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L’economia di internet è riformabile

Geoff Huston descrive l’economia di internet in un lungo intervento che tra l’altro mette in discussione la possibilità che si possa fare concorrenza ai giganti nell’economia di internet: Internet Economics is a Thing and we Need to Take Note. La sostanza della innovatività di internet, e della net neutrality, è offuscata dalla presenza di piattaforme tanto potenti da imporre a chiunque voglia offrire un servizio di “chiedere il permesso”, o almeno adeguarsi alle regole imposte dai giganti esistenti. Quello che si temeva potessero fare le compagnie di telecomunicazioni lo fanno oggi le piattaforme non interoperabili sulle quali avviene la gran parte dell’attività in rete, dice in sostanza Huston, se è consentita un’estremizzazione del suo pensiero. E conclude che la GDPR non è sufficiente: occorre intervenire attivamente per l’interoperabilità e una nuova forma di antitrust.

Non è ancora la fine della storia, forse.

In questi giorni, le grandi piattaforme dimostrano di essere in competizione tra loro. In particolare Apple ha preso di mira Google e soprattutto Facebook che in modo sleale hanno usato una feature delle app di Apple che dovevano essere dedicate ai loro dipendenti per entrare nei telefoni degli utenti esterni e far man bassa di dati. Facebook ha addirittura pagato 20 dollari al mese alle persone che installavano l’app che consentiva al social network di leggere tutto quello che facevano, riporta l’inchiesta che si può leggere su TechCrunch. È chiaro che Apple è intervenuta duramente perché Facebook aveva infranto il contratto. Ma anche perché aveva agito in modo molto aggressivo nei confronti dei diritti umani degli utenti.

In concorrenza, sembrerebbe, ci sono due grandi modelli di business. Apple sembra voler sviluppare un’attività di piattaforma per i 900 milioni di utenti dei suoi iPhone e il 1,4 miliardi di utenti dei suoi prodotti che garantisca i diritti umani e la privacy. Afferma i suoi valori. E se lo può permettere perché fa pagare per l’accesso alle piattaforme, offre pochissimo gratis, non ha particolare bisogno della pubblicità. Facebook offre tutto gratis o quasi agli utenti e vive di pubblicità che offre con efficienza straordinaria ai suoi clienti in quanto è in grado di dare agli inserzionisti dati tanto dettagliati sugli utenti della piattaforma da consentire loro di superare il confine dell’informazione pubblicitaria per entrare con relativa facilità nello spazio della manipolazione.

Niente fa pensare che la pubblicità debba restare all’infinito il centro dell’economia di internet. I modelli a pagamento si diffondono. E funzionano, talvolta. Essendo aiutati dalle esternalità negative che la monocoltura pubblicitaria ha generato.

Nell’ecologia dei media, una monocoltura pubblicitaria crea le condizioni perché le aziende tentino qualunque cosa pur di conquistare l’attenzione degli utenti da rivendere agli inserzionisti e non si fermino davanti a nulla pur di trovare ogni dato utile a rendere la pubblicità più efficace. In un contesto del genere, il modello di business genera una sorta di inquinamento culturale: se qualunque cosa che attiri l’attenzione va bene, allora arriverà anche la banalizzazione, il fake, la sciocchezza, la notizia gridata e sproporzionata, e tutto il resto. Anzi, poiché nella lotta per l’attenzione, che è scarsa, si deve gridare sempre di più e spararla sempre più grossa, di finisce col ridurre lo spazio delle notizie fatte bene e degli approfondimenti ben studiati. Perché questi non hanno quasi mai il taglio urlato e unilaterale che conquista i click d’impulso. Ma questo ha conseguenze anche sul modello di business pubblicitario. Perché se la qualità dell’ambiente peggiora, meno persone ci vanno. Se l’ecosistema mediatico si inquina, la qualità dell’informazione scende, i motivi seri per andare online alla lunga si erodono e lasciano il posto soltanto alle motivazioni del divertimento leggero e veloce, che nel tempo rischia di stancare, come è successo alla televisione (la platea complessiva delle reti generaliste principali si è più o meno dimezzata negli ultimi vent’anni e il numero assoluto di telespettatori medi di fronte al piccolo schermo è sceso nel 2017 sotto i 10 milioni, Sole). È successo. Succederà. Purché ci siano alternative, ovviamente.

Si tratta di farle queste alternative. Netflix è un’alternativa che non c’era fino a non troppo tempo fa. E, in fondo, fa concorrenza sia alla televisione tradizionale che alle altre forme di utilizzo della rete internet. Ma si può fare di più. La fondamentale libertà di innovare di internet non si è ancora esaurita. Le regole la devono salvaguardare. E devono evolvere in modo da sviluppare una consapevolezza, dei valori, delle soluzioni tecniche adatte a salvaguardare e migliorare la qualità dell’ambiente mediatico: l’ecologia dei media non è diversa dall’ecologia tour court da questo punto di vista, si direbbe.

Ma le regole non bastano. Occorre che nel quadro delle regole proattive e sagge che si sviluppano sulla base di una crescente consapevolezza ecologica anche dal punto di vista mediatico, lo sfruttamento economico dell’ambiente internettiano lasci il posto a un’attività equilibrata, attenta alla qualità, meno basata sulla banalizzazione di massa e fondata su tecnologie e modelli di business innovativi: che paradigmaticamente rendano più conveniente un lavoro mediatico di alto valore culturale per il lungo periodo e dimostrino che non c’è vantaggio economico nelle azioni rapaci orientate solo alla manipolazione dell’attenzione immediata.

La storia dell’ecologia dei media può assomigliare alla storia dell’ecologia industriale. Ma sarà bene che le azioni umane che servono a correggere le conseguenze devastanti dei modelli di business primitivi – quelli che non si curano delle loro conseguenze negative sull’ambiente – diventino velocemente più decise, maggioritarie ed efficaci.

Nell’ecologia, ciò che non è sostenibile, alla fine, perde. Ma sarà bene evitare che porti nella sua rovina anche il resto del pianeta, della società e della cultura.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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