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Coronacrisi. Pieni poteri e vuote autorità

Si cerca un racconto, in certi casi, una storia che possa spiegare l’incomprensibile. In questi giorni in cui l’incomprensibile è padrone, cerco ipotesi. Un paese che non sembra avere le idee chiare nella ricerca dell’equilibrio tra contenimento dell’epidemia e ricostruzione economica. Un paese che abbandona i suoi anziani nelle case di riposo trasformate in trappole. E che abbandona i suoi figli senza una scuola e senza una prospettiva per riaprirla. Un paese che discute dei tempi della distribuzione di qualche centinaio di euro a imprese, partite iva, persone che in questa clausura hanno perso tutto. Un paese che mostra confusione nella catena di comando. Un paese di persone obbedienti. Un paese che ha risultati profondamente diversi da regione a regione nella lotta all’epidemia e non ne trae le conseguenze. Un paese che non impara dagli altri che sono stati chiaramente più bravi. Un paese che anche quando prende decisioni giuste le interpreta come un vantaggio di questo o di quello. E intanto invoca la solidarietà europea. Un paese così che pure resta meraviglioso, richiede una spiegazione. Non la trovo. Ma la cerco.

È una tentazione, anche per le democrazie. La tentazione, quando sono in guerra, di dare tutto il potere ai militari. La tentazione, nelle crisi finanziarie, di dare tutto il potere ai contabili e ai fiscalisti. La tentazione, in una pandemia, di dare tutto il potere al sistema sanitario.

Se in quei casi i politici, il ceto intellettuale, la borghesia, i corpi intermedi, i sindacalisti, i religiosi, abdicano del tutto e tacciono, il potere e il suo senso si separano. Le logiche meccaniche del sistema militare, contabile o ospedaliero, anche quando sono qualitativamente valide, non bastano a guidare una società: perché nella loro specializzazione, non affrontano la complessità.

In generale, se le strutture che hanno potere non hanno autorevolezza il disastro è incombente. Le strutture che non coltivano una visione sintetica nella complessità servono ma non possono avere la leadership: pena la distruzione della prospettiva, della direzione. Del senso di ciò che si fa. Il motivo è semplice. La struttura specialistica, tradizionalmente, è stata pensata in modo da non dover far altro che svolgere la sua funzione: progettata così, la struttura specialistica non fa che perpetuare la sua esistenza. L’autoreferenzialità degli specialismi è fatale quando la storia attraversa un passaggio di paradigma.

In questi tempi di crisi sanitaria alcuni paesi hanno affidato la guida alla politica. Altri hanno abdicato al sistema sanitario. A qualcuno sembrava che il potere fosse affidato ai medici: in realtà lo si affidava all’organizzazione sanitaria. I medici si ammalavano curando gli altri, talvolta trovavano la morte nei reparti. Non avevano potere. Il sistema sanitario difendeva la propria esistenza di fronte all’onda anomala dei ricoveri per il virus: e si difendeva esercitando il massimo di potere che mai la società gli avesse affidato.

Ma questo equivoco è passato abbastanza inosservato. Anzi. Nella narrazione generale è stato coltivato. E la società si è data al sistema sanitario come un paziente si affida al medico. Il fatto è che il medico è deontologicamente votato a curare. Il sistema sanitario non necessariamente. Lo fa solo nei limiti delle sue risorse e delle sue mansioni.

Il racconto dei numeri dei malati e dei decessi è stato il rituale di questo potere che ha gestito la transizione come se fosse un tunnel, con una sola strada possibile, da percorrere fino in fondo. Peccato che in fondo non c’era la luce ma un punto di domanda: come usciremo nella fase due? Come si rimedierà al disastro economico? Come si affronteranno le responsabilità e come si migliorerà per il futuro?

Va bene, si dirà, ma almeno l’epidemia è stata contenuta. Il prezzo che si pagherà è ancora incalcolabile e incalcolato. Ma la crisi del coronavirus ha fatto emergere una fondamentale contraddizione nel sistema sanitario per come è stato progettato nella fase storica che si è conclusa nell’epidemia.

Quale fase storica? Per un paese come l’Italia, la fase storica precedente all’epidemia non era particolarmente normale. Era una fase in cui di crisi finanziaria in crisi finanziaria, la democrazia aveva affidato tutto il potere ai contabili e ai fiscalisti. Con qualche eccezione tutto il quadro decisionale era stabilito dalle regole di bilancio fissate tra Bruxelles e Roma. E questo durava dal 2008. O forse dal 2001. O forse da prima ancora. In quel contesto, un paese indebitato e debole politicamente aveva abdicato ai contabili e ai fiscalisti e aveva trasformato il sistema sanitario pubblico che avrebbe dovuto curare la popolazione in un’organizzazione specializzata nell’offrire il suo servizio nel modo più efficiente possibile, pesando il meno possibile sul bilancio. Il welfare era diventato un costo, non una missione.

Una sanità che cura la sua gente crea un benessere superiore al semplice servizio offerto. Crea certezze. Sicurezze. Calore. E se riesce a farlo è resiliente.

In un quadro asfitticamente contabile, invece, la ricerca dell’efficienza, quella che toglie il grasso e poi la ciccia e lascia dietro di sé soltanto le ossa, non è resiliente.

I medici si ingegnano. Trovano soluzioni. Spostano macchine e malati. Creano nuovi posti letto e risolvono per quanto possibile il problema. Ma l’organizzazione generale non li aiuta. I migliori ce la fanno. Gli altri si rintanano nelle procedure. E se i loro capi, quelli dell’organizzazione, gli chiedono di non fare troppo notare che ci sono malati anomali e preoccupazioni superiori al normale, obbediscono.

In un paese con vincoli di bilancio diversi, il sistema sanitario ha reagito meglio, mettendo i medici in condizioni di lavorare meglio. La Germania dimostra che si può fare meglio. Ma viveva in vincoli di bilancio diversi.

Il virus è lo stesso dappertutto. Se in certi paesi ha determinato drammi più numerosi e in altri paesi è stato meno terribile non dipende dal virus, ma dai sistemi sanitari e soprattutto dai vincoli che la logica contabile aveva imposto ai sistemi sanitari.

Quando è arrivata l’onda anomala, il potere politico ha smesso di abdicare ai contabili, ma non ha ripreso in mano la sua responsabilità. Non era preparato a farlo.

È una condizione che ricorda la “biopolitica” di Michel Foucault. Ma le sue interpretazioni sono diverse nei diversi paesi. Una politica che non può decidere se non all’interno di un insieme di condizionamenti “naturali”, cioè basati su regole imposte dalle dinamiche del sistema economico, può peraltro imparare a interpretare la storia, come in Germania, o a subirla, come in Italia. Si può fare meglio. È sempre possibile imparare dall’esperienza e cominciare a fare meglio.

Tutte queste sono ipotesi. Ma se si rivelassero realistiche dovremmo cercare di spiegare perché questo è avvenuto. E soprattutto che nuova prospettiva si possa costruire.

Siamo stati un paese sconfitto. Siamo stati colonia anglo-americana. Siamo stati abbandonati a noi stessi con la fine della Guerra Fredda. Allora ci siamo affidati all’Europa. Tentando di ritrovare una sovranità attraverso l’adesione al patto europeo. Ingenuità e pigrizia mentale hanno finito per trasformare quel patto in una serie di obblighi. I paesi più scafati di noi hanno saputo trarne maggiore vantaggio. Ma non è detta l’ultima parola.

In questi giorni si discute il futuro dell’Europa, non solo quello del debito. In questi giorni devono parlare le leadeship lungimiranti, non i predatori.

Il problema si può ridefinire in questi giorni. Il punto non è chiedere un vantaggio per sé, ma dimostrare che si può ottenere un vantaggio per tutti, cambiando strada. Le strutture autoreferenziali possono essere riprogettate per diventare resilienti. Le infrastrutture europee possono diventare il luogo dell’investimento comune, perché vanno a vantaggio di tutti. Il welfare può tornare a essere la cura del benessere, non un costo ma un investimento per il futuro e l’innovazione, anche grazie alla logica del forward looking procurement.

Ma occorre uscire dalla mentalità del tunnel e della luce in fondo. Non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo decidere dove andare, che società vogliamo. Per troppo tempo abbiamo lasciato che la tecnica, la struttura specialistica autoreferenziale decidesse per noi. Senza violare la razionalità del bilancio si può pensare almeno a che cosa è prioritario. Altri paesi lo hanno fatto. Noi abbiamo l’obbligo di imparare a farlo.

Il potere è fondamentalmente insensato senza autorità.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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