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Sulla storia di Google che guadagna con il lavoro dei giornali

La News Media Alliance, una lobby di editori americani, ha calcolato che Google fattura 4,7 miliardi di dollari con le pubblicità connesse alle ricerche di notizie prodotte dai giornali nel 2018. Tanti soldi. Dei quali gli editori vorrebbero una parte. Secondo Jeff Jarvis, il New York Times ha pubblicato lo studio senza verificare il dato e chiamando Google solo con forte ritardo sulla prima pubblicazione. Google comunque dice che quel numero è sovrastimato. E Jarvis osserva che non tiene conto del valore generato dal traffico che Google manda agli editori.

Vedi:
Google Made $4.7 Billion From the News Industry in 2018, Study Says
News Publishers Go To War With the Internet — and We All Lose

Il mondo ha discusso di questo dato dividendosi in partigiani del motore di ricerca e partigiani dei giornali. La partigianeria è proprio il nemico del giornalismo. E se fosse vero che ci è cascato persino il New York Times vorrebbe dire che i tempi sono tristi. Ci vuole pazienza.

Gli editori erano avvertiti. Da almeno vent’anni. L’analisi si dovrebbe concentrare da un lato sulla struttura del successo di Google e dall’altro sulla differenza tra gli editori che vanno bene e quelli che vanno male. Andiamo veloci, tanto tutto è già stato scritto. (Anche in questo blog. Il giornale non è la sua carta (2009), Chi ha ucciso i giornali (2006))

1. Google ha vinto fin dall’inizio, quando ha fatto un motore di ricerca ottimo. Allora gli utenti di internet erano pochi. E Google è cresciuta con loro e con l’economia che progressivamente si è sviluppata sul web e sulla rete mobile. Poiché la pubblicità è una quota relativamente stabile del Pil gli inserzionisti hanno progressivamente spostato gli investimenti verso la rete e dunque hanno favorito Google (e poi Facebook). Google serve a trovare informazioni in rete: è uno dei modi migliori per farlo. E dunque lo è anche quando si cercano notizie. Difficile biasimarlo per questo. Il problema è che in rete la tecnologia dominante diventa organicamente monopolista o quasi. E quindi casomai si deve discutere degli eventuali abusi di posizione dominante che Google oggi è tentata di operare e per i quali l’Antitrust europea – con gli americani al seguito di recente – sta facendo qualcosa.

2. Gli editori che hanno vissuto due decenni senza strategia internet e hanno perso la pubblicità, come era fatale, si lamentano e cercano protezione normativa. Quelli che hanno perseguito una sensata strategia internet hanno abbonamenti o sostenitori che ripagano abbondantemente i costi. Gli editori tradizionali che non hanno dato il peso che meritava alla rete hanno spesso pensato che fosse possibile replicare il sistema della tv commerciale: mettere contenuti gratis per raccogliere pubblicità. E hanno sbagliato. Rupert Murdoch – che di internet ha sempre capito poco, come ha dimostrato perdendo con MySpace la gara con Facebook anche se era partito favorito – appena comprato il Wall Street Journal pensava di perseguire la strategia sballata mettendo in rete il giornale economico americano gratis per cercare la pubblicità: si è ravveduto. Ma il grosso degli editori superficiali non aveva un servizio che gli utenti erano abituati a pagare in abbonamento e hanno inaugurato una folle corsa per il traffico allo scopo di raccogliere più pubblicità, abbassando il livello del servizio e perdendo sempre più credibilità. Gli editori che hanno capito che il loro servizio aveva un valore se mantenevano la qualità degli articoli ce l’hanno fatta, o con gli abbonamenti (Financial Times, Economist) o con il sostegno della comunità (Guardian, ProPublica). Google non ha certo impedito agli editori che capivano qual era il loro vero valore di vincere la loro battaglia.

Il tema essenziale è, mi pare, passare dalla protezione di prodotti basati sul copyright allo sviluppo di servizi di informazione per la comunità.

Il copyright è difficile da proteggere in rete. I detentori di copyright devono mettersi contro il loro pubblico per salvaguardare quel diritto. E finisce che diventano impopolari o peggio. Solo quando trasformano la protezione di copyright in un servizio facile e utile riescono a farsi pagare (lo insegna la musica). La lotta con Google è impostata in modo difficile da portare avanti quando è fondata sulla protezione del copyright. Che i link e gli snippets siano opere d’autore da proteggere con il copyright è del resto controverso: per gli snippets si può chiedere – e ottenere in Europa – un’estensione della copertura del copyright; per i link si dovrebbe privatizzare – in un certo senso – l’ipertesto. Vedremo su questo punto quanto potranno mai guadagnare gli editori e se Google intenderà pagare (in Spagna dove la norma europea è stata anticipata Google News è stato chiuso).

L’approccio positivo è quello di trovare il servizio giusto da offrire – a pagamento – alle comunità. Quel servizio esiste solo se è composto da un mix di ottimo giornalismo (realizzato con un metodo non partigiano ma documentato, accurato e indipendente) e di attenzione dinamica e aperta alle esigenze informative della comunità di riferimento. Se stanno in mercati ricchi – come l’economia – gli editori di giornali possono farcela con gli abbonamenti. Se stanno in mercati più generalisti possono farcela con il sostegno della comunità. In tutti i casi possono farcela se agiscono da umili ricercatori, se si mettono al servizio della comunità, se cessano di pensarsi come parte dell’establishment, la loro tentazione del passato.

Ce la possono fare i giornali tradizionali o servono nuovi editori? Di certo servono nuove mentalità. È palpabile il valore delle testate tradizionali nelle proposte di buon giornalismo. Nei casi diversi, la testata non riesce a compensare le perdite di consenso generate dalle strategie editoriali sbagliate.

In sintesi. Ci sono opportunità enormi. La qualità dell’informazione è un’esigenza vera. Le piattaforme tecnologiche non se ne occupano in modo adeguato (e probabilmente non hanno né gli incentivi né le capacità di occuparsene). Il giornalismo di qualità, cioè il giornalismo fatto con un metodo di ricerca di qualità, ha un valore destinato a crescere. Sarà sviluppato da aziende e organizzazioni non profit che facciano ottima tecnologia, buoni modelli di business, straordinario giornalismo, servizio vero alla comunità.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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