Home » Approfondimenti » Attenzione media » Appunti per le primarie di Milano. Lo scopo pragmatico della democrazia
Attenzione media Post

Appunti per le primarie di Milano. Lo scopo pragmatico della democrazia

Questi sono davvero solo appunti, come si vede dall’indeterminatezza delle conclusioni…

Nel 1988, Karl Popper ha scritto sull’Economist un articolo per descrivere la sua teoria della democrazia (Economist). L’epistemologo dice che la teoria secondo la quale la democrazia è il governo del popolo è inserita nell’infinita diatriba sulla legittimità del potere: chi è giusto che governi? L’imperatore che rappresenta Dio? Il re per diritto divino? L’aristocrazia perché è il ceto dei “migliori”? Il popolo? Le tensioni ideologiche che sottendono questa domanda sono di fatto generatrici, sembrerebbe pensare Popper, di una infinita e insolubile discussione sulla legittimità del potere. La sua domanda sottende un approccio pragmatico: come si può costruire uno stato in modo che si possa mandare a casa, senza violenza, i governanti che fanno male il loro lavoro? (“how is the state to be constituted so that bad rulers can be got rid of without bloodshed, without violence?”).

Nella discussione sulla legittimità, in effetti, Popper ha ragione. Succede nelle elezioni nazionali, figurarsi se non succede nelle primarie, che sono meno chiaramente strutturate in termini di corpo elettorale. La polemica sui cinesi alle primarie di Milano è una polemica sulla legittimità del voto, dei candidati e del sistema elettorale. Sarebbe meglio che i candidati fossero scelti dal padrone del partito come avviene in altri movimenti politici? Non c’è risposta. Il tema è ideologico, non pragmatico. La domanda di Popper è: come si fa ad avere gli eletti migliori, o almeno come si fa a mandare a casa i peggiori? Sarebbe bello che la risposta fosse costituzionale. Ma probabilmente può essere soltanto costituzionale e culturale, insieme.

Il punto è proprio quello della valutazione qualità dei governanti. Ex ante, alle elezioni. Ex post, dopo un periodo di governo. La base è la qualità dell’informazione e il consenso sui fatti. Da questo discende anche la possibilità di valutare l’operato – potenziale o realizzato – dei governanti. Più la questione è basata su ideologia, meno si riesce a valutare razionalmente. E più la questione è di legittimità del sistema politico, più si diffonde cinismo (perché la questione è insolubile) e meno la gente va a votare per scegliere i candidati (casomai ci va per appartenenza tribale).

Non è l’unico problema. Ma è un problema basilare. Avere in comune l’obiettivo di un governo che funzioni bene, significa avere la capacità non ideologica di valutare se ha governato bene (e, ovviamente più difficile, un metodo non ideologico per valutare se governerebbe bene). Ci vuole un sistema dell’informazione migliore. Un sistema dell’informazione che aiuti a valutare un poco più razionalmente… È una lunga storia… Chiunque dica che è facile risolverla non è intellettualmente onesto. Ma se non si affronta, aumenta lo scollamento della politica dalla realtà percepita…

Vedi:
With different rules, some big elections in 2015 would have had very different outcomes (Economist)

E anche:
Da Strasburgo a Torino per Nexa: Internet e democrazia. Appunti sui media civici
Media Civici. Informazione di mutuo soccorso. Il contributo di Vincenzo Moretti
Media Civici, una costellazione di iniziative emergenti. Il codice è insieme software e regola di comportamento
La cura degli altri come qualità della rete sociale: l’emergere di media medici
Per collegare il racconto della società all’azione politica. Il divorzio tra le persone e gli eletti non è irrimediabile
I giornalisti innovatori e lo sviluppo dell’ecosistema dei media
Giornali. La tecnologia è un obbligo. La conoscenza è il valore
L’editoria di fronte al picco dell’attenzione. Il nuovo modello richiede qualità e tecnologia
La misura nell’ecosistema dell’innovazione. Quello che è importante e il resto

Commenta

Clicca qui per inserire un commento

  • Cambiare capo del governo appare una necessità, è l’opinione prevalente , ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.
    Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all’incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.
    In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?

    • non è successo nel ventennio precedente e non sta succedendo ora.. direi peraltro che un paragone con le primavere arabe è davvero fuoriviante a mio parere… mentre un paragone con la romania è più azzeccato: una ribellione studentesca ha fatto cadere un governo accusato di corruzione.. da noi non è successo neppure questo nei momenti più bui della corruzione sotto il regime precedente.. ma nella classifica della libertà di informazione l’italia è indietro rispetto alla romania…

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

Video