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Dicevamo di Nòva Nòva… domenica il “giornale aumentato”

Gli editori devono riappropriarsi della conoscenza sulle dinamiche innovative della tecnologia. Non perché da quella emerga il loro futuro di business. Ma perché senza di quella non c’è futuro.

Gli editori attuali nascono dall’unione di due elementi: il controllo della tecnologia della stampa e il controllo del diritto d’autore per governare la relazione tra gli autori e il pubblico. L’innesto della pubblicità ha fatto il resto. Ma ora la tecnologia è sfuggita clamorosamente dal loro controllo. Il diritto d’autore è meno difeso. E la pubblicità va dove è più conveniente.

Per cambiare le cose occorre conoscere la tecnologia, riconfigurare la relazione con gli autori e il pubblico (che non sono più così nettamente distinguibili), costruire nuovi modelli di business.

La novità che Nòva introduce domenica nel suo servizio è tecnologica, anche se tentiamo di interpretarla con un design adatto al tema dell’inserto e cogliendo l’occasione per tornare ad allargare la portata dell’informazione che possiamo fornire superando i vincoli dello spazio sulla carta. L’applicazione della tecnologia della realtà aumentata sviluppata da Seac02 al servizio di Nòva con una app dedicata e con l’aiuto di NTT Data è anche un passo nella direzione di alimentare la cultura delle dinamiche tecnologiche nell’ambito di un gruppo editoriale che è già partito con slancio verso il digitale, ma che deve anche dotarsi degli strumenti per sperimentare e dunque comprendere. Speriamo che l’esperimento funzioni. Di certo, però, ci farà imparare.

Vedi anche:
Nòva Nòva… Cambio di passo
Nòva Nòva da progettare…

Nòva Nòva… Cambio di passo

Come qualcuno ricorderà, qualche mese fa è partita la riprogettazione di Nòva. Se n’è parlato in un post arricchito dalle idee di uno straordinario insieme di commentatori. Tutte quelle idee sono entrate nel progetto e hanno guidato il lavoro di realizzazione. L’innovazione di Nòva sarà progressiva. E domenica prossima se ne vedranno i primi segni. Sperando che tutto funzioni: ma nell’innovazione qualche errore serve a imparare. I commentatori, spero, interverranno, con critiche e consigli.

Data Journalism Slideshow

Guido Romeo ha tenuto la sua lezione alla Data Journalism School organizzata con Istat e Ahref. Ecco le slide, via Fabio Malagnino e Futurize. Imparare a fare data journalism sta diventando un desiderio diffuso. E una grande opportunità per chi fa informazione. Ma soprattutto per il pubblico. I dati sono cresciuti enormemente: e possono raccontare storie straordinarie a chi li apprezza.

Falso pigro

Falso pigro. Da un certo punto di vista è come “falso magro”, cioè apparentemente pigro e invece attivissimo. Ma è anche una qualità del “falso”, una sua caratteristica che lo salva dall’attività di verifica che lo smaschererebbe.

Questa settimana l’Economist ha pubblicato una survey sulla pigrizia degli scienziati di fronte al compito di verificare-falsificare le ipotesi altrui. L’articolo non si limita a mettere in bella mostra la crisi dell’idea di “priming”. In realtà, fa notare che le probabilità che la pratica scientifica per come è attualmente organizzata sbagli nel valutare le ipotesi sono più alte di quanto si vorrebbe credere. L’articolo è da leggere assolutamente. Anche se è piuttosto imbarazzante. Il difetto dell’articolo ė forse che si concentra più sulla statistica probabilistica che su una sorta di censimento degli errori: ma proprio la buona statistica che lo sostanzia impone di indagare a fondo le sue apparenti conclusioni. Il falso nella scienza è uno strumento che fa avanzare la conoscenza tanto quanto il vero. Ma a quanto pare gli scienziati sono troppo impegnati ad affermare quello che ritengono vero per dedicare tempo a verificare quello che gli altri scienziati ritengono vero.

Un recente numero di Aut Aut, il 395, è pubblicato a cura di Damiano Cantone e si intitola “La potenza del falso”. Pierangelo Di Vittorio accompagna nelle falsificazioni sistemiche proprie della mediasfera per come si è configurata. Un percorso tra ipnosi, reality, crisi della democrazia, sonnambulismo di massa: in cerca di un’analogia tra il discorso mediatico e la crisi delle condizioni del sapere. Che in effetti accanto al pezzo dell’Economist costituisce un generatore di preoccupazione non da poco.

Si direbbe che la democrazia del futuro sia destinata ad emergere da uno svelamento, più che dal reclutamento di nuovi rappresentanti politici. Una rivoluzione copernicana deve precedere una rivoluzione politica. Il che avviene mentre si svolge la rivoluzione post-industriale dell’informazione. E il pezzo di Telmo Pievani nello stesso numero di Aut Aut, indica una emergente consapevolezza: la natura è densa di falsi, molte specie sono evolute sviluppando tecniche dell’inganno, e l’uomo non è da meno, sicché non è né la “scimmia assassina” né la “scimmia empatica” ma una specie apparentemente tanto contraddittoria da avere sviluppato addirittura l’autoinganno. Non vale dunque l’idea di uomo a una dimensione che sottendeva le grandi narrazioni ottocentesche che hanno governato la democrazia del Novecento neppure nelle loro forme più nobili: liberismo e socialismo. Una nuova antropologia sembra emergere dalla fusione della specie umana nella storia dell’evoluzione naturale, abbattendo la consolante convinzione dell’eccezione umana, sia in senso “buonista” che in senso “cattivista”.

Ps. Nassim Taleb è indignato contro Rolf Dobelli che accusa di plagio seriale ai suoi danni. Le frasi di Dobelli non sono false, ma falsamente attribuite dall’autore a sé stesso. Copiare non è una pratica che esiste solo in rete. È tipica di ogni contesto intellettuale, élitario e pop. Il falso che ne deriva è genealogico, non necessariamente sostanziale. Ed è un fenomeno che innervosisce gli autori defraudati della paternità delle idee anche se concorre a diffondere le stesse idee. L’intelligenza di Taleb lo ha condotto a scegliere di usare l’episodio per fare sapere nuove cose, intorno a Dobelli, piuttosto che per chiamare un avvocato. Non ha combattuto il falso frontalmente ma facendo circolare una nuova informazione. Ha agito come dovrebbero fare gli scienziati che per pigrizia limitano gli sforzi dedicati alla falsificazione, sapendo che la conoscenza aumenta anche falsificando per esempio l’attribuzione plagiaria della paternità delle idee. Lo ha fatto senza dimenticare di sottolineare che “we know a lot more what is wrong than what is right” e che “[We] prefer to have the wrong map (…) to no map at all”. Una nuova conoscenza che sappia fare i conti col falso come fonte di conoscenza e non si limiti a desiderare di poter credere alla verità più consolante o aggregante è una premessa di una pratica civica orientata alla costruzione di una convivenza pacifica democraticamente matura. Il factchecking civico è un seme che va in questa direzione, forse. Il falso non si vince con la pigrizia.

Informazioni digitali, economia analogica

Martin Hilbert di Annenberg ha calcolato quanta informazione viene registrata in formato digitale e quanta in analogico. Il suo studio offre un’immagine palpabile della trasformazione avvenuta nel corso dei primi dieci anni del nuovo millennio. Nel 2000 il 75% dell’informazione era immagazzinata in formato analogico. Nel 2013 questa percentuale è crollata al 2%. (È citato da Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier in Big Data, libro di imminente pubblicazione per Garzanti).

Dal punto di vista economico, peraltro, la quota di fatturato delle informazioni vendute in modo analogico è ancora superiore alla quota di fatturato delle informazioni in digitale secondo l’Economist (i dati di base non sono gli stessi ma l’idea di fondo è abbastanza chiara).

Washington Trust

Una chiosa sulla lettera di Jeff Bezos sulla sua decisione di acquistare la Washington Post.

A un certo punto dice:

The values of The Post do not need changing. The paper’s duty will remain to its readers and not to the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it leads, and we’ll work hard not to make mistakes. When we do, we will own up to them quickly and completely.

E’ un passaggio che a mente fredda fa pensare a come si ascoltano e si interpretano frasi del genere in diversi contesti.

Fosse successo in Italia, per esempio, forse l’ascolto di una frase del genere verrebbe ammorbato di cinismo. E probabilmente non senza motivo.

Sicché perderemmo la bellezza e l’eleganza di una affermazione fondamentale sui valori del giornalismo, l’ingenuità di ritenerli possibili, la speranza di poterli affermare e sviluppare. Senza questi momenti in cui si ha fiducia, non si può innovare ciò che va innovato e distinguerlo da ciò che deve restare.

E’ bello sapere però che da qualche parte nel mondo anche un miliardario può scrivere una frase del genere ed essere ritenuto innocente fino alla prova del contrario. Sapendo che quando dovesse arrivare, quella prova del contrario, la fiducia in lui sarebbe irrimediabilmente compromessa. Sapendo dunque che lui, proprio lui, si prende una responsabilità: e rischia i suoi soldi, la sua credibilità, la sua reputazione. Nessuno, in America, è tanto sciocco da non vedere il rischio che Bezos si prende su tutta la linea. Ma molti, almeno all’inizio, gli offrono un giudizio aperto perché possa avere una chance di successo.

Numeri per sentito dire

Ho registrato alcune suggestive statistiche che mi sono arrivate da persone autorevoli e che stimo, ma proprio perché riportate a voce velocemente non hanno una fonte. Quindi se per caso ci fosse qualche commentatore disposto ad aiutarmi a verificarle, sarei molto contento e grato.

Ecco queste statistiche senza numeri e in cerca di verifica.

Gli italiani vendono più mobili all’Ikea di quanti ne comprino dall’Ikea.

I biglietti del Louvre venduti a italiani costituiscono un fatturato più grande di tutto il fatturato di tutti i musei italiani.

Il Moma di New York ha più visitatori di tutti i musei italiani messi insieme.

L’Eataly di New York ha più visitatori del Moma.

Ripeto: le persone che mi hanno detto queste cose sono affidabili. Chissà se qualcuno conosce i numeri esatti e le fonti di queste suggestive informazioni..

Nòva Nòva. Da progettare…

Il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, ha deciso di investire sul tema dell’innovazione. E mi ha chiesto di tornare a occuparmi di Nòva.

Una riflessione è necessaria. Nòva è una possibilità preziosa per gli innovatori italiani che vogliono condividere informazioni, leggere quello che fanno gli altri, coltivare una visione.

Nòva deve superare i limiti nei quali la costringe la crisi dei giornali tradizionali. E non può che farlo innovando.

Questo è il momento per pensarci insieme. E fare un progetto che valga la pena di essere portato avanti con entusiasmo. Forse qualcuno vorrà usare questo spazio per lanciare i suoi suggerimenti: gliene sarò molto grato.

ALLA FACCIA DELL’FBI. Facebook e face recognition a 60 minutes

Un video di 60 minutes parla di riconoscimento facciale. È stato pubblicato il 19 maggio scorso. Quasi un mese prima dello scoop di Guardian e Washington Post sulla storia dei servizi americani che spiano i server di Facebook, Google, Apple, Microsoft e altre piattaforme giganti. Il video dice che la difficoltà del riconoscimento facciale è avere un database abbastanza ampio di facce per poterle mettere a confronto con le immagini delle persone che si vogliono riconoscere. Al decimo minuto, il video mostra un’intervista con un funzionario dell’Fbi. E vale la pena di guardarla.

In sostanza, il funzionario dell’Fbi dice che il loro riconoscimento facciale è limitato al database delle persone che hanno una storia giudiziaria. L’intervistatrice chiede se l’Fbi non potrebbe prendere le immagini pubblicate volontariamente dai cittadini su Facebook e Linkedin. E il funzionario risponde che anche se non è vietato, senza autorizzazione l’Fbi non lo fa: “avremmo una fila di avvocati fuori dalla porta”. Deve essere per forza una coincidenza. Ma che strana coincidenza. Per una faccenda così piena di segreti.

Vedi
Economics of privacy, raccolta curata da Alessandro Acquisti
Qualified trust

Vedi anche
Cyberspie, giornalismo, psicoterapia
Big Data uguale Big Nsa

Link. Letture domenicali. Cyberspie, giornalismo, psicoterapia

Zdnet smonta la storia pubblicata da Washington Post sui servizi di sicurezza americani segnalando che dalla prima versione si è molto addolcita. La storia non allude più alla consapevole collaborazione delle grandi piattaforme alle indagini dei servizi ma per la verità non appare meno inquietante dal punto di vista dei cittadini. Perché resta l’impressione che un’eccessiva concentrazione del traffico e delle attività internettiane su poche piattaforme faciliti gli abusi.

Wall Street Journal peraltro sostiene che la prossima guerra cui la Nato dobrebbe prepararsi è una cyberguerra. Il tema è sempre più attuale. Ma non va affrontato senza la consapevolezza di come l’intreccio di confronti tecnologici tra stati, organizzazioni informali e criminali coinvolga in modo complicato e pericoloso i diritti dei cittadini. Ne parla Nazli Choucri in un libro survey.

Giuliano Castigliego, psicoterapeuta, analizza le pulsioni che sottendono molti dibattiti sulla qualità umana di ciò che avviene in rete. La paura che il web sembra sollecitare nei critici superficiali dei social network, come la tensione fideistica di chi vede nel web un automatismo liberatorio, meritano un trattamento competente dal punto di vista psicologico.

Come siamo finiti in un labirinto nel quale si perdono i fatti

Il libro di Ferdinando Giugliano e John Lloyd sull'”opinionismo” all’italiana denuncia il contributo del giornalismo schierato al blocco della cultura politica e civica del paese. In effetti, una società che non sappia come stanno le cose non può decidere e agire in base a una visione comune. E tende a coltivare una litigiosità paralizzante.

Ma dove abbiamo perso la strada? Viene in mente che all’avvento della repubblica, in Italia è mancato un momento catartico come il processo di Norimberga. Per cui non abbiamo fatto i conti con il fascismo e i suoi crimini. Vengono in mente le conseguenze della guerra Fredda per l’Italia, percorsa da forze estranee alla nostra vita civile. Vengono in mente la corruzione, il familismo amorale, gli accordi sottobanco tra i partiti, la mafia…

Tutti fenomeni che hanno abituato gli italiani a pensare che i fatti erano sempre una sorta di verità apparente, mentre “dietro” c’era altro.

Tangentopoli è stata un grande momento catartico che ha unificato la popolazione, ma è stato distrutto nel tempo dalla propaganda che ha tentato – riuscendoci – di trasformare quei fatti giudiziari nelle opinioni di alcuni esponenti della magistratura. Anche la prima fase del governo Monti ha dato l’idea che si potesse sapere qualcosa sullo stato delle cose – finanziarie – italiane e decidere di conseguenza; ma poi la “verità” dell’economia italiana è stata trascinata nuovamente nell’ideologia populista.

Se le indagini della magistratura non sono fatti ma opinioni, se i dati dell’economia non sono fatti ma opinioni, se ogni passaggio della recente storia d’Italia è considerato apparenza interessata e non realtà fattuale, se tutto quello che sappiamo è un minestrone di disattenzione, disinformazione, dietrologia, la prospettiva comune si disperde in una società che non si sente cittadinanza.

Gli italiani hanno bisogno di sapere come stanno le cose. Un giornalismo fattuale, non programmaticamente “opinionato”, sarebbe un passaggio fondamentale per il benessere del paese. Per potere andare avanti, ammettendo che la nostra storia non è stata certo perfetta ma cominciando a costruirne una nuova.

La distanza della popolazione dal ceto politico è la distanza tra i fatti percepiti e le opinioni gridate o suggerite.

I media civici sono una leva per coinvolgere persone orientate alla ricerca dei fatti secondo una metodologia standard che consenta di costruire un consenso intorno a ciò che sappiamo su come stanno le cose.

Nel mondo delle informazioni collaborative la citazione della fonte è cortese e conveniente

Il primo titolo con il quale Bloomberg ha dato la notizia della possibilità che Yahoo! acquisisca Tumblr era una citazione del Wall Street Journal: “Yahoo Board Approves Purchase of Tumblr, WSJ Journal Says“. Poi il titolo è cambiato ma la url rivela sempre il titolo originale.

Citare le fonti è una pratica di lealtà nei confronti del pubblico ed è un gesto di giustizia nei confronti del lavoro di chi raccoglie le informazioni.

Molti giornali non seguono questo elementare principio. Probabilmente perché pensano in questo modo di ridurre la propria reputazione. Invece, a mio avviso, citando aumentano la propria reputazione. E rendono più probabile che altri citino i loro articoli quando valgono una citazione.

Quello che è ancora più incredibile è che molti blog non seguono questo elementare principio. Forse si sentono come se fossero diventati dei giornali. E allora sbagliano come i giornali. Oppure non capiscono che il medium del quale fanno uso non è forte in quanto ciascun blog è forte, ma in quanto partecipa a una rete che nel complesso ha un’enormità di lettori e partecipanti. Forse era più facile comprenderlo all’inizio del fenomeno bloggheristico e ora è più difficile. O forse le tecniche si vanno contemporaneamente affinando e popolarizzando (vedi C’è crisi*2). Ma ricordare la logica della rete e della collaborazione non può che farci bene.

Comunque il tema è complesso: vedi per esempio Mantellini 2007
Linkare è cortesia
Obbligo di link

La casa degli attivisti per i diritti umani del mondo a Firenze

È stato un momento emozionante. L’inaugurazione della casa per gli attivisti dei diritti umani alle Murate di Firenze con Kerry Kennedy, Matteo Renzi e la gente della Fondazione Robert Kennedy che ha realizzato un progetto eccezionale. Le persone coraggiose che in tanti paesi autoritari rischiano la vita per affermare la libertà di espressione e il rispetto dei diritti che fanno dell’umanità un valore hanno trovato un posto dove aggiornarsi sulle tecniche per usare internet con efficacia suoerando la repressione dei governi dittatoriali, senza farsi ingannare dalle infiltrazioni e la disinformazione, con Global Voices e molti altri partner.

I programmi di lavoro sono riassunti sul sito del Training Institute della Rkf.

Tutti rischiano qui. Internet abilita gli attivisti tanto quanto rafforza i repressori. Il lavoro richiede un enorme senso di responsabilità. Ma, come ha detto Matteo Renzi, che ha fortemente voluto realizzare questo progetto, era necessario impegnarsi intorno a una visione come questa che si concretizza a favore delle persone che testimoniano l’amore per la democrazia e la libertà, usando la rete in modo consapevole.

Le Murate, antica prigione, sono ora un luogo simbolo della libertà. Qui se ne coltiva il mito non con le cerimonie ma con l’attività quotidiana, rischiosa, intelligente. È un messaggio che arriva anche ai paesi che si ritengono democratici: il rispetto dei diritti umani non è un dato acquisito ma una continua conquista, che richiede dedizione e manutenzione costante. Gli attivisti che vengono alle Murate da paesi autoritari parlano anche al nostro paese e ci chiedono di coltivare la consapevolezza di ciò che serve perché le tensioni autoritarie che si manifestano anche qui vengano combattute con amore e passione, con intelligenza e coraggio. Chiunque dica che è facile, chiunque dica che la tecnologia risolve i problemi o li alimenta sbaglia: è la cultura democratica e costituzionale, il senso umano della giustizia e della convivenza civile che vanno coltivati, perché gli strumenti vengano usati e migliorati al servizio di obiettivi dotati di senso.

Link. Letture per domani. Open access, insicurezza, intelligenza collettiva

Roberto Caso scrive un paper molto importante sul diritto formale al servizio dell’open access alla conoscenza scientifica: Scientific knowledge unchained: verso una policy dell’università italiana sull’Open Access. The Trento Law and Technology Research Group. Abstract: «Lo scopo di questo scritto è mettere in luce quel che il diritto formale può fare a favore dell’Open Access (OA). La tesi di fondo è che il diritto formale – la legge, i regolamenti, i contratti – può rappresentare un formidabile ausilio all’affermazione del principio dell’accesso aperto, ma che il definitivo successo dell’OA risiede in un radicale cambiamento delle norme informali che presidiano le prassi dell’editoria scientifica. Un tale mutamento dipende dalle dinamiche di potere nelle quali si intrecciano gli interessi degli scienziati che comandano il gioco delle pubblicazioni (potere accademico-scientifico) e gli interessi degli editori scientifici che hanno una posizione di preminenza sul mercato (potere commerciale). Inoltre, un ruolo di primo piano viene giocato dai nuovi attori che si affacciano nel sistema della comunicazione scientifica (archivi disciplinari, motori di ricerca, social network scientifici etc.). Particolare attenzione è riservata al mutamento normativo e all’interazione tra diverse tipologie di regole (regole giuridiche, regole informali e regole tecnologiche). Lo scritto s’incentra sull’accesso aperto alle pubblicazioni e tocca tangenzialmente altri, e pur fondamentali, aspetti connessi come quello dell’accesso ai dati della ricerca scientifica.» (Download pdf)

Ilvo Diamanti con Demos conduce un’indagine continuativa sulle insicurezze degli italiani. «È un’insicurezza generalizzata, pervasiva, si potrebbe dire totalizzante, quella degli italiani in questa fase così incerta, che determina e alimenta paure e preoccupazioni crescenti. Aumenta il peso della crisi economica e sociale più in generale, ma anche l’incertezza politica e il difficile rapporto con l’Europa: elementi che concorrono a delineare una sorta di “male oscuro”. L’informazione TV riflette il disagio, ma non lo alimenta come in passato.» (Download pdf)

Antonio Spadaro, cyberteologo e direttore di Civiltà Cattolica, suggerisce a chi sia interessato ai temi dell’intelligenza collettiva di leggere o rileggere Pierre Teilhard de Chardin, per esempio: Il fenomeno umano (1938-1940), Il Saggiatore, Milano 1968 – Edizioni Queriniana, Brescia 1995

Media Civici, una costellazione di iniziative emergenti. Il codice è insieme software e regola di comportamento

Da circa sette anni, specie nel mondo anglosassone, si lavora intorno all’intersezione del concetto di media con quello di cittadinanza. L’idea dei media civici sta evolvendo rapidamente e si candida a diventare importante almeno tanto quanto lo è stata l’idea di social network negli anni scorsi.

Nel 2007, nel corso di uno storico forum alcuni importanti pensatori e innovatori hanno discusso intorno al tema dei media civici all’Mit. Henry Jenkins, che dall’Mit si è spostato ad Annenberg, i media civici possono essere definiti come «media usati per promuovere e amplificare l’impegno civico». Nel tempo la riflessione sulla differenza tra l’impegno civico e l’impegno politico si è andata chiarendo, anche se il confine resta mobile. Sui media civici si producono e scambiano documenti e informazioni, si raccolgono istanze e si prendono decisioni rilevanti per la comunità civile. Potenzialmente, i media civici consentono di ridefinire il rapporto tra cittadinanza e pubblica amministrazione. Con la crescita del tema degli open data e della partecipazione democratica online, la soluzione dei media civici diventa sempre più importante.

Dalle prime riflessioni pionieristiche si sono evolute riflessioni mediologiche, alimentate dall’urgenza di comprendere la prospettiva attivata dalla digitalizzazione delle piattaforme dell’informazione. In Italia, la Fondazione Ahref ne ha fatto il centro della sua attività. L’intuizione fondamentale è la connessione tra il codice – inteso come software – del quale sono costituite le piattaforme, e il codice di comportamento che regola la convivenza, sulla scorta della ricerca portata avanti da Lawrence Lessig negli Stati Uniti e in Italia dal Centro Nexa del Politecnico di Torino. Applicando l’intuizione al mondo dei media, gli algoritmi del civismo si incarnano negli algoritmi delle piattaforme. «I cittadini sono tali se possono partecipare alla cosa di tutti. La repubblica delle idee – la repubblica, con le sue regole a salvaguardia delle minoranze e a favore dei beni comuni – è l’unico spazio di tutti dove la convivenza civile si può sviluppare in pace» si diceva in Cambiare pagina, suggerendo che l’informazione che circola sui media «nasce dalla ricerca, dunque dal metodo» e ha tanto più valore civico quanto più il metodo con il quale è ricercata è a sua volta un algoritmo incarnato nelle piattaforme che richiami gli utilizzatori al codice di comportamento necessario a fare dell’informazione uno strumento di cittadinanza. I principi fondamentali del metodo con il quale l’informazione può essere considerata di qualità – accuratezza, indipendenza, completezza, legalità – diventano metodo e algoritmo nel momento in cui la loro responsabile applicazione è richiesta per poter utilizzare le piattaforme che a quel punto sono a pieno titolo «media civici».

Inchieste partecipate. Cittadini e professionisti dell’informazione si accordano su un metodo per la produzione e condivisione di informazioni su temi rilevanti per la comunità – ispirato ai principi di accuratezza, completezza, indipendenza, legalità – per poi raccogliere notizie e proporle online con buona qualità espositiva. Naturalmente, quando queste iniziative vengono riprese dai media tradizionali e raggiungono una buona notorietà è un successo. Ma il loro scopo è costruire ambiti di attività civica per le persone sensibili della comunità e di alimentare un’educazione alla qualità dell’informazione sui media. (Vedi Cittadini reattivi).

Open data. L’esplosione della disponibilità di dati rilevanti per la convivenza civile e la vita quotidiana delle comunità consente di accedere a fonti straordinarie per conoscere come stanno le cose a livello strutturale e profondo. Le iniziative che servono a gestire queste grandi quantità di dati, con software adatti a darne conto e a elaborarle in modo facile e corretto, vanno dal data journalism all’infografica. La disponibilità dei dati, peraltro, non è sempre garantita dalle pubbliche amministrazioni e per questo molte attività in questo settore diventano forme di collaborazione tra i cittadini per ottenere l’accesso ai dati. (Vedi Diritto di sapere)

FactChecking. I fatti vanno verificati e questo è di solito fatto dalle redazioni giornalistiche. Ma la quantità di notizie che circolano in rete rende questo lavoro ancora più importante e certamente più intenso. Per questo una piattaforma per il factchecking civico, che coinvolga la cittadinanza, sulla base di un metodo condiviso può essere molto utile e potenzialmente strategica, al servizio di molte iniziative di cittadini che vogliaono monitorare la documentazione sottostante alle informazioni che circolano per temi fondamentali per la politica, l’economia, la ricerca scientifica, e così via. (Vedi Factchecking).

Decisioni. I cittadini possono essere chiamati a prendere posizione su decisioni che riguardino la destinazione di risorse tra forme alternative di utilizzo, nel quadro delle compatibilità organizzative e di bilancio che costituiscono il quadro all’interno del quale trovare il compromesso giusto. I bilanci partecipati che si sono sviluppati in diversi paesi vanno proprio in questa direzione. (Vedi Capannori e Marco Boschini).

Movimenti. Le attività di movimenti, gruppi politici, candidati, ong, associazioni, fondazioni e altre istituzioni che hanno un’agenda, vogliono raccogliere fondi e usarli in modo trasparente, vogliono organizzare iniziative con la partecipazione dei sostenitori, usando la rete come base di lavoro, possono oggi adottare piattaforme costruite proprio per questo scopo. Anche i programmi di questi movimenti possono essere costruiti coinvolgendo i cittadini. (Vedi NationBuilder e NgpVan; e loro concorrenza, LiquidFeedback)

Consultazioni. Le istituzioni conservano in ogni democrazia rappresentativa la loro responsabilità di decidere sugli indirizzi fondamentali della vita civile in base ai poteri che sono loro assegnati dalla costituzione. Ma possono voler coinvolgere i cittadini nella raccolta di istanze e punti di vista, aprendo la fase preliminare dei processi decisionali alla partecipazione dei cittadini in consultazioni regolate e mirate al tema in discussione. Il problema è rendere queste consultazioni efficaci e gratificare i cittadini non solo con la possibilità di inviare idee ma anche di vedere che sono effettivamente state prese in considerazione. (Vedi le consultazioni aperte in Europa).

Mutuo soccorso. Indipendentemente dalle istituzioni, i cittadini prendono molte decisioni e iniziative che riguardano la comunità. Se documentano in modo sistematico gli obiettivi e i risultati delle loro iniziative civiche facilitano gli altri cittadini che fronteggiano problemi analoghi, evitano loro di commettere gli stessi errori e possono contare sull’esperienza altrui per migliorare a loro volta le loro attività. (Vedi alcuni temi dell’informazione di mutuo soccorso).

Vedi anche:
What is civic media?
Mit Center for Civic Media
Blog di Herny Jenkins
Blog di Ethan Zuckerman
Pietro Speroni di Fenizio
Principi e pratica dell’informazione
Spazi giornalistici di nuova generazione
Rodotà. Diritti degli utenti delle piattaforme
Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Innovazione nell’ecosistema dell’informazione
Lloyd e Giugliano sull’obiettività

Al tema dei media civici è dedicata una ricerca di prossima pubblicazione del servizio informatico del Senato italiano con la Fondazione Ahref. È in bozza un libro scritto dall’autore di questo blog che si occupa di media civici e informazione di mutuo soccorso.

Non è stato fatto per questo post un esame esaustivo di tutte le risorse disponibili e delle iniziative intraprese su questi temi. Se i commentatori volessero essere così gentili da aggiungere i loro suggerimenti ne tireremo insieme fuori una pagina da alimentare nel tempo in modo collaborativo. Grazie in ogni caso a tutti.