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Che tempo farà? Informazione di regime alberghiero

Il presidente del Veneto, Luca Zaia, è tornato sul tema dell’imprecisione delle previsioni del tempo. E a quanto pare addirittura le vuole oscurare.

Dice che se le previsioni dicono che ci sarà brutto tempo e poi c’è invece bello i turisti disdicono e l’economia turistica ci perde.

Zaia ha ragione quando chiede che vengano pubblicate anche le probabilità delle previsioni meteorologiche. Per il resto si mette in un labirinto logico e politico inestricabile. Vediamo:

1. Se gli albergatori sono rimborsati se le previsioni sbagliano, dovrebbero essere rimborsati anche i turisti quando trovano cattivo tempo in una regione che ha impedito loro di conoscere le previsioni

2. Se le previsioni sono opinioni probabilistiche, andrebbero oscurate anche le previsioni dello stesso tenore che riguardano l’economia, la finanza, le elezioni: tutte discipline che possono sbagliare e che se lo fanno generano gravi danni economici

3. Se la politica decide che cosa devono e possono dire gli organi di informazione la strada della libertà viene definitivamente bloccata con grave danno alla costituzione e alla repubblica: il rimborso in questo caso andrebbe ai cittadini, dopo l’eventuale rivoluzione (non violenta si spera)…

Meglio che proporre di bloccare il meteo sarebbe invitare gli albergatori (,come dovrebbero fare i contadini) ad assicurarsi sul tempo. E incentivare le città per essere molto attraenti anche in caso di pioggia.

La scuola può essere cambiata

In Italia, 9 milioni di persone vanno a scuola ogni giorno. E’ una parte enorme della società. Con il suo funzionamento influenza in modo diretto le vite di milioni di famiglie. In modo indiretto influenza milioni di imprese, enti pubblici, organizzazioni non profit. E’ collegata al successo potenziale del sistema dell’informazione, dell’università, della ricerca. Quindi è un sistema fondamentale per lo sviluppo e la democrazia. Ma non riesce a influenzare l’agenda del paese. Non abbastanza, non in proporzione alla sua importanza.

Gli interessi che la mantengono in questo limbo, in questa condizione sottotraccia, sono importanti: quanto il Muro di Gomma che separa l’Italia dal suo futuro. Quando cadrà quel Muro, che ha fatto e fa ogni giorno milioni di vittime, ne dovremo conservare dei pezzettini al museo. Ma sarà una grande festa di liberazione.

Può darsi che l’antico regime dell’economia che ruota intorno alla scuola abbia anche una responsabilità nel mancato cambiamento. Meglio tenere quel – circa – miliardo di euro di fatturato per l’editoria il più difeso possibile. Meglio tenere i fornitori – dalle mense ai servizi di pulizia e alle aziende dell’edilizia scolastica – in condizione di continuare a lavorare senza problemi. Meglio lasciare che gli insegnanti che non hanno tanta voglia di lavorare o i presidi che non hanno tanta voglia di prendersi dei rischi possano continuare nel loro tran tran.

Ma il fatto è che tutto questo non regge più. Non è adeguato alla società che si sta sviluppando attorno a noi. I ragazzi parlano con strumenti digitali. La formazione è continua per tutta la vita. Il senso civico è diventato una questione di vita o di morte per il sistema-paese.

E proprio perché sono consapevoli di tutto questo, migliaia di insegnanti si danno da fare per innovare. Quando la scuola non li segue, si arrangiano a innovare con mezzi di fortuna, peraltro spesso molto efficaci. E certamente i loro studenti sono i più fortunati. A loro volta migliaia di studenti chiedono innovazione e, con le loro famiglie, se non trovano corrispondenza a scuola, si arrangiano a trovare altrove soddisfazione alle esigenze emergenti di cultura, esperienza e formazione. E persino molte aziende danno una mano.

Dal centro ministeriale, ci vuole una mentalità non centralistica per risolvere il problema: non sarà un nuovo programma scolastico a risolvere. Sarà la liberazione e la valorizzazione delle esperienze migliori. Per questo ci vuole decisionismo: dichiarare che il Muro di Gomma, almeno nella scuola, si abbatte. Subito. Non si può negare che il ministero ancora in carica per gli affari correnti abbia dimostrato comprensione per questo approccio, anche se ha potuto fare solo un inizio del lavoro necessario.

Anche per questo, il convegno di venerdì a Bergamo è importante (via Marco Zamperini; vedi anche ImparaDigitale).

Mentre le istituzioni, fondamentali, prendono consapevolezza di tutto questo, insegnanti e studenti già consapevoli che vogliono innovare lo fanno. Dovrebbero documentare di più quello che fanno, in modo strutturato come si fa nella ricerca, con i risultati attesi e ottenuti, in una logica di informazione di mutuo soccorso. Il cambiamento ne risulterebbe razionalizzato, gli errori minimizzati, le probabilità di riuscita aumentati, i migliori casi valorizzati.

Link da non perdere:
Libri digitali, Profumo convince gli editori (Repubblica 26 marzo)
La filiera del libro e della carta contro il decreto Profumo (Aie 3 aprile)

Vedi anche:
I dati per migliorare la scuola
Ricerca Talis e le opinioni degli insegnanti
Scuola generatore di futuro
L’ampiezza del tema della scuola digitale
Scuola. La grande trasformazione

Un blog per l’information design. Cartesiani.it

E’ partito un blog dedicato all’information design. Si chiama Cartesiani.it. In bocca al lupo.

Storie di giornalisti minacciati. In Italia

«L’Italia è uno stato democratico e come tale garantisce i diritti umani fondamentali. Tra questi la libertà di informazione. Ma quanto si può definire libera l’informazione in un Paese dove praticamente ogni giorno un giornalista viene minacciato perché prova a fare il suo lavoro? Dove affonda le radici un dato così allarmante, e quali sono le sue dimensioni effettive? In Italia esiste senza dubbio il pluralismo dell’informazione, ma la sua libertà è davvero garantita?

Molti dei 324 giornalisti minacciati nel solo 2012 sono giovani, precari, forzatamente indipendenti. Un sistema che non è in grado di tutelare professionalmente i giornalisti non può certo tutelarne l’incolumità, a fronte di intimidazioni usate anche come strumento di censura preventiva.»

La ricerca è intitolata “Ma chi me lo fa fare?“. È stata realizzata da Andrea Fama, Jacopo Ottaviani, Isacco Chiaf, in collaborazione con Ossigeno. Ha ottenuto un sostegno economico attraverso il contest “Inchiesta multimediale ad alto impatto civico” della Fondazione Ahref. Ha avuto il patrocinio di Ordine dei Giornalisti e Fnsi. Vedi Lsdi.

Giornali aumentati in Giappone (e in Italia)

Una app, chiamata AR News, consente di inquadrare con la fotocamera del cellulare una parte del giornale Tokyo Shimbun e vedere sullo schermo informazioni aggiuntive in uno stile adatto a interessare i bambini (Springwise).

In Italia esiste Minerva che consente di aggiungere contenuti ai giornali per vederli sul telefonino.

Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo

Philippe Kourilsky scrive Il tempo dell’altruismo, dopo il fortunato Manifesto dell’altruismo (entrambi editi da Codice, 2012 e 2013). L’immunologo e genetista francese sta progressivamente esportando il metodo di lavoro tipico della sua materia verso temi sociali. La contaminazione, la viralità, la connessione, sono temi che valorizzano la sua esperienza nell’immunologia. La pubblicazione dei risultati, il confronto empirico delle idee con la verifica dei fatti, la comparazione delle esperienze, sono elementi metodologici che valorizzano la sua esperienza dell’epistemologia scientifica. L’applicazione di queste questioni alla lotta alla povertà lo ha condotto a fondare Facts Report. L’ispirazione scientifica per migliorare le azioni umane. Il libro dimostra come la dimensione individuale e quella sociale non siano separate: siamo contemporaneamente soggetti e reti di persone. L’altruismo è parte integrante di ogni comprensione che possiamo sviluppare della condizione umana.

Il discorso sul metodo è sempre più centrale nella relazione tra visione, verifica, trasmissione. Le piattaforme per lo scambio di informazioni hanno bisogno di questa riflessione. Verso la fondazione di media civici adatti alla nostra epoca.

La rivoluzione dei fatti documentati

Mario Tedeschini Lalli e Giuseppe Granieri hanno scambiato alcune battute dense di consapevolezza sul nuovo giornalismo toccando anche la questione che in breve potrebbe essere riassunta nella formula dell’oggettività del giornalismo.

Anche se probabilmente avevano posto l’accento su aspetti diversi della questione, Tedeschini Lalli e Granieri non erano su posizioni diametralmente opposte. Si può essere certi che il modo di raccontare le storie giornalistiche, a partire da un punto di vista, è decisivo per il loro successo. È altrettanto certo che se quelle storie sono documentate hanno un senso giornalistico altrimenti no.

La questione insomma è che, per i giornalisti del passato e del futuro, ha senso coltivare un punto di vista sui fatti documentati e non sulla fuffa. Quindi entrambi gli aspetti sono importanti.

Il tema è l’accentuazione dell’uno o dell’altro aspetto. Non si può davvero dire che manchino i giornalisti che esprimono il loro punto di vista. E, nonostante tutto, non mancano i giornalisti che cercano e documentano i fatti. Ma in prospettiva di quale mestiere ci sarà più bisogno?

Da una parte, i fatti documentati che giungono all’attenzione del pubblico anche direttamente dalle fonti tendono ad aumentare. Ma è anche vero che aumentano i fatti maldocumentati che giungono all’attenzione del pubblico. I cittadini che contribuiscono con il loro senso critico per aiutare gli altri a indentificare e isolare le bufale ci sono e funzionano bene. Ma occorre che sia mantenuta viva la cultura del rispetto delle fonti e della critica della qualità della documentazione. E questo è un valore che può essere portato avanti con il supporto potenzialmente utile dei professionisti.

Da un’altra parte, in futuro i soldi per finanziare ricerca di informazione nei giornali potrebbero scarseggiare e quindi potrebbero relativamente aumentare le pratiche giornalistiche che si limitano a esprimere punti di vista. Si rischia di avere giornalisti che fanno solo da aggregatori, curatori, di informazioni trovate da altri e documentate da altri, con l’aggiunta di un punto di vista.

Sono tendenze reali per le quali ci potranno essere aggiustamenti – per esempio col finanziamento non profit delle attività di inchiesta giornalistica, sulla scorta dell’esperienza di Propublica per esempio – ma probabilmente non grandi e repentine deviazioni.

Il servizio giornalistico sarà dunque più orientato a fare punto di vista. Ma se sarà soltanto così, finirà per sciogliersi nella rete che a sua volta non manca di generatori di punti di vista.

La tendenza da sostenere e che ha bisogno di attenzione è quella che spinge verso la ricostruzione di un’idea dell’informazione come bene pubblico, strategica per ricostruire un terreno culturale che unisca le persone che vivono insieme in un piccolo o grande territorio: e questo terreno comune si appoggia sulla conoscenza dei fatti documentati con un metodo che conquisti fiducia e consenso. È un dovere di cittadini che rigenera lo spazio del lavoro professionale di chi fa ricerca sull’informazione. Un paese si cambia sapendo com’è fatto. Gli innovatori che conoscono il paese possono applicare su questo i loro punti di vista.

Riprogettazione della statistica

Quello che facciamo, decidiamo, speriamo, dipende da quello che sappiamo su come stanno le cose. E una delle fonti più importanti e la statistica. È tempo di cambiarla. Per cambiare noi stessi.

Il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha aperto la Giornata della statistica con un discorso visionario che descrive una vera e propria rifondazione – necessaria e possibile – della disciplina che si occupa della raccolta e della comprensione dei dati. La sua forza è la consapevolezza della centralità del senso della statistica per la società, che gli consente di dare al tecnicismo il suo giusto posto senza chiudercisi dentro.

La fenomenologia dei “big data”, le nuove tecnologie generatrici di dati, le nuove tecniche di visualizzazione stanno cambiando il ruolo della statistica. E solo la consapevolezza – testimoniata da Giovannini – della relazione tra statistica e comprensione della vita della società può guidare la trasformazione.

La riforma delle strutture della contabilità nazionale che tende a riqualificare la ricerca della felicità al posto della banale concentrazione sul conteggio del Pil è uno dei contributi di Giovannini. Dimostra l’ampiezza di una visione che e necessaria per aprire la statistica al futuro e per trovare l’energia che serve a condurla a servire il bisogno di prospettiva che la popolazione dimostra ogni giorno. Le decisioni che le persone prendono discendono da ciò che sanno su come stanno le cose e dai quadri interpretativi impliciti nelle strutture della produzione di informazione e dunque anche della statistica.

È possibile, dice Giovannini, che delle strutture statistiche sbagliate od obsolete conducano gli stessi politici a prendere decisioni sbagliate. E lo stesso può avvenire agli operatori finanziari. La responsabilità degli statistici – come in generale di chi produce conoscenza e informazione – è enorme. E per dichiararla, dunque per assumersela – occorre coraggio.

Giovannini ce l’ha quel coraggio, perché sa – e dice – che la conoscenza statistica è “bene pubblico per eccellenza”.

I riflessi del lavoro di questa giornata si possono seguire online.

Da informazione locale a informazione territoriale

Un viaggio per l’Italia, tra Potenza, Rovigo e Genova è un piacere straordinario. Ma soprattutto fa emergere un punto di vista che andrebbe più profondamente preso in considerazione. La copertura degli eventi italiani organizzata solo dalla visuale romana e milanese distorce la realtà e sottovaluta i motivi di speranza. L’Italia non ha un vero centro, anche se ovviamente presenta alcune realtà più grandi. La sua struttura è fondamentalmente composta da una molteplicità di città che hanno una potenzialità di inflenza sulle vicende italiane da non sottovalutare. Potenza, Rovigo, Genova, come moltissimi altri centri italiani – da Cagliari a Trento, per esempio, da Venezia a Firenze, da Ravenna a Perugia, da Ancona a Bari, e così via – in modi e attraverso percorsi diversi, stanno sviluppando una consapevolezza delle loro opportunità e delle riforme che possono mettere in campo per la politica di sviluppo territoriale.

Questo chiarisce un punto. L’informazione locale, quella che si occupa della cronaca spicciola della comunità che vive in una città, sembra condannata a non uscire dai limiti di quella popolazione. Ma l’informazione territoriale è destinata a diventare esempio, ricerca di casi, punto di riferimento per altri territori. La globalizzazione è competizione tra i territori. Le politiche di sviluppo sono sempre più chiaramente centrate sui territori. Le comunità territoriali sono dotate di maggiore varietà di opzioni per tentare di alimentare l’energia delle loro popolazioni sulla via della ripresa.

Questo significa che un’informazione territoriale, diversamente da quanto si pensa dell’informazione locale, può ottenere, e anzi dovrebbe ottenere, un’attenzione nazionale importante. Tendiamo a guardare alle soluzioni straniere per ispirarci sulla via delle riforme: ma anche in alcune città e territori italiani si possono trovare esempi e casi da approfondire.

Anche per questo, le trasformazioni della mediasfera sono decisive.

Pubblicità sulla stampa: -17,7% nel 2012

Da Prima i dati Osservatorio FCP sulla pubblicità nei quotidiani e periodici di carta.

Il totale è diminuito del 17,7% nel 2012 rispetto al 2011. I quotidiani hanno registrato un -16,2% a fatturato e un -6,1% a spazio (segno che lo spazio è stato venduto a prezzi molto più bassi).

Il fatturato totale è 1,5 miliardi. Più o meno un miliardo per i quotidiani a pagamento.

Intanto internet cresce sempre. Difficile immaginare che la crisi sia un passaggio negativo e che dopo la crisi tutto tornerà come prima. Se qualcuno nutre ancora dubbi sull’urgenza di un rinnovamento profondo dell’editoria giornalistica, sarà bene che se li faccia passare.

Il nuovo Sole

È appena uscita la nuova versione del sito del Sole 24 Ore.

Dati, informazione, conoscenza. Giornalismo e cittadinanza per passare all’azione

La mediasfera è fatta per la circolazione di dati, informazioni, conoscenza. Lo scopo di un progetto editoriale oggi deve tener conto delle mutazioni intervenute negli equilibri tra questi elementi.

I dati. Sono gli zeri e gli uni. Ne parla Luciano Floridi nel suo splendido libro. La disponibilità di dati è esplosa con l’avvento di internet. Le macchine che gestiscono i bit si occupano di elaborazione, memorizzazione, comunicazione, ma come diceva Claude Shannon non sono progettate per occuparsi del loro significato.

Le informazioni. Sono i dati contestualizzati. Questo lavoro di contestualizzazione aggiunge significato. Le metafore applicate alle macchine aiutano a gestire i dati richiamando sistemi di significati che le persone conoscono. Gli algoritmi per la ricerca e la personalizzazione dell’accesso aiutano a filtrare i dati classificandoli in base a contesti. Gli storyteller contestualizzano attraverso le tecniche della narrazione. I giornalisti e gli amatori dell’informazione curano le loro aggregazioni, connettono i dati ai contesti, connettono il loro lavoro a comunità di riferimento e così via.

La conoscenza. E’ il sapere nuovo che viene generato dalla ricerca e il sapere sedimentato dalla ricerca passata nella cultura. E’ la capacità di unire i puntini in modo imprevisto e mostrare una visione nuova. E’ l’interpretazione dei dati e delle informazioni. E’ frutto di un pensiero intuitivo, razionale, strutturato. Può essere organizzato in modo scientifico, oppure essere basato su ideologie e preconcetti. E’ tanto più compatibile con la cittadinanza quanto più il metodo con il quale viene generata è trasparente, esplicito nelle sue teorie, empirico nelle sue verifiche.

Il passaggio all’azione – consentito dalla conoscenza, che interpreta informazioni, che contestualizzano dati – è la relazione tra la prospettiva generata dalla conoscenza e la necessità di scegliere individualmente o in gruppo. E’ il momento in cui ogni conoscenza diventa rilevante e trova il suo più importante sistema di feedback.

Considerazioni svolte nel corso di una lezione al Politecnico di Milano, per Design della comunicazione.

La progettazione di un nuovo sistema editoriale deve tener conto di queste cose. Le soluzioni a basso valore aggiunto e alto volume sono quelle che si occupano dei dati. Le soluzioni ad alto valore aggiunto e basso volume sono quelle che si occupano di conoscenza. Le informazioni erano appannaggio delle seconde ma tendono a essere assorbite nelle prime.

I giornali si sono sempre occupati di dati, informazioni e conoscenza. Ma hanno perso la possibilità di contribuire molto con i dati. Sono in competizione con i motori e gli aggregatori per quanto riguarda le informazioni. Sono ancora fondamentali per quanto riguarda la generazione di nuova conoscenza, purché si concentrino davvero sinceramente su questo.

La conoscenza ci fa liberi se è libera, trasparente, capace di ispirare attraverso il gioco laico ed empirico della visione teorica continuamente verificata in base ai fatti. Il metodo scientifico è una fonte di ispirazione anche per il lavoro artigiano dei giornalisti.

Le azioni compiute dai gruppi sociali e dalle singole persone sono tanto più costruttive e innovative quanto più si fondano su una prospettiva costruita intorno a una mediasfera equilibrata nel trattamento di dati, informazioni e conoscenza.

Webapp per raccontare una storia: SnowFall. Successo del NYTimes

Il linguaggio si rinnova. Per raccontare la storia “Snow Fall“, il New York Times ha innovato, con semplicità ma grandissima eleganza e profondità tecnica, il modo di scrivere un lungo articolo di giornale. E il successo è stato clamoroso: 2,9 milioni di visite e 3,5 milioni di pagine viste (Romenesko)

Ancora chiose su Anderson, Bell e Shirky

Su sollecitazione di una ricerca universitaria è nata l’esigenza di chiosare ancora il rapporto di C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky intitolato Post-industrial journalism. Adapting to the present. Perché si intitola così? Questa è un’interpretazione.

Quando gli osservatori si sono accorti della fine del processo di industrializzazione in Occidente hanno aperto un dibattito sulla società che si andava formando e hanno trovato un concetto provvisorio riferendosi alla società post-industriale. In quel modo si segnava un passaggio, si affermava la fine di molte abitudini interpretative, ma non si riconoscevano le caratteristiche della nuova epoca. Si designava ciò che non c’era più ma non ciò che si stava creando. La maturazione dell’analisi ha consentito di proporre concetti più orientati a descrivere la struttura della nuova società che a sottolineare la scomparsa della precedente: sicché dapprima si è parlato di “società dell’informazione” e poi di “epoca della conoscenza”. Si trattava in ogni caso di un cambio di paradigma, dunque dell’avvento di un nuovo quadro interpretativo generale, di una nuova visione del mondo. E ovviamente prima o poi ci si doveva accorgere che questo aveva conseguenze anche per il giornalismo.

Il rapporto di Anderson, Bell e Shirky, riferendosi al giornalismo post-industriale sottolinea quanto questo ambito della generazione di sapere sia ancora legato a ciò che non c’è più e dunque quanto abbia bisogno di prendere consapevolezza del nuovo contesto paradigmatico. Quello che non c’è più è l’editoria dei giornali che controlla la tecnologia produttiva e il copyright, governa tutta la filiera della produzione di giornali, controlla la risorsa scarsa dello spazio sul quale si può pubblicare. Accorgendosi di quello che non c’è più il giornalismo entra nella fase post-industriale. Ma che cosa significa passare all’epoca della conoscenza?

Significa scoprire che il valore economico si concentra sul contenuto immateriale dei prodotti, che i prodotti materiali (ovviamente fondamentali) sono diventati anche media che trasportano messaggi, che la creazione di nuovo valore discende dalla ricerca e dall’innovazione più che dalla produzione di massa, che il pubblico ha il potere di scegliere e di partecipare perché la risorsa scarsa è il suo tempo, la sua attenzione e il suo orientamento a considerare rilevante un contenuto. In un certo senso, tutti i prodotti sono anche un po’ media. E il luogo dell’espressione giornalistica trova nuovi competitori ma anche nuovi spazi.

In questo senso il giornalismo dell’epoca della conoscenza sposta l’asse dell’innovazione dalla tecnica di produzione alla ricerca di nuovo sapere, di nuovo design, di nuove forme di esposizione dell’informazione, non per imporre il frutto del proprio lavoro ma nella speranza che questo venga adottato “da quello che un tempo veniva chiamato pubblico”. Questo non può che avvenire sulla scorta di un metodo: la qualità della ricerca e del valore che genera discende dalla qualità del metodo con il quale viene condotta.

La filiera dell’epoca della conoscenza parte dalla ricerca e dallo sviluppo, dunque riserva uno spazio strategico per gli investimenti nella sperimentazione e nella costruzione di teorie e visioni; innova tecnologie, design e linguaggi; produce messaggi destinati a viaggiare su molti mezzi, tradizionali, digitali, ma anche inusuali come il teatro e altro. Gli sconfinamenti che invadono il vecchio campo del giornalismo possono anche essere tradotti in invasioni del giornalimo in campi che non gli appartenevano in passato. C’è davvero molto da studiare e… fare. Ma è il momento. E non c’è più tempo per aspettare di capire. Tanto, in effetti, si è capito molto. Come dimostra appunto il rapporto citato.

Meno carta e più valore. Corriere, Repubblica, Sole24Ore

Una notizia di oggi, via Prima, se ben interpretata, segna il passaggio a una nuova fase del lavoro di riconfigurazione dei giornali quotidiani italiani:

MILANO (MF-DJ)– (…) procedono le manovre sul Corriere della Sera. (…) prende forma il taglio della foliazione del quotidiano: almeno quattro pagine verranno sacrificate a fronte del calo della raccolta pubblicitaria. Una mossa, scrive MF, che fara’ anche la Repubblica e, in maniera piu’ robusta (oltre 10 pagine) il Sole24Ore.

Sembrano tagli ancora limitati. Ma per l’antropologia dei quotidiani, la scelta di tagliare le pagine è un passaggio forte. All’interno dei giornali e soprattutto all’esterno, può essere compresa solo in un quadro interpretativo più ampio. Che mostri come, a fronte del taglio delle pagine, gli editori stiano attivamente pensando a migliorare i servizi digitali.

Ecco i temi in discussione:
1. La pubblicità, drasticamente diminuita, non sovvenziona più una vasta foliazione. Se non si cambia la quantità di pagine stampate, il bilancio soffre in modo drammatico. Ma se la carta costa molto, deve essere destinata alla pubblicazione di qualcosa di prezioso, essenziale. Se questo è vero, se è chiaramente vero, può bastare meno carta. Oppure il prezzo del giornale può aumentare.
2. Ne consegue che la scelta di quello che si pubblica deve essere più intelligente. Distinguendo per valore d’uso. Per quanto riguarda i notiziari, la quantità di spazio che c’è in rete deve sopperire alla scarsità di spazio che c’è su carta: e puntare su questo significa prendere coscienza del fatto che, dal punto di vista qualitativo, la rete è meglio della carta per dare notizie tempestivamente. Si tratta di un servizio da ampliare, finanziandolo con la pubblicità sul web. Per quanto riguarda gli approfondimenti, questi devono dimostrare di avere un vero valore aggiunto perché vengono offerti a pagamento, online, su tablet e smartphone, su carta.
3. La relazione tra web, app, carta va chiarita al più presto. Non è un riutilizzo degli stessi contenuti. Ma una valorizzazione dei contenuti per il pubblico che vi accede con i diversi strumenti. Facciamo delle ipotesi: i servizi a pagamento sul web sono dotati di spazio e funzioni (possono contenere documenti molto grandi, contenuti da ricercare con un motore, informazioni da elaborare con software innovativi per renderle disponibili ad altri utilizzi, possono richiamare la partecipazione attiva del pubblico, sono ricchi di video, e così via); i contenuti su carta sono offerti in una visione panoramica e arricchita delle interpretazioni che servono al dibattito; gli smartphone servono agli interstizi di tempo delle persone e alla fruizione in audio; i tablet servono alla lettura calma come quella della carta, hanno funzioni digitali più ricche come il web, servono alla condivisione, e così via.

Sono solo ipotesi. La visione è chiara. La lettura della realtà si svolge su tutto l’arco della giornata usando gli strumenti più adatti alle diverse situazioni nelle quali si trova il pubblico e in base ai diversi utilizzi che si possono fare delle notizie. La carta diventa la lettura preziosa ed essenziale. Il digitale si associa alle grandi funzioni cerebrali della memorizzazione, elaborazione e connessione con le altre persone. Questo è il nuovo ambiente dei media che servono all’informazione. Non si tornerà indietro, né a livello economico né a livello culturale. Anzi, è proprio il livello culturale che guida quello economico.

Non tutte le mosse degli editori funzioneranno. E devono costruirsi una mentalità diversa: meno radicata nell’epoca industriale dei consumi di massa e più aperta all’economia della conoscenza, nella quale la logica è sperimentale, progettuale, di servizio, di attenzione al pubblico; nella convinzione che quello che vale viene adottato dal pubblico e quello che non vale viene rifiutato o tralasciato. Per questo gli editori hanno bisogno anche di ricerca e sviluppo, di organizzazioni aperte, di capacità progettuale. E molto altro.

I giornali che riescono a conquistare una leadership culturale avranno un vantaggio strutturale, che avrà riflessi importanti anche sul piano economico.

La strada è lunga. Ma la decisione di tagliare la carta, annunciata oggi all’unisono dai diversi editori, che in questo modo forse si consolano a vicenda, è un passaggio comprensibile solo in un contesto interpretativo più ampio.

Vedi anche:
Il giornale non è la sua carta (paper, 2009)
L’alba di un nuovo giornalismo (keynote, 2010)
Cambiare pagina (libro, 2011)
Chi vuole fare il giornalista: un mestiere da innovatori (post, 2012)
I dilemmi degli editori innovatori (post, 2012)
Post Industrial Journalism. Anderson, Bell, Shirky (post, 2012)