Home » informazione » Mathew Ingram, James Carey, la media ecology, il giornalismo e la comunità
informazione media partecipazione Post ricerche visioni

Mathew Ingram, James Carey, la media ecology, il giornalismo e la comunità

Mathew Ingram, meritatissimamente, riceve oggi il James Carey Award della Media Ecology Association. Al congresso sulla Media Ethics, a Toronto, ha ricordato come Carey abbia sottolineato il fatto che le persone non cercano necessariamente nelle notizie una conoscenza di come stanno le cose e che invece ci trovano semplicemente conferme sulle loro convinzioni. Il che è proprio il problema esacerbato dagli algoritmi principali delle piattaforme oggi prevalenti.

Non è questo il motivo della crisi del giornalismo, però.

Il giornalismo è andato in crisi come prodotto o servizio nella dimensione del mercato. Pensando a sé stesso in quella dimensione, il giornalismo è stato spiazzato dalla trasformazione del sistema tecnologico che ha messo in difficoltà gli editori e i giornalisti e ha fatto crescere altre imprese, quelle che hanno compreso la tecnologia, come appunto le piattaforme. Ma il giornalismo non è fatto per il mercato. Non necessariamente.

In un momento storico in cui il mercato e lo stato sono profondamente in crisi e stiamo cercando di far crescere la dimensione della comunità, il giornalismo può ritrovare un senso.

La dimensione di comunità, rispetto al mercato e allo stato, ha una debolezza: non scala, non diventa necessariamente grande, non ha necessariamente lo stesso impatto. Il giornalismo può aiutare. Se si mette al servizio non del mercato – o dello stato – ma della comunità.

Jeff Jarvis dice, sempre alla conferenza sulla Media Ethics di Toronto che il giornalismo è fatto per radunare le comunità in conversazioni rispettose, informate e produttive.

Nella dimensione della comunità, il giornalismo è il suo metodo: e alimenta conversazioni basate su conoscenze documentate e metodologicamente solide. L’informazione non è tutta pensata come al servizio della conoscenza su come stanno le cose, diceva Carey, perché molta informazione è invece pensata solo per convalidare credenze. Ma le credenze sono proprio ciò che divide una comunità dalle altre e in qualche modo impedisce un impatto che vada oltre chi condivide le stesse credenze o gli stessi localismi (geografici o mentali). La convivenza civile tra persone che non condividono le stesse credenze è necessaria per progettare soluzioni a problemi condivisi dalla stessa comunità umana. Il giornalismo può contribuire a sottolineare ciò le persone possono sapere insieme intorno come stanno le cose. E quindi può servire a far crescere l’impatto della dimensione di comunità.

Il giornalismo come parte di un sistema industriale che genera prodotti per il mercato – o servizi per lo stato – non è in grande forma. Pazienza. Ma un giornalismo al servizio della comunità può recuperare senso. Però questo non è interessante per il giornalismo: è interessante per la dimensione della comunità che deve necessariamente crescere in questa epoca e che è frenata dalla sua incapacità di dotarsi di un sistema di gestione della conoscenza che accentui la sua capacità di generare impatto storico: una comunità che ripete ritualmente ciò che conosce non guida la società verso il futuro; una comunità che evolve in modo laico e pragmatico ha bisogno di sapere come stanno le cose. Il giornalismo è il metodo che può servire a questo sviluppo. Imho.

Vedi:
Come portare la dimensione di comunità al prossimo livello? Primi appunti

Commenta

Clicca qui per inserire un commento

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

Video

Post più condivisi