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Le città sono le nuove nazioni, dice Simon Hanson

Simon Hanson ha questa frase che sintetizza molte tensioni presenti: “Cities are the new nations”. E dopo la scelta del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, pakistano di religione islamica, si scopre che possono fare un’innovativa politica globale (Bbc). Le città italiane, almeno nel centro nord, hanno sempre saputo che è più facile sentire come patria la città piuttosto che lo stato. Ma evidentemente il tema a questo punto sta facendo un salto si scala.

Tanvi Misra scrive in proposito un pezzo da studiare, nel quale intervista Parag Khanna (autore di Connectography: Mapping the Future of the Global Civilization): How Hyperconnected Cities Are Taking Over the World. A parte qualche pennellata troppo veloce dal punto di vista della storia medievale, l’idea centrale è che siamo passati da una condizione nella quale “la geografia è il destino” a una nuova condizione nella quale “la connessione è il destino”. Le precondizioni dello sviluppo, nel contesto tradizionale, erano definite dalla posizione geografica: le nuove precondizioni dello sviluppo sono definite dalla partecipazione alla rete globale.

Per le città italiane questo è un interessante concetto. L’Italia non ha una città centrale, come la Francia o il Regno Unito. Parigi e Londra fanno da sole tra un quarto e un terzo del Pil dei loro rispettivi paesi. In Italia per fare il 40% del Pil bisogna sommare l’economia delle 14 città metropolitane (dice Ambrosetti). L’unico modo per fare massa critica, in Italia, è pensare alla rete delle città: città connesse tra loro e insieme connesse al pianeta. Da questo punto di vista, i campanilismi e la scarsità di infrastrutture, digitali e non, costituiscono un freno particolarmente grave in un’epoca in cui la città è tanto strategicamente rilevante per lo sviluppo.

L’Italia in questo senso è una città policentrica. Un po’ come l’Olanda, ma un bel po’ più grande. Se questa Italia riesce a connettersi al suo interno – con una strategia intermodale fondata su treni, mezzi pubblici e spazi pedonali – e all’esterno – con aerei e navi di respiro globale – e con tutta un’altra dimensione di connettività digitale, può fare un balzo di sviluppo. Anche perché conserverebbe e migliorerebbe la sua qualità della vita. Certo, le città dovrebbero riuscire a coltivare le loro vocazioni specifiche senza disdegnare di servirsi di altre città per alcuni nodi di rete globale. Non è così difficile. Ma significa che le strategie delle città sarebbero migliori se studiate insieme alle altre città.

Le dimensioni cittadine ed europee stanno strutturalmente crescendo nella definizione dello sviluppo. Quelle regionali e statali stanno perdendo. Ma poiché le risorse sono regionali e le politiche sono nazionali, i sistemi democratici stanno dando troppo spazio alle tensioni più astratte e populiste: non sono in sincrono con la storia, ma difendono i loro privilegi creando condizioni di rigetto e disgregazione. Inclusione e sviluppo sono fenomeni che si comprendono a livello internazionale e cittadino meglio che a livello regionale e statale. Questo sì che è un riassetto politico e costituzionale strategico. Che meriterebbe un intervento di osservatori molto più esperti di chi scrive qui.

Anche perché connettere significa spesso polarizzare. Con centri connessi che attirano una quantità esagerata di risorse e impoveriscono gli altri. La strategia della connessione va vista insieme con la strategia della valorizzazione dei punti di forza locali. Significa educazione alla diversità, gusto della specificità, impegno educativo e informativo: la banalizzazione dell’informazione semplificata non è amica di un percorso di questo tipo.

La strada sembra chiara: ma bisogna ammettere che non è facile. Eppure vale la pena di combattere per avviarsi nella direzione giusta. Ecco perché le amministrative non sono per niente secondarie. Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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