Imparare il lavoro del futuro: il mezzo è la formazione

Imparare il lavoro del futuro: il mezzo è la formazione

Non esiste formazione per un lavoro che non si conosce? Esiste preparazione. Come si organizza una scuola che prepara nel contesto della rete? Pensando la matrice culturale della rete, risponde Stefano Moriggi. Il mezzo è la formazione. La rete è nata dalla matrice culturale della scienza. Insegnare nel mondo della rete significa mettere insieme piccole comunità di ricerca. È una delle scoperte che si fanno indagando sulla relazione tra formazione e trasformazione del lavoro, almeno secondo gli intervistati per la nona puntata della serie dedicata al lavoro del futuro sul Sole

Molti i commenti raccolti finora per arricchire questa inchiesta. Mandane uno anche tu…

Il dossier sul lavoro del futuro sul Sole 24 Ore:
Il lavoro del futuro una realtà già in atto
Innovazione per abbracciare le opportunità
Cogito, ergo capisco come voi umani
Se il «progetto» rappresenta l’architettura del successo
Le macchine pensate come un insieme
Gli (in)dipendenti della Gig economy
Un mercato sempre più polarizzato
Dagli ecosistemi più posti e maggiore integrazione
Tra neotaylorismo e prosperità condivisa
Sui banchi per studiare cultura dell’innovazione

Ecco gli articoli qui sul blog:
Il lavoro del futuro. Una ricerca. (Vuoi contribuire?)
Il lavoro del futuro. La ricerca continua…
Lavoro del futuro. Oggi una puntata sul gioco di squadra
Lavoro del futuro. Fabbriche col consenso
Lavoro del futuro. La resistenza non è futile. Le aziende e le persone vincono insieme
Il lavoro del futuro e la polarizzazione
Il lavoro del futuro e l’ecosistema
Due scenari per il futuro del lavoro
Imparare il lavoro del futuro: il mezzo è la formazione

Vedi anche:
L’ineguaglianza, l’ascensore sociale e il lavoro del futuro
Il vero problema dell’auto che si guida da sola. MIT
La ricerca ideologica della creatività automatica

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1 Commento su “Imparare il lavoro del futuro: il mezzo è la formazione

  1. nel lavoro del futuro che piace a me vorrei:

    1. Che «lavoro» continuasse a essere la parola chiave per connettere le persone con la dignità, il rispetto, l’identità, il senso e il significato, l’autonomia, la possibilità di pensare e di fare cose. Lo so, sembra scontato, ma forse non lo è.

    2. Che sulla via dell’innovazione e del lavoro l’Italia ritrovasse carattere, senso e identità. Riconnettesse società e istituzioni. Arginasse il deterioramento dello spirito pubblico. Diventasse più competitiva, più innovativa, più remunerativa, meno ingiusta e diseguale.

    3. Che le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, venissero lette dal punto di vista della conoscenza. Si riconnettessero il fare e il pensare, la maestria e la bellezza. Si valorizzasse il lavoro ben fatto e si ridefinisse il nesso tra le mani, la testa e il cuore. Si affermasse l’Italia dell’intelligenza collettiva, della bellezza che diventa ricchezza, della cultura che diventa sviluppo, della storia che diventa futuro.

    4. Che il concetto di lavoro diventasse molto più ampio e abbracciasse lavori che restano secondo me produttivi anche se non producono plusvalore e profitto.
    Penso a lavori sociali, lavori di cura, lavori creativi, lavori educativi, in ogni caso lavori veri e necessari in una società che è avanzata non solo perché permette di utilizzare tecnologie sempre più sofisticate ma anche perché non lascia nessuno indietro e si propone di garantire a tutti i suoi compenenti la possibilità di avere un proprio autonomo punto di vista e di farlo valere nello spazio pubblico.
    In merito alle questioni relativve alla compatibilità e ai costi lascio da parte discorsi più lunghi e complessi rispetto alle scelte di fondo che a livello europeo e mondiale bisognerebbe fare su questo terreno e faccio presente – a puro titolo di esempio e in maniera necessariamente approssimativa – che se io decidessi di tenere a casa mia piuttosto che farlo andare in carcere un ragazzo minorenne di un quartiere napoletano o milanese che ha compiuto un reato e lo Stato mi versasse la metà della retta giornaliera che spende per tenerlo dietro le sbarre credo che sarebbe una cosa buona per lo Stato, per il ragazzo e per me, e lo stesso dicasi nel caso di familiari da curare o a cui badare, naturalmente previa formazione dei richiedenti e solo nei casi di reati e di malattie minori, e fermo restando che – sempre per restare sull’improbabile esempio – carceri e ospedali sono così sovraffollati che non ci sarebbe alcun rischio per i posti di lavoro interni alle strutture.

    5. Che si lavorasse di meno a parità di salario, non sta a me dire quanto di meno, quello che serve. Sì, l’orario di lavoro settimanale al tempo dell’industria 4.0, della robotica e di tutto il resto non può essere più di 40 ore, altrimenti non ce la si fa. Ora, prima che qualcuno mi consideri un pericoloso rivoluzionario, ricordo che il signor Henry Ford, si, proprio lui, quello della catena di montaggio e della Ford T di qualunque colore purché fosse nera, aumentò il salario dei suoi 100 mila e passa dipendenti del 15% e ridusse la settimana lavorativa di una giornata, e non perché fosse uno stinco di santo ma perché voleva che le sue auto fossero comprate anche dai suoi dipendenti, e da quelli come loro, e che insomma per farsi venire la voglia ci volevano sia un po’ di soldi in più che un po’ di tempo in più per andarci in giro.
    Restando ancora su questo tono leggero, dato che il signor Tim Cook e i suoi competitor continuano a sfornare carovane di nuovi oggetti del desiderio all’anno, se non avremo tutti un po’ di soldi e di tempo in più, chi li comprerà? Saranno i robot i nuovi consumatori di massa? Basteranno loro e i ricchi a mantenere la domanda? Io spero di no, ma insomma la discussione è aperta e la ricerca che si farà magari ragionerà un poco anche di questo.

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