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Beni comuni. Una discussione domani a Milano

I beni comuni non sono privati e non sono statali. Sono della comunità. Sono stati a lungo schiaccciati dalla dominanza arrogante dello statalismo e del liberismo. Ma con l’arretramento dello Stato e con i molti fallimenti del mercato, ritornano in modo ricorsivo al centro del dibattito. Dalla gestione dell’acqua alla disponibilità della conoscenza per la comunità, l’iper-sfruttamento che impoverisce tutti è sempre in agguato e la discussione è aperta.

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Domani, 8 febbraio, alle 17:30, alla Feltrinelli di via Manzoni, Milano, si parla di tutto questo con l’occasione di presentare il libro “Beni comuni”, edito da Feltrinelli e prodotto per iniziativa di MBS Consulting, con un’introduzione di Stefano Rodotà. (Feltrinelli)

“Si va così oltre la logica binaria che ha dominato negli ultimi due secoli la riflessione occidentale: proprietà pubblica o privata. E tutto questo viene proiettato nella dimensione della cittadinanza, per il rapporto che si istituisce tra le persone, i loro bisogni, i beni che possono soddisfarli, modificando così la configurazione stessa dei diritti, definiti appunto di cittadinanza, e delle modalità del loro esercizio”, scrive Rodotà: “Si coglie così una nuova relazione tra istituzioni, diritti, persone, che mette in evidenza come proprio il rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni non debba essere necessariamente mediato dall’intervento pubblico o da quello del mercato”. E prosegue: “La prima conseguenza di questa impostazione è appunto una tassonomia dei beni innovata dal riconoscimento formale di quelli comuni. La seconda conseguenza è una considerazione non naturalistica dei beni comuni, che si presentano come una costruzione storica e sociale riferita ai fondamenti costituzionali di un ordinamento. La terza comporta la dislocazione dei beni comuni dall’ambito proprietario e mercantile a quello individuato dal primato della persona e dei suoi diritti fondamentali. Una quarta può essere individuata nel limite costituzionale che viene così importo alla legittimità delle chiusure nell’accesso a determinate categorie di beni, non ammissibili quando può determinarsi un conflitto appunto con la tutela effettiva di diritti fondamentali”.

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A un aspetto strategico di questo tema era dedicato il lavoro curato da Charlotte Hess e Elinor Ostrom intitolato La conoscenza come bene comune, Bruno Mondadori. L’aspetto strategico sta nel fatto che l’equilibrio che si era creato in passato tra la conoscenza come bene comune e il mercato del copyright si è recentemente compromesso per l’eccessiva domanda di estensione del copyright da parte dei suoi detentori e per la facilità con la quale può essere eluso con le tecnologie digitali. Internet ha reso possibile una condivisione di conoscenze di proporzioni senza precedenti e una facilità d’uso, remix, elaborazione, memorizzazione e comunicazione che non ha eguali nella storia. E internet è un bene comune, come protocollo che consente di connettere ogni computer e ogni rete. Ma il suo successo ha sviluppato le condizioni per il successo di piattaforme globali di gestione della conoscenza che a loro volta ne generano e privatizzano una quantità sterminata. Le scelte sono di fronte a noi.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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