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I social network sono teatro

QuHarrison Terry su Medium scrive un articolo da approfondire: A Primer on Digital Humans, Meet the lifelike creations gaining fame and followers in the real world

Come spiega nel titolo, l’Autore discute intorno all’emergere nei social network di influencer digitali. Costruiti da creativi di varia estrazione, professionali o dilettanteschi, offrono la loro storia e il loro carattere in rete esattamente come gli influencer umani. Ma non esistono se non nella fantasia di chi li ha creati e delle migliaia o dei milioni di persone che li seguono.

Che cosa sono? Per alcuni sono come i personaggi dei cartoni animati. Per altri sono una costruzione originale perché i cartoni vivono nei loro programmi, mentre questi influencer digitali vivono nella vita quotidiana. Anche se è difficile incontrarli in giro. Quelli che hanno successo hanno una storia: sono stati salvati da una forma di schiavitù, sono scappati a gente che li voleva sfruttare, o altro. Vivono in rete, 24 ore su 24, possono piacere di più degli umani agli inserzionisti pubblicitari: presto se ne faranno fare alcuni tutti per loro se non l’hanno già fatto.

Si può anche aggiungere che presto avranno reazioni fondate sull’intelligenza artificiale. E potranno piacere ancora di più, agli spiriti poco critici. Cioè alla maggior parte della gente nella maggior parte del tempo.

Un pezzettino di interpretazione in più si può ottenere domandandosi perché piacciono. E rispondendosi che forse piacciono esattamente come piacciono gli altri personaggi che piacciono in rete. Piacciono perché sfruttano con precisione millimetrica le regole dei social network che usano. In un certo senso sono il frutto di quelle regole.

Forse si deve accettare il fatto che nei social network ci si comporta sempre più coerentemente con gli incentivi impliciti in quegli ambienti. Si fa quello che piace. O comunque si fa tutto in funzione del pubblico. Niente di quello che si dice o si mostra nei social network è liberamente espresso senza una forma di consapevolezza della reazione attesa del pubblico. Si fa qualcosa sperando di ottenere gradimento. Ogni gesto è strumentale. Ogni persona è personaggio. Dunque non c’è poi tanta differenza tra un personaggio in carne ed ossa e un personaggio digitale: si comportano entrambi secondo lo script implicito nel loro entourage. Instagram sembra perfettamente adatto a tutto questo.

Ma questo potrebbe essere l’inizio della fine per il modello di business prettamente pubblicitario. Se nessun comportamento, al limite, nei social network è autentico, i famosi big data che le piattaforme raccolgono a loro volta non danno informazioni autentiche. Non rispondono alla domanda “come sono le persone?”; rispondono piuttosto alla domanda “come pensano le persone che siano le persone?”. A quel punto i big data saranno ancora a lungo in grado di prevedere le preferenze degli utenti considerati nella loro qualità di consumatori?

Il salto di qualità avverrà quando gli utenti diventeranno consapevoli non soltanto di ciò che piace al loro pubblico ma anche di ciò che interessa alle loro piattaforme e a tutte le aziende che sperano di tirar fuori informazioni dai dati che generano. Sarà un momento di crisi per un modello di business che ha bisogno di gente da manipolare, non di gente che manipoli.

Nel tempo però potrebbe emergere anche altro. Il teatro non è soltanto la teatralità. È ricerca espressiva e culturale che interpreta la vita senza fingere di essere la vita. A quel punto aggiunge spessore. I social network del futuro devono cercare qualità culturale. Non mera attenzione. Il teatro a quel punto aiuterà a comprendere la realtà, come è nella sua natura.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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