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In un angolo dell’economia dell’informazione: un carattere del denaro

Ieri sera alla Digital Accademia, conversando di strategie editoriali con Mafe De Baggis, Sergio Maistrello, Filippo Pretolani, è venuta fuori una riflessione laterale. Che forse merita una sottolineatura.

Nel contesto delle innovazioni sottostanti alla grande trasformazione dell’editoria emergono un paio di novità concettuali che servono a porre il problema dei modelli di business editoriali in modo forse inatteso:
1. Marshall McLuhan e Bill Gates sono stati citati, in due occasioni distinte, come fonti di una osservazione: il denaro è una forma di informazione
2. Yochai Benkler, e altri economisti, hanno segnalato che l’informazione è un bene economico di tipo piuttosto particolare perché quando viene scambiato si moltiplica (non viene ceduto ma condiviso)

Ora: è chiaro che le due osservazioni, una accanto all’altra, generano un problema. Mentre, normalmente, chi cede un’informazione a un’altra persona, ne
resta in possesso, chi cede una certa quantità di denaro, alla fine del processo, non ce l’ha più. Lo scambio di denaro non lo moltiplica. Ma se il denaro è una forma di informazione, che cosa genera questa differenza?

La domanda è rilevante per tutti coloro che pensano di voler trovare un modello di business per l’informazione. Perché se lo scambio riduce la scarsità di un bene – il che avviene quando nello scambio la quantità esistente di un bene si moltiplica – ogni scambio rende più difficile far pagare quel bene. Ma se uno scambio non riduce la scarsità del bene, il tema del pagamento si pone in modo tradizionale e facilita la definizione di un modello di business comprensibile. (Ritrovere un modello di business tradizionale nell’informazione non è certo il più importante degli obiettivi concettuali in questo settore ma resta pur sempre un problema – almeno di scuola – interessante: è possibile porre il problema dello scambio dell’informazione in rete in modo che ripercorra le modalità tradizionali dello scambio di beni materiali?).

Come fa il denaro a essere una forma di informazione che non si moltiplica quando si scambia? Anche quando è totalmente digitale? Non è il drm che salvaguarda l’unicità del bene, per esempio. E non è una particolare norma anti-pirateria (che comunque esiste). In realtà, è un sistema di servizi che connette l’informazione contenuta nel denaro alla persona che la possiede, al luogo in cui risiede, all’istituzione che la gestisce in tutto il processo dello scambio, al bene al quale si applica e allo scambio al quale corrisponde. Del resto, il denaro è un’informazione che si scambia ma in funzione di dare un’informazione su tutti gli altri scambi ai quali si può applicare una misura monetaria. E quindi tutti accettano l’astrazione secondo la quale non si può moltiplicare senza fare perdere valore a molte altre forme si scambio.

Si potrebbe applicare questo insieme di caratteri ad altre forme di informazione, diverse dal denaro e in un certo modo non misurabili con il denaro? Tipo il prestigio, la reputazione, la fiducia? Si tratta di informazioni che si applicano, per esempio, a scambi non monetari come quelli che stanno nel dominio concettuale del dono.

Mi pare che si potrebbe andare avanti con questa riflessione. Ma forse il suo sviluppo più fruttuoso non è quello orientato a far diventare le altre informazioni come il denaro, ma a far valutare meglio le informazioni che non sono il denaro e meritano che ad esse venga riconosciuto più valore.

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  • Ma perche il denaro sarebbe una fonte di informazione ? Non capisco. Avevo sempre pensato che l´informazione fosse fonte di denaro

  • credo sia piu’ corretto affermare che il prezzo e’ una fonte di informazione, per farla breve, il prezzo ci informa sul valore di un bene, che di regola e’ legato alla sua scarsita’/utilita’

  • il denaro ‘funziona bene’ come ‘informazione’ solo se e’ un’unita’ di misura stabilito una volta per tutte

  • Mi concentrerei sullo scambio. Le informazioni viaggiano in entrambi i sensi (questo post ed i commenti, p.es.); il danaro di regola in uno soltanto, poiché “serve” ad ottenere qualcosa.
    Proseguendo la riflessione, sono i mercati finanziari senza una controparte “reale” quelli che più si avvicinano al fluire delle informazioni. Nel senso che in entrambi i sensi viaggia la stessa cosa.

  • Faccio fatica a capire in che modo il denaro possa essere inteso come informazione [se fossi completamente digiuno del pensiero di McLuhan, confesso che il concetto mi sarebbe ancora piu’ ostico :-/]. It’s my fault!
    Personalmente ritengo che il denaro, nell’ambito di un modello di business, debba essere inteso (almeno in prima istanza) come la traduzione materiale del processo rappresentato dal passaggio dall’informazione alla conoscenza.
    Voglio dire: con il denaro acquisto l’informazione ma in cambio ottengo il capitale sociale delle relazioni di condivisione di pensieri/parole/impressioni/etc che, dando significato all’informazione, poi la trasformano in conoscenza.
    E questo meccanismo, ritornando al campo dei beni materiali, e’ anche in grado di moltiplicare il denaro.
    Insomma, e’ il solito discorso dell’investimento da fare in conoscenza con, in piu’, il non trascurabile effetto positivo dell’essere parte di una rete di relazioni.
    E’ un punto di vista troppo diverso? In che modo si puo’ legare alla riflessione che esponi nel post?

  • Venenedo da un campo completamente diverso, matematica, trovo invece abbastanza naturale la definizione del denaro come informazione.
    In particolare, data un network di persone e contatti sul quale si può diffondere, lo scambio di denaro è, secondo uno dei tanti modelli, una passeggiata casuale sul network (alcuni chiamano “passeggiata dell’ubriaco” le random walk, aprendo buoni spunti metaforici).
    È oramai pratica comune, ad esempio, nei complex networks accumunare virus e informazione.

  • Giulio,
    nonostante anche io sia di estrazione matematica (sono, ahime’, ingegnere), non riesco a seguirti…
    Che virus e informazioni siano paragonabili, lo capisco. Ma che il denaro sia informazione per il solo fatto che circoli casualmente in un network, non mi e’ cosi’ immediato.
    Mi aiuti? Grazie 🙂

  • @marco:
    Probabilmente dipende tutto da come si definisce e modella l’informazione. Qui non sto parlando di “informazione” alla Shannon (altro ingegnere, se non sbaglio, grande matematico) ma di “informazioni”. Informazioni, virus, denaro possono essere visti come oggetti che esplorano un grafo e, se vogliamo, lo influenzano. Questo è l’atteggiamento di Barabasi, Britton, Vespignani e altri scienziati molto attivi nell’ultimo decennio.
    Facciamo così: dammi un giorno e ne scrivo per bene.

  • @marco:
    Probabilmente dipende tutto da come si definisce e modella l’informazione. Qui non sto parlando di “informazione” alla Shannon (altro ingegnere, se non sbaglio, grande matematico) ma di “informazioni”. Informazioni, virus, denaro possono essere visti come oggetti che esplorano un grafo e, se vogliamo, lo influenzano. Questo è l’atteggiamento di Barabasi, Britton, Vespignani e altri scienziati molto attivi nell’ultimo decennio.
    Facciamo così: dammi un giorno e ne scrivo per bene.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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