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Chi crede all’innocenza dello smartphone? I metadati dicono tutto

Quanto registriamo ogni giorno di noi, senza saperlo? Vale la pena di ricordarcelo. Perché lo smartphone è una macchina della registrazione continua e anche senza ascoltare le telefonate o leggere i contenuti delle conversazioni chi conosce i metadati riesce a scoprire praticamente tutto. Vale la pena di ricordarlo perché l’infosfera è fatta da un sacco di cose, comprese le tracce che lascia ciascun individuo dotato di una protesi come lo smartphone.

Una vecchia ricerca riassunta da Dimitri Tokmetzis per De Correspondent lo ricordava qualche tempo fa. In una sola settimana di esperimento, chi studiava i metadati del signor Ton Siedsma è riuscito a sapere: religione, professione, hobby, divertimenti, idee politiche, network sociale, abitudini sentimentali, cluster di relazioni e così via. Solo usando i metadati. Senza contare che semplicemente osservando i metadati si poteva dedurre la password dei servizi internet più usati ed entrare nella mail del soggetto.

Lo smartphone è necessario per vivere appieno nell’infosfera. E quindi non è una scelta che il consumatore può compiere o non compiere: è praticamente obbligatorio. Così come, per l’effetto-rete le persone sono praticamente costrette a stare sulle principali piattaforme della comunicazione, poiché ci stanno tutti i loro conoscenti. Se le persone vogliono organizzarsi la vita quotidiana con gli altri devono stare online con quello strumento. Che peraltro è talmente comodo che non si vede perché non usarlo.

Ma è bene sapere che cosa succede usandolo. Tutto ciò che facciamo è registrato. E dai dati che lasciamo online si possono dedurre tutte le informazioni personali che servono a definire i gusti, gli orientamenti, le attività di ogni persona.

La scelta strategica è complicatissima per la società e per le persone. Rendere tutti questi dati accessibili a tutti perché almeno la conoscenza sia condivisa o lasciare che siano concentrati solo nelle grandi centrali di raccolta dei dati, spesso private, orientate a sviluppare il loro business? Tentare di imporre una pseudonimizzazione by design dei dati in modo che si sappia come si muove la società e che qualcuno sta facendo qualcosa, ma non si sappia chi esattamente? Lasciare che le cose vadano come devono andare?

Forse l’idea giusta non è tra quelle elencate.

L’ultima soluzione è la meno auspicabile, perché apre la strada allo sviluppo di poteri senza contropoteri, enormi poteri. La prima è forse più utopistica ma non risolve la redistribuzione della conoscenza, almeno fino a che non sia redistribuita anche la capacità di usare e leggere i dati. La pseudonimizzazione by design è tecnicamente interessante, anche se in qualche modo potrebbe condurre i più bravi lettori di dati a trovare comunque informazioni personali.

L’idea giusta è ancora in sviluppo. Da qualche parte. Speriamo che qualcuno ci faccia sapere qualcosa al riguardo.

Nel frattempo, mentre gli stati europei aumentano i loro sforzi per fare sorveglianza di massa o comunque maggiore sorveglianza, almeno, facciamo in modo che i cittadini non abbocchino alla retorica che dice “sono solo metadati, non vi preoccupate”. I metadati sono già molto. Troppo.

Vedi:
Diverso potere
Un grande balzo di paradigma

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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