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Per Zuckerberg Facebook è un’azienda di tecnologia. Altri dicono che è una media company. E altri sostengono che è una utility

Mark Zuckerberg ha risposto a uno studente della Luiss: “no, non siamo una media company: noi facciamo tecnologia”. Mathew Ingram non è d’accordo e, su Fortune, risponde senza dubbi: “Sorry Mark Zuckerberg, But Facebook Is Definitely a Media Company“. Tempo fa però dana boyd aveva proposto una terza via: “Facebook is a utility; utilities get regulated“.

Se pensiamo al prodotto dell’attività delle persone che lavorano a Facebook, indubbiamente, vediamo che la generazione di software e la gestione di computer è il centro del lavoro. Quindi è un’azienda tecnologica? Se guardiamo a come viene pagata Facebook, a quale mercato rivolge il suo servizio, vediamo la vendita di attenzione e tempo del pubblico agli inserzionisti pubblicitari. Quindi è un’azienda media? Ma no: se guardiamo alla funzione di Facebook vediamo che è una rete che connette le persone in modo tale che è quasi impossibile evitare di utilizzarla. Quindi è una utility?

La definizione è rilevante.

Se Facebook è un’azienda tecnologica può innovare molto liberamente. La nozione della tecnologia come uno strumento indipendente dal suo utilizzo ha un grande potere di deresponsabilizzazione. Un’azienda tecnologica innova, si dice: l’utilizzo che poi si fa della tecnologia non è responsabilità del produttore, si deduce. Certo: le aziende tecnologiche si confrontano con regole come il copyright, il brevetto, la privacy e altro. Ma non hanno particolari responsabilità sulle conseguenze dei loro prodotti. Zuck dice di essere un’azienda tecnologica. Ma vuole anche contribuire alla connessione delle persone e a migliorare il mondo. Suppone che la semplice connessione alla sua rete di sempre più persone coincida con il miglioramento del mondo. Perché in fin dei conti arricchisce chi si connette e genera opportunità.

Il problema è che nelle connessioni tra le persone passano idee, informazioni, convinzioni, decisioni, simboli. Sulla piattaforma che consente le connessioni, l’ambiente nel quale vivono le persone cambia, perché cambia la mediasfera nella quale sviluppano la loro vita relazionale e culturale. E le domande si moltiplicano: quell’ambiente si arricchisce di idee o si impoverisce di profondità? quelle idee circolano liberamente o vengono indirizzate dalla piattaforma? quelle informazioni sono selezionate in base alla qualità della ricerca che le ha generate o all’immediatezza della curiosità che sollecitano? Le risposte dipendono dalla metafora con la quale il sistema tecnologico di Facebook viene utilizzato, dal modello di business e dal valore che ci possono sviluppare gli inserzionisti pubblicitari, dagli algoritmi che gestiscono l’informazione in un luogo nel quale essa circola in modo tanto abbondante. E anche questi sono elementi che dipendono dal progetto di sviluppo di Facebook. In questo senso, Facebook è parte integrante della mediasfera. Vive di pubblicità. Dunque è una media company. Allora ha responsabilità ulteriori: non solo funzionali, ma anche culturali. Zuck in fondo se le assume quando dichiara di voler migliorare la qualità dell’informazione con algoritmi sempre più attenti e con servizi che arricchiscano l’esperienza di vita delle persone e non ne impoveriscano le relazioni.

Sta di fatto che Facebook è una piattaforma per connettere le persone che ha un enorme successo. L’effetto-rete ha funzionato per Facebook e ormai è difficile fare molte cose senza usare Facebook. Non solo: Zuck vuole combattere il digital divide con infrastrutture, con incentivi, con iniziative culturali. Pensando che Facebook è di per sé una piattaforma che arricchisce le opportunità di comunicazione. Non è un servizio su internet: è un servizio che può sostituire molte funzioni di internet, come nel contesto del Free Basic. Se però la gente è nelle condizioni di “dover” usare Facebook, in quanto troppo più conveniente, oppure in quanto obbligatoria per effetto-rete, allora ha delle caratteristiche che la distinguono da altre aziende, la pongono in un mercato diversamente competitivo: un mercato simile a quello delle utility. Che fanno un servizio pubblico, alle quali si concede una sorta di monopolio o posizione privilegiata sul mercato, ma in cambio di un servizio pubblico che segue regole garantiste per il bene comune. Compresa la salvaguardia dei diritti umani.

Spesso è così. All’inizio un’azienda innova. Poi viene codificata. E alla fine entra in un sistema di regole. Qual è quello giusto per Facebook? Un fatto è certo: meglio pensarci. Perché Zuck è diverso dai suoi pari grandi proprietari di enormi piattaforme: Apple e Microsoft prima, Amazon e Google poi, sono comunque nate diverse generazioni fa; Facebook è tutt’ora giovanissima. La definizione della sua identità avrà conseguenze.

Da leggere, in proposito, un paper di Philip Napoli (Duke) e Robyn Caplan (Rutgers) intitolato: “When Media Companies Insist They’re Not Media Companies and Why It Matters for Communications Policy“. Ecco l’abstract:

A common position amongst online content providers/aggregators is their resistance to being characterized as media companies. Companies such as Google, Facebook, BuzzFeed, and Twitter have argued that it is inaccurate to think of them as media companies. Rather, they argue that they should be thought of as technology companies. The logic of this position, and its implications for communications policy, have yet to be thoroughly analyzed. However, such an analysis is increasingly necessary as the dynamics of news and information production, dissemination, and consumption continue to evolve. This paper will explore and critique the logic and motivations behind the position that these content providers/aggregators are technology companies rather than media companies, as well as the communications policy implications associated with accepting or rejecting this position.

In conducting this analysis, this paper first explores the importance of classification in communications policymaking. Drawing on examples from U.S. communications policy, this paper illustrates how and why disputes over the appropriate classification of communications technologies and services often have had profound policy implications. Examples to be discussed include the importance of the telecommunications service versus information service classification in network neutrality policymaking and the classification of multichannel video programming delivery (MVPD) services in relation to access to broadcast content.

Next, this paper explores the meaning of a media company and its important points of distinction from the meaning of a technology company. This paper explores this distinction within the context of arguments from online content providers/aggregators that they are more appropriately classified as technology companies rather than media companies. Drawing upon a data set of position papers, trade press stories, conference presentations, and public relations/promotional materials in which this argument is put forth by representatives of a variety of online content providers/aggregators, this section examines and critiques this position. In considering these arguments, this section puts forth a set of parameters as to what constitutes a media company and illustrates how online content providers/aggregators fit within these parameters.

The final section discusses why it is important that these online content providers/aggregators be understood as media companies by communications policymakers. As this section illustrates, the functionalities provided by many of these online service providers are increasingly overlapping and intersecting with those of traditional media companies, particularly in terms of the production, dissemination, and consumption of news and journalism; yet this has happened absent the normative governance frameworks that characterize other communications platforms that serve a significant journalistic function. The danger here is that the production, dissemination, and consumption of journalism will increasingly be dictated by institutions devoid of any governance structure oriented toward serving the public interest as it pertains to the role of journalism in a democracy. From this standpoint, should communications policymakers embrace the notion that these online content providers/aggregators are technology companies rather than media companies, the implications for how well the contemporary media ecosystem serves the information needs of citizens in a democracy could be profound.

Vedi anche:
Yes, Facebook is a media company

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  • Quando l’antitrust americana non potè più ignorare l’abuso di posizione dominante che la IBM sfruttava grazie al proprio duplice ruolo di produttore di software e dell’hardware su cui il software poteva girare, l’ha definitivamente decomposta in IBM software ed IBM hardware. Quando la BELL ha raggiunto, sempre in America, una dimensione tale da essere un monopolista privato delle telecomunicazioni, è stata sbrindellata in una miriade di compagnie locali dalla stessa antitrust.

    Oggi il problema è che effettivamente queste compagnie fanno dello sviluppo tecnologico una delle due attività primarie per quantità di investimenti e per impegno complessivo. Ad esempio Google sviluppa una enorme quantità di ricerca scientifica e tecnologica sia nel settore dell’intelligenza artificiale che dei sistemi operativi (si pensi ad Android). Stessa cosa vale per Amazon, che oltre a vendere ovunque nel mondo ogni genere di mercanzie, sviluppa una porzione significativa della ricerca mondiale nei settore dell’intelligenza artificiale e del cloud computing. E stessa cosa vale anche per facebook, che oltre ad essere chiaramente una utility company, è anche una delle 5 entità non accademiche che sviluppano più ricerca nel settore dell’intelligenza artificiale nel mondo (le altre sono google, microsoft, IBM, Amazon).
    Posso sbagliarmi ma di poco.
    La soluzione, pertanto, dovrebbe essere la stessa. Costringere le companies a separare, almeno da un punto di vista fiscale, i due settori di competenza. La ricerca va favorita fiscalmente, il resto no.

  • Facebook è Facebook…
    volerlo inquadrare in categorie esistenti è fuorviante a mio parere.
    E’ un fenomeno con un’infinità di implicazioni a tutti i livelli, lo stesso Zuckerberg cerca di inquadrarlo in qualche modo ma non è convincente. Forse lo fa per inquadrare l’azienda a fini fiscali o per prendere contributi statali.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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