non viene affrontato. Basta lasciar fare alla tecnologia e tutto si risolverà. Non ci sono alternative.

Ma le alternative ci sono sempre, se si guarda alla storia. E i racconti alternativi ci sono. Un racconto profondamente ecologico mostra come l’evoluzione sia proprio l’esplorazione delle possibili alternative. Le mutazioni culturali, tecnologiche, economiche, sociali che attecchiscono creano nuove nicchie ecologiche nelle quali le forme di vita e di società si sviluppano fino a che arrivano ai loro limiti e cominciano a cercare di modificare le nicchie stesse. Quelle nicchie, gli ecosistemi, mutano in relazione alla capacità degli umani di mutarle. Il che avviene costantemente. Ma le società che si sviluppano nell’ecosistema cercano qualcosa di più della semplice efficienza: cercano felicità, cercano un senso, cercano una comunità. E trovano qualcosa di soddisfacente solo nella ridondanza delle alternative, nell’apertura delle mentalità, nell’innovazione del pensiero. Se alla guida delle scelte c’è un racconto ecologico, la ricerca di un equilibrio tra economia e sanità non passa per l’accettazione di un certo numero di morti o per l’accettazione di un certo numero di poveri. Se alla giuda delle scelte c’è un pensiero ecologico, quando arriva la crisi la società è pronta. È resiliente. È solidale. È intelligente. È equilibrata. Non è tragica. Perché ha pensato in modo lungimirante. E sa cosa fare.

La prossima volta sarà bene aver pensato così.

Lo studio del futuro in questo contesto, diventa un elemento strategico di un sistema educativo capace di affrontare la contemporaneità e genera una competenza essenziale per il lavoro, la cultura e la vita che migliora in prospettiva. Studiare il futuro, imparare a raccontarlo, leggere le conseguenze e non rimuovere i problemi è un aspetto fondamentale della nuova buona educazione.

Tutto questo avverrà nell’ipotesi che il racconto del rapporto tra capitalismo e stato sarà riequilibrato dal racconto del ruolo della comunità.

Vedi:
Dopo la crisi: resilienza
Comunità e scalabilità. Appunti
Mathew Ingram, James Carey, la media ecology, il giornalismo e la comunità
Come portare la dimensione di comunità al prossimo livello? Primi appunti

Photo by Chris Barbalis on Unsplash

Vedi anche:
NÉOLIBÉRALISME OU TURBOCAPITALISME ?

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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