Mark Zuckerberg a Roma. Il senso delle percezioni

facebook-eyeTra un po’ incontriamo Mark Zuckerberg alla Luiss. Chi non è uno studente non può fare domande. E – nell’economia di tempo – mi pare anche giusto. Tutto si vedrà online, comunque. Quello che non si vedrà saranno gli incontri di Zuc con il governo e le altre visite delle quali forse parlerà lui direttamente sul suo spazio su Facebook. Tutto è gestito con enorme attenzione dai suoi addetti alle pubbliche relazioni. Lo spazio di controllo della comunicazione intorno a Zuc è evidente. Come del resto avviene per tutti i capi delle grandi multinazionali digitali (e non solo). Lo scopo della comunicazione, per queste persone, è proiettare un’immagine controllata sui media e nella mente delle persone.

Francamente non si vede che cosa abbiano da perdere questi megaboss digitali da qualche domanda imprevista. Vabbè. Il punto, essenzialmente, è che sono persone che gestiscono un enorme potere, pur non essendo preparati fino in fondo per una responsabilità come quella. E nel maremagnum mediatico del mondo attuale, il loro potere dipende anche da quanto la gente li rispetta come leader culturali. Le brutte figure sono particolarmente gravi per loro, evidentemente.

Forse è un’attenzione importante in America e in altri posti avanzati. In Italia, probabilmente, meno. Gli italiani sono abituati a dimostrare rispetto per le persone di potere e tanto più se sono straniere e non interferiscono nella spartizione delle piccole torte locali. Certo, dimostrare rispetto non significa rispettare. È una piccola ipocrisia che gli italiani coltivano con dedizione estrema.

Forse anche per questo, la critica dell’ipocrisia di Mark Zuckerberg pubblicata da John Naughton sul Guardian (“Why Tim Berners-Lee is no friend of Facebook“) non alimenta un gran dibattito in Italia. Dice Naughton che Zuc è ipocrita quando ringrazia Tim Berners-Lee per aver creato il web aperto mentre la sua piattaforma è chiusa e ipercontrollata dal centro della sua privatissima azienda. Zuc potrebbe rispondere che a lui piace il web proprio perché è tanto aperto che gli ha consentito di costruire una piattaforma tanto chiusa, con enorme sollievo per il suo conto in banca e per le sue possibilità di intervento sulle relazioni tra gli umani. In Italia, il dibattito sul potere dell’algoritmo di Facebook ogni tanto affiora, nei circoli filosofici un po’ modernisti, ma troppo poco si discute del potere economico di Facebook, o del suo potere politico potenzialmente connesso alla sua influenza nella circolazione delle informazioni e delle idee. Come del resto, si analizza troppo poco il potere di Google, Amazon, Apple, Microsoft: queste piattaforme sono ancora discusse meno di quanto si faccia per la politica, le banche, le industrie del Novecento… Va bene così: fa parte dell’arretratezza culturale locale. Ma è importante sottolinearlo perché prima o poi anche gli italiani si accorgeranno che riguarda la gestione dell’informazione nell’ecosistema mediatico, un argomento per il quale gli italiani possono apparire particolarmente poveri di spirito, dopo trent’anni di abusi televisivi sulla qualità dell’informazione e la sanità dell’ecosistema mediatico. Attenzione: proprio in relazione alla banalità dell’epoca della tv commerciale, non va sminuito il valore di queste piattaforme fantastiche, ma è chiaro che va compreso che esse sono diventate centri di potere e dunque vanno criticati con buon senso e indipendenza culturale, che poi è la premessa per qualunque tentativo di innovazione ulteriore. In India, paese che fa dell’indipendenza un tratto identitario essenziale, le autorità hanno rifiutato il servizio Free Basic – un finto regalo che Zuc propone in tutti i paesi poveri – proprio perché offriva un accesso gratuito a una selezione di siti web scelti da Facebook, senza rispetto per la libertà di scelta degli indiani e per la neutralità della rete. Il senso di indipendenza culturale è la premessa per inventare piattaforme alternative e portare un po’ di concorrenza a quelle americane. In Europa, si fanno battaglie contro le piattaforme americane sulla base di questioni fiscali e per motivi antitrust. In Italia, si accetta un po’ tutto, all’insegna del tradizionale “Franza o Spagna purché se magna”.

E allora oggi pomeriggio vediamo che cosa dice Zuc agli studenti della Luiss. E magari ci torniamo se ne vale la pena.

L’occasione è buona soprattutto per leggere nei fatti e nei progetti attuali di chi guida Facebook una piccola finestra sulla direzione che sta prendendo lo sviluppo di quella enorme e importantissima piattaforma. I temi di punta che mi vengono in mente? Quali sono le cose che Zuc spera di poter realizzare con l’intelligenza artificiale e i chatbot, con i sistemi di accesso a tre dimensioni come l’Oculus, con il Free Basic? Come lavora sulla qualità dell’informazione nella piattaforma? Sarà interessante vedere come è evoluto il suo modo di spiegare le cose: l’ho visto anni fa che era davvero ragazzo e non si spiegava poi in modo molto articolato, ma nel frattempo deve avere imparato. La sua esperienza umana è decisamente straordinaria.

La visione critica va coltivata senza ideologia, senza preconcetti, cercando di imparare. E magari fare meglio. Imho.

Vedi anche:
Zuckerberg, buon pastore. Internet.org si aggiusta in Free Basics by Facebook
La sorprendente naiveté di Zuckerberg sulla questione indiana
Che cosa gli ha preso a Marc Andreessen?

Post successivo, a fine giornata:
Zuckerberg. Like o non like. Questo è il problema

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5 Commenti su “Mark Zuckerberg a Roma. Il senso delle percezioni

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