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Angelo Agostini

Era un maestro. Di quelli che restano come un punto di riferimento per tutta la vita. Generazioni di giornalisti, a Bologna, a Lugano, a Milano, hanno compiuto con Angelo Agostini i primi passi sulla loro strada. I suoi ragazzi lo sapevano: fino a che non vedeva che i suoi studenti si erano avviati a cogliere qualche opportunità, anche finito il corso non li lasciava soli. Sapeva far sentire la mano forte dell’esperienza e la gentilezza umile della solidarietà umana. Incoraggiava – burbero sognatore – i ragazzi e le ragazze che si sentivano attratte da questa professione maledetta. Insegnava con l’esempio e le parole che la durezza di quella carriera aveva senso solo se affrontata sulla scorta di un’insensata rettitudine.

Era un innovatore. Si affacciava con l’entusiasmo di uno dei suoi giovani allievi a ogni finestra sul futuro del giornalismo. Aveva scoperto l’html e il web nel 1995 animando fin dall’inizio Reporters Online. Aveva esplorato come un ricercatore l’evoluzione della professione. Aveva dedicato la sua combattiva direzione di Problemi dell’Informazione alla ricerca delle conseguenze della grande trasformazione che coinvolge il giornalismo, come ogni altra attività della generazione di conoscenza. Aveva contribuito al successo del Festival del Giornalismo di Perugia con la sua visione e partecipazione costante. Dimostrando che il giornalismo può adattarsi al cambiamento solo se approfondisce la fedeltà a ciò che non cambia nella qualità dell’informazione. E con Ahref aveva lavorato alla diffusione di quel metodo di ricerca tra i cittadini, partecipando alla fondazione dei media civici.

Era un amico. Ne ero orgoglioso.

News, editoria: una nascente industria sostenibile

Nella produzione di notizie ci sono alcuni argomenti imprescindibili:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico

La scommessa fondamentale è che di notizie c’è sempre più bisogno e quindi c’è un’industria in crescita, potenzialmente, da qualche parte. Ma va pensata. E può diventare il luogo economico nel quale si sviluppano anche le competenze acquisite dalla vecchia editoria.

La ricerca condotta e comunicata via Twitter da Marc Andreessen ha riacceso l’attenzione. Questi alcuni link per averne una veloce visione:

The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place
Marc Andreessen on the future of the news business
Marc Andreessen talks about the evolution of the news business and why he is optimistic
Marc Andreessen: The ‘problem with local news is most people don’t care’
Marc Andreessen Thinks the News Business Is About to Grow Tenfold
Il valore dei media digitali in discesa e la ricerca dei business model
Marc Andreessen’s 8 business models for journalism

Il dibattito sull’industria dell’informazione, quello che un tempo si chiamava il settore dell’editoria giornalistica, avanza e si sviluppa su diverse direttrici che riguardano la tecnologia, la partecipazione dei lettori attivi alla produzione di informazione, la dimensione social, la pubblicità, le forme di finanziamento alternative. Le scuole di pensiero sono molte e i punti di riferimento comuni ancora da sviluppare: una parte del mondo pensa con le categorie del secolo scorso (vendita di contenuti e pubblicità tabellare), una parte del mondo pensa con le categorie della tecnologia, una parte del mondo pensa a cercare i soldi in ogni modo possibile, con molto pragmatismo e una certa propensione a lasciar perdere il lato strategico.

Il cambiamento strutturale è talmente profondo, però, che non possiamo che partire da lì per fare ordine. Sapendo che l’unica certezza è che assistiamo a una fioritura di modelli diversi, alla necessità di conoscere la tecnologia e lavorarci con precisione, alla riemersione dei valori fondamentali della generazione di informazione per un certo tempo sommerse dalla quantità di soldi che l’editoria tradizionale riusciva a fare con la pubblicità.

I punti di riferimento:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
- nel mondo precedente la risorsa scarsa era lo spazio sul quale pubblicare: era governato dagli editori; oggi le risorse scarse sono il tempo, l’attenzione, la capacità di riconoscere rilevanza nelle informazioni: sono governate dal pubblico.
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
- la dinamica trasformativa attivata da internet è ancora in ebollizione; il successo di molte iniziative nate cogliendo le opportunità offerte dalla rete è tale da aver spostato gli equilibri in tutta l’industria; ogni nuova strategia non può prescindere dalla conoscenza delle tecniche e delle tecnologie che servono il traffico, alimentano l’innovazione del linguaggio, consentono di studiare il rapporto tra interfaccia e risultato comunicativo, e così via; conoscere la tecnologia non significa solo saperla usare, significa saperla innovare
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico
- il valore che le iniziative editoriali possono sviluppare, conoscendo a fondo la tecnologia per innovare, è ricostruire le dinamiche della rilevanza in un’ottica consapevole del fatto che si serve un pubblico enormemente più potente, che può scegliere e che possiede le risorse scarse fondamentali; la riflessione è sulla costruzione di contesti di senso, di velocità di servizio, di partecipazione di ciascuno come attore e fruitore del sistema dell’informazione.

In questo contesto gli otto modelli di business emergenti proposti da Andreessen possono essere discussi:
1. Giornalismo di qualità pensato per pubblicità di qualità
2. Conquistare la voglia dei lettori ad abbonarsi e a pagare per prodotti di valore
3. Contenuti premium, che valga la pena di acquistare («Ancora: valore = $»)
4. Puntare su conferenze ed eventi dal vivo
5. Investire su più canali
6. Pensare al crowdfunding («Enorme opportunità per il giornalismo imvestigativo»)
7. Offrire la possibilità di pagare in Bitcoin per micropagamenti
8. Tenere d’occhio la tendenza alla filantropia (sulla scorta di ProPublica e FirstLookMedia di Omidyar)

In sintesi tre filoni di sviluppo sui modelli di business:
- contesti che valorizzano l’informazione in modo tale da non subire la disintermediazione da piattaforme puramente tecnologiche
- riconnessione tra esperienza di accesso all’informazione digitale e approfondimento in un contesto fisico per il quale si paga il biglietto
- rapporto tra ricerca di informazione e valore dell’informazione come bene comune

La fioritura di esperienze è destinata a scompaginare il sistema con il quale classifichiamo l’informazione e l’industria editoriale. I contesti di senso possono essere diversi, alti e bassi, internazionali e locali, settoriali e generalisti. In ogni contesto di senso si vince con interfaccia, tecnologia e sensibilità per il rapporto autori-fruitori. La rete e gli spazi fisici si stanno fondendo e può facilitare la definizione di contesti che motivano al pagamento. La qualità dell’informazione non dipende da chi la fa ma dal metodo che adotta per farla.

La nottata è stata drammatica. L’alba di un nuovo giornalismo è in corso. La luce si va diffondendo. Ma sarà una lunga giornata… L’ecologia dei media, dall’informazione all’attenzione, si deve occupare di una bonifica complicata. E una nuova concezione di sostenibilità.

The Intercept: un giornale nato per raccontare l’archivio Snowden

Nasce un giornale per raccontare l’evoluzione della storia delle intercettazioni di massa della Nsa che sono venute fuori per opera di Edward Snowden. Che scava e verifica le notizie che sono contenute nell’archivio Snowden e ancora non sono venute fuori. E che evolverà a sua volta in un giornale che parla di sorveglianza, sicurezza, privacy e così via. Si chiama The Intercept.

NòvaAJ – Cose da ricordare

Oggi è cominciata NòvaAJ. L’app si scarica sullo smartphone da App Store e Google Play. E fa scoprire più Nòva di quanta ce ne stia sulle pagine di carta. Dobbiamo imparare a usare la tecnologia del giornale aumentato per dare informazioni più complete, importanti, più adatte a interpretare la dinamica dell’innovazione. Oggi è un giorno da ricordare. Sia per quello che impareremo dall’esperienza. Sia per quello che abbiamo imparato. Tra le molte cose da ricordare, eccone sette:

1. Marco Zamperini sapeva contagiare di energia costruttiva chi gli stava intorno. La sua carica ha accompagnato i primi passi del nostro progetto: ed è qui con noi. Il nuovo inizio di Nòva è per lui.
2. Giorgio Donghi è un professionista del design digitale giovanissimo, di grande bravura, impegno, simpatia. È un piacere lavorare con lui. La sua gioia è la nostra speranza.
3. Nòva AJ non è pronta per Windows. Né per Blackberry. Questo è un cruccio. Intanto sappiamo che arriverà presto nella versione tablet. Ma non basterà. Pensare anche a chi non la può usare è un dovere. E impone di fare qualcosa.
4. Scrivere un giornale aumentato non è tecnologia. È comunque fare informazione. E l’informazione non va giudicata per gli effetti speciali. Ma senza cultura tecnologica un giornale non evolve.
5. Nòva ha senso se ha senso per chi l’adotta. Nòva è le storie degli innovatori che racconta. E impara con loro.
6. Nel numero di oggi, manca un pezzo che ci sarebbe dovuto essere. Lo avrebbe firmato Luca Dello Iacovo.
7. La comunità dalla quale Nòva emerge è un’umanità complessa: speriamo che oggi sia un po’ meglio collegata. Lavorare insieme per realizzare un progetto che ha senso è una forma di felicità.

Vedi anche:
Dicevamo di Nòva Nòva
Nòva Nòva… Cambio di passo
Nòva Nòva da progettare…

Dicevamo di Nòva Nòva… domenica il “giornale aumentato”

Gli editori devono riappropriarsi della conoscenza sulle dinamiche innovative della tecnologia. Non perché da quella emerga il loro futuro di business. Ma perché senza di quella non c’è futuro.

Gli editori attuali nascono dall’unione di due elementi: il controllo della tecnologia della stampa e il controllo del diritto d’autore per governare la relazione tra gli autori e il pubblico. L’innesto della pubblicità ha fatto il resto. Ma ora la tecnologia è sfuggita clamorosamente dal loro controllo. Il diritto d’autore è meno difeso. E la pubblicità va dove è più conveniente.

Per cambiare le cose occorre conoscere la tecnologia, riconfigurare la relazione con gli autori e il pubblico (che non sono più così nettamente distinguibili), costruire nuovi modelli di business.

La novità che Nòva introduce domenica nel suo servizio è tecnologica, anche se tentiamo di interpretarla con un design adatto al tema dell’inserto e cogliendo l’occasione per tornare ad allargare la portata dell’informazione che possiamo fornire superando i vincoli dello spazio sulla carta. L’applicazione della tecnologia della realtà aumentata sviluppata da Seac02 al servizio di Nòva con una app dedicata e con l’aiuto di NTT Data è anche un passo nella direzione di alimentare la cultura delle dinamiche tecnologiche nell’ambito di un gruppo editoriale che è già partito con slancio verso il digitale, ma che deve anche dotarsi degli strumenti per sperimentare e dunque comprendere. Speriamo che l’esperimento funzioni. Di certo, però, ci farà imparare.

Vedi anche:
Nòva Nòva… Cambio di passo
Nòva Nòva da progettare…

Nòva Nòva… Cambio di passo

Come qualcuno ricorderà, qualche mese fa è partita la riprogettazione di Nòva. Se n’è parlato in un post arricchito dalle idee di uno straordinario insieme di commentatori. Tutte quelle idee sono entrate nel progetto e hanno guidato il lavoro di realizzazione. L’innovazione di Nòva sarà progressiva. E domenica prossima se ne vedranno i primi segni. Sperando che tutto funzioni: ma nell’innovazione qualche errore serve a imparare. I commentatori, spero, interverranno, con critiche e consigli.

Data Journalism Slideshow

Guido Romeo ha tenuto la sua lezione alla Data Journalism School organizzata con Istat e Ahref. Ecco le slide, via Fabio Malagnino e Futurize. Imparare a fare data journalism sta diventando un desiderio diffuso. E una grande opportunità per chi fa informazione. Ma soprattutto per il pubblico. I dati sono cresciuti enormemente: e possono raccontare storie straordinarie a chi li apprezza.

Falso pigro

Falso pigro. Da un certo punto di vista è come “falso magro”, cioè apparentemente pigro e invece attivissimo. Ma è anche una qualità del “falso”, una sua caratteristica che lo salva dall’attività di verifica che lo smaschererebbe.

Questa settimana l’Economist ha pubblicato una survey sulla pigrizia degli scienziati di fronte al compito di verificare-falsificare le ipotesi altrui. L’articolo non si limita a mettere in bella mostra la crisi dell’idea di “priming”. In realtà, fa notare che le probabilità che la pratica scientifica per come è attualmente organizzata sbagli nel valutare le ipotesi sono più alte di quanto si vorrebbe credere. L’articolo è da leggere assolutamente. Anche se è piuttosto imbarazzante. Il difetto dell’articolo ė forse che si concentra più sulla statistica probabilistica che su una sorta di censimento degli errori: ma proprio la buona statistica che lo sostanzia impone di indagare a fondo le sue apparenti conclusioni. Il falso nella scienza è uno strumento che fa avanzare la conoscenza tanto quanto il vero. Ma a quanto pare gli scienziati sono troppo impegnati ad affermare quello che ritengono vero per dedicare tempo a verificare quello che gli altri scienziati ritengono vero.

Un recente numero di Aut Aut, il 395, è pubblicato a cura di Damiano Cantone e si intitola “La potenza del falso”. Pierangelo Di Vittorio accompagna nelle falsificazioni sistemiche proprie della mediasfera per come si è configurata. Un percorso tra ipnosi, reality, crisi della democrazia, sonnambulismo di massa: in cerca di un’analogia tra il discorso mediatico e la crisi delle condizioni del sapere. Che in effetti accanto al pezzo dell’Economist costituisce un generatore di preoccupazione non da poco.

Si direbbe che la democrazia del futuro sia destinata ad emergere da uno svelamento, più che dal reclutamento di nuovi rappresentanti politici. Una rivoluzione copernicana deve precedere una rivoluzione politica. Il che avviene mentre si svolge la rivoluzione post-industriale dell’informazione. E il pezzo di Telmo Pievani nello stesso numero di Aut Aut, indica una emergente consapevolezza: la natura è densa di falsi, molte specie sono evolute sviluppando tecniche dell’inganno, e l’uomo non è da meno, sicché non è né la “scimmia assassina” né la “scimmia empatica” ma una specie apparentemente tanto contraddittoria da avere sviluppato addirittura l’autoinganno. Non vale dunque l’idea di uomo a una dimensione che sottendeva le grandi narrazioni ottocentesche che hanno governato la democrazia del Novecento neppure nelle loro forme più nobili: liberismo e socialismo. Una nuova antropologia sembra emergere dalla fusione della specie umana nella storia dell’evoluzione naturale, abbattendo la consolante convinzione dell’eccezione umana, sia in senso “buonista” che in senso “cattivista”.

Ps. Nassim Taleb è indignato contro Rolf Dobelli che accusa di plagio seriale ai suoi danni. Le frasi di Dobelli non sono false, ma falsamente attribuite dall’autore a sé stesso. Copiare non è una pratica che esiste solo in rete. È tipica di ogni contesto intellettuale, élitario e pop. Il falso che ne deriva è genealogico, non necessariamente sostanziale. Ed è un fenomeno che innervosisce gli autori defraudati della paternità delle idee anche se concorre a diffondere le stesse idee. L’intelligenza di Taleb lo ha condotto a scegliere di usare l’episodio per fare sapere nuove cose, intorno a Dobelli, piuttosto che per chiamare un avvocato. Non ha combattuto il falso frontalmente ma facendo circolare una nuova informazione. Ha agito come dovrebbero fare gli scienziati che per pigrizia limitano gli sforzi dedicati alla falsificazione, sapendo che la conoscenza aumenta anche falsificando per esempio l’attribuzione plagiaria della paternità delle idee. Lo ha fatto senza dimenticare di sottolineare che “we know a lot more what is wrong than what is right” e che “[We] prefer to have the wrong map (…) to no map at all”. Una nuova conoscenza che sappia fare i conti col falso come fonte di conoscenza e non si limiti a desiderare di poter credere alla verità più consolante o aggregante è una premessa di una pratica civica orientata alla costruzione di una convivenza pacifica democraticamente matura. Il factchecking civico è un seme che va in questa direzione, forse. Il falso non si vince con la pigrizia.

Informazioni digitali, economia analogica

Martin Hilbert di Annenberg ha calcolato quanta informazione viene registrata in formato digitale e quanta in analogico. Il suo studio offre un’immagine palpabile della trasformazione avvenuta nel corso dei primi dieci anni del nuovo millennio. Nel 2000 il 75% dell’informazione era immagazzinata in formato analogico. Nel 2013 questa percentuale è crollata al 2%. (È citato da Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier in Big Data, libro di imminente pubblicazione per Garzanti).

Dal punto di vista economico, peraltro, la quota di fatturato delle informazioni vendute in modo analogico è ancora superiore alla quota di fatturato delle informazioni in digitale secondo l’Economist (i dati di base non sono gli stessi ma l’idea di fondo è abbastanza chiara).

Washington Trust

Una chiosa sulla lettera di Jeff Bezos sulla sua decisione di acquistare la Washington Post.

A un certo punto dice:

The values of The Post do not need changing. The paper’s duty will remain to its readers and not to the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it leads, and we’ll work hard not to make mistakes. When we do, we will own up to them quickly and completely.

E’ un passaggio che a mente fredda fa pensare a come si ascoltano e si interpretano frasi del genere in diversi contesti.

Fosse successo in Italia, per esempio, forse l’ascolto di una frase del genere verrebbe ammorbato di cinismo. E probabilmente non senza motivo.

Sicché perderemmo la bellezza e l’eleganza di una affermazione fondamentale sui valori del giornalismo, l’ingenuità di ritenerli possibili, la speranza di poterli affermare e sviluppare. Senza questi momenti in cui si ha fiducia, non si può innovare ciò che va innovato e distinguerlo da ciò che deve restare.

E’ bello sapere però che da qualche parte nel mondo anche un miliardario può scrivere una frase del genere ed essere ritenuto innocente fino alla prova del contrario. Sapendo che quando dovesse arrivare, quella prova del contrario, la fiducia in lui sarebbe irrimediabilmente compromessa. Sapendo dunque che lui, proprio lui, si prende una responsabilità: e rischia i suoi soldi, la sua credibilità, la sua reputazione. Nessuno, in America, è tanto sciocco da non vedere il rischio che Bezos si prende su tutta la linea. Ma molti, almeno all’inizio, gli offrono un giudizio aperto perché possa avere una chance di successo.

Numeri per sentito dire

Ho registrato alcune suggestive statistiche che mi sono arrivate da persone autorevoli e che stimo, ma proprio perché riportate a voce velocemente non hanno una fonte. Quindi se per caso ci fosse qualche commentatore disposto ad aiutarmi a verificarle, sarei molto contento e grato.

Ecco queste statistiche senza numeri e in cerca di verifica.

Gli italiani vendono più mobili all’Ikea di quanti ne comprino dall’Ikea.

I biglietti del Louvre venduti a italiani costituiscono un fatturato più grande di tutto il fatturato di tutti i musei italiani.

Il Moma di New York ha più visitatori di tutti i musei italiani messi insieme.

L’Eataly di New York ha più visitatori del Moma.

Ripeto: le persone che mi hanno detto queste cose sono affidabili. Chissà se qualcuno conosce i numeri esatti e le fonti di queste suggestive informazioni..

Nòva Nòva. Da progettare…

Il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, ha deciso di investire sul tema dell’innovazione. E mi ha chiesto di tornare a occuparmi di Nòva.

Una riflessione è necessaria. Nòva è una possibilità preziosa per gli innovatori italiani che vogliono condividere informazioni, leggere quello che fanno gli altri, coltivare una visione.

Nòva deve superare i limiti nei quali la costringe la crisi dei giornali tradizionali. E non può che farlo innovando.

Questo è il momento per pensarci insieme. E fare un progetto che valga la pena di essere portato avanti con entusiasmo. Forse qualcuno vorrà usare questo spazio per lanciare i suoi suggerimenti: gliene sarò molto grato.

ALLA FACCIA DELL’FBI. Facebook e face recognition a 60 minutes

Un video di 60 minutes parla di riconoscimento facciale. È stato pubblicato il 19 maggio scorso. Quasi un mese prima dello scoop di Guardian e Washington Post sulla storia dei servizi americani che spiano i server di Facebook, Google, Apple, Microsoft e altre piattaforme giganti. Il video dice che la difficoltà del riconoscimento facciale è avere un database abbastanza ampio di facce per poterle mettere a confronto con le immagini delle persone che si vogliono riconoscere. Al decimo minuto, il video mostra un’intervista con un funzionario dell’Fbi. E vale la pena di guardarla.

In sostanza, il funzionario dell’Fbi dice che il loro riconoscimento facciale è limitato al database delle persone che hanno una storia giudiziaria. L’intervistatrice chiede se l’Fbi non potrebbe prendere le immagini pubblicate volontariamente dai cittadini su Facebook e Linkedin. E il funzionario risponde che anche se non è vietato, senza autorizzazione l’Fbi non lo fa: “avremmo una fila di avvocati fuori dalla porta”. Deve essere per forza una coincidenza. Ma che strana coincidenza. Per una faccenda così piena di segreti.

Vedi
Economics of privacy, raccolta curata da Alessandro Acquisti
Qualified trust

Vedi anche
Cyberspie, giornalismo, psicoterapia
Big Data uguale Big Nsa

Link. Letture domenicali. Cyberspie, giornalismo, psicoterapia

Zdnet smonta la storia pubblicata da Washington Post sui servizi di sicurezza americani segnalando che dalla prima versione si è molto addolcita. La storia non allude più alla consapevole collaborazione delle grandi piattaforme alle indagini dei servizi ma per la verità non appare meno inquietante dal punto di vista dei cittadini. Perché resta l’impressione che un’eccessiva concentrazione del traffico e delle attività internettiane su poche piattaforme faciliti gli abusi.

Wall Street Journal peraltro sostiene che la prossima guerra cui la Nato dobrebbe prepararsi è una cyberguerra. Il tema è sempre più attuale. Ma non va affrontato senza la consapevolezza di come l’intreccio di confronti tecnologici tra stati, organizzazioni informali e criminali coinvolga in modo complicato e pericoloso i diritti dei cittadini. Ne parla Nazli Choucri in un libro survey.

Giuliano Castigliego, psicoterapeuta, analizza le pulsioni che sottendono molti dibattiti sulla qualità umana di ciò che avviene in rete. La paura che il web sembra sollecitare nei critici superficiali dei social network, come la tensione fideistica di chi vede nel web un automatismo liberatorio, meritano un trattamento competente dal punto di vista psicologico.

Come siamo finiti in un labirinto nel quale si perdono i fatti

Il libro di Ferdinando Giugliano e John Lloyd sull’”opinionismo” all’italiana denuncia il contributo del giornalismo schierato al blocco della cultura politica e civica del paese. In effetti, una società che non sappia come stanno le cose non può decidere e agire in base a una visione comune. E tende a coltivare una litigiosità paralizzante.

Ma dove abbiamo perso la strada? Viene in mente che all’avvento della repubblica, in Italia è mancato un momento catartico come il processo di Norimberga. Per cui non abbiamo fatto i conti con il fascismo e i suoi crimini. Vengono in mente le conseguenze della guerra Fredda per l’Italia, percorsa da forze estranee alla nostra vita civile. Vengono in mente la corruzione, il familismo amorale, gli accordi sottobanco tra i partiti, la mafia…

Tutti fenomeni che hanno abituato gli italiani a pensare che i fatti erano sempre una sorta di verità apparente, mentre “dietro” c’era altro.

Tangentopoli è stata un grande momento catartico che ha unificato la popolazione, ma è stato distrutto nel tempo dalla propaganda che ha tentato – riuscendoci – di trasformare quei fatti giudiziari nelle opinioni di alcuni esponenti della magistratura. Anche la prima fase del governo Monti ha dato l’idea che si potesse sapere qualcosa sullo stato delle cose – finanziarie – italiane e decidere di conseguenza; ma poi la “verità” dell’economia italiana è stata trascinata nuovamente nell’ideologia populista.

Se le indagini della magistratura non sono fatti ma opinioni, se i dati dell’economia non sono fatti ma opinioni, se ogni passaggio della recente storia d’Italia è considerato apparenza interessata e non realtà fattuale, se tutto quello che sappiamo è un minestrone di disattenzione, disinformazione, dietrologia, la prospettiva comune si disperde in una società che non si sente cittadinanza.

Gli italiani hanno bisogno di sapere come stanno le cose. Un giornalismo fattuale, non programmaticamente “opinionato”, sarebbe un passaggio fondamentale per il benessere del paese. Per potere andare avanti, ammettendo che la nostra storia non è stata certo perfetta ma cominciando a costruirne una nuova.

La distanza della popolazione dal ceto politico è la distanza tra i fatti percepiti e le opinioni gridate o suggerite.

I media civici sono una leva per coinvolgere persone orientate alla ricerca dei fatti secondo una metodologia standard che consenta di costruire un consenso intorno a ciò che sappiamo su come stanno le cose.