Le gabbie dorate dei media digitali e il giornalismo: una storia del futuro

Le gabbie dorate dei media digitali e il giornalismo: una storia del futuro

Il mondo digitale è diventato un argomento per i giornali generalisti nei primi anni Ottanta, quando è partito il fenomeno dei personal computer. Ma era un argomento assolutamente marginale. Almeno fino ai primi anni Novanta, in quei giornali, si faticava a ottenere spazio per qualunque articolo, persino un’intervista a Bill Gates. In America c’era qualcosa di più, non moltissimo. In Italia, Franco Carlini e pochi altri.

Il genere del giornalismo interessato alla tecnologia digitale si è presto diviso tra i molti articoli per impallinati, con riviste specializzate per tirar fuori cose divertenti o utili dai personal computer, e i pochi articoli di cultura e politica della tecnologia.

Nei primi anni Novanta, a tutto questo si è unito il senso di futuro imminente che internet e il web innescarono nel mondo digitale. Si è capito subito che internet nella sua versione facile da usare, con l’iper-testo, il linguaggio html e il browser, avrebbe cambiato l’informazione e molto di più. Si è formata una generazione di giornalisti orientati a comprendere la tecnologia per comprendere la società in evoluzione. Una generazione che aveva lo spirito dei pionieri che raccontava. E che coltivava un senso critico, basato sulle regole emergenti della rete.

Nel Duemila, il giornalismo dell’innovazione non si trova più di fronte solo alle aziende e alle iniziative che cambiano il mondo, ma si confronta anche con le aziende e le iniziative che lo hanno già cambiato: conquistando spesso una posizione di potere assoluta. Apple, Amazon, Google, Facebook, Microsoft. Baidu, Yandex, WeChat, Alibaba, Naver. Nsa. Comprendere la tecnologia e le dinamiche dell’innovazione continua a servire per guardare al futuro e nello stesso tempo è necessario per comprendere il potere. E svolgere il ruolo critico del giornalismo.

Mentre negli anni Ottanta, del resto, le aziende e iniziative tecnologiche raccontavano volentieri quello che facevano ai giornalisti, nel tempo hanno imparato a trattare i giornalisti con distacco: poiché la costruzione del successo in rete parte quasi sempre con una scommessa, edeologia e storytelling sono diventate progressivamente più importanti del reporting, sicché i giornalisti sono stati trattati progressivamente come strumenti per costuire la visione che serviva a convincere il pubblico della visione proposta dalle aziende e dalle iniziative tecnologiche.

Ma alzando lo sguardo, questo tipo di sviluppo ha fatto scuola in molti settori del giornalismo. La copertura delle guerre americane è stata fatta progressivamente con i giornalisti “embedded” che potevano seguire soltanto i fatti che le organizzazioni di pubbliche relazioni militari consentivano loro di seguire. Lo stesso più o meno avveniva nelle elezioni politiche. E per la finanza. E per la tecnologia, appunto.

La distruzione dell’autenticità tradizionale, scalzata dalla destrutturazione della gerarchia sociale industriale che era sostituita dalla rete sociale coerente con la logica finanziaria, portava i centri di potere a tentare di assumere il ruolo di generatori di “mondi di senso”. La leadership culturale, in un mondo che cambia, è essenziale per la leadership tout court.

Ma fino a che questi grandi centri di potere che tentano di governare le coscienze si trovano di fronte un giornalismo, professionale o cittadino, che mantiene una capacità critica, la loro leadership resterà sfidata a produrre risultati autentici. E si continueranno a trovare spazi per ulteriori innovazioni, da parte di nuove aziende e iniziative, che porteranno concorrenza ai centri di potere consolidati. Se mancherà la critica si fermerà l’innovazione.

Perché questo continui a succedere occorre pensare contemporaneamente ai modelli di business del giornalismo e al metodo che distingue il lavoro giornalistico dalla semplice attività che serve ad alimentare la circolazione di informazioni, con il corollario della necessità di rinnovare i criteri di valutazione del lavoro giornalistico.

L’esperienza della musica può aiutare in questo senso. Le piattaforme hanno assorbito il modello di business della musica registrata e lo hanno trasformato in una sorta di flat rate per l’accesso a qualunque brano in streaming: le piattaforme sono necessarie e fanno soldi con solida sicurezza, mentre gli artisti sono fungibili e le etichette hanno un ruolo di gestori del copyright che potrà comunque essere disintermediato. Il modello di business orientato solo alla pubblicità per l’editoria giornalistica è stato sostanzialmente assorbito dalle piattaforme che tentano di assorbire il lavoro giornalistico offrendo una quota della raccolta pubblicitaria. Potrà andar bene per un po’, ma strategicamente non andrà meglio di quanto avvenga alla musica. L’indipendenza sarebbe messa in discussione. I modelli di business per il giornalismo si devono trovare in piattaforme alternative, dove il pubblico è disposto a sostenere economicamente il lavoro giornalistico e la distribuzione non dipende solo dalle logiche delle piattaforme prevalenti. Solo così potrà coltivare un senso critico nei confronti di quei centri di potere. E di tutti gli altri, peraltro.

Anche perché i media digitali sembrano fatti apposta per costruire gabbie dorate e mondi di senso che separano i gruppi sociali più di quanto li uniscano.

La realtà è che il giornalismo non può servire mondi di senso altrui: deve seguire il proprio, con le testate che promettono una linea editoriale e gli autori che la interpretano coerentemente, indipendentemente dalle fonti, con completezza e qualità epistemologica, con umile accuratezza e operando nella legalità. Sapendo che solo così si manterrà senso critico, libertà, innovazione. Questo significa costruire luoghi nei quali il senso è condiviso: si lavora sulla stessa pagina, anche non condividendo le stesse opinioni politiche o interessi economici, per costruire uno spazio civico nel quale deliberare in modo informato. C’è molto da fare.

La novità è che il giornalismo dell’innovazione non va più considerato come un elemento esterno al cuore del giornalismo tout court. È invece diventato essenziale per comprendere e criticare le dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche della contemporaneità. E per i giornalisti che se ne occupano è una grande responsabilità. La critica, il metodo, l’autenticità, vanno coltivati. Una visione ampia, storicamente avvertita, va appresa. Anche il giornalismo dell’innovazione ha bisogno di innovazione. Ma il giornalismo dell’innovazione può fare parte dell’innovazione della quale ha bisogno il giornalismo. Uscire dalle gabbie dorate può dare un senso di nostalgia. Ma anche un respiro di libertà.

Questi erano alcuni pezzi già pubblicati su questo filone:
Che cosa sono quelle piattaforme e perché vogliono la musica
Byung-Chul Han. Nello sciame. Critica della ragione digitale
Luciano Floridi: precondizioni per un progetto di futuro (non tanto lontano) umanamente sensato
La disinformazione online e quello che possiamo fare

Ma questi sono pezzi recenti da leggere assolutamente usciti altrove:
Access, Accountability Reporting and Silicon Valley
Act Naturally: Pretentiousness, Coolness, and Culture
Inside Facebook’s (Totally Insane, Unintentionally Gigantic, Hyperpartisan) Political-Media Machine

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