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Jeffrey Schnapp e la memoria dei media digitali

Sostiene Maurizio Ferraris che un oggetto sociale non esiste se non è documentato. E osserva che l’evento più importante di questa epoca è l’esplosione della registrazione. Ciò che davvero distingue i nuovi media è la memoria. Non per nulla le sue parole si sono incrociate benissimo con quelle di Jeffrey Schnapp, del MetaLab di Harvard, ieri alla Bocconi, con le Fondazioni Mondadori, Cariplo e Ibm, per una mattinata introdotta da Paola Dubini, director del centro ASK dell’Università Bocconi.

Schnapp sta cercando di esplorare le conseguenze profonde, colte, dell’avvento dei media digitali. La sua formazione di storico, la sua sensibilità per il design, la sua conoscenza delle possibilità offerte dalla tecnologia testimoniano tra l’altro la fine dei grandi confini disciplinari. E, con soddisfazione di chi ha la stessa formazione, dimostrano che lo studio della storia e l’esplorazione del futuro si possono fondare sullo stesso terreno culturale.

Non a caso, uno dei temi che si è posto Schnapp è la trasformazione dell’archivio. Dice Schnapp che i media nuovi di solito si aggiungono a quelli già sperimentati, casomai ridefinendone la collocazione nell’ecosistema. E questo crea un livello crescente di ridondanza. La rivoluzione digitale ha introdotto alcuni cambiamenti fondamentali. Nel mondo analogico il momento della pubblicazione era il “momento della verità” (in molti sensi, in effetti…): ora, dice Schnapp, la pubblicazione è un processo iterativo, fluido, nel quale il lavoro è fatto e rifatto continuamente, dagli autori e dai lettori, in un flusso incessante di aggiustamenti. In questo contesto, però, i contenuti digitali sono legati all’accensione o spegnimento di computer connessi alla rete e come appaiono istantaneamente possono scomparire in ogni momento. La domanda dei nuovi archivi è “per chi preserviamo?”. L’idea di Schapp, storico, è di non lavorare solo per gli storici del futuro. Il suo esperimento sui dati emersi per il disastro di Fukushima, realizzato con la piattaforma Zeega, dimostra che si può pensare un archivio non centrato sui documenti, ma sugli utenti. È un archivio nel quale gli utenti possono costruire il proprio racconto e il proprio punto di vista su quello che è accaduto. È disegnato per una molteplicità di utenti. E, si potrebbe commentare, che in un certo senso li trasforma in storici dell’attualità: o per lo meno dà loro la possibilità di sviluppare una ricostruzione documentata come quella alla quale pensano gli storici.

Thierry Grillet, della Bibliothèque Nationale de France, ha sottolineato come lo stesso atto della lettura sia sottoposto a cambiamenti profondi nel contesto dell’innovazione digitale. A partire da Marcel Mauss, la lettura è insieme un atto fisico, tecnico e magico. E il digitale cambia tutti tre gli aspetti. Ovviamente i primi due, ma anche il terzo, quello magico che attraverso le varie forme di immersione nel testo – da quelle rituali a quelle personali – trasporta i lettori in mondi diversi. Per Grillet la novità da questo punto di vista è l’insieme di search, ipertesto e sharing.

Di certo, direbbe Ferraris, tutto questo aumenta e trasforma lo spazio degli oggetti sociali. Quelli che esistono solo se sono documentati.

Tutto questo, riporta la riflessione sulla memoria sul palcoscenico del dibattito intellettuale. E allarga i limiti del possibile.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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