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Coronavirus. Come ne esce l’economia

Goldman Sachs, la banca americana che che ha patteggiato una sanzione miliardaria per i suoi comportamenti all’epoca della crisi del 2008 e che ha promesso di essere corretta in futuro, prevede che nel secondo trimestre del 2020 il Pil degli Stati Uniti scenderà del 24% (This Stimulus Bill Will Not Save the Economy From Collapse, NYTimes). A occhio e croce sarebbero oltre 1.500 miliardi di dollari di mancato prodotto interno lordo in tre mesi. Qualcosa di paragonabile all’intera economia italiana di un anno. Qualunque sia la qualità di questi calcoli il punto è che le probabilità di una recessione molto forte sono estremamente alte, se non si fa qualcosa si inusuale, come ha già detto il commissario all’economia Paolo Gentiloni (EU plans fiscal firepower boost to tackle coronavirus fallout, FT)

In questo scenario, la recessione provocata dalla chiusura di un miliardo di persone in casa per un tempo imprevedibile è enorme. Difficile immaginare che le società possano fare qualcosa di molto diverso da immettere nel sistema molti soldi che prima non c’erano: molta spesa pubblica, molto denaro stampato dalla banca centrale, molto più debito, molte meno tasse. Qualcosa di keynesiano in proporzioni che neppure la mente di John Maynard Keynes aveva avuto l’occasione di immaginare. Non ci saranno comportamenti molto diversi tra stati virtuosi e stati cicala: tutti dovranno spendere un sacco di soldi per tenere in piedi il sistema.

Se tutto questo si avvera, le sofferenze saranno tanto più grandi quanto più grande sarà l’incertezza con la quale gli stati e le organizzazioni di stati si muoveranno. Occorrerà capirlo presto e bene e andare decisi al punto. E il punto sarà che la politica avrà mezzi quasi illimitati per dare una svolta allo sviluppo dell’umanità.

A quel punto si aprirà un bivio.

Qualcuno preferirà tenere il sistema di potere che è cresciuto nei decenni del capitalismo sfrenato e abbandonare la democrazia: una forma di fascismo autocratico costruito sul rancore, la violenza e la polarizzazione economica. Altri penseranno a usare bene i soldi della spesa pubblica per ridefinire il percorso finora seguito e investire in modo massiccio per innovare tutto ciò che è possibile innovare allo scopo di rafforzare in modo significativo almeno tre settori del futuro: l’educazione per l’inclusione, la cura delle persone e la cura dell’ambiente. La seconda strada, lo si può dire, è molto migliore.

(Per l’importanza di questa questione e la sua complessità, penso che l’argomento possa essere affrontato in una serie di post che spero di riuscire a scrivere in questi prossimi giorni. Mi scuso per ogni eccessiva semplificazione).

Photo by Alexandru Tugui on Unsplash

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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