Mediaset, Telecom Italia, Vivendi: le somme non sono moltiplicazioni

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Nella battaglia per Mediaset, Vivendi attacca e Fininvest difende (Sole). Come interpretare questa vicenda? Che cosa vogliono? In questi episodi finanziari ci sono sempre più obiettivi e diverse dimensioni. Ma i loro protagonisti cercano sempre di dare una veste ragionevole alle loro azioni. In questo caso, un punto in discussione è la presunta “convergenza di contenuti e telecomunicazioni”. È davvero ragionevole?

Tra gli obiettivi di questa battaglia finanziaria c’è sicuramente il potere. C’è anche una speculazione, vista l’influenza che la vicenda ha sui valori di borsa. Lo storytelling Fininvest è per adesso collegato all’italianità della Mediaset, un concetto abbastanza vago per un’azienda che dice di voler vendere il Milan ai cinesi. Ma c’è anche una sana strategia di business? Nello storytelling della Vivendi questa sarebbe legata appunto a quella “convergenza”. Alla lunga, fanno pensare i vivendiani, si potrebbe unificare il destino di Telecom Italia con quello di Mediaset e fare un gruppo capace di portare nelle case il contenuto prodotto dalla televisione. Si tratta di un’idea che non convince.

Non convince per quanto riguarda il business e per quanto riguarda le regole.

Dal punto di vista del business, Mediaset potrebbe fare contenuti che vengono venduti da tutti i provider di accesso a internet. Perché dovrebbe limitarsi alla clientela di Telecom Italia? Il valore aggiunto generato da quei contenuti sarebbe moltiplicato dall’accesso ai clienti di Telecom Italia o sarebbe semplicemente sommato a quello del provider? Comunque la si rigiri non si riesce a capire perché Telecom più Mediaset avrebbero un valore aggiunto superiore in un contesto di mercato e non monopolistico. E indubbiamente internet a banda larga è un mercato, con pochi grandi operatori nell’accesso e con molti operatori nei contenuti. Casomai i catalizzatori del valore aggiunto sono le piattaforme come Google e Facebook, ma questa è un’altra storia: di certo Telecom e Mediaset non sarebbero in grado di contrastare le piattaforme a meno che non facessero un salto culturale eccezionale e che finora non hanno dimostrato di saper fare.

D’altra parte, con le regole attuali, non ci potrebbe essere discriminazione sulla rete Telecom a favore dei contenuti di Mediaset. Internet è una rete neutrale cioè non discrimina i pacchetti che viaggiano. Il Berec, autorità europea preposta, ha ribadito che la neutralità è un presupposto fondamentale. Consente agli operatori di fare offerte speciali per esempio regalando ai clienti il costo del traffico se usano certi tipi di servizi (per esempio possono fare uno sconto per tutte le piattaforme musicali) ma non possono regalare ai clienti il costo del traffico se usano i contenuti di uno specifico produttore (per esempio non possono fare uno sconto solo per Spotify). Quindi Telecom Italia non potrebbe privilegiare Mediaset. Ma allora il valore di Mediaset si sommerebbe a quello di Telecom Italia: l’unione sarebbe una somma non una moltiplicazione.

Il senso di un produttore di informazioni o di entertainment è quello di far viaggiare ovunque i propri prodotti, non di aiutare una tecnologia a trovare nuovi clienti. E d’altra parte, una tecnologia di rete è di grande valore se consente di trovare moltissimi e importantissimi contenuti, non soltanto una scelta limitata di contenuti. L’editorializzazione delle reti di accesso a internet, una loro trasformazione in sistemi simili alle tv via cavo, non si presenterebbe bene né dal punto di vista della convenienza per i consumatori né dal punto di vista delle regole. A meno di cambiare quelle regole a colpi di lobby. E in effetti in America la neutralità della rete rischia se Donald Trump sarà presidente.

In realtà, la storia della convergenza tra telecomunicazioni e contenuti è raccontata dai finanzieri per nascondere i loro scopi più precisi. Vivendi aveva compagnie di telecomunicazioni all’estero e le ha vendute. Non ci può essere una strategia di convergenza in Italia e una strategia di divergenza in Francia. Lo storytelling dei finanzieri è sempre stato orientato a far credere al “parco buoi” qualcosa che faceva comodo ai “bistecchieri”. Siamo sempre lì.

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