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Paradossi digitali. Ancora su Facebook, Trump, Twitter, Apple, Google… Perché è così complicato dire chi ha ragione? Appunti

Chiusura degli account di Trump. Chi ha sbagliato? Lui o loro?

Stranamente, una gran quantità di articoli sono stati scritti per giudicare se Facebook, Twitter e gli altri social network abbiano fatto bene o male a impedire a Donald Trump di usare i media digitali per sostenere le sue opinioni. In pochi casi, i commentatori si sono soffermati a immaginare quale giudizio avrebbero espresso nel caso che le piattaforme predilette da Trump, invece, non fossero intervenute per bloccare la diffusione da parte del quasi-ex-presidente di idee incendiarie e manifestamente pericolose.

Il problema infatti non è quello di dire se Facebook, Twitter eccetera abbiano fatto bene o male. Il problema è quello di valutare se è giusto o sbagliato un sistema che consenta, o in un certo senso imponga, alle piattaforme di prendere decisioni di questa natura e di questa portata.

La sottile qualità giuridica, il valore filosofico e umano, la matassa di conseguenze pratiche che sono legate alle decisioni di questo genere in rete viene affidata a privati cittadini che come qualifica hanno di aver messo in piedi gigantesche macchine per comunicare, capaci con ogni evidenza di fare affari e tecnologia, ma non necessariamente competenti o sensibili per operare scelte civiche.

Certo, qui ci troviamo di fronte a una situazione analoga a quella che hanno conosciuto i tycoon televisivi e prima di loro i proprietari dei grandi giornali. Ma gli imprenditori dei media digitali non hanno costruito la loro storia professionale per arrivare dove sono adesso: pensavano di fare tutt’altro. E devono inventarsi delle soluzioni a problemi che per la loro formazione sono meno che centrali.

Non rifacciamo la storia di internet. Ma due brevi promemoria possono farci male?

La vita quotidiana è stata trasformata dalle tecnologie digitali. E ora ci si domanda come trasformare le regole della vita quotidiana per adattarle all’era digitale.

All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso era facile. Si ricevevano poche mail, per esempio. Anzi quando ne arrivava una era una festa. La “netiquette” prevedeva di rispondere a tutti e presto. Era una regola di buona creanza. Ma facile da rispettare. In generale, chi usava internet lo faceva per contribuire alla conoscenza. Non c’erano modelli di business particolari. Solo un grande afflato per l’apertura. L’economia di internet restava dentro il mondo delle telecomunicazioni. La cultura di internet restava una conseguenza dell’idea che ne avevano gli scienziati che l’avevano fatta nascere e crescere: la conoscenza si scambia, il rispetto degli altri è sacrosanto, l’autorità è fondata sulla qualità della ricerca e non sul potere. Era un mondo alternativo, vagamente utopistico, entusiasmato dalla potenza di una tecnologia che chiaramente sarebbe andata lontano.

La quotazione di Netscape – 1995 – fece spostare l’attenzione verso la finanza. Le regole introdotte dall’amministrazione Clinton-Gore aprirono le porte all’impresa. Internet divenne una specie di porto franco da popolare: cominciò a riempirsi di imprese, mancava ancora il pubblico dei consumatori. La bolla scoppiò nel 2000 e fu una conseguenza di queste condizioni iniziali. Le leadership culturali sul web restavano convinte che le regole di internet fossero sempre quelle di prima. Il che era stato vero, ma lo diventava sempre meno: il contesto economico stava sottilmente trasformando quella cultura originaria in un’ideologia. Sempre meno maggioritaria. Sempre meno corrispondente all’esperienza concreta delle persone che usavano internet.

Dopo il 2000, con un valore finanziario praticamente azzerato, cominciò a esplodere il valore d’uso. Si ripartì dalle telecomunicazioni, ma per uscirne poco dopo. La connessione sempre accesa a prezzo fisso e un po’ più veloce garantita dall’adsl, in effetti, era una bella differenza. Ma anche il software fece partire una quantità di nuove attività. Era diventato facile fare cose online: non occorreva più l’html e l’amico con un server. I software per lo scambio di musica gratis, i blog e i social attirarono un pubblico attivo, ben diverso da quello degli altri media. Il commercio elettronico diventava più facile e sicuro. La costruzione di modelli di business extra-telecomunicazioni consolidò una nuova dimensione dell’economia. E finanziò innovazioni meravigliose. Le regole tradizionali della rete furono travolte. I governi entrarono in gioco inizialmente solo per salvaguardare il copyright musicale. E per contestare il monopolio della Microsoft, proprio mentre perdeva centralità. Ma le nuove contraddizioni si aprivano a ritmo esponenziale. La vecchia netiquette fu distrutta dall’information overload. Lo scambio gratuito di conoscenza fu monetizzato con la pubblicità. Il ruolo pubblico dell’internet “bene comune” fu sottoposto a un iper-sfruttamento da parte delle imprese che crescevano nel contesto di un’idea di capitalismo che ancora riusciva a convincere il mondo che il profitto era l’unica misura della qualità dell’offerta e che il “mercato” in quanto supposto perfetto sistema informativo era l’unica vera fonte di legittimità delle decisioni, in grado di sostituire progressivamente quasi qualsiasi ruolo dello stato. L’idea comunitaria di internet si confondeva nell’idea anti-statalista di quella fase del capitalismo finanziario.

Il trionfo della tecnologia mobile, iniziato proprio nel 2007 l’anno della fine della finanza trionfante, creò le condizioni di un nuovo cambio di equilibri. Le telecomunicazioni furono commoditizzate. Le imprese vincenti divennero istituzioni enormi per l’Occidente. Ben più che la finanza a quel punto valeva il controllo dei gangli fondamentali dell’economia. Apple, Google, Facebook, Microsoft, Netflix, Twitter e, soprattutto, Amazon, acquisirono un potere che raramente era stato conquistato da imprese private. Le autorità antitrust europee e americane, le autorità fiscali, le autorità preposte alla salvaguardia dei diritti umani fondamentali, dovettero imparare a confrontarsi con questi nuovi poteri. E le loro prime sconfitte furono istruttive.

Ma le aziende di cui parliamo continuavano a pensarsi come aziende tecnologiche. Le loro tecnologie però, a differenza di quelle di cinquant’anni prima, erano facili da usare. Steve Jobs aveva creato uno stile chiarissimo: non deve servire il manuale per usare il computer. Deve essere convincente perché usarlo e deve essere chiaro come usarlo. Quindi non ci dovevano essere troppe difficoltà culturali nell’iniziare a far funzionare le macchine. Casomai ci sarebbero state conseguenze liberatorie per tutti coloro che le avessero usate creativamente. Le aziende tecnologiche non dovevano pensare al posto dei loro utenti, dovevano abilitarli a creare. Le conseguenze culturali delle tecnologie diventavano esternalità rispetto alla loro struttura di business.

Un’azienda come Facebook è stata paragonata a una utility per un certo tempo, oppure a una compagnia media. Ha negato sempre di essere l’una o l’altra. Anche per evitare le regolamentazioni che utility e media devono accettare. Del resto, le aziende tecnologiche erano sempre state considerate non responsabili dell’uso che si fa dei loro prodotti. E, appunto, i loro prodotti venivano adottati non perché servivano a qualcosa di preciso ma piuttosto perché consentivano alle persone di inventare il loro modo di usarli. O almeno questa era l’impressione.

Un’impressione che si è rivelata sempre più falsa.

La trasformazione di Facebook in una media company che si è consumata tra il 2016 e il 2020 è un atto di realismo, date le circostanze. Ma è ben lungi dall’essere il finale della storia.

Una media company del futuro è la stessa cosa di una media company del passato?

La domanda non è peregrina. La risposta non è banale. Se si tratta sempre di impacchettare informazioni e venderle il passato e il futuro si assomigliano. Ma nel contesto dell’economia della conoscenza nel quale tutte le compagnie generano valore collegando un valore immateriale  – che in fondo si incarna in informazione – ai loro prodotti o servizi, le compagnie media tendono a confondersi con le compagnie tout court. Quindi bisogna imparare a distinguere.

In passato, nel mondo analogico, una compagnia media comprava contenuti, sceglieva come pubblicarli, manteneva il controllo della merce rara che era lo spazio sul quale pubblicare, poteva far pagare molto la pubblicità e l’accesso. Nel mondo digitale, lo spazio è molto abbondante, l’informazione pure, ciò che è scarso è il tempo e l’attenzione del pubblico. Il mercato della pubblicità e il mercato dell’accesso alle informazioni si separano. Molta pubblicità basso nessun costo di accesso. Alto costo di accesso poca pubblicità. Non si paga lo spazio ma la possibilità di attirare l’attenzione per scrivere sul tempo del pubblico. La pubblicità vale se si infila organicamente nel flusso di azioni del pubblico, se risponde agli interessi del pubblico, se conosce il pubblico e se si paga solo in funzione di quello che il pubblico fa con la pubblicità. Qualsiasi contenuto va bene purché ottenga informazioni sul pubblico e raccolga attenzione. Le piattaforme che fanno questo servendo bene il tempo del pubblico vincono. Per servire il tempo devono avere buoni algoritmi. L’accesso invece si paga per l’autorevolezza del produttore di informazione e per l’utilità dell’informazione: non vale qualunque contenuto; vale solo il contenuto di valore superiore a quello che si trova gratis.

Nel mondo basato sulla pubblicità il rischio della scarsa qualità del contenuto è dietro l’angolo. Si compensa con altre utilità. Poter comunicare le proprie idee. Poter sperare nei like. Poter sperare nei follower. Poter trovare algoritmi che aiutano a trovare proprio quello che interessa. Le echo-chamber sono dietro l’angolo. La comunicazione rischia di diventare un labirinto di specchi.

Di certo, le piattaforme vincenti sulla pubblicità non possono essere semplici software che gli utenti usano come vogliono. Gli algoritmi sono parte centrale dell’offerta e contribuiscono a selezionare l’informazione – e le relazioni – in modo tanto preciso da diventare quasi generatori di informazione. Sono “editori” ma algoritmici: gestiscono la qualità attraverso la quantità.

E dunque gli editori del futuro sono come quelli del passato? Probabilmente no. Sono anche produttori di tecnologie. Inventori di interfacce. Gestori di traffico. Venditori di servizi pubblicitari sempre più sofisticati. Devono confrontarsi con altri editori ma anche con altre compagnie tecnologiche. Devono imparare a sottostare alle regole: privacy, antitrust, fisco. E devono gestire gli utenti: alcuni usano le piattaforme in modo umile e costruttivo, altri in modo distruttivo, altri con bot e altre tecnologie…

Ci saranno differenze tra le piattaforme “editoriali” che faranno in modo che non ci sia più una sola concezione di “editore”.

Ma la dimensione pubblica entrerà in gioco in molti modi. Creando “corpi intermedi”, applicazioni su piattaforma, regolatori e co-regolatori, monitoraggio, funzioni di servizio. Il problema centrale diventerà: abbiamo una comune conoscenza dei fatti o no?

Il valore pubblico, il valore degli stakeholder, il valore delle comunità, si imporrà al valore delle piattaforme tecno-finanziarie. Nel migliore dei casi, si assisterà a una fioritura di soluzioni differenti. E ritornerà in gioco una certa infodiversità. L’alternativa è il controllo di qualche post-tycoon sulla conoscenza di tutti. Entrambi scenari possibili. Ma il secondo, alla lunga, è meno probabile del primo: se internet resta un bene comune. Imho.

Vedi la serie:
Formazione di una comunità informata.
Puntate:
Introduzione
Scenari
Economia
Editoria
Strategie

Vedi anche:
Libertà di espressione tra etica ed ecologia dei media

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Photo by Mitch Rosen on Unsplash

1 Commento

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  • Scusi dott. De Biase, ma di cosa stiamo parlando?
    Finché era presidente e dunque il padrone gli hanno fatto dire le peggiori cose, ora che c’è un nuovo padrone gli staccano la spina.
    Tutto il resto è un’iperazionalizzazione.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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