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Sembra un film di scarsa qualità

Una narrativa tragica ha conquistato il potere. I maestri della bellezza si sentono incompresi. I professionisti dell’ammirazione sembrano improvvisamente dei dilettanti. Gli occhi della città che si riteneva attraente sono increduli guardando al mondo che la respinge. I suoi abitanti che si davano tanto da fare nella loro navicella urbana lanciata verso il futuro e si ritrovano respinti in uno stanco, incerto passato.

Sarà stato per sfottere che gli ischitani hanno emanato una direttiva, poi annullata, per impedire lo sbarco sulla loro isola ai lombardi. Ma non è per ridere che decisioni analoghe si prendono in tanti posti, dall’Austria alla Basilicata. Gli uffici romani che non accettano i milanesi ormai si moltiplicano. Ed è incredibile. Ma vero.

Li guardi negli occhi, appunto, i milanesi. In metropolitana. Per strada. Alla stazione. Nei negozi. Nei bar, vuoti. Sono stupiti. Subiscono: e non ci sono abituati. Spesso sono convinti che la crisi di questi giorni sia frutto di un’esagerazione: perché, trattandosi di cose che riguardano la loro vita e i loro affari, leggono con attenzione chi parla con competenza ed equilibrio, come Maria Rita Gismondo, direttore responsabile di virologia al laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano. O come Ilaria Capua, scienziata italiana che si è conquistata una leadership culturale globale nell’analisi dei virus che partono dagli animali e arrivano agli umani. È un’influenza, dicono, molto contagiosa. Ma è un’influenza. Non è meglio di così, ma non è peggio di così.

Passerà si ripetono per strada, al telefono, su internet, i milanesi. «Certo che passerà», possono rispondere tutti coloro che hanno un minimo di senso storico. Ma quanto durerà la crisi? Quanto a lungo resterà nella memoria del mondo l’idea che Milano sia un posto da evitare? Quanto sarà pesante la recessione causata dalle scelte politiche di questi giorni?

Senza contenimento non si tiene sotto controllo la malattia. È evidente. Ma il contenimento si può fare in molti modi. Le scelte politiche di questi giorni dimostrano che la mente dei decisori si è chiusa nella tragedia, con molto autolesionismo e poca immaginazione. Non ci dicano che non c’erano alternative. Le alternative ci sono sempre.

Solo la tragedia non ne consente. Ma la tragedia è un genere letterario che racconta il percorso di una storia guidata dall’inevitabile e destinata a un finale terribile. Si può andare a teatro a vivere l’esperienza catartica della tragedia: ma viverci in mezzo come se fosse la realtà è un’esperienza ben poco costruttiva.

La storia di una influenza molto virulenta partita dalla città di Wuhan in Cina e che si è diffusa velocemente in mezzo mondo è diventata la tragedia. Non è che non ce ne siano i motivi. Finora ha contagiato 80mila persone in 37 paesi del mondo, causando 2.600 morti (New York Times). Ma in Cina l’epidemia è in netto calo. Altrove ha appena cominciato a diffondersi. In Italia, purtroppo, ci sono finora sette morti, persone che erano immunodepresse per altri motivi. Ma in Italia l’esordio dell’epidemia è stato raccontato dalla televisione, dalla Rai, alzando subito il tono di voce. Il coro lamentoso che descriveva la tragedia della città fantasma colpita per prima dal virus, con i medici che non conoscendone i sintomi sono stati uccisi, con il coprifuoco e la mancanza di servizi, non poteva essere trasformato in un’analisi razionale e documentata nel momento in cui il virus è sbarcato in Italia. I paesini del contagio sono stati raccontati come Wuhan. Gli italiani sono diventati i cinesi d’Europa. Gli stranieri non si fidano degli italiani. I romani non si fidano dei milanesi. Andando avanti così si fermano i commerci, si riducono i viaggi, si abbatte la produzione, si mette in discussione l’immagine per il futuro. L’ambizione globale di “vivere all’italiana” diventa un incubo ben poco desiderabile. Andando avanti così, la tragedia va oltre la morte delle persone e diventa l’autunno di una civiltà.

Ma se i media che hanno cominciato una narrativa tragica con i servizi su Wuhan non si potevano smentire raccontando l’epidemia in Italia, i politici potevano scegliere: seguire l’andazzo mediatico o mantenere la ragione. Avendo scelto di seguire i media hanno dimostrato che i media avevano ragione. La tautologia è diventata legge.

Certo, dovevano lavorare per il contenimento. Ma la quarantena si può usare per un numero limitato di persone: come può funzionare per tutti? L’infezione, ci dicono i medici, si contiene lavandosi le mani. Lavandosi le mani! Si contiene bevendo bevande calde. Bevande calde! Non c’è nulla di magico: il virus muore col caldo e si diffonde portando alla bocca o agli occhi la saliva di contaminati che l’hanno lasciata da qualche ora sul palo della metropolitana o che l’hanno starnutita a meno di tre metri di distanza. Può succedere: eccome se succede. Ma il contenimento significa fare in modo che la gente stia attenta oppure significa segregare tutti in casa? La scelta va proporzionata. Non sembra lo sia stata.

C’è chi fa i conti. Anche se è vero come dicono le statistiche che solo il 15% della popolazione viene contaminato e che solo il 5% dei contaminati deve essere ospitalizzato, il numero dei ricoveri sarebbe superiore alla capacità ricettiva degli ospedali italiani. E dunque è razionale tenere la gente a casa per ridurre il contagio. Anche se in certi ospedali, come a Torino, si attivano con tende e altre strutture per aprirsi a un numero di ricoveri superiore al normale. Non è certo vietato: è intelligente. Ed è davvero possibile che non ci sia un modo meno invasivo della quarantena per indurre la gente a lavarsi le mani? Non basta una settimana di chiusura per fare uscire la città dalla quarantena e non basta un anno per far dimenticare l’esperienza. Questa storia si tradurrà in un rallentamento del Pil e in un peggioramento dell’economia: davvero non c’erano alternative? Può darsi, d’accordo: decidano loro. Ma accanto alle quelle decisioni, non si dovrebbe vedere anche un’accelerazione delle operazioni che servono per fare diminuire la tensione invece di alimentarla continuamente? La tragedia è che queste scelte resteranno sul futuro della città, del paese, della grande conversazione globale. Il racconto tragico, ineluttabile, fa prendere la strada della chiusura, della diffidenza, della separazione dei popoli.

Il paradosso è che sull’influenza di Coronavirus si è fatta una tragedia. Mentre non si è quasi parlato dello strano caldo che in questi giorni caratterizza il clima di Milano. E si è accettato distrattamente il fatto che Milano è molto in alto nella classifica delle città più inquinate del mondo e in gennaio ha superato quasi tutti i giorni i limiti accettabili delle polveri sottili. I bambini dell’asilo lo sanno. I politici – e i media dai quali i politici si fanno guidare – non ne hanno fatto una tragedia.

I fatti sono strani quando li si considera alla luce del racconto dei fatti. Ora è tempo di fare nuovi fatti e creare un nuovo racconto.

Photo by Andrea Ferrario on Unsplash

12 Commenti

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  • “È un’influenza, dicono, molto contagiosa” non è vero, la mortalità è come minimo 20 volte più alta dell’influenza comune. Come minimo. Stai spargendo falsità pericolose.

    • Scrive il New York Times: «The true death rate could turn out to be similar to that of a severe seasonal flu, below 1 percent, according to an editorial published in the journal by Dr. Anthony S. Fauci and Dr. H. Clifford Lane, of the National Institute of Allergy and Infectious Diseases, and Dr. Robert R. Redfield, director of the Centers for Disease Control and Prevention.»
      https://www.nytimes.com/2020/02/29/health/coronavirus-flu.html
      Questo non significa che si tratti di una semplice influenza. Perché è molto contagiosa. Quindi il rischio è che si siano molti contagiati e dunque un gran numero di decessi in assoluto.

      • Ti faccio due conti. Il numero dei casi totali sta crescendo tra il 20% e il 25% tutti i giorni nell’ultima settimana. Oggi siamo a 7300, domani probabilmente saremo sopra i 9000. Se le nuove misure di quarantena non funzionano lunedì 16 ci saranno circa 50000 casi totali, con 40000 casi attivi. Circa il 10% dei casi attivi richiede il ricovero in terapia intensiva, quindi è possibile, che tra una settimana ci saranno 4000 persone in terapia intensiva per il coronavirus. Il numero di posti letto nella terapia intensiva italiana è circa 6000.

        Quindi, se la gente ti crede e non prende sul serio la quarantena, tra una settimana il sistema sanitario nazionale non sarà più in grado di trattare i casi gravi dell’epidemia. A quel punto la mortalità non sarà più del 3 ~ 3.4% (che è quello che possiamo stimare dalle osservazioni in italia e quello che ha concluso WHO) ma attorno al 10%. Se malauguratamente questo dovesse succedere potremmo avere 100000 morti entro la seconda settimana di aprile.

        Questo non è il momento di dare voce ad articoli cherrypicked che sminuiscono il pericolo di questa influenza, ìl nytimes è irresponsabile a farlo e tu sei irresponsabile a credergli e ripeterlo, tutti i dati solidi in nostro possesso puntano al fatto che siamo prossimi ad una catastrofe umanitaria.

        • Non sminuisco la quarantena e mi attengo ad essa; credo fermamente nel fatto che si debba fare tutto il possibile per ridurre il contagio; credo anche che si sarebbe dovuto affrontare la questione in modo da evitare un cataclisma economico (ma purtroppo questo è ormai difficile da evitare). I casi di Singapore e Hong Kong a quanto pare dimostrano che un isolamento molto concentrato sui focolai e sui malati, non generalizzato a intere regioni, può essere equilibrato ed efficace. Fare interventi terrorizzanti ma senza ordine può addirittura aumentare il contagio (come la sera del decreto che fermava la Lombardia). Detto questo statisticamente la letalità dell’influenza è simile a quella di questo virus se si considera per ciascuna malattia il numero di contagiati stimato (come si fa per l’influenza normale e come di fatto non si fa per questo virus, il che provoca incomprensioni ma basta mettersi d’accordo sui numeri che si usano). Il problema speciale di questo virus è che è molto contagioso e fa venire spesso la polmonite il che porta molta gente in ospedale: poiché i posti in ospedale sono limitati si finisce per mettere a rischio il sistema sanitario e aumentare la mortalità per questo e per altri virus. Ormai i danni sono fatti. E non resta che cercare di contenerli. Per tornare all’inizio: non sminuisco la quarantena e mi attengo ad essa (e trovo molto offensivo che lei lo metta in dubbio).

  • Caro Luca,

    grazie per questo articolo: bello e necessario.

    Faccio coro con te, rilanciando questa cosa che abbiamo fatto:

    ** la conoscenza dei fatti/dati non necessariamente cambia i comportamenti delle persone **

    Qui e altrove c’è comunque una affermazione di come la conoscenza possa essere antidoto efficace a queste situazioni.

    Ci piacerebbe molto, ma, come sappiamo e vediamo, non è così: dalla politica, alla cultura, giù (o su, dipende da dove parti) fino al livello neurofisico.

    Nell’epoca dei dati e dell’intelligenza artificiale, il “dato” (e la sua costruzione, e la computazione/interpretazione) rimane una questione problematica, sia nella sua essenza ed esistenza, sia nel suo effetto (e/o mancato effetto) sulla società.

    Vien da chiedersi, quindi, quali interventi pre-politici sia necessario mettere in atto per migliorare la situazione.

    Questo, per esempio, è quello che mi sto chiedendo come artista e ricercatore con il concetto della Datapoiesi: i dati (e la computazione) creano sensibilità che prima non c’erano, attraverso l’arte e il design.

    Ieri sera, visto che ci hanno annullato l’evento alla Farnesina, proprio per il Corona Fucking Virus, abbiamo fatto un altro microevento: Datapoiesis Corona Edition.

    Ci siamo riuniti attorno a una piccola performance (“a song for corona”, una piccola performance di musica generativa con i dati del cov19 https://he-r.it/Corona/ ), a Torpignattara (tra l’altro: forse il quartiere più multiculturale e cinese di roma). E abbiamo parlato proprio di questo: di quali dati, quali interpretazioni, quali interventi culturali, artistici e di design potrebbero essere combinati e messi in campo per migliorare la situazione.

    Uno degli elementi fondamentali della Datapoiesi è il suo carattere diffuso.

    In maniera Latouriana: i dati (e i ricercatori) non sono più dentro il laboratorio, in cui gli scienziati col camice osservano e poi, se e come reputano necessario, ci irrorano della loro conoscenza.

    Nella Datapoiesi i dati sono in mezzo al mondo, proprio come i ricercatori: totem attorno a cui unirsi nella conoscenza per decidere, insieme, il da farsi.

    Il che, tra l’altro, non toglie nulla alla scientificità dei dati o dei ricercatori. Semmai, invece, aggiunge, trovando modi più efficaci (anche neurofisicamente) per portarli in mezzo al mondo, e valorizzandoli entrambi.

    La popolazione, quindi, non è più un bambino cui dire cosa fare, minacciando addirittura punizioni corporali o morali, ma un partner assieme a cui decidere e fare.

    Questa, forse, è la “rivoluzione” più grande (o la sola? a volte viene il dubbio) offerta dalle tecnologie digitali:

    il ricercatore può finalmente uscire dal laboratorio.

    Peccato che questa “rivoluzione” sia solo potenziale, così scarsamente sostenuta da pubblico e privato.