Category informazione

Informazioni digitali, economia analogica

Martin Hilbert di Annenberg ha calcolato quanta informazione viene registrata in formato digitale e quanta in analogico. Il suo studio offre un’immagine palpabile della trasformazione avvenuta nel corso dei primi dieci anni del nuovo millennio. Nel 2000 il 75% dell’informazione era immagazzinata in formato analogico. Nel 2013 questa percentuale è crollata al 2%. (È citato da Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier in Big Data, libro di imminente pubblicazione per Garzanti).

Dal punto di vista economico, peraltro, la quota di fatturato delle informazioni vendute in modo analogico è ancora superiore alla quota di fatturato delle informazioni in digitale secondo l’Economist (i dati di base non sono gli stessi ma l’idea di fondo è abbastanza chiara).

Washington Trust

Una chiosa sulla lettera di Jeff Bezos sulla sua decisione di acquistare la Washington Post.

A un certo punto dice:

The values of The Post do not need changing. The paper’s duty will remain to its readers and not to the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it leads, and we’ll work hard not to make mistakes. When we do, we will own up to them quickly and completely.

E’ un passaggio che a mente fredda fa pensare a come si ascoltano e si interpretano frasi del genere in diversi contesti.

Fosse successo in Italia, per esempio, forse l’ascolto di una frase del genere verrebbe ammorbato di cinismo. E probabilmente non senza motivo.

Sicché perderemmo la bellezza e l’eleganza di una affermazione fondamentale sui valori del giornalismo, l’ingenuità di ritenerli possibili, la speranza di poterli affermare e sviluppare. Senza questi momenti in cui si ha fiducia, non si può innovare ciò che va innovato e distinguerlo da ciò che deve restare.

E’ bello sapere però che da qualche parte nel mondo anche un miliardario può scrivere una frase del genere ed essere ritenuto innocente fino alla prova del contrario. Sapendo che quando dovesse arrivare, quella prova del contrario, la fiducia in lui sarebbe irrimediabilmente compromessa. Sapendo dunque che lui, proprio lui, si prende una responsabilità: e rischia i suoi soldi, la sua credibilità, la sua reputazione. Nessuno, in America, è tanto sciocco da non vedere il rischio che Bezos si prende su tutta la linea. Ma molti, almeno all’inizio, gli offrono un giudizio aperto perché possa avere una chance di successo.

Numeri per sentito dire

Ho registrato alcune suggestive statistiche che mi sono arrivate da persone autorevoli e che stimo, ma proprio perché riportate a voce velocemente non hanno una fonte. Quindi se per caso ci fosse qualche commentatore disposto ad aiutarmi a verificarle, sarei molto contento e grato.

Ecco queste statistiche senza numeri e in cerca di verifica.

Gli italiani vendono più mobili all’Ikea di quanti ne comprino dall’Ikea.

I biglietti del Louvre venduti a italiani costituiscono un fatturato più grande di tutto il fatturato di tutti i musei italiani.

Il Moma di New York ha più visitatori di tutti i musei italiani messi insieme.

L’Eataly di New York ha più visitatori del Moma.

Ripeto: le persone che mi hanno detto queste cose sono affidabili. Chissà se qualcuno conosce i numeri esatti e le fonti di queste suggestive informazioni..

Nòva Nòva. Da progettare…

Il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, ha deciso di investire sul tema dell’innovazione. E mi ha chiesto di tornare a occuparmi di Nòva.

Una riflessione è necessaria. Nòva è una possibilità preziosa per gli innovatori italiani che vogliono condividere informazioni, leggere quello che fanno gli altri, coltivare una visione.

Nòva deve superare i limiti nei quali la costringe la crisi dei giornali tradizionali. E non può che farlo innovando.

Questo è il momento per pensarci insieme. E fare un progetto che valga la pena di essere portato avanti con entusiasmo. Forse qualcuno vorrà usare questo spazio per lanciare i suoi suggerimenti: gliene sarò molto grato.

ALLA FACCIA DELL’FBI. Facebook e face recognition a 60 minutes

Un video di 60 minutes parla di riconoscimento facciale. È stato pubblicato il 19 maggio scorso. Quasi un mese prima dello scoop di Guardian e Washington Post sulla storia dei servizi americani che spiano i server di Facebook, Google, Apple, Microsoft e altre piattaforme giganti. Il video dice che la difficoltà del riconoscimento facciale è avere un database abbastanza ampio di facce per poterle mettere a confronto con le immagini delle persone che si vogliono riconoscere. Al decimo minuto, il video mostra un’intervista con un funzionario dell’Fbi. E vale la pena di guardarla.

In sostanza, il funzionario dell’Fbi dice che il loro riconoscimento facciale è limitato al database delle persone che hanno una storia giudiziaria. L’intervistatrice chiede se l’Fbi non potrebbe prendere le immagini pubblicate volontariamente dai cittadini su Facebook e Linkedin. E il funzionario risponde che anche se non è vietato, senza autorizzazione l’Fbi non lo fa: “avremmo una fila di avvocati fuori dalla porta”. Deve essere per forza una coincidenza. Ma che strana coincidenza. Per una faccenda così piena di segreti.

Vedi
Economics of privacy, raccolta curata da Alessandro Acquisti
Qualified trust

Vedi anche
Cyberspie, giornalismo, psicoterapia
Big Data uguale Big Nsa

Link. Letture domenicali. Cyberspie, giornalismo, psicoterapia

Zdnet smonta la storia pubblicata da Washington Post sui servizi di sicurezza americani segnalando che dalla prima versione si è molto addolcita. La storia non allude più alla consapevole collaborazione delle grandi piattaforme alle indagini dei servizi ma per la verità non appare meno inquietante dal punto di vista dei cittadini. Perché resta l’impressione che un’eccessiva concentrazione del traffico e delle attività internettiane su poche piattaforme faciliti gli abusi.

Wall Street Journal peraltro sostiene che la prossima guerra cui la Nato dobrebbe prepararsi è una cyberguerra. Il tema è sempre più attuale. Ma non va affrontato senza la consapevolezza di come l’intreccio di confronti tecnologici tra stati, organizzazioni informali e criminali coinvolga in modo complicato e pericoloso i diritti dei cittadini. Ne parla Nazli Choucri in un libro survey.

Giuliano Castigliego, psicoterapeuta, analizza le pulsioni che sottendono molti dibattiti sulla qualità umana di ciò che avviene in rete. La paura che il web sembra sollecitare nei critici superficiali dei social network, come la tensione fideistica di chi vede nel web un automatismo liberatorio, meritano un trattamento competente dal punto di vista psicologico.

Come siamo finiti in un labirinto nel quale si perdono i fatti

Il libro di Ferdinando Giugliano e John Lloyd sull’”opinionismo” all’italiana denuncia il contributo del giornalismo schierato al blocco della cultura politica e civica del paese. In effetti, una società che non sappia come stanno le cose non può decidere e agire in base a una visione comune. E tende a coltivare una litigiosità paralizzante.

Ma dove abbiamo perso la strada? Viene in mente che all’avvento della repubblica, in Italia è mancato un momento catartico come il processo di Norimberga. Per cui non abbiamo fatto i conti con il fascismo e i suoi crimini. Vengono in mente le conseguenze della guerra Fredda per l’Italia, percorsa da forze estranee alla nostra vita civile. Vengono in mente la corruzione, il familismo amorale, gli accordi sottobanco tra i partiti, la mafia…

Tutti fenomeni che hanno abituato gli italiani a pensare che i fatti erano sempre una sorta di verità apparente, mentre “dietro” c’era altro.

Tangentopoli è stata un grande momento catartico che ha unificato la popolazione, ma è stato distrutto nel tempo dalla propaganda che ha tentato – riuscendoci – di trasformare quei fatti giudiziari nelle opinioni di alcuni esponenti della magistratura. Anche la prima fase del governo Monti ha dato l’idea che si potesse sapere qualcosa sullo stato delle cose – finanziarie – italiane e decidere di conseguenza; ma poi la “verità” dell’economia italiana è stata trascinata nuovamente nell’ideologia populista.

Se le indagini della magistratura non sono fatti ma opinioni, se i dati dell’economia non sono fatti ma opinioni, se ogni passaggio della recente storia d’Italia è considerato apparenza interessata e non realtà fattuale, se tutto quello che sappiamo è un minestrone di disattenzione, disinformazione, dietrologia, la prospettiva comune si disperde in una società che non si sente cittadinanza.

Gli italiani hanno bisogno di sapere come stanno le cose. Un giornalismo fattuale, non programmaticamente “opinionato”, sarebbe un passaggio fondamentale per il benessere del paese. Per potere andare avanti, ammettendo che la nostra storia non è stata certo perfetta ma cominciando a costruirne una nuova.

La distanza della popolazione dal ceto politico è la distanza tra i fatti percepiti e le opinioni gridate o suggerite.

I media civici sono una leva per coinvolgere persone orientate alla ricerca dei fatti secondo una metodologia standard che consenta di costruire un consenso intorno a ciò che sappiamo su come stanno le cose.

Nel mondo delle informazioni collaborative la citazione della fonte è cortese e conveniente

Il primo titolo con il quale Bloomberg ha dato la notizia della possibilità che Yahoo! acquisisca Tumblr era una citazione del Wall Street Journal: “Yahoo Board Approves Purchase of Tumblr, WSJ Journal Says“. Poi il titolo è cambiato ma la url rivela sempre il titolo originale.

Citare le fonti è una pratica di lealtà nei confronti del pubblico ed è un gesto di giustizia nei confronti del lavoro di chi raccoglie le informazioni.

Molti giornali non seguono questo elementare principio. Probabilmente perché pensano in questo modo di ridurre la propria reputazione. Invece, a mio avviso, citando aumentano la propria reputazione. E rendono più probabile che altri citino i loro articoli quando valgono una citazione.

Quello che è ancora più incredibile è che molti blog non seguono questo elementare principio. Forse si sentono come se fossero diventati dei giornali. E allora sbagliano come i giornali. Oppure non capiscono che il medium del quale fanno uso non è forte in quanto ciascun blog è forte, ma in quanto partecipa a una rete che nel complesso ha un’enormità di lettori e partecipanti. Forse era più facile comprenderlo all’inizio del fenomeno bloggheristico e ora è più difficile. O forse le tecniche si vanno contemporaneamente affinando e popolarizzando (vedi C’è crisi*2). Ma ricordare la logica della rete e della collaborazione non può che farci bene.

Comunque il tema è complesso: vedi per esempio Mantellini 2007
Linkare è cortesia
Obbligo di link

La casa degli attivisti per i diritti umani del mondo a Firenze

È stato un momento emozionante. L’inaugurazione della casa per gli attivisti dei diritti umani alle Murate di Firenze con Kerry Kennedy, Matteo Renzi e la gente della Fondazione Robert Kennedy che ha realizzato un progetto eccezionale. Le persone coraggiose che in tanti paesi autoritari rischiano la vita per affermare la libertà di espressione e il rispetto dei diritti che fanno dell’umanità un valore hanno trovato un posto dove aggiornarsi sulle tecniche per usare internet con efficacia suoerando la repressione dei governi dittatoriali, senza farsi ingannare dalle infiltrazioni e la disinformazione, con Global Voices e molti altri partner.

I programmi di lavoro sono riassunti sul sito del Training Institute della Rkf.

Tutti rischiano qui. Internet abilita gli attivisti tanto quanto rafforza i repressori. Il lavoro richiede un enorme senso di responsabilità. Ma, come ha detto Matteo Renzi, che ha fortemente voluto realizzare questo progetto, era necessario impegnarsi intorno a una visione come questa che si concretizza a favore delle persone che testimoniano l’amore per la democrazia e la libertà, usando la rete in modo consapevole.

Le Murate, antica prigione, sono ora un luogo simbolo della libertà. Qui se ne coltiva il mito non con le cerimonie ma con l’attività quotidiana, rischiosa, intelligente. È un messaggio che arriva anche ai paesi che si ritengono democratici: il rispetto dei diritti umani non è un dato acquisito ma una continua conquista, che richiede dedizione e manutenzione costante. Gli attivisti che vengono alle Murate da paesi autoritari parlano anche al nostro paese e ci chiedono di coltivare la consapevolezza di ciò che serve perché le tensioni autoritarie che si manifestano anche qui vengano combattute con amore e passione, con intelligenza e coraggio. Chiunque dica che è facile, chiunque dica che la tecnologia risolve i problemi o li alimenta sbaglia: è la cultura democratica e costituzionale, il senso umano della giustizia e della convivenza civile che vanno coltivati, perché gli strumenti vengano usati e migliorati al servizio di obiettivi dotati di senso.

Link. Letture per domani. Open access, insicurezza, intelligenza collettiva

Roberto Caso scrive un paper molto importante sul diritto formale al servizio dell’open access alla conoscenza scientifica: Scientific knowledge unchained: verso una policy dell’università italiana sull’Open Access. The Trento Law and Technology Research Group. Abstract: «Lo scopo di questo scritto è mettere in luce quel che il diritto formale può fare a favore dell’Open Access (OA). La tesi di fondo è che il diritto formale – la legge, i regolamenti, i contratti – può rappresentare un formidabile ausilio all’affermazione del principio dell’accesso aperto, ma che il definitivo successo dell’OA risiede in un radicale cambiamento delle norme informali che presidiano le prassi dell’editoria scientifica. Un tale mutamento dipende dalle dinamiche di potere nelle quali si intrecciano gli interessi degli scienziati che comandano il gioco delle pubblicazioni (potere accademico-scientifico) e gli interessi degli editori scientifici che hanno una posizione di preminenza sul mercato (potere commerciale). Inoltre, un ruolo di primo piano viene giocato dai nuovi attori che si affacciano nel sistema della comunicazione scientifica (archivi disciplinari, motori di ricerca, social network scientifici etc.). Particolare attenzione è riservata al mutamento normativo e all’interazione tra diverse tipologie di regole (regole giuridiche, regole informali e regole tecnologiche). Lo scritto s’incentra sull’accesso aperto alle pubblicazioni e tocca tangenzialmente altri, e pur fondamentali, aspetti connessi come quello dell’accesso ai dati della ricerca scientifica.» (Download pdf)

Ilvo Diamanti con Demos conduce un’indagine continuativa sulle insicurezze degli italiani. «È un’insicurezza generalizzata, pervasiva, si potrebbe dire totalizzante, quella degli italiani in questa fase così incerta, che determina e alimenta paure e preoccupazioni crescenti. Aumenta il peso della crisi economica e sociale più in generale, ma anche l’incertezza politica e il difficile rapporto con l’Europa: elementi che concorrono a delineare una sorta di “male oscuro”. L’informazione TV riflette il disagio, ma non lo alimenta come in passato.» (Download pdf)

Antonio Spadaro, cyberteologo e direttore di Civiltà Cattolica, suggerisce a chi sia interessato ai temi dell’intelligenza collettiva di leggere o rileggere Pierre Teilhard de Chardin, per esempio: Il fenomeno umano (1938-1940), Il Saggiatore, Milano 1968 – Edizioni Queriniana, Brescia 1995

Media Civici, una costellazione di iniziative emergenti. Il codice è insieme software e regola di comportamento

Da circa sette anni, specie nel mondo anglosassone, si lavora intorno all’intersezione del concetto di media con quello di cittadinanza. L’idea dei media civici sta evolvendo rapidamente e si candida a diventare importante almeno tanto quanto lo è stata l’idea di social network negli anni scorsi.

Nel 2007, nel corso di uno storico forum alcuni importanti pensatori e innovatori hanno discusso intorno al tema dei media civici all’Mit. Henry Jenkins, che dall’Mit si è spostato ad Annenberg, i media civici possono essere definiti come «media usati per promuovere e amplificare l’impegno civico». Nel tempo la riflessione sulla differenza tra l’impegno civico e l’impegno politico si è andata chiarendo, anche se il confine resta mobile. Sui media civici si producono e scambiano documenti e informazioni, si raccolgono istanze e si prendono decisioni rilevanti per la comunità civile. Potenzialmente, i media civici consentono di ridefinire il rapporto tra cittadinanza e pubblica amministrazione. Con la crescita del tema degli open data e della partecipazione democratica online, la soluzione dei media civici diventa sempre più importante.

Dalle prime riflessioni pionieristiche si sono evolute riflessioni mediologiche, alimentate dall’urgenza di comprendere la prospettiva attivata dalla digitalizzazione delle piattaforme dell’informazione. In Italia, la Fondazione Ahref ne ha fatto il centro della sua attività. L’intuizione fondamentale è la connessione tra il codice – inteso come software – del quale sono costituite le piattaforme, e il codice di comportamento che regola la convivenza, sulla scorta della ricerca portata avanti da Lawrence Lessig negli Stati Uniti e in Italia dal Centro Nexa del Politecnico di Torino. Applicando l’intuizione al mondo dei media, gli algoritmi del civismo si incarnano negli algoritmi delle piattaforme. «I cittadini sono tali se possono partecipare alla cosa di tutti. La repubblica delle idee – la repubblica, con le sue regole a salvaguardia delle minoranze e a favore dei beni comuni – è l’unico spazio di tutti dove la convivenza civile si può sviluppare in pace» si diceva in Cambiare pagina, suggerendo che l’informazione che circola sui media «nasce dalla ricerca, dunque dal metodo» e ha tanto più valore civico quanto più il metodo con il quale è ricercata è a sua volta un algoritmo incarnato nelle piattaforme che richiami gli utilizzatori al codice di comportamento necessario a fare dell’informazione uno strumento di cittadinanza. I principi fondamentali del metodo con il quale l’informazione può essere considerata di qualità – accuratezza, indipendenza, completezza, legalità – diventano metodo e algoritmo nel momento in cui la loro responsabile applicazione è richiesta per poter utilizzare le piattaforme che a quel punto sono a pieno titolo «media civici».

Inchieste partecipate. Cittadini e professionisti dell’informazione si accordano su un metodo per la produzione e condivisione di informazioni su temi rilevanti per la comunità – ispirato ai principi di accuratezza, completezza, indipendenza, legalità – per poi raccogliere notizie e proporle online con buona qualità espositiva. Naturalmente, quando queste iniziative vengono riprese dai media tradizionali e raggiungono una buona notorietà è un successo. Ma il loro scopo è costruire ambiti di attività civica per le persone sensibili della comunità e di alimentare un’educazione alla qualità dell’informazione sui media. (Vedi Cittadini reattivi).

Open data. L’esplosione della disponibilità di dati rilevanti per la convivenza civile e la vita quotidiana delle comunità consente di accedere a fonti straordinarie per conoscere come stanno le cose a livello strutturale e profondo. Le iniziative che servono a gestire queste grandi quantità di dati, con software adatti a darne conto e a elaborarle in modo facile e corretto, vanno dal data journalism all’infografica. La disponibilità dei dati, peraltro, non è sempre garantita dalle pubbliche amministrazioni e per questo molte attività in questo settore diventano forme di collaborazione tra i cittadini per ottenere l’accesso ai dati. (Vedi Diritto di sapere)

FactChecking. I fatti vanno verificati e questo è di solito fatto dalle redazioni giornalistiche. Ma la quantità di notizie che circolano in rete rende questo lavoro ancora più importante e certamente più intenso. Per questo una piattaforma per il factchecking civico, che coinvolga la cittadinanza, sulla base di un metodo condiviso può essere molto utile e potenzialmente strategica, al servizio di molte iniziative di cittadini che vogliaono monitorare la documentazione sottostante alle informazioni che circolano per temi fondamentali per la politica, l’economia, la ricerca scientifica, e così via. (Vedi Factchecking).

Decisioni. I cittadini possono essere chiamati a prendere posizione su decisioni che riguardino la destinazione di risorse tra forme alternative di utilizzo, nel quadro delle compatibilità organizzative e di bilancio che costituiscono il quadro all’interno del quale trovare il compromesso giusto. I bilanci partecipati che si sono sviluppati in diversi paesi vanno proprio in questa direzione. (Vedi Capannori e Marco Boschini).

Movimenti. Le attività di movimenti, gruppi politici, candidati, ong, associazioni, fondazioni e altre istituzioni che hanno un’agenda, vogliono raccogliere fondi e usarli in modo trasparente, vogliono organizzare iniziative con la partecipazione dei sostenitori, usando la rete come base di lavoro, possono oggi adottare piattaforme costruite proprio per questo scopo. Anche i programmi di questi movimenti possono essere costruiti coinvolgendo i cittadini. (Vedi NationBuilder e NgpVan; e loro concorrenza, LiquidFeedback)

Consultazioni. Le istituzioni conservano in ogni democrazia rappresentativa la loro responsabilità di decidere sugli indirizzi fondamentali della vita civile in base ai poteri che sono loro assegnati dalla costituzione. Ma possono voler coinvolgere i cittadini nella raccolta di istanze e punti di vista, aprendo la fase preliminare dei processi decisionali alla partecipazione dei cittadini in consultazioni regolate e mirate al tema in discussione. Il problema è rendere queste consultazioni efficaci e gratificare i cittadini non solo con la possibilità di inviare idee ma anche di vedere che sono effettivamente state prese in considerazione. (Vedi le consultazioni aperte in Europa).

Mutuo soccorso. Indipendentemente dalle istituzioni, i cittadini prendono molte decisioni e iniziative che riguardano la comunità. Se documentano in modo sistematico gli obiettivi e i risultati delle loro iniziative civiche facilitano gli altri cittadini che fronteggiano problemi analoghi, evitano loro di commettere gli stessi errori e possono contare sull’esperienza altrui per migliorare a loro volta le loro attività. (Vedi alcuni temi dell’informazione di mutuo soccorso).

Vedi anche:
What is civic media?
Mit Center for Civic Media
Blog di Herny Jenkins
Blog di Ethan Zuckerman
Pietro Speroni di Fenizio
Principi e pratica dell’informazione
Spazi giornalistici di nuova generazione
Rodotà. Diritti degli utenti delle piattaforme
Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Innovazione nell’ecosistema dell’informazione
Lloyd e Giugliano sull’obiettività

Al tema dei media civici è dedicata una ricerca di prossima pubblicazione del servizio informatico del Senato italiano con la Fondazione Ahref. È in bozza un libro scritto dall’autore di questo blog che si occupa di media civici e informazione di mutuo soccorso.

Non è stato fatto per questo post un esame esaustivo di tutte le risorse disponibili e delle iniziative intraprese su questi temi. Se i commentatori volessero essere così gentili da aggiungere i loro suggerimenti ne tireremo insieme fuori una pagina da alimentare nel tempo in modo collaborativo. Grazie in ogni caso a tutti.

Lloyd e Giugliano. Obiettività come principio ispiratore del giornalismo

Ferdinando Giugliano e John Lloyd hanno scritto Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia, Feltrinelli. Ed è un piacere leggerlo.

libri_lloydCon lucidità e libertà di pensiero garantite anche da una carriera giornalistica sviluppata in Inghilterra, dove il principio dell’obiettività non è considerato ingenuo come in Italia e dove possono vivere al riparo dall’influenza diretta del sistema dell’informazione italiano, Lloyd e Giugliano descrivono i fatti che hanno portato il giornalismo e il pubblico, in Italia, ad accettare l’idea cinica secondo a quale l’informazione è inevitabilmente schierata.

Secondo gli autori, quasi tutti i principali organi di informazione sono più o meno dichiaratamente orientati dal punto di vista politico. E citano la lottizzazione della Rai, la proprietà della Mediaset, le idee dei fondatori di Repubblica e Giornale, per descrivere alcuni dei vincoli che limitano la libertà dei giornalisti.

Ma quel che è peggio, scrivono gli autori, il pubblico è mitridatizzato: perché si è lentamente assuefatto all’idea tossica secondo la quale non è possibile fare giornalismo in modo obiettivo.

Non si tratta di fare una discussione epistemologica sulla possibilità di conoscere la “verità”. Si tratta di ispirarsi ai principi dell’indipendenza di giudizio, della completezza della ricerca, dell’accuratezza del trattamento delle informazioni e dal rispetto per i diritti e i doveri legalmente riconosciuti a chi raccoglie e racconta le informazioni.

Senza una tensione culturale onesta ed empiricamente avvertita verso l’obiettività, i fatti non esistono e vengono coperti dalle opinioni, il che impedisce di vedere la conoscenza su come stanno le cose come un terreno comune per la convivenza. In un contesto come questo i fatti che pure esistono e vengono raccolti non hanno importanza a confronto con le dinamiche della contrapposizione tra le fazioni e i portatori di interessi di parte.

Ma siamo arrivati al limite di questa deriva. Solo il senso civico può rifondare il comportamento di chi decide e di chi partecipa alle decisioni. Solo allargando lo spazio di attenzione dedicato a sapere come stanno le cose si può allargare anche lo spazio nel quale le decisioni vanno a vantaggio di tutti.

L’ecologia ha insegnato che un territorio degradato fa male a tutti e a ciascuno. E che le azioni di tutti e di ciascuno sono importante per migliorare la qualità dell’ambiente. Allo stesso modo, anche nella cultura dell’informazione il comportamento di ciascuno influisce sul benessere di tutti. L’inquinamento dell’informazione è la conseguenza di un’accettazione delle falsità e delle distorsioni della realtà come strumento di lotta politica e come metodo per imporrre particolari interessi economici. L’ecosistema dell’informazione italiano è profondamente inquinato. Ci vorrà molto tempo per ripulirlo. Ma, come nell’ecologia si è arrivati a comprendere che un ambiente di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno, così nella mediasfera si arriverà a vedere che un’informazione di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno.

libri_journalismI giornalisti possono fare qualcosa per andare in questa direzione. Lloyd e Giugliano, in proposito, citano i principi espressi da Bill Kovach e Tom Rosenstiel nel loro fondamentale The elements of journalism (Three Rivers Press, 2001):

1. Il primo dovere del giornalismo è l’onestà
2. La prima lealtà del giornalismo è con i cittadini
3. La sua essenza è la verifica scrupolosa dei fatti
4. I giornalisti devono mantenersi indipendenti dalle persone a proposito delle quali scrivono
5. Il giornalismo deve servire da monitoraggio indipendente nei confronti del potere
6. Deve fornire uno spazio pubblico comune per il compromesso e la critica
7. Deve fare il possibile per rendere interessante tutto ciò che è importante
8. Deve dare alle notizie il tono e la copertura giusta
9. Ai giornalisti deve essere permesso di scrivere secondo coscienza.

Si può prendere tutto questo con spirito cinico e considerare ingenue queste idee. Ma visto dove il cinismo ha portato il paese si potrebbe anche dedicare un po’ di tempo a riconsiderare questo atteggiamento.

Anche perché, in questa fase storica, una delle cause della crisi dell’editoria giornalistica potrebbe anche essere la perdita di fiducia nel contributo che i giornali possono dare alla costruzione di una comunità che possa fondarsi sulla conoscenza intelligente e critica di come stanno le cose.

I principi ispirano e danno la direzione. La difficoltà della vita quotidiana rende complessa l’applicazione continua e perfetta dei principi. Ma rinunciare ai principi significa perdere la direzione. E impedire a tutti di vedere una prospettiva.

Vedi:
The elements of journalism
Elements of journalism
Essence of journalism

Vedi anche:
Non sono gli avvocati a salvare i giornali
I giornalisti innovatori e lo sviluppo dell’ecosistema dei media
Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Spazi giornalistici di nuova generazione
Post Industrial Journalism. Anderson, Bell, Shirky
Orgoglio factchecking
Twitter, le agenzie, la rilevanza, i rumors, le verifiche

Non sono gli avvocati a salvare i giornali. Gli editori e Google. Giua, Barron, Ingram… #Ijf13

Google è amico o nemico degli editori? I casi della Francia e del Belgio, la lunga gestazione di nuove norme in Germania, una critica latente in molti altri paesi d’Europa dimostrano che gli editori sentono che sta succedendo qualcosa di sbagliato. Ma quando si passa dalla vaga sensazione all’analisi, le critiche si stemperano e sbiadiscono, lasciando però insoddisfazione e preoccupazione: perché da un lato pensano che Google faccia soldi sfruttando i contenuti pagati dagli editori e che dunque debba restituire qualcosa; dall’altro lato si rendono conto che Google porta una grande quantità di traffico ai loro siti con conseguenze positive per gli editori in termini di raccolta pubblicitaria. E in questo dilemma sentono di perdere terreno.

Peter Barron, di Google, ha difeso la sua azienda, ovviamente, nel corso di un panel organizzato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dicendo che Google ha dimostrato di voler aiutare gli editori nel loro percorso di innovazione – come nei casi della Francia e del Belgio – e che il suo contributo alla generazione di fatturato degli editori è visibile perché il motore porta loro traffico, mentre è del tutto invisibile ciò che eventualmente sottrae agli editori, visto che su Google News non c’è raccolta pubblicitaria.

Claudio Giua, dell’Espresso, ha mostrato come l’evoluzione del business di Google sia orientata a fare della compagnia americana un editore, vista la crescita dei servizi di informazione che si trovano direttamente sul motore senza cliccare sui link (come nei casi di meteo, cinema, biografie). Ha inoltre ricordato che in Germania una nuova legge dovrebbe entrare in vigore: limiterà la lunghezza del testo preso dagli articoli dei giornali e che Google News può ripubblicare a un certo numero di parole.

Mathew Ingram, di GigaOm, ha detto che non sarà con le regole che gli editori si salveranno. Ma innovando. Nella tecnologia e nei modelli di business. Il suo contributo da questo punto di vista è forte. I contenuti si mettono online per creare una relazione di fiducia con il pubblico sulla base della quale si sviluppano altri business, come i servizi di informazione a pagamento, gli eventi fisici e così via.

Si possono tirare un po’ di conclusioni.

Google è un’azienda a due facce. Come azienda tecnologica cresce se cresce tutto l’insieme del web. La simbiosi è evidente posto che più ci sono cose online da cercare, trovare, mettere in qualche ordine, più occorre una tecnologia come quella di Google, che quindi non ha interesse a uccidere i produttori di informazioni. Come azienda che raccoglie pubblicità è invece una concorrente degli editori. Il problema è capire fino a che punto le spinte della remunerazione immediata del capitale finaziario e dei bonus per i manager porteranno la parte di Google orientata a tentare di espandere la raccolta pubblicitaria usando la tecnologia per competere con chi produce i contenuti indipendenti.

I problemi legali di Google sono molti. Ed è normale visto che l’azienda continua a spingere sul pedale dell’innovazione, mettendo molte abitudini sotto stress. Il più intricato problema legale di Google è probabilmente quello che riguarda la tutela dei dati personali. Potenzialmente, però, è molto importante anche il problema del potenziale abuso di posizione dominante: nei casi in cui Google dovesse abusare nella sua posizione dominante tra i motori di ricerca per conquistare in dumping altri mercati, l’Antitrust potrebbe essere interessata a indagare. Il problema del copyright, tanto caro agli editori, invece, non appare altrettanto importante: se le righe di testo che Google News potrà ripubblicare prendendole dagli articoli originali saranno due o tre, il mondo cambierà poco.

Quindi gli editori che si vogliono difendere dovrebbero stare più che altro attenti alla questione dell’abuso di posizione dominante. Che è un classico tema dei mercati innovativi, nei quali la tecnologia vincente tende a prendere una fetta larghissima del mercato che ha conquistato e induce nella tentazione dell’abuso, come è successo alla Microsoft con i browser.

Giua ha fatto notare che da questo punto di vista Google sta già facendo qualcosa: nella ricerca sui video, privilegia nettamente quelli che sono su YouTube rispetto agli altri.

Sta di fatto che gli editori non si salveranno senza innovare. E su questo non ci sono dubbi. Anche Giua ha ammesso che gli editori sono arrivati ad affrontare il mercato ipercompetitivo attuale con una mentalità antica e faticano ad adeguarsi. Ebbene: questo è il loro principale problema e la concorrenza di Google l’ha semplicemente reso evidente. Gli editori devono darsi una mossa. In fretta.

Vedi:
I dilemmi degli editori innovatori. L’innovazione necessaria agli editori è radicale. Molti tentano di gestire una fase di passaggio graduale al nuovo contesto del mercato editoriale. E forse è una strategia obbligata. Ma sta di fatto che la trasformazione del mercato e della tecnologia impone una visione di innovazione radicale. Ne scrive Clayton M. Christensen, importante teorico dell’innovazione radicale che insegna e fa ricerca a Harvard, in un articolo pubblicato con David Skok e James Allworth. Lo ha riportato Lsdi. E se n’è accennato in un paio di post precedenti, linkati sotto. (Continua…)

Vedi anche:
Giornalisti innovatori ed ecosistema
Publishing as a dating platform
Formule editoriali
Google in Francia

Trasparenza è opportunità. #Ijf13

Ernesto Belisario mostra come le regole sulla trasparenza dei dati della pubblica amministrazione stiano evolvendo in modo tale da favorire chi fa informazione ma con qualche confusione normativa. (vedi Sole e rapporto Diritto di sapere)

La trasparenza è opportunità. Da cogliere. Non è certo una soluzione ai problemi della relazione tra i cittadini e la pubblica amministrazione, di per se, ma è un grande generazione di possibili soluzioni. Sta aumentando la consapevolezza del diritto di conoscere come stanno le cose e si moltiplicano le iniziative di chi fa informazione, come si è visto al Festival del Giornalismo. Le difficoltà burocratiche non mancano. Come gli incredibili costi di chi si trova costretto a fare ricorsi contro le pubbliche amministrazioni inadempienti.

Un percorso però si è avviato. E sarà difficile interromperlo.

Cittadini reattivi. Messaggio da Castellanza. Zone industriali da bonificare

Rosy Battaglia ha avviato Cittadini reattivi per raccogliere informazioni sulle zone industriali da bonificare e diffondere la consapevolezza di uno dei temi più importanti della costruzione di un ambiente post-industriale sensato e vivibile. Se n’è parlato ieri a Perugia.

E subito sono arrivate le prime segnalazioni di cittadini che reagiscono e attivamente contribuiscono a diffondere per lo meno segnali da approfondire. Come è il caso della popolazione preoccupata per l’insediamento di un inceneritore di rifiuti tossici farmaceutici tra Busto, Castellanza, Legnano e Olgiate Olona.

Assemblea popolare
Informazione online
Legnano News
Varese News

Il caso va segnalato di per se. E offre spunti di riflessione. Per prendere coscienza dell’ampiezza ecosistemica del tema dell’innovazione nell’informazione.

1. I cittadini che rifiutano un insediamento che considerano pericoloso hanno tutte le ragioni di riunirsi, protestare, far sapere le proprie posizioni. E quindi il sistema dell’informazione si attrezza per la partecipazione dei cittadini alla circolazione dell’informazione.
2. L’informazione deve circolare sulle loro attività. Ma deve andare anche a fondo sulla reale nocività del progetto. La trasparenza dell’informazione in questo caso è un diritto. Ed è un dovere cercare di arrivare a informazioni accurate, legali, indipendenti e complete, per costruire un terreno comune sul quale la popolazione e le amministrazioni possono scegliere consapevolmente (i traffici riservati tra amministratori, proprietari terrieri, addetti all’assegnazione di permessi, ecc ecc, non sono il modo giusto per togliere di mezzo i sospetti e tranquillizzare la popolazione).
3. La ricerca deve trovare una strada per ridurre al minimo i rifiuti tossici farmaceutici modificando il design e il processo produttivo industriale dei farmaci. Su questo l’informazione deve cercare, interrogare, trovare ogni possibile soluzione sperimentata. È informazione di mutuo soccorso: fare tesoro dell’esperienza ovunque sia generata per migliorare i processi. Perché alla fine il tema ecologico si risolverà riducendo i rifiuti, gli sprechi, i materiali di risulta non utilizzati nella produzione, almeno tanto quanto si risolverà cercando fonti di energia rinnovabili.

La strada del rinnovamento dell’informazione è lunga. Impegnativa. E molto importante.