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Chi si fida di chi? EU-US Privacy Shield, attivisti, lobbisti e governi

Le reazioni all’EU-US Privacy Shield, pensato per sostituire il Safe Harbour nella definizione delle regole per il transito di dati tra America ed Europa, sono divise tra i favorevoli e i contrari: come poteva essere diversamente? Ma le due posizioni hanno qualcosa in comune: sono basate sulla fiducia o sfiducia, non su fatti precisi. Anche qui non potrebbe essere diversamente, visto che l’accordo rimanda a precisazioni che dovrebbero arrivare nelle prossime settimane, come richiesto dai Garanti europei. Ma c’è qualcosa di più.

Questi accordi non possono che basarsi sulla fiducia. Chi li critica perché non si fida (Espresso), chi li approva perché si fida (CommissioneUe), non aggiunge molto alla conoscenza. Il commento possibile a questo livello è soltanto basato sulle dichiarazioni di principio: vanno bene o vanno male? Ebbene, le dichiarazioni di principio vanno bene, si direbbe (Sole).

Ma ovviamente non finisce qui. La prossima tappa è vedere i particolari, quando saranno comunicati. E poi si dovrà vedere come gli americani risponderanno alle richieste europee all’atto pratico. Infine, si dovrà vedere se il governo americano cambierà idea con la prossima amministrazione. Nelle relazioni tra stati sovrani, la maggior parte delle questioni si risolve sulla fiducia, perché gli stati sovrani possono cambiare idea e regole, anche se questo significa ridefinire accordi già presi: le sanzioni esistono, ma sono anch’esse parte di pratiche negoziali più ampie. A meno che…

A meno che non accettino Dichiarazioni di diritti umani dalla cui applicazione discendano conseguenze importanti per l’appartenenza degli stati ai centri di decisione internazionali. E che quelle dichiarazioni di diritti diventino parte delle costituzioni. E anche in quel caso, comunque, si fa a fidarsi.

Del resto, anche gli stati che credono nei diritti umani, talvolta, chiudono un occhio quando si tratta di affari. E l’importanza economica di alcuni stati che un tempo erano criticati per lo scarso rispetto dei diritti umani – dalla Cina all’Iran – è un motivo che spinge le democrazie ad accettare compromessi.

Gli attivisti che non si fidano degli americani hanno tutte le ragioni per farlo. Così come i commissari europei che dichiarano vittoria dopo l’accordo EU-US Privacy Shield. Ma le loro opinioni non possono servire a formarsi un giudizio sul fatto accaduto due giorni fa. Un giudizio – che non sia un pregiudizio – deve identificare il perimetro del fatto e adattarsi empiricamente ai fatti successivi. Quindi: per ora ok, seguiamo e apertamente valutiamo man mano… Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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