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La fine dell’oblio non è l’inizio della memoria

Che cosa succede ai bambini la cui memoria biografica viene fissata in una quantità di foto che li riprendono in viso in modo identificabile e che sono poi condivise online?

Kate Eichhorn, storica delle tecnologie dei media e del loro impatto sulla vita umana, osserva che la biografia dei bambini e dei giovani è fissata in fotografie scattate in quantità gigantesca, condivise in proporzione signicativa e incancellabili da un singolo utente; e si domanda se questo abbia conseguenze sullo sviluppo psichico degli umani. La questione è al centro del suo libro “The end of forgetting” (Harvard University Press 2019).

Problema certamente appassionante. Tutta una psicanalisi si è fondata sulla costruzione della personalità adulta in base alla rielaborazione dell’infanzia e della giovinezza. E la neuroscienza ha confermato che l’editing della memoria è assolutamente la norma. Insomma: la memoria e l’oblio non sono l’una il contrario dell’altra, ma anzi sono parte dello stesso sistema di costruzione della conoscenza. Che cosa cambia nello sviluppo psichico, dunque, se la memoria è fissata nelle foto e se le foto non se ne vanno mai?

Il libro è magnifico. Pieno di sensibilità, di informazioni e di buone letture. E per questo è molto vivamente consigliabile. Ma nella complessità ben compresa da Eichhorn i problemi si moltiplicano a ogni passaggio della riflessione.

Le foto pubblicate online non sono la memoria oggettiva della vita dei bambini. Sono a loro volta editate. Possono essere state scattate da altri. Possono essere selfie. Ma non sono documenti oggettivi. Sono frutto di una volontà di condivisione, condotta dalla speranza di fare “bella figura” o almeno interessare, implicitamente rimuovendo tutto ciò che non appare coerente con l’immagine che si vuole dare. Questo è un ulteriore elemento di complessità nell’analisi lanciata da Eichhorn. E riguarda, diciamo, un editing di tipo “socio-diretto”. Inoltre, si può dire certamente che le scelte fotografiche sono influenzate dalla struttura della piattaforma usata per registrare, modificare e condividere le foto.

Quindi la domanda di Eichhorn non è soltanto relativa al passaggio dal sistema memoria-oblio analogico al sistema memoria assoluta digitale, perché anche questo presenta una sua fenomenologia dell’editing della memoria.

Si direbbe che mentre la memoria analogica si presenta come esperienza personale e in parte sociale, la memoria digitale si presenti come essenzialmente sociale e in parte personale. È una considerazione che mobilita una possibile ricerca sulla ridefinizione delle qualità delle dimensioni individiale e collettiva nell’epoca della rete digitale: si alimenta il sospetto che si assista a un’espansione della dimensione plurale, nella migliore delle ipotesi, e di una banalizzazione della dimensione individuale, nella peggiore delle ipotesi.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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