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News, editoria: una nascente industria sostenibile

Nella produzione di notizie ci sono alcuni argomenti imprescindibili:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico

La scommessa fondamentale è che di notizie c’è sempre più bisogno e quindi c’è un’industria in crescita, potenzialmente, da qualche parte. Ma va pensata. E può diventare il luogo economico nel quale si sviluppano anche le competenze acquisite dalla vecchia editoria.

La ricerca condotta e comunicata via Twitter da Marc Andreessen ha riacceso l’attenzione. Questi alcuni link per averne una veloce visione:

The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place
Marc Andreessen on the future of the news business
Marc Andreessen talks about the evolution of the news business and why he is optimistic
Marc Andreessen: The ‘problem with local news is most people don’t care’
Marc Andreessen Thinks the News Business Is About to Grow Tenfold
Il valore dei media digitali in discesa e la ricerca dei business model
Marc Andreessen’s 8 business models for journalism

Il dibattito sull’industria dell’informazione, quello che un tempo si chiamava il settore dell’editoria giornalistica, avanza e si sviluppa su diverse direttrici che riguardano la tecnologia, la partecipazione dei lettori attivi alla produzione di informazione, la dimensione social, la pubblicità, le forme di finanziamento alternative. Le scuole di pensiero sono molte e i punti di riferimento comuni ancora da sviluppare: una parte del mondo pensa con le categorie del secolo scorso (vendita di contenuti e pubblicità tabellare), una parte del mondo pensa con le categorie della tecnologia, una parte del mondo pensa a cercare i soldi in ogni modo possibile, con molto pragmatismo e una certa propensione a lasciar perdere il lato strategico.

Il cambiamento strutturale è talmente profondo, però, che non possiamo che partire da lì per fare ordine. Sapendo che l’unica certezza è che assistiamo a una fioritura di modelli diversi, alla necessità di conoscere la tecnologia e lavorarci con precisione, alla riemersione dei valori fondamentali della generazione di informazione per un certo tempo sommerse dalla quantità di soldi che l’editoria tradizionale riusciva a fare con la pubblicità.

I punti di riferimento:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
– nel mondo precedente la risorsa scarsa era lo spazio sul quale pubblicare: era governato dagli editori; oggi le risorse scarse sono il tempo, l’attenzione, la capacità di riconoscere rilevanza nelle informazioni: sono governate dal pubblico.
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
– la dinamica trasformativa attivata da internet è ancora in ebollizione; il successo di molte iniziative nate cogliendo le opportunità offerte dalla rete è tale da aver spostato gli equilibri in tutta l’industria; ogni nuova strategia non può prescindere dalla conoscenza delle tecniche e delle tecnologie che servono il traffico, alimentano l’innovazione del linguaggio, consentono di studiare il rapporto tra interfaccia e risultato comunicativo, e così via; conoscere la tecnologia non significa solo saperla usare, significa saperla innovare
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico
– il valore che le iniziative editoriali possono sviluppare, conoscendo a fondo la tecnologia per innovare, è ricostruire le dinamiche della rilevanza in un’ottica consapevole del fatto che si serve un pubblico enormemente più potente, che può scegliere e che possiede le risorse scarse fondamentali; la riflessione è sulla costruzione di contesti di senso, di velocità di servizio, di partecipazione di ciascuno come attore e fruitore del sistema dell’informazione.

In questo contesto gli otto modelli di business emergenti proposti da Andreessen possono essere discussi:
1. Giornalismo di qualità pensato per pubblicità di qualità
2. Conquistare la voglia dei lettori ad abbonarsi e a pagare per prodotti di valore
3. Contenuti premium, che valga la pena di acquistare («Ancora: valore = $»)
4. Puntare su conferenze ed eventi dal vivo
5. Investire su più canali
6. Pensare al crowdfunding («Enorme opportunità per il giornalismo imvestigativo»)
7. Offrire la possibilità di pagare in Bitcoin per micropagamenti
8. Tenere d’occhio la tendenza alla filantropia (sulla scorta di ProPublica e FirstLookMedia di Omidyar)

In sintesi tre filoni di sviluppo sui modelli di business:
– contesti che valorizzano l’informazione in modo tale da non subire la disintermediazione da piattaforme puramente tecnologiche
– riconnessione tra esperienza di accesso all’informazione digitale e approfondimento in un contesto fisico per il quale si paga il biglietto
– rapporto tra ricerca di informazione e valore dell’informazione come bene comune

La fioritura di esperienze è destinata a scompaginare il sistema con il quale classifichiamo l’informazione e l’industria editoriale. I contesti di senso possono essere diversi, alti e bassi, internazionali e locali, settoriali e generalisti. In ogni contesto di senso si vince con interfaccia, tecnologia e sensibilità per il rapporto autori-fruitori. La rete e gli spazi fisici si stanno fondendo e può facilitare la definizione di contesti che motivano al pagamento. La qualità dell’informazione non dipende da chi la fa ma dal metodo che adotta per farla.

La nottata è stata drammatica. L’alba di un nuovo giornalismo è in corso. La luce si va diffondendo. Ma sarà una lunga giornata… L’ecologia dei media, dall’informazione all’attenzione, si deve occupare di una bonifica complicata. E una nuova concezione di sostenibilità.

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  • analisi interessante, vorrei aggiungere un commento..
    non sono un professionista del settore quindi potrei dire anche delle sciocchezze o delle ingenuita’. spero che sia scusabile.

    1. le notizie sono di solito relative a “fatti” che possono essere o NON essere preferibile che vengano diffusi/pubblicizzati. nel primo caso ovviamente il “giornale” e’ inutile come intermediario, ai tempi di internet.
    nel secondo e’ chiaro che se la notizia e’ utile all’utente finale per avere un vantaggio “competitivo” di qualche tipo (economico ma non solo) allora un approccio premium ai soli lettori paganti verra’ riconosciuto.

    2. oltre la notizia ha valore anche l’opinione, in questo caso pero’ chi “opina” deve essere competente (e riconosciuto tale) per rendere la remunerazione possibile.

    3. in ogni caso, trattandosi di beni digitali, la loro diffusione a costo zero e’ inevitabile in un tempo sufficiente lungo. quello che si puo’ remunerare quindi in sostanza e’ “solo” quanto prima il cliente viene informato (saro’ semplificatore ma cosi’ a me pare..).

    4. tutto questo vale solo in linea teorica ed in un ambiente di mercato concorrenziale, poi, dove ci sono distorsioni di qualche tipo (dagli incentivi economici “arbitrari” a posizioni monopolistiche di fatto o di diritto.. a leggi liberticide del diritto di cronaca e d’opinione “dal basso”, vedi blog prodotti editoriali e la tutela del diritto d’autore all’italiana..), i cambiamenti vanno poi piu’ lentamente (a me sembrano in ogni caso irrevocabili nel medio periodo..).

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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