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Il futuro dello smartphone. Really?

Gli smartphone sono diventati centrali nella vita quotidiana di miliardi di persone. Non occorre leggere le statistiche che parlano delle due-tre ore che la gente passa sullo smartphone e delle 80-150 volte che guarda lo schermo ogni giorno. Basta andare in un luogo pubblico e guardare quello che fanno le persone: in gran parte interagiscono con il loro smartphone. Molti lo fanno addirittura camminando. La centralità dello smartphone ne dimostra l’utilità, ma amplifica anche i problemi connessi al suo funzionamento. La durata delle pile, la qualità della rete mobile, il ritmo di aggiornamento del software e dello hardware, sono altrettanti argomenti che alimentano stress e generano attività noiose o costose. La capacità dello schermo di attrarre l’attenzione e generare aspettative piacevoli o preoccupazioni può generare forme di microdipendenza, disattenzione in relazione ad altri contesti, problemi di memoria e di qualità del pensiero… Esperienze che accomunano molte persone. Viene voglia di farsi una domanda.

Qual è il futuro degli smartphone?

Avranno pile che durano di più? Avranno più telecamere? Avranno una forma più grande, più piccola? Flessibile? Chip più potenti? Connessioni più veloci? Costi più bassi, più alti? Umhmm.

Il futuro non si prevede facilmente, ma si può lavorare per prepararsi alle forme che il futuro può assumere. E lo si può fare pensando a futuri più o meno diversi dal presente. È chiaro che immaginare cambiamenti incrementali è più facile e meno interessante che imparare a pensare trasformazioni radicali. Per allargare la capacità di immaginare si usa spesso la tecnica degli scenari.

Gli scenari sono storie. Ma sono storie costruite seguendo alcune regole. La principale regola è quella di scegliere un insieme di variabili che sono considerate decisive: le storie si costruiscono intorno alle forme che quelle variabili possono assumere.

Quali sono le variabili che guidano lo sviluppo degli smartphone?

Se ne possono scegliere mille. Quelle tecniche sono fondamentali: potenza dei chip, qualità delle telecamere, durata delle pile, intelligenza delle applicazioni, costi e velocità di connessione. Ci sono anche le variabili economiche e culturali: costi, prezzi, distribuzione, design. Ci sono gli effetti di rete, gli effetti di moda, gli effetti di emulazione. Ci sono le leggi. Ci sono le regole dei diversi contesti.

Ma prendiamo due variabili:
1. proprietà dei profili personali
2. concentrazione del controllo dell’intefaccia

I profili personali si sono storicamente formati interagendo con piattaforme che offrivano servizi online. Quelle piattaforme hanno avuto modo di controllare le informazioni contenute nei profili personali e connetterle ai dati emergenti dal comportamento degli utenti. Ogni volta che passavano a una nuova piattaforma gli utenti dovevano riscrivere i loro dati personali e la nuova piattaforma cominciava a raccogliere dati su di loro. Questi dati però riguardano le persone. E potrebbero tornare a essere di proprietà delle persone. La GDPR dice che le persone hanno il diritto alla portabilità dei dati: cioè possono scaricarli dalle piattaforme che hanno utilizzato in formato standard e portarli su altre piattaforme, anche concorrenti. Di fatto così tornano in possesso dei loro dati. Purché esistano piattaforme alternative e gli utenti abbiano voglia di fare il trasporto.

L’architettura dell’interfaccia di accesso all’internet si è di fatto sviluppata in relazione al potere delle aziende che offrono i device e le piattaforme più usati. In effetti, la struttura dell’interfaccia è centralizzata. Ma l’innovazione può provocare dei cambiamenti anche in questo settore. Con la moltiplicazione degli oggetti connessi e le varie forme di standardizzazione che questo potrebbe comportare la centralizzazione potrebbe essere messa in discussione. Allo stesso tempo le autorità antitrust potrebbero intervenire su questa centralizzazione.

Queste variabili potrebbero assumere forme diverse in futuro.

Scenario uno.
La proprietà dei profili personali resta delle grandi piattaforme e i grandi produttori di device e sistemi operativi continuano a controllare l’architettura dell’accesso a internet. Gli innovatori devono cercare di adattarsi all’enorme potere che queste strutture accumulano. Le proposte innovative si incanalano nel solco di quanto viene ammesso dalle aziende più potenti. Il futuro assomiglia al presente, l’innovazione più probabile è incrementale. A meno che le stesse grandi aziende non decidano di rivelare innovazioni più radicali. Controllandone però le conseguenze. L’introduzione del riconoscimento del volto del proprietario dello smartphone con intelligenza artificiale e sensori innovativi appare come una sostituzione del riconoscimento con l’impronta digitale. Non tutte le conseguenze possibili sono esplorate.

Scenario due.
La proprietà dei profili personali ritorna alle persone, mentre le grandi piattaforme continuano a controllare l’accesso. L’equilibrio del potere si sposta a favore dei sistemi di accesso, device e sistemi operativi, mentre le piattaforme di servizi perdono potere. Si moltiplicano i servizi. Non c’è incentivo a cambiare la degli smartphone. C’è incentivo a portare gli stessi sistemi operativi, gli stessi negozi di applicazioni, su tutti i device che arrivano sul mercato. Gli standard prevalenti sono di fatto basati sui sistemi operativi prevalenti. Gli smartphone diventano quello che i sistemi operativi prevedono che diventino. Probabilmente diventano il telecomando dell’internet delle cose.

Scenario tre.
La proprietà dei profili personali resta alle piattaforme, ma i sistemi di accesso assumono un’architettura distribuita. Gli standard nell’internet delle cose – dalle automobili alle centraline domestiche, dall’agricoltura di precisione alla fabbrica 4.0 – vengono scritti dall’accordo tra gli operatori, i sistemi operativi degli smartphone vengono disintermediati. Le piattaforme consevano il potere e lo aumentano. Si formano o crescono i giardini chiusi controllati dalle piattaforme che consentono i servizi che vogliono consentire agli utenti sulle varie strutture di connessione e di accesso.

Scenario quattro.
La proprietà degli profili personali torna agli utenti e l’accesso assume una forma decentralizzata. Ogni oggetto connesso si può candidare a fare solo il suo mestiere o a offrire accesso a ogni servizio in relazione a quanto si interisce nella costruzione del contesto nel quale si vive la vita quotidiana. Un impianto di aria condizionata può continuare a fare il suo mestiere, connettendosi con una centralina di controllo digitale cui le persone possono accedere da qualunque porta d’accesso che trovano nel loro contesto ambientale: dall’auto, dal treno, dal tavolino del bar, dal muro della sala d’aspetto, dal giornale elettronico che hanno in mano, dalla scrivania in ufficio e dalla sala di controllo della fabbrica. Ogni luogo può riconoscere le persone quando le vede o con il sistema di autorizzazione che le persone hanno scelto e le può connettere a tutta internet in base all’interfaccia decisa dai suoi designer. Tutto funziona in base a standard condivisi e su piattaforme interoperabili. In questo contesto, lo smartphorme è obsoleto. L’innovazione radicale si può manifestare. Il superamento della schiavitù delle pile dello smartphone diventa possibile.

Il futuro senza lo smartphone, l’oggetto centrale del presente è un’idea radicale. Qualcuno ci sta lavorando.

Questo era solo un esperimento di costruzione di scenari. Non una previsione ma un modo per ordinare pensieri.

Di certo, l’innovazione emerge in un sistema complesso nel quale spesso le proposte innovative vengono da strutture che non hanno chiesto il permesso alle strutture esistenti. Sull’internet questo è tanto più probabile quanto più esiste neutralità della rete, interoperabilità delle piattaforme, decentralizzazione dei sistemi di accesso. Ed è solo una metà del problema. Perché tutto questo offre opportunità. Ma l’altra metà del problema è che qualcuno deve cogliere le opportunità. La cultura è fondamentale. Pensare che si possa creare qualcosa di nuovo, qualcosa di grande, qualcosa che abbia impatto è possibile in una cultura aperta all’allargamento dei limiti del possibile.

Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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