La morale dell’economia

La morale dell’economia

Oggi Gideon Rachman, premiato giornalista britannico, scrive sul Financial Times un pezzo da ricordare: Why the Germans are right about economics (FT richiede un abbonamento per la lettura dei suoi pezzi se non si passa da Google digitando esattamente il titolo nella finestra della query).

Rachman parte ricordando che Mario Monti era uso sottolineare come per i tedeschi sono ancora convinti che l’economia sia parte della filosofia morale, tanto è vero che nella loro lingua la parola debito coincide con la parola colpa.

Vale la pena di ricordare anche che in italiano il finale della preghiera fondamentale dei cristiani, il “Padre Nostro” termina con lo stesso concetto: rimetti a noi i nostri debiti si riferisce al perdono delle colpe non degli affitti e dei mutui non pagati (Rachman probabilmente non lo sa, Monti non ha voluto pensarci troppo visto il senso del suo commento, gli italiani lo dimenticano quando trattano di faccende pubbliche mentre sicuramente ci stanno attenti quando trattano delle loro faccende private, dato che hanno grandi debiti statali ma enormi risparmi privati; da sottolineare anche la differenza nel trattamento delle colpe tra luterani e cattolici, visto che tutta la Riforma è partita dalla vendita di indulgenze, questione che ha confuso non poco l’economia e la filosofia morale…).

Il punto è che Rachman sostiene che i tedeschi hanno ragione. E che l’economia è parte della filosofia morale. E che una spiegazione del rancore generale che avvolge la società occidentale è anche il giudizio morale che il popolo ormai riserva all’establishment: un giudizio negativo.

Le contraddizioni sono innumerevoli in effetti. La corruzione della classe politica è un aspetto deprecato e deprecabile, che ha spesso motivato una morale favorevole al libero mercato. Ma il salvataggio delle banche americane con soldi pubblici è apparso un’ingiustizia ulteriore che ha minato il senso della correttezza del gioco competitivo sul quale si era basata una legittimazione dell’avanzata del capitalismo degli ultimi trent’anni. Del resto è una questione morale quella che ha consentito ai tedeschi di tenere duro nella crisi greca (i parsimoniosi tedeschi non avrebbero pagato per le cicale greche) ma a loro volta i popoli del sud Europa mostrano la contraddizione tedesca che mentre sostiene la rigidità dei conti pubblici devia dai suoi impegni conservando un eccesso di surplus che impoverisce tutti gli altri paesi.

Oggi il dibattito è morale anche nel piccolo cabotaggio. Una ministra è colpevole se interviene su una crisi bancaria nella quale è implicato il padre? Un candidato premier è colpevole se si mette a giochicchiare con il referendum per l’uscita dell’Italia dall’euro e sul suo voto favorevole? Un capo politico è colpevole se usa il potere che conquista alle elezioni per salvaguardare gli interessi delle aziende delle quali è proprietario?

Piccole e grandi polemiche. Tutte basate sulla morale dell’economia. Che per lo meno dimostrano che ben pochi accettano l’idea che l’economia sia un meccanismo asettico, che funziona come deve funzionare, al quale ci si adatta o si perde tempo. In realtà, l’economia è certamente una questione di responsabilità umana e dunque sull’economia si esercita anche la morale.

Casomai c’è una crisi della filosofia morale. La si usa con l’accetta. Dimenticando che la morale non è fatta di assoluti ma di equilibri. La parsimonia è una virtù ma in dosi eccessive diventa il vizio dell’avidità. La generosità è una virtù ma in dosi eccessive lascia spazio ai vizi dello spreco e delle varie forme di lussuria e intemperanza. Inoltre, la filosofia morale applicata all’economia deve trovare un equilibrio di sistema, dando luogo a un’ordinata gestione dei conti ma anche a crescita e risultati positivi per tutti.

La questione morale non dovrebbe diventare un’arma per difendere soltanto i propri interessi. Quelli tedeschi. Quelli privati. Quelli familiari. Dovrebbe allargarsi a un senso dell’equilibrio nella giustizia generale. Che implica vedere quello che conta per il bene comune prima di quello che conta per il vantaggio di ciascuno dei componenti del sistema.

Nella foto, Goethe e Schiller a Weimar

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