Tecnocratici e populisti sono simili. Come andare oltre? Appunti da Symbola

Tecnocratici e populisti sono simili. Come andare oltre? Appunti da Symbola

La Casta fa figli, dice Alessandro Bergonzoni. I perdenti sono la maggioranza, dice l’economista Leonardo Becchetti, parlando della trasformazione e della crisi attuale. E i perdenti, come mostrano i fatti politici contemporanei, si alleano per abbattere i vincenti. Ma la contrapposizione tra populisti e tecnocratici è falsa. Lo spostamento di asse non è un’estenuante contrattazione sulla flessibilità. Ma un cambio di paradigma.

Le aziende inclusive e connesse fanno valore attraverso la moltiplicazione delle interazioni sociali nella diversità e nella valorizzazione delle reti internazionali. Le aziende estrattive guadagnano ma spostando, non generando, valore. Anche di questo l’economista Paolo Venturi ha parlato a Symbola. E l’impostazione della fondazione continua a favorire l’emersione di idee costruttive e sane.

Questi sono appunti presi al volo al seminario Symbola. (Da vedere due ricerche recenti di Symbola: Coesione è Competizione e Io sono cultura).

La contrapposizione tra populisti e tecnocratici è falsa perché in tutti i casi non offre libertà di scelta e capacità di adattamento al cambiamento. I tecnocratici ritengono che una regola vada applicata e questo è il generatore del loro potere dunque rischiano di pensare a conservare il potere mantenendo fissa la regola: questo è un freno all’adattamento molto pericoloso. D’altra parte, i populisti non fanno altro che reagire alle tensioni di pancia dell’elettorato, su questo basano il loro consenso e il loro potere, dunque finiscono per provocare o favorire tensioni emotive per poterle sfruttare e con questo alimentare il loro potere. In entrambi i casi, la regola è automatica e il sistema è fragile. Le due interpretazioni del potere automatico si toccano, si assomigliano, finiscono per fondersi ed essere lo stesso rischio.

Il populismo è una forma estrema e sciocca di approccio democratico alle decisioni: vale quello che vuole il popolo, salvo che quello che vuole è basato su informazioni sbagliate e false, in un’ecologia dei media inquinata e non sostenibile. La tecnocrazia è una forma estrema e sciocca di policy basata sulla ragione e la conoscenza fattuale: ma una vera science based policy, come ogni scienza, modifica le sue ipotesi e teorie di fronte ai fatti che cambiano o che sono imprevisti, mentre una tecnocrazia cristallizza le teorie e le impone alla realtà.

L’evoluzione di entrambe gli approcci è in una science based policy e in un sistema di media civici che consentano di avere informazione metodologicamente corretta, ipotesi e teorie interpretative in evoluzione, operazioni deliberative consequenziali e flessibili, fino a decisioni capaci di generare un sistema adattivo.

A Symbola ci si rende conto che a questo approccio l’Italia può avvicinarsi. Per la sua istintiva capacità di fare sintesi tra i fatti e i racconti, superando entrambi in una tensione valoriale intelligente, sulla scorta di un sistema che valorizza le imprese inclusive e le forme di connessione culturale. Non ci si avvicina abbastanza presto per le sue debolezze infrastrutturali e organizzative, per la logica distruttiva delle sue tensioni politiche, per la quantità di perdenti che sta ancora popolando la sua economia. Affronteremo l’estrema difficoltà del mondo attuale con questa forza e questa debolezza.

Aldo Bonomi quindi suggerisce a Symbola di non farci prendere dall’”euforia celebrativa” e neppure di fronte al successo del suo slogan “l’Italia deve fare l’Italia” divenuto storytelling degli attuali vertici politici. Ma che non basta. Anche perché significa avere la pazienza della storia, più che la fretta dello storytelling. È vero che questa Italia della storia può contare sull’economia della cultura, ma nel senso di credere più nella civilization che nella kultur: questa è imposta da un pensiero centrale dall’alto, quella emerge dall’attività dei soggetti che operano nel sistema. L’azione che serve non è più soltanto la narrazione: è orientata alla facilitazione, all’accompagnamento delle frange costruttive della società e dell’economia. Con una chiave di interpretazione suggerita da Luigi Bobba: «Se tira vento c’è chi costruisce muri per proteggersi e c’è chi costruisce mulini a vento per fare valore».

Ivan Lo Bello lo sostiene osservando l’operosità, la bellezza e la ricchezza potenziale di certi territori italiani. E Maria Letizia Gardoni, presidente giovani Coldiretti lo sostiene osservando l’enorme potenziale dell’agro-alimentare italiano. Rossella Muroni, presidente di Legambiente, porta la cultura ecologica fondamentale come chiave di approccio a tutto il discorso svolto a Symbola. Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, rilancia dicendo che lo sviluppo non esiste senza inclusione: l’inclusione genera più valore, non è un gioco a somma zero, apre a nuove combinazioni che generano innovazione. E questo è il solo modo per vedere sviluppo sostenibile e che dura nel tempo. L’Enel, dice Starace, lo dimostra empiricamente: ha chiuso 23 centrali che erano un passato che si trasformano in molti futuri. La difesa di ciò che esiste, contro ogni trasformazione, non è entrata in funzione in quei casi: perché abbiamo deciso di ripensare quei siti non dall’alto ma con la partecipazione di tutti, abitanti, professionisti, soggetti e iniziative territoriali la cui qualità stupisce tutti.

È un esempio del fatto che la questione dei media civici è decisiva: l’accompagnamento alla trasformazione avviene con la partecipazione sulla base di informazione condivisa e metodologicamente corretta.

L’ecologia è il nuovo approccio per il sistema economico. E l’ecologia dei media è il nuovo approccio per la dinamica culturale.

Perché la difficoltà attuale è sistemica e non si risolve come se fosse possibile curare i sintomi con approccio lineare: si affronta con una mente sistemica, come quella di chi si allena a lavorare sull’ecosistema.

Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, riparte dalla bellezza nella quale gli italiani sono immersi. Non farsi dominare dalle urgenze preoccupanti del presente. Per scoprire la direzione di marcia, la strategia. Per combattere il rancore delle periferie con lo sviluppo. L’industria italiana può essere la boutique della manifattura mondiale, anche grazie alla industria 4.0. I mercati di nicchia sembrano fatti per gli italiani. Combattere le diseguaglianze discende da un progetto-paese sulla base di una filosofia: una società aperta, inclusiva, un’Italia che cerca l’equilibrio della cultura e dell’economia, con approccio ecologico. La cultura è la precondizione per essere quello che siamo. Un progetto-paese che ci consente di trasformare la rabbia in passione, come suggeriva Bonomi. Una politica economica che non parta dai settori ma dai fattori della produzione e dello sviluppo. Una politica dell’offerta, che punta sulle imprese che esportano, e generano domanda. Una politica che combatte l’ansietà: l’attesa della guerra è peggio della guerra, come diceva Shimon Peres. Fare politiche di lungo termine che non dipendano da instabilità istituzionale.

Graziano Delrio, ministro delle infrastrutture e dei trasporti, parla del cambiamento. Una volta le infrastrutture erano l’obiettivo. Non discendevano da un pensiero. Ora c’è una strategia delle infrastrutture che rende accessibili i distretti industriali e i poli turistici. Non abbiamo fatto abbastanza per formare una classe dirigente che abbia l’umiltà per ascoltare la voce della società. Difendere i beni comuni è la strada per rispondere a chi non ce la fa. “Sono diventato sempre più di sinistra”. La globalizzazione è bene ma crea problemi. Abbiamo bisogno di più territorio, più comunità, più beni comuni: difendiamo piccole aziende, piccoli comuni… Diamo l’idea che c’è una casa a cui tornare. La gente comune non può viaggiare sempre nella globalizzazione, ha bisogno di tornare a casa. Connettere con un pensiero. Globalizzazione con una casa. Costituzione è una casa per tutti, un bene comune.

La ricerca dell’equilibrio è pragmatica.

Alla fine dei conti, nonostante l’urgenza e la crisi e la difficoltà, è sempre più il momento dell’economia della felicità: il valore della qualità delle relazioni sociali, dell’identità culturale, dell’ambiente.

Ermete Realacci. L’economia non è soltanto un problema economico. Symbola è uno spazio libero dove parliamo con franchezza e ci ascoltiamo. Raccontiamo. Ma a questo punto se non facciamo anche proposte non facciamo tutto il nostro dovere. Il nostro avversario è l’indifferenza. Uscire dalla tecnocrazia, uscire dalla prevalenza della finanza sull’economia reale, uscire anche dal territorio dei favori incrociati. Abbiamo bisogno di un mix di misure in parte economiche e in parte antropologiche. Semplificazione risorse per la qualità dell’abitare. Pensare il rapporto che c’è tra innovazione e lavoro: difendendo turismo e artigianato basico. Ma ricordando che non è l’economia il punto chiave. L’economia non ce la fa da sola. Devi farci i conti. Ma l’economia senza società e senza politica non sogna.

Vedi anche:

Alla Camera per “industria 4.0″. Un bel pomeriggio di politica civile
Populisti e tecnocratici. C’è una via d’uscita (a parte Brexit)…
Brexit: la Chernobyl dell’ecologia dei media

Twit possibili:
Graziano Delrio @mitgov dice a @matteorenzi: equilibrare tensioni nietzschiane del governo con un po’ di metodo hegeliano #SeminarioSymbola
e Vincenzo Boccia cita De Filippo: “essere scaramantici è da ignoranti ma non esserlo porta male”… #SeminarioSymbola
Graziano Delrio dice che avrebbe votato per Sanders #SeminarioSymbola
Graziano Delrio: una volta nell’ospedale della mia città c’era Berlusconi e il capo sinti: stesso primario, stessa sonda…
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Ermete Realacci: le fiabe non servono a insegnare ai bambini che i draghi esistono – lo sanno già – ma che i draghi possono essere uccisi

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