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Volkswagen tra mercato e capitalismo

Il super-iper-liberista Milton Friedman diceva che «l’unica responsabilità sociale di un’impresa è di fare profitti». Ma come ricorda Luigi Zingales oggi sul Sole 24 Ore la frase non finiva lì. Perché Friedman aggiungeva: «fintanto che (un’impresa) rimane all’interno delle regole del gioco, vale a dire, si impegna in una concorrenza aperta e libera senza inganno o frode».

La Volkswagen non ha rispettato le regole del gioco.

Il problema è che spesso questo rispetto è considerato un fatto che riguarda l’etica. Invece è parte integrante del metodo con il quale l’economia di mercato funziona. Il mercato è una piattaforma con le sue regole che in teoria servono a mettere in concorrenza le aziende per fare emergere le migliori e creando continui incentivi a innovare. Secondo questa teoria, nel mercato, l’azienda che voglia fare profitto deve innovare, altrimenti la concorrenza annullerà il suo vantaggio competitivo fino ad annullare il profitto. Massimizzare il profitto non è un comportamento di mercato se non avviene rimanendo all’interno delle regole. L’azienda che massimizza il profitto senza rispettare le regole esce dalla piattaforma del mercato. Diventa capitalismo.

Per Fernand Braudel, il mercato è la dimensione dello scambio nella quale le imprese competono seguendo le regole, mentre il capitalismo è la dimensione nella quale vale una sorta di legge della giungla nella quale le strutture che dispongono di risorse molto grandi, che hanno connivenze politiche, che gestiscono enormi quantità di denaro e controllano la finanza impongono agli altri la loro azione, per massimizzare il profitto indipendentemente dalle regole. Il mercato è una piattaforma di regole. Il capitalismo è un sistema di potere.

La Volkswagen ha infranto le regole. È uscita dal mercato. Ha fatto grandi profitti. Si è occupata di capitalismo. Zingales ha scritto un libro per salvare il capitalismo dai capitalisti, ma se gli fosse piaciuto Braudel l’avrebbe scritto per salvare il mercato dal capitalismo.

Il capitalismo distrugge il mercato, contamina la democrazia, genera distanze enormi tra i ricchi e i poveri, non si preoccupa di ambiente, cultura, società: casomai i suoi rappresentanti a un certo punto della vita decidono di restituire una parte delle loro ricchezze alla società, all’ambiente o alla cultura.

Il mercato evolve con le regole che la democrazia riesce a sviluppare, adattando il sistema alla contemporaneità. E per esempio oggi il mercato è un sistema di regole che chiede alle aziende di abolire le “esternalità negative” e di internalizzare il costo sociale, culturale e ambientale della produzione. L’imbroglio Volkswagen è stato praticato da un’azienda che non intendeva internalizzare il costo ambientale dei motori diesel secondo i parametri stabiliti dalla legge e li voleva lasciare all’esterno, cioè farli pagare alla società.

La massimizzazione del profitto non è la priorità dell’azienda che opera nel mercato se non è condizionata all’accettazione delle regole. La priorità è produrre e organizzare la vita aziendale secondo le regole per ottenere un’attività che attraverso l’innovazione massimizza il profitto (almeno secondo lo schema di Milton Friedman).

L’innovazione non è una novità, ma una nuova soluzione che viene adottata dal pubblico alla quale è rivolta. Se non c’è adozione non c’è innovazione. Oggi l’adozione è condizionata al rispetto della sostenibilità sociale, culturale e ambientale. Se un’azienda è troppo irrispettosa, nel mercato, il suo prodotto non viene adottato volentieri. Solo nel capitalismo, cioè nelle situazioni in cui l’azienda può imporre il suo prodotto seguendo solo la dinamica del profitto e senza tener conto delle regole, l’innovazione può essere imposta (per via di manipolazione, di forza, o semplicemente di monopolio). IL capitalismo in questo senso non è un incentivo a innovare ma a conservare le forme che proteggono la rendita derivante dal potere.

Nel mercato si può dare una soluzione ecologicamente sana dell’economia. Nel capitalismo dipende solo dalla buona volontà dei capitalisti. Ma questa non si manifesta spesso. Anzi: spesso il capitalismo riesce a influenzare la politica e a cambiare le regole a suo favore, come è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni a favore della finanza autoreferenziale delle megabanche. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se il capitalismo riesce a controllare le dinamiche della democrazia inflenzando fortemente i politici che fanno le regole, il mercato muore.

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  • Provocazione: …siamo sicuri che VW sia uscita dalle regole del gioco…?
    E se la regola del gioco, applicata da TUTTI i players del MERCATO dell’auto, fosse:
    “Delle eco-limitazioni ce ne sbattiamo”

    E se VW fosse solo la prima casa automobilistica ad essere stata beccata…?

    Dobbiamo distinguere tra le regole teoriche (dichiarate, ma non applicate) e le regole ‘di fatto’ (non dichiarate, ma applicate).

    A quale di queste categorie di regole si applica il ragionamento di Friedman….?

    FINE PROVOCAZIONE

    Andy Cavallini

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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