Populisti o tecnocratici: la bolla dei filtri e la sfera pubblica

Populisti o tecnocratici: la bolla dei filtri e la sfera pubblica

Vita ha ripreso un post che era apparso su questo blog in merito alla relazione tra sistema mediatico e sviluppo del cosiddetto populismo. Lo ha fatto aggiungendo un’introduzione che aveva un sapore più di battaglia e meno di ricerca di quanto il post meritasse. Nel frattempo, ieri su Repubblica, sono usciti due pezzi sulla post-truth. Baricco ha detto che è una bufala. Maurizio Ferraris ha ampliato il concetto alla dinamica culturale più profonda cui assistiamo nella contemporaneità (Repubblica). Riprendo l’argomento, anche per spiegarmi meglio (qui il post ripreso da Vita; qui il post originale).

Ci sono alcuni argomenti ancora poco chiari:
1. La questione dei criteri di “verità” e della qualità dell’informazione
2. La critica del relativismo assoluto che emerge da una concezione letterale e naif della rete
3. La costruzione di una nuova “sfera pubblica” al di là delle “bolle di filtri”

1. In pratica si tratta di sottolineare la relazione tra la nozione di “populismo” – come del suo uguale-contrario “tecnocraticismo” – con il criterio di “verità” che ne sostanzia il consenso. Esistono ovviamente molti tipi di populisti e di tecnocratici. Ultimamente sono stati considerati “populisti” alcuni movimenti molto diversi, tra i quali i sostenitori della Brexit, i sostenitori di Trump, le destre tedesche e francesi, i partiti di sinistra greci e persino i Cinquestelle italiani. I loro avversari sono convinti che quei movimenti si basino su errori di analisi e informazioni false. D’altra parte, bisogna ammettere che le persone che aderiscono a quei movimenti sono convinte che siano invece i loro avversari a basare le loro considerazioni su analisi sbagliate e informazioni false. Basta vedere come divergono le analisi in materia di finanza pubblica e sistema monetario, qualità della politica europea e rigore dei conti nazionali. Il punto di vista dei tecnocratici prevalenti a Francoforte e a Bruxelles ha una base teorica fondata sull’idea che il mercato funziona meglio di qualunque intervento imprenditoriale diretto del settore pubblico e intende imporre questa analisi a tutte le politiche nazionali degli stati membri: i cosiddetti sovranisti sono convinti che gli interessi nazionali debbano avere maggiore importanza e che comunque debbano essere salvaguardati dagli stati senza cedere sovranità all’Europa. Le informazioni false che hanno sostanziato la Brexit sono state considerate tanto rilevanti da far parlare di epoca della “post-truth”: anche perché i sostenitori della Brexit non hanno dato molta rilevanza al fatto che fossero false. Ma come ha scritto magistralmente Ferraris, l’idea che la società voglia conoscere la verità è meno diffusa dell’idea che la popolazione voglia semplicemente dire qualcosa che conferma le sue opinioni: dall’Essere Ragione illuminista siamo passati all’avere ragione post-truth (e post-moderno).

2. La tentazione è quella di considerare che ciascuno abbia le sue ragioni e che non esista la “verità” ma soltanto l’opinione più diffusa. L’analisi dei bruxellesi – del resto – è talmente insensibile alle paure e alle preoccupazioni delle popolazioni dei paesi deboli che la diffusione di rancore e opinioni contrarie non è irrilevante: e non risolve il problema la semplice dimostrazione del fatto che l’analisi dei cosiddetti populisti sia apparentemente tanto sbagliata. L’esperienza non è quella di un confronto di opinioni disincarnate ma di un conflitto tra convinzioni che si riflettono nella realtà vissuta: i ceti meno sicuri dal punto di vista economico, quelli che vivono nelle periferie degradate, quelli che hanno difficoltà a trovare il lavoro che lo perdono facilmente, quelli che sentono il loro precario territorio invaso da stranieri poco integrati e poco integrabili, non si riconoscono nelle analisi proposte da quelle che considerano élite, integrate e prive di problemi economici. Le analisi delle cosiddette élite uscite dai trent’anni di ideologia iperliberista non rispondono del resto alle esigenze dell’economia contemporeanea, che ha visto il fallimento della strategia dell’indebitamento imposta ad aziende e stati dalla finanza dell’inizio del millennio e che ha bisogno di tempo e di intelligenza pubblica per ricostruire una dinamica economica dotata di senso. Si possono accusare i “populisti” di demagogia: ma d’altra parte non si può certo affermare che i “tecnocratici” attuali perseguano politiche di grande successo. Fino a che le idee saranno incarnate nell’esperienza della contrapposizione tra élite e ceti marginalizzati, fino a che sarà in crisi l’ascensore sociale, non ci sarà un dibattito costruttivo, ma soltanto la conta dei consensi costruiti meno sull’apprezzamento di chi li cerca e più sulla “paura dell’altro”.

3. È necessaria un’elaborazione analitica nuova, basata sull’esperienza: dunque su un sistema di informazioni che corrisponda alla vita quotidiana ma porti a conseguenze che abbiano effetto. Le bolle di filtri – viste da Eli Pariser e dimostrate da Walter Quattrociocchi – hanno segmentato la società in tribù dotate di una loro mitologia e di una loro visione del mondo. Le verità, in quelle bolle, corrispondono al bisogno di avere ragione e distruggono la Ragione. La ricostruzione di una “sfera pubblica” ha bisogno di informazioni documentate, di sistemi di deliberazione trasparenti e aperti, di meccanismi decisionali flessibili e adattivi di fronte al feedback che viene dalla realtà. Non si torna indietro. Ma la rete non ha soltanto messo in difficoltà le autorità elitarie del passato: offre opportunità di costruire nuove modalità di elaborazione intellettuale. Occorre comprenderle e progettarle. Di certo le loro caratteristiche devono essere basate sull’apertura idelogica e la capacità di leggere il feedback per migliorare le decisioni in modo che possano adattarsi ai loro risultati, ma senza perdere di vista un quadro concettuale stabile: di solito si pensa soprattutto a questo aspetto – le posizioni di destra o di sinistra in fondo sono orientate a costruire una bussola ideologica stabile – ma non basta più; la bussola e il feedback che si raccoglie durante il cammino vanno sviluppati armonicamente, in equilibrio dinamico. La rete può aiutare in questo. (L’alternativa è continuare con la manipolazione, il complottismo, il dirigismo tecnocratico). Un movimento che voglia davvero cambiare del cose deve cercare di contribuire a un sistema mediatico che si fondi su “media civici” nei quali le persone non si incontrano solo perché si piacciono ma soprattutto perché hanno un tema da sviscerare insieme per poter decidere il meglio per tutti. Un movimento cambia le cose davvero se non si chiude nella sua echo-chamber. Se esce dalla bolla di filtri ed entra nella sfera pubblica. E ce n’è bisogno…

Rivediamo alla luce dell’esempio di Trump. Si dice che lui è populista. Ma la sua analisi sottostante non sembra particolarmente orientata al popolo. Nella questione del climate change per esempio combatte in nome di aziende che non sanno come modernizzare i loro impianti per ridurre le emissioni di CO2. Nella questione della globalizzazione combatte per proteggere le aziende americane che non sanno competere contro gli stranieri. I lavoratori degli stati convinti che facendo gli interessi di quegli imprenditori e rentier, Trump avrebbe fatto i loro interessi: perché l’analisi è che gli imprenditori creano il lavoro se sono aiutati a fare profitti. Quelli che stanno sulle coste vedono un’altra realtà: le aziende americane (della tecnologia e della finanza) dominano la globalizzazione e ne approfittano dunque non hanno bisogno di stato e di protezione casomai vogliono che l’America goda di un suo softpower in modo da poter esportare meglio. Le analisi sono molto diverse. La manipolazione dei fatti aiuta chi sostiene analisi poco fondate a convincere le persone che sperano che quelle analisi siano invece giuste. La rete aiuta anche il fake, ovviamente. Ma una nuova tecnica emergente in rete, specifica delle caratteristiche della rete – il fake non lo è perché c’era anche prima – è la possibilità di leggere efficacemente il feedback dei fatti compiuti e di adattare le politiche alle loro conseguenze. Purché si chiarisca la bussola di fondo: il che significa spiegare in modo trasparente i valori di fondo che si ritiene siano giusti. La destra e la sinistra, che negli ultimi tempi si sono un po’ confuse nella percezione di molti, in questo modo dovrebbero tornare a distinguersi. E Trump dovrebbe apparire più come un demagogo di destra che come un populista.

Vedi:
Tecnocratici e populisti sono simili
Populisti o tecnocrati. Brexit è una questione di punti di vista. Tutti miopi
Populisti e tecnocratici. C’è una via d’uscita
Correlazioni e cause: social media, giornali, populismo

2 Commenti su “Populisti o tecnocratici: la bolla dei filtri e la sfera pubblica

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