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Economia della santità

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Anche la santità - per come è definita dalla Chiesta Cattolica - si può studiare con approccio "scientifico", o per lo meno, con uno spirito laico, da scienziati sociali. Del resto, queste cose, divertono molto gli anglosassoni. (Ne sorride appunto anche Marginal Revolution).

Economics of Sainthood è una prima investigazione condotta da Robert J. Barro e Rachel M. McCleary di Harvard, con Alexander McQuoid di Columbia.

Ecco come gli autori introducono il loro paper

Saint-making has been a major activity of the Catholic Church for centuries. The pace of sanctifications has picked up noticeably in the last several decades under the last two popes, John Paul II and Benedict XVI. Our goal is to apply social-science reasoning to understand the Church's choices on numbers and characteristics of saints, gauged by location and socio-economic attributes of the persons designated as blessed. 

(Si leggono tra l'altro diversi aspetti della storia del processo di canonizzazione. Per esempio si trova che la canonizzazione è sottoposta ufficialmente all'autorità esclusiva del Papa solo nel 1234. In precedenza era stata un'attività piuttosto decentrata: se ne occupavano direttamente i stessi vescovi. Il processo di accentramento avviene a partire dalla fine del primo millennio. Ma continua a tener conto delle esigenze e delle informazioni che arrivano dall'organizzazione decentrata della Chiesa). 

Gli ultimi due Papi hanno aumentato molto, dicono gli autori, lo stock di beati e santi. L'ipotesi che gli autori propongono per spiegare questo fenomeno è la competizione della chiesa cristiana evangelica.
Nell'epoca di internet il business editoriale è in trasformazione. E una possibile via d'uscita è che gli autori semplicemente diventino imprenditori di sé stessi. Luke Johnson, presidente della Royal Society of Arts e leader della compagnia di private equity Risk Capital partners, pone un vecchio problema in modo tanto diretto e sicuro da sfidare a rifletterci sopra di nuovo.

La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."

E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?

La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.

Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.

Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.

Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.

Il gesto di conoscere

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Google Labs ha tirato fuori un nuovo modo per fare una search sui telefonini con Android. Non più solo la tastiera, e non solo la voce (la cui efficienza è sempre in dubbio). Ma la scrittura a mano di segni sul video.

L'iPad a sua volta mostrerà qualche innovazione nei gesti che si possono fare sul video per muoversi nel sistema (la mossa delle tre dita a quanto pare avrà un suo senso specifico).

L'esperienza di apprendimento che si fa con un cellulare intelligente è diversa da quella che si fa con un pc sul tavolo anche se si vanno a vedere gli stessi contenuti con il browser, perché il contesto fisico nel quale ci si trova è diverso e il movimento che si compie con il corpo non è limitato a pigiare sul tasto del mouse.

Impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter. Con l'iPad potrebbe andare ancora meglio.

La memoria del gesto di archiviare le foto di carta in un album è diversa da quella che deriva dal gesto di selezionarle tutte insieme per metterle in un colpo solo in un folder del computer. E le nuove interfaccia dovrebbero tenerne conto. Non per tornare indietro o per fare inutile fatica. Ma per andare avanti e aggiungere esperienza. (Un post precedente).

Le concert

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Una storia magnifica. Le concert, il film di Radu Mihaileanu, racconta il riscatto di un'orchestra che aveva suonato al Bolshoi ma era stata dispersa per l'antisemitismo della dirigenza sovietica, nel 1980.

Il suo ultimo concerto era stato brutalmente interrotto da un funzionario del partito comunista sovietico. Alcuni membri dell'orchestra, compresa la prima violinista, erano stati inviati al gulag, dove erano scomparsi. Il direttore sogna di finire quel concerto. E per una vicenda rocambolesca riesce a riunire la sua orchestra per suonare al teatro Chatelet di Parigi: ma i musicisti sono segnati da quasi trent'anni di umiliazioni, hanno perduto ogni disciplina e non riescono neppure a provare una volta. Sicché nulla fa pensare che possa effettivamente riuscire a suonare Tchaikovsky. Ma la figlia della prima violinista, ignara della sorte toccata alla madre e a sua volta diventata violinista in occidente, si convince a partecipare. E quando entra in scena la sua musica, dopo le prime note stonate dell'orchestra brancaleonesca, avviene una magia artistica...

La commozione è contagiosa. L'ironia della narrazione serve a fare emergere un'esperienza profonda. E il commento del direttore, sussurrato tra parentesi prima del concerto, è tragicamente sereno e meravigliosamente anacronistico: "Siamo una squadra, ciascuno col suo strumento, a cercare l'armonia, per il tempo di un concerto: è questo il vero comunismo".

L'ombra del bello...

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roy's bronze Roy Lichtenstein è alla Triennale.

Spero che la sua Fondazione
mi perdoni questa foto.
Pubblicata in segno di ammirazione.

Che cos'è l'ATTENZIONE? Una forma di energia

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Con l'arrivo di Buzz molti hanno avuto un moto di repulsione: non solo per le note questioni di privacy violata, ma anche perché ci si trova di fronte a un ennesimo strumento di comunicazione sociale da gestire, ascoltare, tenere d'occhio.

Di qui lo spunto per una riflessione sull'attenzione.

C'è un pezzo di Chris Brogan che si fa leggere. Contiene un'indicazione da criticare e una proposta da prendere sul serio.

Per Brogan l'attenzione è una moneta che si scambia e ha un grande valore. Uhmm. Per me la metafora non tiene: la moneta, come insegna la reazione pubblica alla crisi finanziaria, quando manca si può stampare. L'attenzione è scarsa e non si può replicare. In realtà, la moneta è una forma di informazione. Mentre l'attenzione casomai si può paragonare a una sorta di energia: viene da fonti rinnovabili ma è in ogni caso scarsa e limitata.

La proposta di Brogan però è di buon senso. Gestire l'attenzione facendosi una personale lista di priorità. Non lasciandosi trasportare dai doveri impliciti nelle piattaforme che si usano. Trovare un equilibrio interiore per tutte le fonti di energia-attenzione e i vari modi per impiegarla costituisce un valore per l'equilibrio del nostro personale ecosistema dell'informazione ed è la premessa di un equilibrio informativo complessivo. Il buon senso, qualche volta, serve. Anche per combattere la strategia della disattenzione.

Semplicemente vero

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Se è semplice, sembra vero. 

Per come funziona il cervello, riporta Drake Bennett, un'affermazione che appare semplice viene considerata dalle persone vera con molte più probabilità di un'affermazione che appare complicata.

Lo studio della "facilità cognitiva" è un settore in crescita della psicologia. E mostra come per esempio le azioni delle aziende con un nome semplice siano nel tempo acquistate di più delle azioni con il nome complicato. Oppure come la semplicità dei messaggi pubblicitari influisca sui comportamenti dei consumatori.

I maestri della ripetizione di messaggi semplici, soprattutto in un contesto confuso, sono in grado di governare il consenso molto di più di coloro che approfondiscono le tematiche ma non arrivano a sintesi semplici. 

Una comunità deve sapere che esistono meccanismi cerebrali come questo. Altrimenti rischia di sentirsi superiore a chi tenta di manipolarla. E soccombe alla manipolazione.

Impariamo a giocare come i computer

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Garry Kasparov, campione di scacchi, racconta come vede cambiare il suo gioco dopo l'avvento dei computer.

Ero con lui - insieme a molti altri - mentre a New York nel 1997 si batteva contro Deep Blue, il computer scacchista dell'Ibm. Fu un momento molto umano, in realtà. Perché fu l'emozione derivante dall'incertezza sul modo di "ragionare" del suo avversario che condusse Kasparov alla sconfitta.

Ma le sue considerazioni attuali sono molto razionali. Gli uomini stanno imparando a giocare come i computer...

Essere stati è ancora una condizione per essere

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"Essere stati è ancora una condizione per essere?" è il titolo di un convegno, oggi, a Firenze (info su Museo dei Ragazzi, inToscana, Sopravvissuta). Si parla di biblioteche, archivi e musei, e del loro ruolo nella creazione di una prospettiva. Ne abbiamo bisogno, schiacciati dall'iperpresente.

Ecco una prima reazione al titolo. Si approfondirà, andando oltre il teorico, oggi con gli altri (non ho riletto, mi scuso per la conseguente lungaggine..):

A meno di grandi sorprese, la domanda è, ovviamente, almeno la metà della risposta. Che cosa dunque ci stiamo domandando? Si intuisce che stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con tematiche come l'identità, la coscienza, la cultura, in una prospettiva storica. E in sottofondo ci domandiamo quale possa essere il ruolo, oggi, di istituzioni fondamentali per quel genere di tematica, come i musei, le biblioteche, gli archivi.

Innanzitutto, il "noi" implica che stiamo escludendo le risposte di tipo immediatamente neurologico, come quella definita da Nicholas Humphrey in Rosso (Codice Edizioni): per Humphrey la coscienza è una funzione che consente a una persona di mettere insieme la successione di fotografie insensate che è il presente sensibile, attraverso la memoria dell'immediato passato e l'immaginazione dell'immediato futuro. Dove la brevità dell'"immediato" varia da persona a persona. Se fosse dunque una domanda alla prima persona singolare, la risposta sarebbe neurologicamente affermativa. Tipo: "non posso dire di essere se non sono stato".

Non è detto che questo sia vero anche se parliamo di "noi". Almeno fino a che ci troviamo a pensare di dover scegliere tra due modelli: quello che concepisce la società, la comunità, come un organismo che più o meno funziona come una persona, oppure quello secondo il quale la società non è altro che un insieme di individui cui accade di vivere nello stesso contesto. Probabilmente impareremo a considerare il gruppo come qualcosa di diverso sia dall'una che dall'altra immagine. Ma questo non può avvenire se non attraverso un percorso complesso. Osservare il funzionamento dei neuroni-specchio, studiare il comportamento dei gruppi di persone nei social network online, può lasciarci intuire la possibilità di una sorta di un'intelligenza collettiva al lavoro. Ma dall'intuizione alla comprensione passa molta strada. Resa impervia anche dal fatto che, come sempre, mentre il punto di osservazione è plurale e il racconto cui si immagina di voler arrivare è singolare.

In realtà, quando "noi" ci domandiamo qualcosa di "noi" facciamo appello contemporaneamente a molte nostre facoltà: la facoltà di osservare individualmente, la facoltà di osservare insieme, la facoltà di condividere le osservazioni, raccontandole, in base a un metodo e a un linguaggio condiviso... e molto altro. È mettere al lavoro consapevolmente queste facoltà all'unisono che è difficile. Per questo ci appelliamo a convinzioni indiscusse che ci tranquillizzano. Come potrebbe essere l'affermazione secondo la quale "essere stati è condizione per essere". Ma oggi dobbiamo fare a meno di questo tranquillante perché ci siamo consapevolmente dati il compito di discutere precisamente quella convinzione.

A partire dalla parola "condizione". Starebbe a significare che se non si è stati non si può essere. Ma allude anche al condizionamento che l'essere stati in un certo modo ha conseguenze ineludibili sul modo in cui si è. E, infine, quell'"ancora" risolve una parte del problema e ne qualifica un'altra: perché quell'"ancora", appunto, significherebbe che, in passato, il passato ha certamente condizionato il presente; ma non è detto che lo condizioni anche oggi. O forse più allusivamente significherebbe che, in passato, si era convinti che il passato condizionasse il presente; mentre oggi quella convinzione è diventata discutibile. O forse addirittura che dovrebbe diventarlo. E infine: una volta discussa, si dovrebbe tornare a dire che "sì" è ancora condizione, o che "no" non lo è più?

Discutiamo di tutto questo perché ci rendiamo conto che l'autorevolezza dell'idea secondo la quale "l'essere stati è condizione per essere" è discussa, distrattamente, dalla società contemporanea. Primo, perché una semplificazione insostenibile ma apparentemente gratificante ci induce a pensare che il continuo, eccessivo, flusso di novità sia la dimostrazione che ci troviamo in un'epoca che ha poco a che fare con il passato, lo può dimenticare e trattare come un pesante fardello culturale. Secondo, perché il richiamo indiscusso al rapporto tra l'"essere stati" e l'"essere" è più che altro utilizzato in chiave ideologico-difensivistica in tutti i casi in cui larghe parti della società, populisticamente o ideologicamente guidate, si dimostrano impaurite del diverso dall'abituale, come nel caso dell'immigrazione o della trasformazione della famiglia tradizionale.

Dal punto di vista di istituzioni votate all'approfondimento contemporaneo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" - come potrebbero essere i musei, le biblioteche, gli archivi - il raccordo tra il passato e il presente non può più dunque permettersi di essere visto come un fastidioso fardello che disturba il consumismo di novità e contemporaneamente non si può prestare a fare da semplice stampella per le operazioni ideologiche difensivistiche nei confronti della trasformazione storica.

In realtà, musei, biblioteche e archivi, sono piuttosto i simboli di un'opportunità rovesciata: favorire l'innovazione e la trasformazione sociale in coerenza con l'epoca storica che viviamo, aiutando nel contempo a decodificare il flusso di novità "consumistiche" come meno trasformativo e gratificante di quanto appaia.

Per arrivare a cogliere questa opportunità occorre un piano d'azione.

Il racconto costruttivo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" si risolve in un insieme di azioni che dimostrino come:
1. il racconto maggioritario, consumistico e reazionario che appare prevalente, ha una storia e probabilmente è legato a un ciclo trentennale per il quale si potrebbe anche cominciare a immaginare una fine
2. un racconto equilibrato del rapporto tra passato e presente, che aiuta a decodificare le novità consumistiche e le reazioni ideologiche, ha l'effetto fondamentale di aprire al futuro, mentre il racconto prevalente oggi tende a schiacciarci sul presente
3. musei, biblioteche e archivi hanno la qualità istituzionale e l'autorevolezza culturale per candidarsi a partecipare alla costruzione di un racconto sociale innovativo del genere proposto.

Tutto questo è probabilmente tanto più possibile quanto più riusciremo a sviluppare una sorta di coscienza innovativa del valore personale e collettivo dei beni comuni, delle forme di scambio non monetario, della ricerca di qualità come premesse per un obiettivo cui il percorso fin qui seguito dall'economia tradizionalmente consumistico-monetaria non è mai riuscito a indirizzare: la felicità.

Non c'è alcun motivo per accettare supinamente che l'"essere stati" sia condizione per "essere" se si pensa tra i due momenti possono intervenire eventi drammatici come la morte, la distruzione, l'invasione barbarica. Ma ci sono buoni motivi, braudelianamente, per pensare che con mente aperta e spirito di ricerca si ritrovino sempre nella pluralità dei tempi sociali i segni della lunga durata contemporaneamente ai ritmi delle mode e ai bagliori degli avvenimenti. Il problema è raccontare tutto questo. In un quadro di progresso ridefinito in base a un obiettivo di felicità, che di fatto implica la capacità di una società di raccontarsi il valore dei beni relazionali, dei beni ambientali, dei beni culturali.

La discussione riparte da queste esigenze. Ma tutti i relatori porteranno a loro volta punti di vista molto diversi.

Esistono progetti che possono essere praticamente avviati a partire dalla rete dei musei-biblioteche-archivi per contribuire a questo innovativo racconto?

Tre opportunità:

1. La cura, la custodia, la manutenzione, la classificazione, la rappresentazione, la narrazione, restano i compiti qualificanti di musei, biblioteche e archivi. Sono la testimonianza del lavoro che si può fare per i beni culturali comuni e per il loro valore a favore dell'insieme della società. Quella testimonianza può essere mitizzata e valorizzata, per contribuire al nuovo racconto. Non facciamoci tentare, ma si potrebbe fare una grande, divertente serie-video da trasmettere via web con lo scopo di raccontare in modo contemporaneo la vita delle istituzioni museo-archivio-biblioteca...

2. Si può fare un'ipotesi: una società che abbia vissuto trent'anni sempre più schiacciata sul suo presente, ha bisogno di aria, di prospettiva e di sorgenti di valutazione della qualità. In questo c'è l'opportunità strutturale di musei-biblioteche-archivi. Il problema è connettere quell'opportunità alle pratiche di quelle istituzioni. La definizione di che cosa sia la qualità è un bisogno emergente per tutte le istituzioni che si sono schiacciate sul mercato e il breve termine, a partire dalle banche ma per arrivare alle funzioni educative della vita quotidiana nei social network. Abbiamo bisogno di fare emergere il giudizio sulla qualità, sull'eccellenza: e per farlo musei, biblioteche, archivi che siano al nostro servizio e che nella vita quotidiana rispondano all'esigenza della custodia di un legame con il nostro passato, di fatto fanno qualcosa di più: il modo in cui custodiscono quel legame diventa il metodo con il quale una società impara a decidere sulla qualità, sull'eccellenza. Esplicitare questa valutazione della qualità, renderla autonoma dalle altre dinamiche come il mercato o il potere politico, sono missioni imprescindibili per queste istituzioni. Se mancano la società non può risolvere il problema della qualità, dell'eccellenza. Come legittimare questo compito senza più la leva top-down, in una società che è profondamente bottom-up? A sua volta, questa narrazione ha bisogno di una narrazione. Partecipare ai social network in modo strategicamente definito dalla volontà di cogliere questa opportunità è possibile...

3. Il compito di queste istituzioni è essere levatrici di un nuovo racconto, meno schiacciato sul presente: il che avviene solo connettendo non più il passato al presente, ma il passato al futuro: in una prospettiva nella quale il presente assuma un senso diverso. Più largo. La conquista non avviene con la mera trappola dell'essere stati: avviene ampliando le dimensioni di ciò che siamo, richiamando le molte dimensioni (pubbliche, comuni, private; monetarie, gratuite) del passato e le molte dimensioni delle aspirazioni per il futuro (sviluppo, ambiente, felicità). Il racconto di cui abbiamo bisogno è quello di un progresso meno unidimensionale. Spiegare l'importanza del passato soltanto in funzione del presente è una trappola narrativa, perché mette musei-biblioteche-archivi nelle mani dei poteri del presente: connettere il passato al futuro apre a nuove alleanze, con tutte le forze che puntano a contribuire al costruire il futuro.

Collective knowledge systems

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Sistemi che gestiscono la conoscenza collettivamente (Silicon Alley Insider). Google e Wikipedia. Oppure Innocentive. C'è un filone di ricerca in via di definizione.

All'Mit stanno lavorando per costruire una piattaforma nella quale le persone possano essere guidate a creare previsioni.

C'è un link evidente con la costruzione dell'agenda comune. Perché anche in questo caso le previsioni possono diventare la focalizzazione di un gruppo intorno a una comune serie di priorità. (Tanto per fare un esempio: Nicholas Negroponte si schernisce quando gli chiedono come ha fatto vent'anni fa a prevedere la convergenza dicendo: "non era una previsione, era l'osservazione di quello che stavamo preparando").

Albert Camus: individualismo e comunità

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Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.

La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.

È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.

Temi di onore e morale nei social network

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La morale della tradizione cristiana e la morale laica di stampo kantiano - con qualche importante differenza - stabiliscono regole e sanzionano le infrazioni in base alla considerazione delle intenzioni di chi ha agito (dice Galimberti). E sono soprattutto orientate alle relazioni tra persone umane. "L'uomo va trattato sempre come un fine, mai come un mezzo" dice Immanuel Kant. Raramente se non per via di indicazioni spirituali si occupano di rispetto per la natura, gli animali, l'aria...

Oggi non basta più quel modo di regolarsi. O meglio: il rispetto delle persone per le altre persone dipende anche dal rispetto della natura che le ospita tutte. Emergono nuove forme di impegno morale, orientate non alle relazioni tra le persone, ma aperte anche alle relazioni delle persone verso l'umanità e il pianeta che la ospita. (Una questione posta da Isaac Asimov nella definizione dell'etica dei robot, ovviamente).

Ci sono altre aperture in vista, però. Man mano che l'umanità sviluppa nuove forme di vita, geneticamente e roboticamente, si deve porre il problema di come trattarle. Come fa Rick Deckard in Blade Runner. E come si vedrà tra breve in Surrogates.

A questo genere di problema si applica - anche se con ovvie difficoltà - la morale weberiana della responsabilità. Non delle intenzioni, ma delle conseguenze delle azioni. Hans Jonas ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Si è responsabili di qualcosa se è l'effetto di una nostra azione. Almeno se l'effetto era prevedibile.

La difficoltà naturalmente consiste nel fatto che la prevedibilità è spesso indecifrabile in un sistema complesso. E che ogni innovazione può generare problemi imprevedibili, generando il rischio di una sorta di paralisi dell'innovazione. A questo per ora si oppone soltanto il "principio di precauzione". Ma abbiamo bisogno di imparare molto di più per poterlo applicare.

Che fare intanto? Un tema emergente nella sfera dei social network, che in un certo senso sono a loro volta un laboratorio per testare le forme di morale con le quali stiamo affrontando il cammino complesso che abbiamo davanti, è quello dell'onore, o della reputazione. L'onore non presuppone una specifica morale - anche se di volta in volta si applica a una morale in particolare - ma alla coerenza interiore di una persona nei confronti di quello che pensa sia il suo dovere nei confronti degli altri. È difficile parlarne, ma è importante come non mai, in un'epoca in cui le norme e il loro funzionamento sono messi in discussione da una dinamica culturale sottoposta a forti pressioni. 

L'onore è il valore più forte di un personaggio come Philip Marlowe, dice il suo autore Raymond Chandler. E ne discute Mick Hume sulla Spiked Review of Books.

Barthes, la retroguardia dell'avanguardia

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Un antimoderno è Roland Barthes, dice Antoine Compagnon. Per spiegarsi, il professore di letteratura riporta una frase - del 1971 - nella quale Barthes si definisce "alla retroguardia dell'avanguardia" perché: "être d'avant-garde, c'est savoir ce qui est mort; être d'arrière-garde, c'est l'aimer encore". 

(È una frase illuministicamente romantica, struggente: l'avanguardia sa che qualcosa è morto ma la retroguardia l'ama ancora).

Hegel tra beni e strumenti

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Riaffiora un passaggio di Hegel, nella Scienza della logica: "nel futuro" (il suo futuro è il nostro presente) "nel futuro la ricchezza non sarà più determinata dai beni, ma dagli strumenti, perché i beni si consumano, mentre gli strumenti sono in grado di costruire nuovi beni". Via Galimberti.

E più avanti. "Quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento in ordine alla quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale. Hegel fa un esempio molto semplice: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono uno che ha i capelli, se mi tolgo tutti i capelli sono calvo. Vi è dunque un cambiamento qualitativo per il semplice incremento quantitativo di un gesto".

Siamo in mezzo a una ridefinizione delle due questioni.

Il valore generato dagli strumenti - come il denaro o, forse, la tecnologia - ha attratto tanto interesse da ridurre la concentrazione sui beni. Non è semplicemente aumentato il valore degli strumenti. C'è stato un salto qualitativo. Che ha ridotto l'attenzione al valore dei beni a un livello vicino allo zero (tanto è vero che si può parlare in molti casi, con Chris Anderson, di Free).

Ora però sappiamo anche che i beni non sono solo quelli che hanno un prezzo. Anzi, i beni di maggior valore non hanno prezzo, come le relazioni umane, la qualità dell'ambiente, l'identità culturale. Sono gratuiti per definizione, ma hanno subito ugualmente lo schiacciamento di valore generato dall'iperconcentrazione sugli strumenti.

Quei beni hanno valore molto grande perché sono connessi ai fini fondamentali delle persone, che si possono sintetizzare nell'idea di felicità (tenendo il concetto molto largo).

Come c'è stato un capovolgimento dei fini e dei mezzi, con l'esplosione industriale e finanziaria, così, probabilmente, oggi occorre un nuovo equilibrio.

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

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Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
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Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Generosità conveniente

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Seth Godin ha raccolto pensieri eccellenti per un libro pubblicato online. Il suo contributo è sulla parola "generosità".

"When the economy tanks, it's natural to think of yourself first. You have a family to feed a
mortgage to pay. Getting more appears to be the order of business.

It turns out that the connected economy doesn't respect this natural instinct. Instead, we're rewarded for being generous. Generous with our time and money but most important generous with our art.

If you make a difference, people will gravitate to you. They want to engage, to interact and to
get you more involved.

In a digital world, the gift I give you almost always benefits me more than it costs.

If you make a difference, you also make a connection. You interact with people who
want to be interacted with and you make changes that people respect and yearn for.

Art can't happen without someone who seeks to make a difference. This is your art, it's what
you do. You touch people or projects and change them for the better.

This year, you'll certainly find that the more you give the more you get.

Seth Godin is a blogger and speaker. His new book Linchpin comes out in January.
"

Il valore si vede nella connessione. Non nel privare l'altro di ciò che tu hai. La tua stessa identità dipende dalla relazione. Il collegamento decisivo, con l'identità, viene dallo studio di Cynthia Kurtz, pubblicato su FirstMonday. Che parla anche di come la struttura di un servizio online possa favorire o sfavorire la collaborazione, in chiave appunto identitaria.

"This paper brings together three strands of theory about how people interact in order to achieve common goals: aspects of identity (categorical, relational and positional); types of identity interaction (selection, mobilization and commitment); and conditions of tie formation and dissolution (boundary areas on the Cynefin sensemaking framework). The paper explains how the three strands come together to form a "braid" of interaction contexts that influence the needs of those interacting. The braid is used to consider design issues in software that helps people interact, both in a general survey of social software and in specific response to some influential papers in the area. Special attention is given to interactions surrounding the collaborative development of open source software and information."

Malo

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Un convegno di storici entusiasmante. Vissuto da Malo e dalla sua gente come un momento profondo di riflessione sull'identità locale e la prospettiva che la porta dal passato al futuro, lavorando in un presente così complesso. Credo che sia stata una dimostrazione del fatto che la storia non è assolutamente la scienza che studia il passato. È la disciplina della prospettiva. Se il mondo attuale non si interpreta senza ricorrere - sempre più spesso - alla "teoria della complessità", ebbene la storia allena alla "pratica intellettuale della complessità". E insegna ad affrontarla con umiltà e senza timore. 

Readings #8 - Coscienza, media, Pil

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«Questi sono i miei principi. Se non vi piacciono ne ho altri» diceva Marx, nel senso di Groucho. Pare che questo marxismo abbia vinto, grazie alla strategia della disattenzione e al minestrone mediatico. Uno sguardo nuovo è possibile? La discussione sulle metriche che utilizziamo per valutare come stiamo è uno dei filoni di ricerca in questo senso. Su Les Echos il resoconto di un dibattito in materia.

Il concetto di coscienza ha generato un dibattito molto complicato. Il lato morale o forse del "super-io" si è trovato minoritario rispetto al lato che riguarda il rapporto tra coscienza e inconscio. Il libro di Humphrey lavora intorno all'idea di presente soggettivo. Stanislas Dehaene dà conto dei risultati dei suoi esperimenti e del suo processo di teorizzazione. Ovviamente, l'osservazione mostra che la circolazione dei "pensieri" non è lineare.

Non c'è un osservatorio sulle trasformazioni dei media che non dia conto dell'enorme crescita del ruolo di internet nell'accesso alla conoscenza. Ecco Mediawatch.



T. S. Eliot sul tempo

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Il tempo presente e il tempo passato
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato

In Burnt Norton T. S. Eliot esplora il tempo. 
Daniel Kahneman risponde al tema lanciato da un'intervista di Edge a Frank Schirrmacher, che di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c'è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? Kahneman dice che è possibile che il sistema dell'informazione attuale stia cambiando il nostro modo di essere umani e la nostra coscienza. Per comprendere in che senso è probabile che il filone di ricerca più importante sia quello di studiare i giovani. E da questo punto di vista c'è un fatto facilmente osservabile: usano molto il computer, ma questo non li ha resi tanto diversi; casomai sono diventati incredibilmente bravi a cercare informazioni.

L'autenticità come tema di dibattito declinante per quanto attiene ai video di successo "autobiografici" pubblicati su YouTube. Secondo uno studio di Aymar Jean Christian pubblicato su FirstMonday. Si scopre che il pubblico di questo genere preferisce l'emozione all'autenticità: come se non ci fosse distanza tra fiction e documentazione. Perché ciò che si cerca non è una descrizione della realtà ma una soggettiva partecipazione emotiva. Lo studio non è basato sull'analisi di tendenze quantitative, ma su una buona conoscenza del fenomeno dal punto di vista qualitativo.

Note di Loredana Lipperini sugli eBook, per sdrammatizzare un argomento che sembra stretto tra paure e cinismo editoriale.

Segnali e tendenze della nuova imprenditorialità, da San Francisco all'India nei link di un pezzo di Vivek Wadhwa su TechCrunch. Ovviamente molto verde. Con un forte appoggio alla Kauffman Foundation, notevole esperienza, approvata dall'Ocse.

Bella narrazione della vicenda del Muro di Berlino sul New York Times. Le foto con gli stessi posti allora o oggi... Dal grigio più tetro al colore della ricostruzione.

Impostazione culturale e persone che intervengono molto simili a Nòva e a Equiliber per Oilproject. Lo dimostra il programma di novembre e dicembre.

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Appunti sul "futuro"

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Prendendo appunti per una conferenza intitolata dagli organizzatori (con simpatico velleitarismo) alle tecnologie del futuro, si scopre che l'unica discussione sensata riguarda la maturazione di un metodo di indagine e interpretazione.

Il futuro non è il posto dove ci sono le novità che man mano ci vengono offerte. Il futuro è l'insieme delle conseguenze di ciò che facciamo, del modo in cui pensiamo le conseguenze di ciò che facciamo, dell'apprendimento che modifica il modo in cui pensiamo le conseguenze di ciò che facciamo. E ognuna di queste cose che facciamo genera feedback positivi o negativi sull'azione degli altri.
 
Il futuro non è un insieme di eventi prevedibili con modelli lineari, ma il contesto storico che costruiamo agendo e pensando e modificandoci nel processo. Dunque è l'emergere della storia dalla complessità.

Il Grande Fratello canta e balla

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Grazie a Groucho leggo queste parole di Chuck Palahniuk (Ninna nanna). Che mi sembrano meravigliosamente forti per descrivere la strategia della disattenzione.

"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.

Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito.

Fa in modo che la tua immaginazione lentamente avvizzisca. Finché non diventa utile come la tua appendice. Fa in modo di colmare la tua attenzione sempre e comunque. 

Questo significa lasciarsi imboccare ed è peggio che farsi spiare. 

Nessuno deve più preoccuparsi di che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo. Se tutti quanti ci ritroviamo con l'immaginazione atrofizzata, nessuno mai costituirà una minaccia per il mondo."

Oldies #1 - Joy, Schwartz, Goldhaber...

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Bill Joy
Wired 2000
Se non comprendiamo la tecnologia che sta entrando in contatto con il nostro corpo, prima o poi saremo tentati di migliorare tanto il nostro corpo da generare una sorta di nuova specie post-umana. Che potrebbe diventare la prossima specie dominante nella storia dell'evoluzione.

Barry Schwartz
Ted 2005
Poca scelta è una sofferenza. Troppa scelta è un'ansia. Che può diventare inaccettabile e paralizzante. Perché troppa scelta genera enormi aspettative. E dopo qualunque faticoso processo di scelta, la scelta sarà insoddisfacente rispetto a quelle aspettative. Il segreto della felicità è "aspettative limitate".

Michael Goldhaber
FirstMonday, 1997
La nuova scarsità è la scarsità di attenzione. Una nuova economia può nascere intorno alle nuove scarsità che nascono nell'epoca della conoscenza.

Readings #2

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Frank Schirrmacher è uno degli intellettuali mediaticamente più influenti in Germania. Di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c'è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? (come dire: di fronte all'esplosione delle idee ci sono abbastanza cervelli per comprenderle?). La discussione che segue è su Edge.

Il crollo della fertilità è un fenomeno che si va diffondendo all'insieme dell'umanità. Chiaramente nelle società in transizione si tende a scendere dai sette otto figli per donna a due. E nelle società sviluppate si scende sotto il due. Questo non impedirà alla popolazione di continuare a crescere ancora un po': ma la velocità del fenomeno fa pensare che attorno al 2050, quando si presume che arrivi il picco demografico, non si arriverà più a nove miliardi di persone, ma ci si fermerà a otto miliardi e mezzo. E' comunque una popolazione enorme. Il rallentamento demografico è un fenomeno culturale fondamentale, ma non salverà il pianeta. Ci vuole ben altro, dice l'Economist.

Lo studio dell'Unctad sullo sviluppo delle tecnologie digitali, 2009. A partire dal superamento dei quattro miliardi di abbonamenti a un servizio di telefonia mobile. UnPulse.

Esiste un capitale del popolo, secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè. I comportamenti delle persone sono di enorme valore ma nessun prezzo. LoSpazioDellaPolitica.

Sergio Maistrello commenta quanto Reporters Sans Frontières dice della libertà di stampa in Italia. Osserva che più che la difficoltà di accesso alla professione dovuta all'Ordine dei giornalisti c'è una difficoltà di accesso alla professione dovuta agli editori che non assumono. Altra questione è quella della qualità del giornalismo... Filtr in Alpha Preview.

Readings #1

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Perché i compensi dei banchieri di Wall Street non scendono e non scenderanno? Perché si prendono quasi la metà del profitto delle banche? È un fenomeno antropologico, non economico, dice Daniel Gross su Slate.

Avatar è il nuovo film di James Cameron. Ed è una buona scusa per leggere questo bellissimo pezzo dedicato al registra, pubblicato da Dana Goodyear sul Newyorker.

Reinventare l'Europa. Da società della conoscenza a società dell'innovazione. Le opinioni di un panel voluto dalla Commissione Europea riservano spunti interessanti, perché per lo meno si pongono problemi veri e ambiziosi. Documento pdf.

L'evoluzione della visualizzazione del cervello negli ultimi 100 anni. Technology Review.

Mauro Lupi si interroga sul fatale crescente disordine con il quale dobbiamo fare i conti. Che si parli di disordine, complessità, approssimazione, si arriva comunque a cercare ogni strada per convivere con l'instabilità intellettuale. Blog.

I commons funzionano

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I commons non sono gestiti male, non sono inefficienti e non sono destinati a essere privatizzati o messi sotto il controllo dello stato per funzionare (come vorrebbe l'integralismo economicista). O almeno questa è la conclusione cui è giunta Elinor Ostrom, che ha appena co-vinto il premio Nobel per l'economia. (Wsj)

Social network e felicità

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Da ricordare un passaggio di Christakis e Fowler sulla relazione tra social network e segnali di soddisfazione o felicità emergenti. I due sono autori di una ricerca sulla generazione di convenzioni in rete. Un risultato della tendenza emulativa che si osserva in rete: ogni persona felice che si aggiunge alla rete sociale di ciascuno aumenta la sua probabilità di essere a sua volta felice del 9%.

Il pezzo era su Edge:

SOCIAL NETWORKS AND HAPPINESS
By Nicholas A. Christakis & James H. Fowler
We found that social networks have clusters of happy and unhappy people within them that reach out to three degrees of separation. A person's happiness is related to the happiness of their friends, their friends' friends, and their friends' friends' friends--that is, to people well beyond their social horizon. We found that happy people tend to be located in the center of their social networks and to be located in large clusters of other happy people. And we found that each additional happy friend increases a person's probability of being happy by about 9%.

ScienceCommons

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Qualche tempo fa è venuto fuori che un quarto degli americani non sa bene se la terra giri intorno al sole o viceversa. Anzi, il 18%, anche se non lo sa, è convinto di vivere in un universo tolemaico.

Leggendo Conservapedia si scopre perché l'universo non può avere più di 6000 anni. Uncyclopedia mostra che si tratta di satira, ma non intenzionale. E Wikipedia dice che è un'enciclopedia di conservatori protestanti americani. Siamo nelle buone intenzioni (dal loro punto di vista), ma non siamo in un'area dell'internet che aiuti a conoscere le scoperte e il metodo scientifico. 

Se si ritiene che la scienza sia un percorso di crescita per l'umanità e che possa aiutare a risolvere alcuni grandi problemi, come il riscaldamento globale, l'eccesso di popolazione, la riorganizzazione della finanza globale, varrebbe la pena di pensare a migliorarne la conoscenza. Sia a livello di educazione di base, sia a livello di dibattito sull'attualità, sia per quanto riguarda il pensiero e la pratica di chi costruisce il futuro.

All'StsForum, a Kyoto, si discute anche di questo. Si tratta di sviluppare un dibattito su temi tanto importanti quanto poco esplorati:

1. I nuovi strumenti per la conoscenza, usati dai ragazzi per scambiarsi informazioni e ritenuti più divertenti e dunque influenti sulle giovani generazioni (e non solo), stanno contribuendo a mettere in discussione l'autorità della scuola. Serviranno a sviluppare la conoscenza scientifica o l'ignoranza? Non lo sappiamo. Ma sappiamo impongono alle istituzioni educative una riflessione che le porti a diventare più efficaci nel nuovo contesto.

2. L'informazione giornalistica è ormai soltanto una parte delle molte forme di informazione che si possono dare sulla scienza. Le aziende, le università, le istituzioni possono pubblicare una quantità di notizie, usando metodi e perseguendo scopi molto diversi. Il consenso sulle conoscenze scientifiche si va disperdendo in una quantità di fenomeni ideologici, di marketing, di genuina volontà di condividere nozioni più o meno verificate. La qualità del sapere scientifico può essere uno degli scopi della nuova evoluzione del sistema dell'informazione, orientata alla qualità ma pienamente emergente dal sistema di relazioni che si sta sviluppando in rete.

3. Il metodo scientifico, fondato su un'epistemologia consapevole del valore delle fonti e delle teorie, basata sulla verificabilità dei dati e delle ipotesi, è un valore enorme per chi è chiamato a costruire il futuro e a indirizzare il dibattito intorno alle conseguenze delle scelte che si operano nel presente. L'insistenza sulla contrapposizione tra laicismo e religione non dovrebbe interferire sulla necessità di avere un percorso condiviso per il miglioramento della conoscenza: nulla impedisce di sviluppare una conoscenza scientificamente valida e poi di seguire comunque le indicazioni morali di una particolare impostazione deontologica.

L'ignoranza è una condizione ineluttabile per chiunque si ponga con la giusta, pragmatica umiltà nei confronti dell'immensità dei possibili territori di ricerca. Ma un approccio che ideologicamente impedisca alla conoscenza di svilupparsi conduce a disastri dei quali si potrebbe fare a meno.

La scienza appare debole, spesso, di fronte a questi temi. Perché le regole che governano il modo in cui si esprime sono molto controllate, piuttosto orientate alla diffusione di informazioni di lavoro, paradossalmente poco orientate alla collaborazione sui temi più sensibili per i non scienziati: la velocità di raggiungimento delle soluzioni, la diffusione delle conoscenze nuove ma relativamente acquisite, la consapevolezza di quanto ancora non si sa ma si può sapere (non per motivare investimenti in particolari percorsi di ricerca ma per rendere comprensibile ciò che non si sa e ciò che si sa). Ma un approccio pragmatico alla diffusione della conoscenza scientifica e alla condivisione dei risultati esiste e si sviluppa: per questo vale la pena di seguire gli sviluppi di ScienceCommons. Un'organizzazione che con la nuova amministrazione americana sembra orientata a crescere d'importanza.

Indicatori di progresso, oggi

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La critica del senso del Pil come indicatore di progresso umano è ormai consolidata. Meno le alternative. Il gruppo di lavoro affidato in Francia a Sen, Siglitz e Fitoussi sta procedendo con gli studi. C'è un paper (in pdf) che descrive lo stato dell'arte: molto utile. Gli indicatori esistenti sono descritti e criticati, mentre quelli che si vanno elaborando sono definiti per lo scopo che intendono raggiungere: trovare un modo per registrare la crescita economica in modo da tener conto delle istanze di benessere delle popolazioni e del modo con il quale esse le percepiscono.

Anche la Commissione Europea ha il suo paper (sempre pdf). via Eurispes.

Egemonia del romanzo: Tiziano Scarpa

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Tiziano Scarpa dice che viviamo un'epoca di egemonia del romanzo. Dei vari generi letterari, il romanzo prevale perché, secondo Scarpa, tutti lo possono leggere. Moccia. Harry Potter. Larson. Noire. Gialli.

Il romanzo prevale, dice Scarpa, perché ha convinto di essere capare di raccontare la realtà e nello stesso tempo divertire. La consapevolezza del fatto che il romanzo è documento per la lettura della storia non è scontata (non lo era neppure quando negli anni Settanta Marc Soriano suggeriva la possibilità di studiare "scientificamente" la storia di Venezia a partire dai testi di Goldoni). Ma è un'impressione che ai romanzieri aggrada. E però li condiziona anche un po'. Scrivere un romanzo come un documento lo rende un monumento anche quando il racconto è già tutto quello che vuole fare il romanziere.

Ma è un bisogno sociale ineludibile. Forse, come dice Scarpa, porta a indagare la realtà in chiave individualista (soggettiva). Ma si trasforma quando ha successo in un fenomeno comunitario, perché risponde al bisogno di una rappresentanza che è soddisfatto non dalla leadership ma dalla rappresentazione. Le storie sono, si direbbe, il percorso che risponde alla domanda di prospettiva.

Vrm, again

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Ieri Paolo Valdemarin. Oggi Sergio Maistrello. Hanno citato il Vrm. Significa forse che è ora di citarlo anche qui. Basta Crm. Si va oltre l'architettura che consente alle aziende di gestire la relazione con i clienti. Si passa al Vrm. Vendor relationship management. Sono i clienti che gestiscono le aziende. L'invenzione è naturalmente di Doc Searls.

Il racconto della prospettiva

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Una volta, nel 1989, l'allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l'Italia mettendo Dallas in tv». All'inizio degli anni Ottanta, l'Italia era stata l'ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l'oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l'imperinflazione. I socialisti erano solo all'inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'"arco costituzionale". I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell'immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all'inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell'esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l'esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas. E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l'umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza. La ricostruzione dell'immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un'ineludibile bisogno.

(Se n'è parlato con Loredana Lipperini e Giovanna Cosenza)

Da Woodstock a Copenhagen

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Stewart Brand, vagamente hippie, ispirato dalla foto della Terra vista dalla Luna, scriveva quarant'anni fa nello Whole Earth Catalog: «Siamo come dei, e potremmo anche diventa bravi in questo ruolo».

Ora Stewart, preoccupato dal cambiamento climatico, dice: «Siamo come dei, e dobbiamo diventare bravi in questo ruolo». Su Edge.

Social ventures

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A sentire economisti e politici, la crisi che viviamo è soprattutto una questione di fiducia. Il fatto è che la fiducia è generata da entità credibili. E nell'economia degli ultimi 50 anni è stata profondamente picconata la credibilità dello Stato, mentre negli ultimi 10 anni è stata picconata la credibilità del Mercato. Eccessi di sfiducia in queste super-entità hanno una base sensata ma hanno effetti devastanti.

Si parla invece pochissimo dell'economia sociale, quella basata sulle cooperative e sulle imprese orientate, dal punto di vista delle finalità e dell'organizzazione, alle persone. Non è chiaro il perché. Le realizzazioni delle imprese sociali sono enormi, soprattutto nei contesti meno facili. La qualità delle occupazioni in quell'ambito è motivante e spesso soddisfacente. Persino l'innovatività e la visione che ne emerge è accattivante. Eppure se ne parla poco. Come se le ideologie dello stato e del mercato avessero ottenuto lo scopo di far credere che solo loro sono la realtà economica, mentre l'economia sociale è nel mondo dei sogni. Ma posto che non è così e visto che la realtà è molto più ampia di quella descritta dalle ideologie, varrebbe la pena di approfondire. 

Gli studi in materia non mancano. In Italia per esempio c'è l'Euricse a Trento che se ne occupa. Uno studio recente della Young Foundation punta sull'innovazione nelle imprese sociali. E dimostra che si tratta ormai di un ambito economico sofisticato e dinamico. Che si connette molto bene - come si diceva - con l'emergere dei media sociali. L'insieme di questi fenomeni può forse far nascere una nuova consapevolezza. Aumentando la credibilità delle imprese sociali. E la fiducia.

Piattaforme libere

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Personalmente ho imparato una cosa nuova dalla vicenda di Georgy, il blogger georgiano che è stato la vittima di un attacco organizzato in modo da mettere in difficoltà il suo blog, il suo twitt e l'intera rete di social network, Twitter in testa.

Ho imparato che chi vuole bloccare la libertà di espressione può fare leva proprio sul principale punto di forza dei social media: il fatto che siano usati da molte persone.

La dinamica, ormai ricostruita, della vicenda. Georgy è il nome di un economista 34enne che vive a Tblisi dove si è rifugiato dopo la guerra dell'Abkhazia. Critico nei confronti del governo russo e del governo georgiano per la conduzione delle conseguenze della guerra di un anno fa, tiene un blog su LiveJournal, un twitt, varie partecipazioni a YouTube, Facebook, Google Blogger. Il suo nickname è Cyxymu. (Che si legge Sukhumi, nome della capitale dell'Abkhazia). È un opinionista che scrive in russo e georgiano, e raccoglie un certo seguito e diventa hub della dissidenza in quella regione. A qualcuno non piace. 

La tecnica utilizzata per impedirgli di scrivere online è attaccare il suo blog e le sue altre partecipazioni ai social media in modo che non solo la sua presenza sia irraggiungibile ma che le intere piattaforme che lo ospitano siano messe fuori uso. L'intento è quello di convincere le piattaforme a impedirgli di continuare a scrivere per salvaguardare le comunicazioni degli altri utenti.

Il ragionamento è sottile. E difficilissimo da smontare. Un dissidente è un eroe o comunque un isolato. E la piattaforma proprietaria che lo ospita pensa ai grandi numeri dei suoi utenti, non ai casi isolati. Ma il fatto che effettivamente una piattaforma come LiveJournal abbia chiuso - temporaneamente - il blog di Georgy lascia pensare che qualcosa non va nella relazione tra social media su piattaforme proprietarie e libertà di espressione.

Non è certo facile trovare una soluzione. Non è soltanto una questione tecnologica. Non basterà sviluppare un comunque non facile sistema per combattere gli attacchi con il metodo del denial of service. Ci vorrebbero piattaforme che danno a ciascuno - anche ai dissidenti isolati - una certa garanzia di poter continuare ad esprimersi indipendentemente dagli interessi degli altri utenti.

Il sistema delle piattaforme integrate private non è la fine dell'evoluzione dei media sociali. Perché questi problemi emergeranno in modo sempre più significativo. Non solo per questioni politiche. Potrebbero essere economiche, ideologiche, religiose, sociali...

Paul Romer: regole per lo sviluppo

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Qual è la scala giusta per una politica di sviluppo? Non la nazione. Non il villaggio rurale. Ma la città. Però ci vuole una città che sia governata con le regole giuste. Città nuove nelle quali le persone possano decidere di andare a vivere. È l'idea di Paul Romer, economista a Stanford. 



Alain de Botton e Sviluppina

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Un bel post di Sviluppina ha sottolineato recentemente la sofferenza connessa all'ideologia della meritocrazia e dell'achievement in un contesto che fatalmente non consente a tutti di raggiungere qualunque risultato. Alain de Botton ricorda come la sofferenza non consista nella difficoltà di realizzare se stessi, ma nel confronto con gli altri.


Approccio ormai molto indagato. Vedi anche Economia della felicità (appunti).

6 ore di lezione di genomica sintetica

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Origine della vita, sintesi di esseri viventi in vitro, connessioni bio-elettroniche, nanoindustria, biosensori, ... Una lunga lezione di George Church e Craig Venter di genomica sintetica. Su Edge.


Sottotesto: che cos'è la vita? Bella domanda per tutti... E nonostante che in molti se la siano posta da secoli, la risposta è ancora una vicenda aperta e decisiva. Si direbbe che per Church un sistema genetico che si replica sia l'elemento essenziale della vita. Non sappiamo a che cosa servano la stragrande maggioranza dei geni. Ma l'idea è di intervenire e modificare. E' un percorso che può far paura. Ma è stato intrapreso. Meglio saperne di più.


Nel pubblico, tra gli altri: Larry Page, Nassim Taleb, Stewart Brand, Tim O' Reilly...


Come spesso succede, i commenti a questo blog sono più interessanti dei post. E un esempio è qui.

La guerra di Marco. Intellettuale spietato. La guerra per Marco ha l'obiettivo di terminare con la "con la fine della volontà di combattere da parte del nemico". E nelle guerre di religione questo è possibile solo con la morte del nemico. Tamara non vede come fare i conti con le conseguenze di un simile pensiero.

Il pensiero violento - à la Marco - è adatto a guidare l'azione ma non alle sue conseguenze. Finge di essere concreto come la politica e invece è astratto come la logica. E' appassionato come il sangue, ma è freddo come la morte. Non porta a nulla se non alla vendita di armi, al rafforzamento del potere di chi ce l'ha, al governo del terrore. Sun Tzu stesso non ragiona come Marco.

L'unica maniera pragmatica e "vera" di arrivare alla fine della volontà di combattere da parte del nemico è il percorso che porta alla pace. E per arrivare alla pace occorre che entrambe le parti arrivino a immaginare le conseguenze delle loro azioni e comprendano quale può essere l'accordo più conveniente. In base a una logica della negoziazione. Cercando una soluzione non l'annientamento del problema.

Nella guerra di religione questo non è possibile. Naturalmente. Ma ho l'impressione - posso sbagliare - che la guerra di religione non sia mai esistita. Esiste la guerra dei centri di potere che usano lo stesso tipo di "oppio" per ottenere due obiettivi: controllare il corpo e la mente del loro popolo.

Se si può fare sarà fatto (?)

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Un corollario dell'assunto che tutto sia governato da un'impersonale meccanismo - chiamiamolo la competizione globale - è la teoria secondo la quale se una tecnologia si può fare, allora sarà fatta.

E in base a questa teoria, un gruppo di scienziati si è posto il problema dell'eventuale creazione di robot con un'intelligenza artificiale sufficientemente autonoma e potente da liberarsi dal controllo degli esseri umani e di fatto prenderne il posto nella catena evolutiva. Nel parlava l'altro giorno John Markoff sul New York Times.

Non è un'idea nuova. Anche Bill Joy ne aveva scritto in un articolo importante di anni fa. E la sua conclusione era la proposta di un accordo tra tutti gli scienziati per cui avrebbero autoregolamentato le loro ricerche in modo da non lasciare che i risultati tecnologici prendessero la mano ai loro creatori. L'etica era la risposta.

In realtà, il tentativo di creare e diffondere un meccanismo superumano autonomo dal controllo delle persone - chiamiamolo la finanza globale - è già stato realizzato proprio insegnando al mondo che la competizione globale è un bene assoluto: un'etica del capitalismo.

Certo, non è un robot. Ma è fatto di tecnologia, di regole razionali, di logiche autonome dalla volontà dei singoli. Ed è in un contesto come questo che c'è un incentivo vero a ritenere che se una cosa si può fare sarà fatta, per vincere nella competizione globale. 

L'etica può essere certamente una strada per rispondere. E il lavoro fatto per la nuova enciclica del papa è attento. Forse non è abbastanza esplicito sulla critica dell'idea della competizione globale come meccanismo superumano.

Il fatto è che anche il Vaticano si è trovato invischiato in questioni poco coerenti con il suo magistero quando in passato ha lasciato fare a qualche suo responsabile finanziario quello che ha voluto. Ma è anche vero che sostituendo il responsabile ha corretto il tiro e migliorato la sua coerenza. Secondo la ricostruzione di Nuzzi la sostituzione di Marcinkus con Caloia ha migliorato drasticamente la situazione. Quindi non era il meccanismo superumano a condurre la finanza vaticana in acque pericolose: era la persona. E una persona più consapevole ed eticamente avvertita poteva risolvere la situazione.

Ebbene: non esiste un meccanismo superumano fatto da persone per il quale le persone non possano intervenire e correggere. Non esiste ancora. E può continuare a non esistere se le persone coltivano una cultura umanamente consapevole. Il meccanismo superumano vince se annichilisce la cultura critica delle persone. Per questo i media sono importanti. E per questo i media liberi sono un'occasione fondamentale per salvaguardare e migliorare le opportunità delle persone di approfondire la propria cultura critica. E per questo i modi attraverso i quali nei media emergono i contenuti di migliore qualità sono fondamentali. Non basta. Ma è molto.

Il potere delle storie

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Joseph S. Nye, il teorico del softpower, dice nel suo intervento sull'ultimo Foreign Affairs: «In today's information age, success is the result not merely of whose army wins but also of whose story wins».

La parola delle azioni

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Mauro Magatti. «La crescente disponibilità di discorsi e l'espansione degli spazi dell'interpretazione soggettiva rendono sempre più difficile la condivisione intersoggettiva di significati; d'altra parte, lo straordinario sviluppo delle applicazioni tecniche stabilizza strutture e linguaggi che non solo rendono possibili rapporti tra estranei, ma generano anche una "verità" basata sulla forza dei fatti». (Libertà immaginaria, pagina 25).

Metafora della metafora

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X = Y

Metafora matematica della metafora (di James Geary)

Poesia è...

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Rory Sutherland (a Ted) cita: "La poesia è quando fai diventare familiari le cose nuove e quando fai diventare nuove le cose familiari".

Intelligent cabaret

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Ted è un divertimento intellettuale che sconfina con il cabaret intelligente. Si arriva costantemente sull'orlo di un pensiero notevole per poi temere di farselo sfuggire nella quantità e nella velocità della successione di stimoli. Non è l'effetto finale, però. E' solo la prima impressione.

Gli incontri sono notevoli. Cenando o facendo colazione, le persone raccontano e chiedono cose intelligenti. Qui ci sono Aubrey de Gray il biologo della longevità e Stefan Sagmeister designer che teorizza la necessità del periodico, disciplinato ricorso all'anno sabbatico.

degreysagmeister.jpg

Oggi ci sono stati alcuni interventi notevoli. Non solo la star, Gordon Brown che ha fatto un discorso molto sensibile ai grandi temi globali, probabilmente tentando di agganciare Obama. 

Un aneddoto però va ricordato. Racconta Brown che Reagan, vagamente imbarazzato, ha chiesto al suo assistente perché gli ha messo in agenda un incontro con il premier svedese: "non è un comunista"? L'altro risponde: "non è comunista, presidente, è anti-comunista". E Reagan: "non mi importa che tipo di comunista sia". Comunque disciplinatamente Reagan incontra il premier svedese e gli dice: "dunque voi volete eliminare i ricchi, eh"? E il premier svedese gli risponde: "no, vogliamo eliminare i poveri".

L'abilità nel raccontare aforismi è una specialità di James Geary che, mentre si destreggia quasi bene giocolierando con tre palline, racconta le leggi dell'aforisma e ne dice alcuni. Tipo: "gli specchi dovrebbero riflettere un attimo prima di mostrare quello che vedono". Secondo lui, gli aforismi devono essere: brevi, definitivi, personali, filosofici, avere un twist (cioè ti prendono in un punto e ti lasciano dove non ti aspettavi).

Non ci si aspettava di sapere da Joshua Silver che un miliardo di persone non vedono bene e non hanno accesso a occhiali. Il loro mondo potrebbe migliorare se si lanciasse in massa una sua invenzione basata sull'ottica adattiva che consente di personalizzare gli occhiali senza bisogno del dottore.

Un'interruzione pubblicitaria con un video che non è peraltro male. Pubblicato tempo fa dal Guardian. Poi le sculture di Willard Wigan, letteralmente microscopiche. Il nuovo progetto paracadutistico di Steve Truglia (per buttarsi da così in alto ha comprato una tuta che gli costa più di un milione di dollari, fatta da ex fornitori dei cosmonauti sovietici). La teoria dell'anno sabbatico disciplinato (un anno di pensione anticipato, cinque volte nella vita) del designer Stefan Sagmeister. Appunto. E...

Più analisi in seguito. Il finale della giornata, prima di ricominciare a parlare e ascoltare a cena, è stato la standing ovation per Mark Johnson e il suo progetto Playing for a change. Grandioso. (Già mostrato in queste pagine, ma sempre bello da rivedere).




Ted Potter

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keble_college.jpgLa sala della colazione di Ted a Oxford, Keble College. Sembra il refettorio della scuola di Harry Potter. Le sessioni cominciano tra poco. Stamattina incontri casuali. Non si può portare il cellulare per twittare durante le lezioni. O almeno così è scritto sul programma. Che comincia con la saggezza annunciata di Alain de Botton.

Il posto è coinvolgente. Anche troppo. Tutti vogliono conoscere tutti gli altri. Supponendo, spesso a ragione, che siano persone notevoli. Per un giornalista, curioso di conoscere i fatti degli altri ma poco orientato a ritenere interessanti i propri, è vagamente strano.

Bruce Cahan non ci ha fatto caso. Ha fondato Urban Logic. Una banca socialmente responsabile. Che è quasi pronta per partire a San Francisco.

Il potere fondamentale

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"Il potere fondamentale è il potere di modellare la mente delle persone".
Manuel Castells, Communication Power, 2009, p. 3.

Shift happens

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Non si smette di sorridere per il titolo che hanno trovato per questa raccolta di dati, di un paio d'anni fa, sulle tendenze di fondo che stanno cambiando il mondo... Shift happens. Si può contribuire al wiki. Ci sono varie versioni con diversi aggiornamenti.


Oltre il cinismo

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Gianni Riotta, sul Sole di oggi, legge gli ultimi libri di Mario Calabresi e Roberto Saviano come altrettanti segnali di ottimismo. «Un paese che produce i Mario e i Roberto non può essere consumato dal cinismo e dalla rassegnazione che sembrano logorarci».

Chiusi in una gabbia di parole orribilmente superficiali, i dibattiti prevalenti in questi giorni col morale (e la morale) a terra in Italia non aiutano. Le speranze sono legate alla comprensione delle grandi dinamiche internazionali. E soprattutto agli esempi nuovi e costruttivi di chi continua a combattere per l'intelligenza. 

Anche perché ce la si può fare. «Change happens», diceva Michael Goldhaber.

Ma Riotta - contestato al Tg1 e immediatamente rimpianto per l'atteggiamento molto schierato del successore - aggiunge un consiglio. «E raccomandando però agli autori il verso di Paul McCartney, scritto per il figlio di Lennon Julian nella dolce Hey Jude: "... don't carry the world upon your shoulders" non vi portate il mondo in spalla, vi basta la vostra vita e il vostro destino».

(ps. Vale la pena di ricordare che Riotta è ora il direttore del Sole 24 Ore, il giornale per cui lavoro).

Fegato

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Steve Jobs ha dunque subito un trapianto di fegato, riporta il Wsj

Strano come basti la notizia.

E' strano perché in questo fatto c'è un monte di implicazioni. Non solo quelle che riguardano la Apple. C'è una specie di partecipazione personale alle vicende di un uomo che non vuole e non può intrattenere una relazione di trasparente comunicazione sui suoi casi personali con milioni di ammiratori.

Uomini come Steve Jobs significano molto per molte persone. Eppure sono uomini. Anche più vicino alla nostra vita, troviamo persone così: significano molto perché magari sono i nostri capi e hanno una storia e quella storia ha un senso. E si ha la tentazione di proiettare su quella storia e quel senso la nostra e storia e il nostro senso. Anche se non si può vivere di proiezioni.

Ma per tirarne tutte le conclusioni, per accettare un capo senza farsi illusioni, per vivere la nostra vita e non quella che ci impongono, ci vuole fegato.

Tutta la vita davanti

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A proposito, quanta vita abbiamo davanti? A Tokyo è morto l'uomo più vecchio del mondo. Aveva 113 anni: otto figli, venticinque nipoti, cinquantatre pronipoti, sei pro-pronipoti... La morte di Tomoji Tanabe ha reso molto triste il suo entourage. Evidentemente era un simbolo di ottimismo.

Si stima che in Giappone le persone che hanno almeno 100 anni siano 36mila. E che nel 2050 saranno circa un milione.

Chissà perché l'"allungamento della vita" viene chiamato "invecchiamento della popolazione". A seconda che si parli di "scienza e medicina" o di "lavoro e pensioni".

Dialogo sull'informazione senza paura

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Ok. I giornali non sono l'informazione. I cittadini e il pubblico attivo possono cogliere le opportunità offerte dalla rete per partecipare all'ecosistema dell'informazione. Lo abbiamo visto. E qualcuno l'ha capito. Ma non è la fine della storia. I problemi sono vari:
1. Come si mette ordine nella complessità di informazioni che arrivano da ogni parte, con una quantità di link e di rimandi a notizie nuove, meno nuove, vere, meno vere, emozionate e razionali, ideologiche ed empiriche... ?
2. Come si possono garantire le identità di coloro che pubblicano notizie?
3. Come si accumula conoscenza sulla loro affidabilità? Come si costruisce la loro reputazione, al di là dei grandi personaggi che in qualche modo se la sono costruita?
4. Come si può progettare un sistema che faccia emergere dalla rete un'agenda condivisa?
5. Che ruolo può essere assunto dal lavoro dell'informazione professionale in questo contesto?

Insomma. Che cosa si può fare per migliorare strutturalmente il contributo del pubblico attivo all'ecosistema dell'informazione?

A questo proposito, mi pare rilevante segnalare un dialogo avviato via Facebook.

Scrive Michele Costabile (che, come scrive sul suo profilo su Facebook, è un programmatore, un docente, un technical writer, un copy writer, un musicista. Insomma: un creativo in generale).

Ciao Luca, io sto ragionando da un po', come ti ho visto fare, su come evolverà il giornalismo e mi piacerebbe scambiare le idee con te.

I TREND

Mi sembra che la persona più sulla palla in questo momento sia Dave Winer, per esempio il post "when sources go direct" a proposito del fatto che la pubblicazione può prescindere dalla stampa, anzi spesso è user generated content aziendale

http://www.scripting.com/stories/2009/05/15/sourcesGoDirect.html

Comunque vadano le cose, la scelta editoriale è importante, così come è importante distinguere il vero dal falso fra ciò che viene pubblicato, e questo è il lavoro editoriale

http://friendfeed.com/clique-with-claque/c91b0bb2/josh-young-on-twitter-would-like-us-to-discuss

Anche Winer riconosce che, qualunque cosa succeda, il New York Times è un brand e una reputazione.

Parlando di reputazione, trovare le fonti originali e distinguere il grano dal loglio sarà sempre un lavoro professionale.

Un dato importante è l'inquinamento del contenuto generato spontaneamente dovuto alle citazioni e ri-citazioni, tweet e ritweet dello stesso contenuto: servirebbe un filtro e servirebbe un motore di ricerca per arrivare alle origini di una notizia, quello che tipicamente fa un giornalista perdendoci parecchio tempo.

L'inaffidabilità del contenuto web è un problema interessante, una soluzione potrebbe essere un indice di affidabilità per le persone. Winer ha segnalato di recente questo su Twitter

http://threeminds.organic.com/2009/06/docs_are_old-school_we_need_pa.html?utm_source=twitter&utm_medium=threeminds&utm_campaign=praise

In effetti, un server di identità condiviso sarebbe utile anche per togliere dalle grinfie dei siti di pubblicazione una cosa personale come la lista di amici di ogni singola maschera che io decido di indossare (al lavoro, a casa, nel mio hobby).

LE IDEE

Sarebbe utile per chi lavora nell'informazione catalogare la lista di tutti quelli che producono notizie in qualche modo. Pensandoci non è un numero così elevato di persone, dato che si tratta di mettere in relazione aziende, istituzioni e altri organismi con i canali di informazione in cui viene veicolato del contenuto prodotto dagli utenti.

Questo contenuto può essere catalogato per argomenti in modo da poter essere diretto a chi desidera avere uno stream di notizie su un argomento specifico.

L'ordine dei giornalisti potrebbe esere interessato a farsi promotore di questa aggregazione, l'Ansa dello UDC.

La pubblicazione di articoli potrebbe essere stampigliata da un identificatore che indica chi ha pubblicato una cosa, permettendo di associare una reputazione al singolo articolo. Sarebbe anche interessante poter tracciare l'albero di citazioni. L'ideale sarebbe poter avere un motore di ricerca in grado di risalire a eventuali originali partendo da una singola pagina, un lavoro interessante per un prossimo Google.

Probabilmente nelle pieghe di queste tendenze ci sono ottime possibilità di sviluppo commerciale, anche se per ora sembra più che si possa parlare di sviluppi finanziati da associazioni o progetti europei.

Cosa ne pensi?

16 giugno alle ore 20.58

Apprezzo molto questo ragionamento perché parte dallo spirito Winer che è certamente molto rete. La questione di rendere più solido il sistema udc mi pare assolutamente importante. Una soluzione per la reputazione di chi pubblica è una strada. Sto pensando intensamente a queste cose. Mi consenti di riprendere queste tue idee in un prossimo post sul mio blog?


17 giugno alle ore 11.26

Certamente, naturalmente citandomi.

Io sto ragionando su come si potrebbe fare un motore che "srotoli" la lista di link e faccia un raffronto di parole chiave per riuscire a capire qual è la catena di derivazioni fra le notizie e le citazioni.

Google AppEngine sembra la piattforma ideale per un'applicazione del genere.

Non so quante volte ti è capitato di ricevere un tweet e pensare che fosse una notizia fresca, quando invece magari era vecchia di due settimane o quante volte vedi citato un blog che riprende la notizia invece della fonte, che è a due o tre clic di distanza.

Quanto ai link sulla reputazione ho provato a seguire un caso interessante, quello di questa notizia: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/scienze/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria.html

Dopo un po' di ricerche Google salta fuori che è legata a questo studio http://www.elsevier.com/wps/find/authored_newsitem.cws_home/companynews05_01209.
La notizia è stata ripresa su tutti i quotidiani, come puo si può vedere con questa ricerca http://www.google.com/search?q=bucay%20happiness&hl=en&tbo=1&tbs=qdr:y

In realtà lo studio non esiste, perché non è stato pubblicato. All'epoca in cui la notizia è stata data era noto solo un abstract dello studio, che comunque è pubblicato a pagamento. Quando lo studio sarà disponibile, le istituzioni che sono abbonate alle pubblicazioni Elsevier potranno giudicarne la validità, ma la stampa ha già archiviato il tutto.

La possibilità di associare non dico un'identità, ma un insieme di personalità agli individui è molto interessante non solo per la reputazione, ma anche per mettere le basi per costruire alberi di relazioni (la lista dei miei amici) che non siano chiusi dentro un servizio privato (per es Facebook) ma siano ospitati su server neutrali e dati in concessione al servizio privato da chi è proprietario dell'identità.

Come sai, non è la prima volta che sottolineo che le applicazioni, come Facebook o Friendfeed, vanno e vengono, mentre i servizi, come il DNS, sono immortali.

Sicuramente è importante che siano gli utenti a dire cosa vogliono, oltre a scegliere fra i servizi commerciali.

Infine, credo che si potrebbero davvero catalogare tutte le sorgenti di notizie, come i blog aziendali, le società di PR, le istituzioni universitarie, gli ospedali, le segreterie politiche, le testate giornalistiche, i canali di distribuzione video. Potrebbe essere il feed Ansa dello UDC.

I termini dell'idea sono da tempo nell'aria ma restano difficili da sviluppare. Reinterpretando quanto suggerito da Michele alla luce di varie discussioni in materia si dovrebbe:
1. Trovare un modo per attribuire un indirizzo stabile e indipendente dalle piattaforme proprietarie ai profili di ciascuna persona od organizzazione che offre notizie e contributi all'ecosistema dell'informazione
2. Realizzare un motore capace di ricostruire la genealogia delle notizie (e forse anche delle opinioni) che si pubblicano sui blog, si segnalano sui social network, si ritwittano in giro, si dibattono su Friendfeed ecc ecc...
3. Legare ai singoli pezzi di notizia delle tag adatte alla valutazione della loro qualità, tali da aiutare la costruzione di un sistema di reputazione facile da usare.

Il tutto senza nulla imporre a nessuno, ma aprendo sostanzialmente tutte le piattaforme per i contributi del pubblico attivo all'interoperabilità che ha reso grande e bella la rete.

E' chiaro che qualcosa di più facile da usare implica anche delle semplificazioni. Ed è chiaro che non ci sarà un solo sistema ma molti. Le due questioni sono potenzialmente contraddittorie. Il che oltre che inevitabile è anche divertente e creativo. E forse in questo lavoro, il contributo professionale all'informazione potrà trovare uno dei suoi ruoli del futuro. Se smetterà di farsi paralizzare dalla paura del nuovo e si metterà sul serio al servizio della rete.

Il mito del mercato razionale

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Justin Fox scrive un bel pezzo sul mito della razionalità del mercato. E sull'irrazionalità di averlo preso in considerazione non come mito ma come realtà scientifica.

(C'è anche un ironico box nel quale mostra come uno dei fondatori del mito, Irving Fisher, abbia previsto che il mercato finanziario sarebbe andato benissimo; e ne scrisse giusto giusto nel 1929, poco prima del crack...).

Errore costruttivo a Illywords

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Ho ricevuto il nuovo numero di Illywords. Nell'editoriale, Ariella Risch, gentilissima, parte dal riconoscimento di un errore e lo trasforma in un'occasione di riflessione molto importante. Bellissima prova di intelligenza. Quanti errori fanno gli altri giornali. E non conducono a un pensiero.

Per chi pensi alla vita come a una ricerca, l'errore è un elemento fondamentale del percorso. Peraltro richiede un criterio di verifica. La verifica può essere sul funzionamento di un processo, sul deragliamento di un programma, o sulla non conferma di un'ipotesi.

Nell'epoca della conoscenza, molte realtà si trasformano: da fenomeni meccanici, lineari, di funzionamento, diventano almeno in parte percorsi di sperimentazione. L'errore, dunque, diventa ancora più costruttivo.

Magnifico studio sulla felicità

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The Atlantic. Is there a formula--some mix of love, work, and psychological adaptation--for a good life? For 72 years, researchers at Harvard have been examining this question, following 268 men who entered college in the late 1930s through war, career, marriage and divorce, parenthood and grandparenthood, and old age. Here, for the first time, a journalist gains access to the archive of one of the most comprehensive longitudinal studies in history. Its contents, as much literature as science, offer profound insight into the human condition--and into the brilliant, complex mind of the study's longtime director, George Vaillant.




Via Vincos.

La strategia delle balle

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La quantità di balle, smentite, affermazioni prive di fondamento nei fatti, questioni irrilevanti e boiate è stata gigantesca nel corso di questa campagna elettorale. 

E uno si domanda perché ci sia questa abnorme inflazione di nulla mentale, posto che prima o poi al confronto con i fatti le balle dovrebbero scoppiare e chi le dice dovrebbe perdere di credibilità fino a scomparire dall'orizzonte politico.

La ricerca delle risposte apre capitoli di riflessione che fanno tremare i polpastrelli del blogger:
1. Perché i politici non riescono a imporre un dibattito migliore o non vogliono farlo?
2. Qual è in pratica l'importanza della televisione nel dibattito politico?
3. Come funziona la manipolazione delle coscienze nel megareality sceneggiato per la società teledipendente?
4. Quali sono le dimensioni mediatiche alternative e perché non riescono a superare lo sbarramento televisivo?
5. Che cosa sta facendo la società di fronte a tutto questo?

Il blogger può anche enunciare queste domandine, le può rileggere con occhi critici o partecipi, poi può anche lasciar perdere. E cancellare tutto.

Ma la sofferenza di fronte al fatto che i politici non guidano il dibattito democratico verso questioni decenti ma stanno completamente ripiegati nella loro dimensione di potere è tanto grande che va almeno enunciata. I politici in un paese chiuso e gerarchicamente arcaico non hanno alcun incentivo a cambiare registro. Anzi. Se cambiano troppo, stonano. Se urlano poco sembrano deboli. Se articolano un ragionamento sembrano noiosi. Il fatto è che i politici si sono ingabbiati nella loro cupola e non sanno proprio come uscirne. 

Il modello della comunicazione televisiva, in particolare, li ha completamente avvolti nella stessa impenetrabile nebbia. La televisione è il medium nel quale massima è la distanza tra chi parla e chi ascolta. Chi parla è interamente definito dalle tecniche di comunicazione, dai ritmi imposti dal mezzo, dalle strutture fondamentali dell'organizzazione delle trasmissioni e del palinsesto. La quantità di persone che guardano la televisione è tanto grande e le loro personalità sono tanto indefinite dal punto di vista di chi parla da non avere nessun contatto, nessun feedback, se non quello che deriva dagli studi dell'audience e del marketing. Si può essere molto o poco sofisticati in queste attività, ma attraverso di esse non si può dialogare, si può solo definire una strategia di comunicazione. 

Il proprietario della televisione italiana è maestro nelle sue tecniche e conosce perfettamente il senso delle analisi che gli arrivano dai sondaggi. Non le usa per adeguarsi a ciò che vuole il pubblico. Le usa per capire come lo può manipolare. Le usa per capire come ottenere attenzione e picchettare nelle coscienze una storia, la sua, quella che vuole lui. La squadra dei suoi collaboratori è ormai rodatissima. Hanno una sceneggiatura, un insieme di voci diverse ma orientate allo stesso scopo, una comprensione perfetta dei modi con i quali addomesticare il senso critico del pubblico. E colpiscono alle parti basse: sesso, soldi, potere. Questi sono i valori con i quali attraggono e catturano la fantasia degli ascoltatori. Una volta occupato il quadro narrativo non lo mollano più e non hanno difficoltà a far sembrare gli avversari dei comprimari, troppo complicati da capire, troppo noiosi da seguire.

Quello che stupisce è che nella loro superficiale megalomania, gli avversari del proprietario della televisione italiana non si sono opposti frontalmente alla logica televisiva. Non hanno tentato di abbattere il monopolio televisivo. Non si sono preoccupati di sviluppare un sistema mediatico alternativo. Finora. Perché hanno pensato che anche a loro facesse comodo un mezzo di comunicazione di massa facile da usare per governare. Peccato che non sia per niente facile da usare. E che loro non siano minimamente bravi quanto il loro avversario a usare la televisione. Perché non si tratta soltanto di parlare in tv: si tratta di costruire una cultura della tv, un'antropologia, un'economia, una società della tv. E tutto questo è in mano al loro avversario.

Gli italiani che seguono quanto raccontato dalla struttura fondamentale della tv e se ne lasciano manipolare non sono scemi. Se è vero che il 50 e rotti per cento degli italiani accede alle notizie solo con la tv, però, è chiaro che non hanno gli strumenti critici per confrontare l'informazione televisiva con le altre. 

Uno zoccolo così grande della società che si informa solo con la tv (dati Censis) è tale che anche molti altri media ne sono influenzati. E se i giornali o la radio riescono a mantenere un briciolo di indipendenza dall'influenza televisiva, appare evidente che non riescono a cambiare la sostanza della sceneggiatura raccontata dalla tv. Possono talvolta intervenire. Possono talvolta partecipare. Ma non stanno riuscendo a cambiare la trama del telefilm.

La speranza viene da internet. Ma quello che il pubblico attivo sta facendo su internet è ancora poco consapevole e limitatamente influente. Il che è fisiologico. Ed è il bello del medium internettaro. Ma quale può essere la conseguenza strategica del pubblico attivo sulla società teledipendente?

Massimo Mantellini lo ha raccontato in un magnifico post. Le persone con un blog possono dire se stesse, possono condividere emozioni e opinioni, momenti della loro vita. Questa è la ricchezza dei blog. Non sono se non in parte orientati a fare informazione (dice a ragione Massimo citando i suoi lunghi conversari con Luca Sofri).

In realtà, internet offre gli strumenti per far nascere giornalismo alternativo e chi li vuole usare lo può fare. Questo avrà un'influenza tanto maggiore quanto più sarà portato avanti con un metodo giornalisticamente corretto e trasparente. Potrà avere qualche influenza sulla disponibilità di informazioni sui fatti più precise e più intelligenti, perché lo spazio e la qualità dell'informazione dei cittadini sono cresciute nel tempo e possono crescere ancora molto. È grandioso. Ma non è tutto.

L'impatto di un mezzo nel quale il pubblico attivo può esprimere la propria vita, le proprie piccole o grandi esperienze, i punti di vista, i fatti della vita, le emozioni e le connessioni con gli altri è potenzialmente ancora più importante del pur fondamentale obiettivo di migliorare del pluralismo informativo. Perché può influire sulla sceneggiatura: sul racconto generale che la società fa di se stessa.

Se la televisione è riuscita a sostituire il quadro narrativo nel quale le persone pensano di vivere con una sceneggiatura basata su episodi di fiction, personaggi costruiti e valori animaleschi (sesso, soldi, potere), l'internet popolata da un pubblico attivo può dare luogo a un racconto alternativo basato su persone vere, fatti reali e valori un po' più articolati. Capaci per questo di coinvolgere in discussioni su questioni meno animalesche: ricerca della felicità, dinamiche della partecipazione, scelte di solidarietà, regole della tolleranza, crescita della cultura, equilibrio ambientale, affermazione di identità condivise. Non che il pubblico attivo non sia attratto dai valori bassi (sesso, soldi, potere), ma di certo ha dimostrato di essere capace di generare fascinazione anche intorno a valori alti (amore, felicità, solidarietà).

La società è oggi altrove. Non crede più alla sceneggiatura televisiva. Casomai la segue perché si diverte, in mancanza di meglio. La società soffre perché non vede da nessuna parte chi la rappresenti. E non vede una prospettiva. Cerca un nuovo inizio.

Intanto, va avanti. Percossa dalle menzogne. Influenzata dalla strategia della disattenzione. Preoccupata per i propri figli.

Un nuovo inizio

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Barack Obama offre una via d'uscita dal vicolo cieco culturale, economico e politico nel quale il mondo era stato chiuso dalla precedente amministrazione americana. Il discorso di ieri ne è una ulteriore dimostrazione (video, testo, resoconto). Come dice benissimo Sergio Maistrello.

Con la crisi dell'iperfinanza e la scomparsa delle banche d'affari, è finita un'epoca cominciata con Thatcher e Reagan e arrivata da noi con Dallas e la tv commerciale. Allora si trattava di una modernizzazione, della dissoluzione del welfare dalla culla alla tomba, della fine in Italia degli orribili Anni di piombo. Ma conteneva il suo disastro umano.

Quell'idea liberatoria e leggera, in trent'anni si è trasformata in un'ideologia totalitaria e totalizzante, capace di modificare la politica globale in un circolo per grandi affari di banchieri, venditori di armi e di petrolio. Continua a difendersi con ogni mezzo, ma è in crisi: non offre più una prospettiva alle persone e alle famiglie, non risponde alla domanda di futuro. Chiude in una gabbia di desideri infiniti e insaziabili. Che erano diventati un valore per l'amministrazione di George W. Bush tanto grande da indurre un suo uomo (che negoziava al Wto) a dire che lo standard di vita degli americani non era negoziabile e sarebbe stato difeso con le armi. Quell'idea liberatoria era diventata una prigione, un vicolo cieco in politica estera, un disastro per ogni persona che cercasse una storia da costruire e non soltanto da subire.

Da noi, in Italia, l'iperconsumismo senza prospettive, deludente e illusorio, ha preso il potere e lo difende. Trasforma il dibattito politico con le sue sofisticatissime tecniche di marketing, tasforma la vita quotidiana, annulla l'indipendenza dell'intimità del rapporto tra le persone e il loro corpo (vedi Laura Laurenzi), impone persino un modello di capo immortale ed eternamente giovane. L'esplosione forsennata dell'iperconsumismo non sorretta dai fatti e dalle possibilità economiche delle persone si dibatte in infiniti tentativi di manipolazione della realtà, ma non convince più. Una nuova prospettiva è necessaria.

Obama offre una prospettiva. E consente di scommettere che possa emergere un racconto del futuro più adeguato all'esperienza delle persone e alla loro ricerca di felicità. Certo, l'illusione (e la relativa delusione), con i politici, è un'ipotesi che non va mai dimenticata. Ma la descrizione di un percorso più saggio e intelligente, edonisticamente soddisfacente ma umanamente consapevole, è già un fatto. Può rivitalizzare un'idea di mercato capace di generare opportunità attraverso le regole e non con la sregolatezza (come dice Luigi Zingales). E può agire sulle culture in profondità. Generando a sua volta fatti dalle conseguenze stabili. In materia di cultura, ambiente, qualità delle relazioni sociali. Economia.

Il fatto è che il conflitto con l'antico regime è in pieno svolgimento. E i dati di realtà non sono facili da leggere. Per gli italiani, in particolare. Se però questi escono dal sistema mediatico che li avvolge e guardano a ciò che sta succedendo nel mondo, allora possono scommettere su un cambiamento di prospettiva significativo. Lo sanno coloro che seguono l'evoluzione della cultura america. Lo sanno coloro che esportano e commerciano con l'Europa, l'Asia e il resto del mondo. Lo sanno i ricercatori e i tecnologi che ogni giorno lavorano a stretto contatto con persone che vivono nel contesto internazionale. Lo possono sapere tutti, leggendo quello che c'è su internet.

Si tratta di vedere il mondo e non solo quello che succede nella nostra piccola, pettegola provincia.

ps. Peccato che manchi all'appello delle buone novelle un messaggio chiaro e forte della chiesa cattolica, per ora invischiata in preoccupazioni di piccolo cabotaggio. Ma le persone che la popolano sono pronte, credo, a rilanciare una loro visione del mondo alternativa, ecumenica, aperta. Non tutta la chiesa è chiusa in Vaticano.

Social network e piccole imprese

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Nel Nord America, 260mila piccole imprese usano i social network per promuovere il loro business. Ci sono nuovi servizi con sempre nuove funzioni. Fare marketing, testare i gusti dei clienti, trovare partner e fornitori. Un pezzo del New York Times ne dà conto in modo anedottico ma molto articolato.

Il movimento è chiarissimo. Quello che è tutto da costruire è il pensiero della nuova organizzazione delle aziende.

Che cosa diventano le funzioni aziendali nello scenario dei social network? Come cambiano le specializzazioni e il team building? Come cambiano le forme di collaborazione e di reciproca informazione tra le persone che lavorano in azienda? E come cambia il rapporto tra le grandi aziende che si occupano di grandi reti (logistica, credito, telecomunicazioni, distribuzione, ecc.) e le piccole aziende o i singoli professionisti? Sappiamo che tutta l'organizzazione produttiva sarà influenzata da queste novità. Non sappiamo che forma assumerà alla fine del processo innovativo. Ma è una dinamica tutta da seguire. Nella quale è chiaro che l'economia riassorbe dimensioni dell'umano che hanno a che fare con le relazioni tra le persone e non soltanto relazioni di scambio monetario.

ps. Guardando la presentazione di Google Wave vengono in mente un sacco di cose in proposito. Ecco un link al post dedicato alla nuova tecnologia da Andrea Vascellari. Naturalmente ci si trova anche l'ora e mezza circa di presentazione di Wave.

Allevamento di bambini. Genetica in Cina

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Il China Daily racconta di un progetto della città di Chongqing. Si tratta di fare test genetici su mille bambini e selezionare i 50 più dotati di talenti per indirizzarli in modo che li possano esprimere al meglio. Per Federico Rampini è una forma di ingegneria sociale. 

Il giornale racconta il progetto in modo pacato e cerca di non generare ansia o paura. Ma le interpretazioni di questo fatto sono diverse.

Il China Daily intervista alcuni genitori. E non nasconde che alcuni di loro esprimono molte perplessità. Ma gli stessi esperti interpellati dal giornale mostrano diverse opinioni sul possibile risultato del progetto.

Felicità condizionata. Festival di Trento

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Oggi a Trento, il Nobel James Heckman parla di identità. Mario Platero sul Sole lo intervista chiedendogli tra l'altro che cosa pensi dell'economia della felicità. Lui risponde interessato al tema ma sospettoso. Perché, dice, la definizione di felicità è troppo soggettiva. Ma aggiunge che gli appare più importante studiare quali condizioni portino alla felicità. 

In effetti, occorre distinguere tra le conseguenze teoriche dell'accoglimento del concetto di felicità nell'economia e le considerazioni politiche in materia. 

Il primo aspetto è importantissimo. Tenendo conto della felicità, la teoria economica si è arricchita di nuove dimensioni: i valori senza prezzo ma di altissima importanza delle relazioni con le altre persone, dei beni ambientali e dei beni culturali (identità compresa). 

Il secondo aspetto invece va precisato. Non si può fare una politica in favore della felicità, perché la definizione di felicità è troppo soggettiva. Si può però fare una politica che favorisca per ciascuno la ricerca della sua felicità. Come dicevano i padri fondatori degli Stati Uniti. E indagare intorno a quali siano le condizioni che favoriscono la ricerca della felicità nelle persone per poi operare perché si realizzino mi pare un percorso decisivo, possibile e... felice.

Neurofuturo

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Max Brockman ha condotto un'inchiesta interpellando un qualificatissimo insieme di scienziati per trovare quali siano i ricercatori emergenti e i filoni di indagine più appassionanti e tali da generare le maggiori conseguenze per il futuro. 

Scorrendo gli argomenti, il dato che emerge, chiarissimo, è che la ricerca sul cervello e sul modo in cui pensiamo è diventata centrale nei sogni e nei progetti degli scienziati.

Epidemia dislettica?

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Al convegno Fast di ieri sui "nati digitali" una una professoressa ha denunciato un aumento dei casi di dislessia e problemi seri di attenzione nei bambini, iperstimolati, incapaci di stare più di un minuto su un punto, per mancanza di concentrazione. Si domandava se questo fosse legato anche all'uso intensivo dei media sociali e del computer in generale.


In un'intervista, Remo Bodei ha detto che la memoria cambia al tempo del computer e di internet: in questo tempo tutto il sapere è accessibile contemporaneamente. Sembra che non occorra ricordare ma solo saper consultare. Il tempo si trasforma in una sorta di iperpresente nel quale c'è una minore esperienza della prospettiva.


In effetti, la rete ha una memoria enorme. Ma si manifesta nella registrazione delle conversazioni che nell'atto di conversare. Eppure, come dice Jeff Hawkins, il nostro cervello funziona imparando storie. Successioni di fatti. 


L'unica risposta, immediata, è salvaguardare e praticare il resoconto dei fatti, il racconto di storie, la ricerca della storia.


Seth Godin

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La gente è stata trasformata in massa dal fordismo. Ed è stata ipnotizzata dalla tv e il marketing di massa. Ora quell'epoca è finita, dice Seth Godin in questa lezione a Ted. Siamo tribù o singole persone connesse in gruppi di vario tipo. Che cosa vogliamo? Cambiare il mondo. Da chi siamo osteggiati? Da quelli che non vogliono che il mondo cambi. Che cosa possiamo fare? Lanciare un movimento. Convincere un migliaio di persone che qualcosa è importante e realizzarlo con loro. Cambiamento, cultura, impegno. Siamo tribù. Forse. Ma non siamo più massa. Quello che ci serve è avere qualcosa che conta in cui credere, sapere che qualcuno conta su di noi, sviluppare una leadership in una questione importante. 





Pensare è prevedere

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Come funziona il cervello? Non come un computer. La corteccia in realtà memorizza situazioni, piccole storie, sequenze di fatti, modelli, e continua a confrontare quello che ha memorizzato con quello che avviene nel contesto, per fare continuamente delle previsioni su quello che sta per accadere e aggiustare continuamente il comportamento in base alla verifica di quelle previsioni: questo è il modo in cui interpreta ciò che accade. Nel ha parlato Jeff Hawkins a Ted. (Pubblicazioni Redwood Center).



Infelici perché incerti

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Una fase di grande incertezza sul futuro rende le persone più infelici. E a quanto fare l'incertezza sul futuro fa stare male più che la certezza di un imminente accadimento negativo. via New York Times.

Michele Vianello

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Una mattinata a pensare alle prospettive per Venezia. A partire dai risultati del lavoro di Michele Vianello, vicesindaco della città, e della sua squadra.

La città si spopola. I fili che la legano all'imprenditorialità della Terraferma si sono spezzati. L'industria del Novecento è in via di estinzione.

Ma il centro di Venezia è un luogo meraviglioso dove sviluppare idee. Con imprese immateriali. E sogni da realizzare.

Quello che va fatto è un'agenda pratica di azioni che servono a trasformare la città in un luogo accogliente per persone che vogliano venire a viverci. Con una serie di fatti che servano a riempire l'utopia di realtà. Perché il futuro di Venezia è stato devastato da una quantità di progetti fantastici che non sono stati realizzati. E questo va drasticamente corretto.

«Abbiamo bisogno di un bagno di umiltà» dice Michele Vianello. Che ha fatto la rete wireless aperta per Venezia. E un sacco di altre cose. Compreso dare un senso all'isola del Lazzaretto, scommessa per rigenerare molte altre aree della città. Lo scetticismo, riflesso automatico in questi casi, è inutile. Qui si tratta di creare accoglienza vera per imprese, intelletti, persone. Come si dice, talenti. L'umiltà è il primo passo.

Creare le condizioni dell'abitare.

La rete in città è il simbolo dell'abitare. E del ricongiungere i fili tra le attività importantissime che si svolgono in Terraferma e Venezia, moltiplicatore del valore immateriale...

Cervelli unici

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Il lavoro di John Medina sul cervello è scritto in un modo tanto pratico che potrebbe risultare superficiale al sofisticato pensatore europeo. Ma un passaggio mi pare da sottolineare. Dove dice che non c'è un cervello uguale a un altro. Questo apre a esplorazioni importanti per la neuroscienza. Qualunque ipotesi integralista, che voglia spiegare tutto con qualche meccanismo cerebrale, si infrange contro la scoperta che i cervelli degli esseri umani sono tutti "diversi".

Arte e tecnologia: Charles Fine

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Venice Sessions. Charles Fine Sloan.

molte cose over ip...
Sustaining innovation. voip (telefonate in voce). 
Disruptive innovation. moip (music). tvoip (televisione). noip (newspapers). 
Different innovation. aoip (arts). soip (sports).

Sport:
Popolarità > Domanda > Revenue > Investimenti > Miglioramento qualità > Popolarità >

In arte succede lo stesso di musica o di sport? Se c'è più roba su internet la gente va di più o di meno al museo? Oppure diventa più popolare e aumenta di valore?

Ricerca:
modelli sulla dinamica del valore nelle performing arts
Osservazioni:
internet può far crescere il mercato per le arti
(per i broadband provider tutto il contenuto fa crescere opportunità)
Domande:
come si distribuisce il fair value a tutti i partecipanti al mercato su internet? che cosa è fair?

"Innovative business model design is big opportunity"

Arte e tecnologia: Guido Guerzoni

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Venice Sessions. Guido Guerzoni i musei percepiti come soluzione a mille problemi e soprattutto se sono pensati per l'arte contemporanea. Ma il racconto fornito dai musei dell'arte contemporanea non è convincente. Sembra troppo simile al racconto proposto dagli altri media. I contenuti sono simili. Puntano al sensazionale. E alla fine dei conti mostrano il futuro con preoccupazione. Mostrano un futuro oscuro.

Ma c'è una nuova generazione di luoghi dell'arte che offrono una visione alternativa del futuro. Forse ottimistica. Che viene da altre sorgenti culturali. Musei focalizzati su media, computing, videogiochi... Questo ha cambiato il dibattito sui musei.

I musei non sono più i luoghi delle muse. Non sono più solo la conservazione. E non guardano più tutto a partire dal passato. E ora i musei possono essere basati non su oggetti fisici, ma anche su idee, oggetti non fisici: sono più interpretativi, non sono più esibizioni ma exibition shows... La parola chiave è ormai storytelling. Il tema è l'exibition design. Le collectioni sono multichannel. Il contenuto può essere customizzato. Il tempo che il pubblico dedica a guardare i contenuti dell'esibizione è 50 minuto. Il pubblico guarda le opere ma anche e soprattutto le altre persone. Il museo è ancora di più un luogo delle relazioni tra le persone.

Arte e tecnologia: David Reed

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Venice Sessions. David Reed e l'inutilità delle telco. Le persone stanno diventando sempre più attente al contesto nel quale sono. I luoghi pubblici saranno di per se un contesto sempre più importante per le persone. Per collaborare, condividere, coltivare fiducia... La pubblica piazza è sempre stata una tecnologia della comunicazione. Lo sviluppo di questo concetto è la sorgente della nostra ricerca.

Anche l'internet è un luogo pubblico di questo genere. E il cloud computing ne è una delle conseguenze. Al MediaLab stiamo studiando centinaia di strumenti di interconnessione tra le persone. I più inesplorati sono gli strumenti che sono concepiti in modo che siano consapevoli del contesto.

Arte e tecnologia: John Gerrard

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Venice Sessions. John Gerrard, artista in mostra alla Biennale.

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Elaborazioni fotografiche verso la scultura.

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Arte e tecnologia: Andy Lippman

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Venice Sessions. Andy Lippman, MediaLab. Noi facciamo ricerca come se fosse arte. È guidata dalla passione e dalla visione che ci si aspetterebbe dagli artisti. E ora ci occupiamo di comunicazioni mobili come sistemi virali.

Le istituzioni che ci organizzano stanno andando a pezzi. È una pandemia. Tra l'altro hanno perso la loro missione sociale. È chiaro nell'educazione, nella sanità, in tutte le istituzione. È questo il contesto nel quale lavoriamo, sia come tecnologi che come artisti. 

Bene. Non sono venuto qui per dirvi che cosa non funziona. Ma come elaboriamo su questo e come ne usciamo. 

Bullet points: 
Social networks are a resonant theme, mapping archetypical ideas to new technology. 
We not me: socialization replaces personalization. 
Media is back in the picture.

Le applicazioni non sono about me ma about we. Il telefonino non mi avvertirà passando accanto al lattaio che ho bisogno di latte, ma che la mia famiglia ha bisogno di una serie di cose e che, magari, oggi abbiamo ospiti a cena...

Tutta la nostra ricerca è condotta dalla stessa passione degli artisti. Rendere il mondo migliore.

C'è una metodologia per studiare le conseguenze delle visioni e delle realizzazioni tecnologiche? (o artistiche)? Un tempo le tecnologie avevano divorziato dagli utenti. Al MediaLab abbiamo pensato di cambiare questo. Abbiamo aperto il medium alla partecipazione degli utenti. Ora le tecnologie sono accessibili e modificabili dagli utenti.

Arte e tecnologia: Daniel Birnbaum

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A Venice Sessions. Roberto Saracco, del FutureCenter della Telecom Italia, dice che la tecnologia contribuirà all'arte portando "semplicità" e "interattività".

Giuliano da Empoli: la forma di racconto del futuro all'italiana non può che passare dall'arte. Oggi si confrontano due istituzioni: la Biennale di Venezia e l'Mit di Boston. All'Mit si parte probabilmente dalla tecnologia per esplorare ogni possibile forma di espressione, compresa quella artistica e narrativa. Alla Biennale si parte dall'arte per esplorarne ogni percorso di ricerca, incontrando costantemente le proposte e le opportunità generate dalla tecnologia. 

Daniel Birnbaum, curatore della Biennale. Making Worlds. Non c'è dialettica tra tecnologia e arte. È parte della vita quotidiana. Che cosa fanno gli artisti? Sono artigiani, creatori, costruttori? Making new things. Sperimentazioni. Produzioni. È questa la nostra Biennale. E come in tutte le sperimentazioni, qualcosa può non riuscire. Gli artisti semplicemente mostreranno il processo artistico reagendo alle possibilità offerte da un luogo straordinario come Venezia. La Biennale è un'esibizione che parla di noi oggi, il che significa che parla di noi proiettati nel futuro.

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(Michelangelo Pistoletto, alla Biennale)


Interesse pubblico tra lobby e pirati

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La legge va rispettata. Ma la legge può essere discussa, interpretata e modificata. 

Non occorre entrare nel tema prettamente giuridico del commento alla sentenza contro i quattro di Pirate Bay. Si può vedere in proposito il Sole 24 Ore, Zambardino e la gran quantità di commenti autorevoli e appassionati che sono stati pubblicati in rete.

Ma mi pare utile sottolineare che:
1. Il copyright è un diritto che tutela prima di tutto gli autori. Viene dato in licenza in modo deciso dagli autori: o affidandolo a editori o al pubblico anche nella forma dei creative commons. Serve a ripagare gli autori del loro lavoro. E gli autori lo possono monetizzare o donare al resto del mondo.
2. Il sapere che non è soggetto a diritto d'autore è nel pubblico dominio. Nell'epoca della conoscenza il pubblico dominio e i creative commons sono la grande ricchezza dell'ambiente culturale dal quale le persone traggono alimento decisivo. Il valore in quest'epoca è concentrato nelle idee, nelle informazioni, nel senso condiviso. Un ambiente culturale nel quale si può accedere liberamente a una conoscenza ricca e utilizzabile è un ambiente nel quale per persone possono creare il valore che conta.
3. Le lobby delle major tentano da molto tempo di allargare il perimetro del copyright, allungandone per esempio la durata, a scapito del pubblico dominio. E' una reazione alle perdite che subiscono per la pirateria ma è anche una strategia volta a rispondere alle insaziabili esigenze della logica finanziaria.
4. Internet ha moltiplicato le opportunità culturali delle persone e migliorato la ricchezza dell'ambiente dal punto di vista dell'accessibilità della conoscenza. Ha anche reso più facile infrangere il diritto d'autore. Le lobby delle major tentano di rispondere al loro specifico problema cercando di modificare l'essenza stessa di internet. Quando chiedono ai governi di estendere la responsabilità della salvaguardia del diritto d'autore ai provider di accesso a internet e dei produttori di software per la condivisione dei contenuti in rete, di fatto tentano di reprimere uno specifico abuso bloccando tutta la rete: quello che chiedono, metterebbe in discussione la neutralità della rete e la capacità di innovazione, minando alla radice la bellezza, l'efficienza e la qualità di internet. E distruggendo valore per l'intera società.
5. I governi devono modernizzare le regole trovando un giusto equilibrio tra gli interessi specifici delle major, i sacrosanti diritti degli autori e il valore sociale, culturale e strategico del pubblico dominio e dei creative commons. Si tratta di salvaguardare un intero ecosistema e non soltanto l'interesse di una sua parte.

Le conseguenze di Oppenheimer

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Robert Oppenheimer, il direttore del progetto che a Los Alamos realizzò la bomba atomica, annotò nel suo diario: «Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così».

Sulle conseguenze ci rifletti solo dopo...

Neuro-opportunità

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Il presidente di Stanford University, John Hennessy, ha dei suggerimenti su come spendere i soldi pubblici destinati a stimolare l'economia americana (via ArsElectronica). E dedica molte parole alle opportunità delle neuroscienze. Che vede pronte per un vero e proprio salto di importanza. Come la genetica di 50 anni fa.

"Neuroscience has big new opportunities; I think this next 50 years is going to be the neuroscience equivalent of the understanding of DNA--the 50 years that went from DNA to the sequencing of the human genome; the same thing will happen in the neurosciences. We understand how neurons fire, but we don't understand how the brain works. There's a big gap in-between. Close that gap, and that will lead to much more robust treatments for Alzheimer's and Parkinson's and diseases that right now we treat in a sort of hit-or-miss, empirical fashion. So I think there are lots of good things to do on the research side."

Yochai Benkler

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Siamo di fronte a un cambiamento radicale. E Yochai Benkler lo racconta su Edge. Il momento in cui ci siamo accorti di essere di fronte a un'èra nuova è quando Alan Greenspan dice: "My predictions about self-interest were wrong. I relied for 40 years on self-interest to work its way up, and it was wrong."

Un'economia che accoglie la condivisione, la collaborazione, la ricchezza dei commons, le relazioni tra le persone, è più reale di quella che si basava soltanto sulla razionalità dell'egoismo utilitarista. La rivalutazione della dimensione della rete in un mondo che si era pensato come un sistema di gerarchie è una sorgente di opportunità culturali e organizzative.

La crisi dell'iperfinanza - del turbocapitalismo - è una dimostrazione, insieme, dell'avvento di una nuova epoca e della necessità di nuove dimensioni culturali per l'economia. La ricerca di Benkler è un'ispirazione.

Due leadership

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Due buoni leader.

Uno consosce i fatti e le dinamiche, le governa con dolcezza, reagendo agli avvenimenti in base a una bussola interiore che gli consente dirigere la barca. L'altro ha delle idee e le impone, talvolta ottenendo molto, talaltra sbagliando.

Il primo reagisce, il secondo provoca reazioni. Il primo ha bisogno di una morale. Il secondo ha bisogno di una visione. Entrambi non esistono senza un pensiero sofisticatissimo. Anche loro, come tutti, sono alberi da giudicare in base ai frutti.

Biopolitica (appunti al volo)

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Ho incontrato Michel Foucault alla Biblioteque Nationale. Era nell'area più vicina ai manoscritti che si prendevano direttamente dagli scaffali senza bisogno di chiedere ai commessi. Mi diede un appuntamento dopo l'orario di apertura. E andammo a bere un caffè al bar vicino. Mi incoraggiò nella mia ricerca. Anche se temo lo abbia fatto più per gentilezza che per attenzione.

Lui parlava di biopolitica. Lo riassume Carlo Alberto Defanti, su MicroMega: "Con questo termine Foucault voleva indicare il crescente coinvolgimento della vita naturale dell'uomo nei meccanismi del potere".

Da Wikipedia: "Per Michel Foucault la biopolitica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un'area di incontro tra potere e sfera della vita. Un incontro che si realizza pienamente in un'epoca precisa: quella dell'esplosione del capitalismo".

E' biopolitica il gesto di Englaro e di chi lo ha avversato. E' biopolitica il corpo del capo in Abruzzo. Ed è biopolitica la televisione che ci insegna a consumare il nostro corpo.

Obbedisco

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Il nuovo direttore scrive: "Ringrazio l'editore per l'opportunità di lavorare con le colleghe e i colleghi del Sole 24 Ore nella stagione che trasformerà il mondo. (...). La coscienza della radicalità della nostra stagione, e la fiducia serena nella saggezza necessaria per uscirne rafforzati, ci guideranno ogni giorno, come sempre al servizio di voi lettori".

Quindi, l'inizio è buono. E sinceramente sono convinto che il tentativo di far seguire a queste parole le azioni sarà fatto fino in fondo. La consapevolezza del cambiamento radicale che stiamo vivendo insieme alla ragionevolezza nei confronti di ciò che è difficile cambiare - e la biografia del direttore le dimostrano entrambe - è un punto di partenza da leggere con attenzione. La speranza non va mai abbandonata.

Per questo, salutando con gioia i commenti in prima pagina di Martin Wolf e Nassim Taleb, in segno di augurio, obbedisco all'ordine di mettere la cravatta. (Mica per tutta la vita, eh...).

Conseguenze

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Il racconto implicito in un progetto, in una regola, in una visione, è in fondo la sua prospettiva, la semplificazione delle relazioni tra l'azione e le sue conseguenze. Innovare il racconto è al centro di qualunque strategia di cambiamento. Nòva se ne occupa in base all'esperienza recente di VeniceSessions. E intanto si approfondisce. Per esempio leggendo di Barbara Czarniawska, studiosa di narrazione applicata all'organizzazione.(via Alepirani).

Non l'ho fatto apposta

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In un ecosistema, le conseguenze involontarie di un'azione sono tipicamente più probabili di quelle previste e volute. Le conseguenze della "verità" sconveniente portata alla ribalta da Al Gore sul riscaldamento climatico sono altrettanto difficili da comprendere fino in fondo. Per esempio, il fantastico lavoro di Gore ha moltiplicato del 300 per cento il numero di lobbysti che a Washington si occupano di riscaldamento globale. Una conseguenza involontaria che a sua volta testimonia di quanto le aziende ci tengano a evitare altre conseguenze per loro non volute di quello che ha fatto Gore.

Emergenza del racconto

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Appunti su Venice Sessions. Mi scuso: sono proprio appunti presi al volo.


Nell'era della complessità, la storia non è lineare come all'epoca dell'industrializzazione. Ma anche oggi c'è bisogno di racconto: per conoscere, per conoscersi, per sincronizzare le vite degli individui... Il problema è che molti racconti recenti, dal consumismo alla finanziarizzazione, appaiono vagamente virtuali, incredibili, non corrispondenti alla realtà. Dai racconti degli innovatori che li sanno condividere, può sgorgare il materiale dal quale può emergere la capacità sociale di ricominciare a raccontarsi.


Non sono i giornalisti che devono raccontare le storie. Il loro imprinting professionale è quello della spersonalizzazione. Forse questo è in via di correzione. I blog lo insegnano. Ma intanto i giornalisti possono mettersi al servizio di coloro che sono protagonisti di storie importanti per aiutarli a raccontarle se occorre.


Sono i protagonisti che devono volerle raccontare. Sperando che credano fino in fondo che sono importanti, che trovino un modo per capire che è importante raccontarle, anche se non devono andare in borsa o se non si sentono di esprimere la propria biografia.


In realtà, il racconto di ciascuno costruisce networking e abilita l'emergere di un discorso comune nell'epoca della complessità.


Quanto ci crediamo alle storie italiane?


Eppure ce ne sono di storie italiane. Franco Bernabè, una biografia intorno all'idea di portare in Italia la public company e ridurre il peso della politica nell'economia. L'Arduino di Massimo Banzi è una storia che risponde alla speranza che sia vera. E qui in sala ce ne sono di storie... 


Federico Di Chio, perché ci sono storie che non sappiamo raccontarci? Il racconto è un'esperienza guidata di senso. Non solo i film e i telefilm assomigliano alla vita: ma soprattutto la vita assomiglia ai film e ai telefilm. Il senso è fare un grande montaggio della vita. Le storie degli altri sono molto importanti per noi: abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri per conoscere noi stessi. In questo "metabolismo simbolico" la vicenda non è schematica come dice Salmon: è schematico dire che la narrazione è diventata la tecnica dell'ammaestramento negli anni Novanta e che è diventata la forza dell'impero; forse non lo capisco perché mi sento un funzionario dell'impero; forse perché non capisco che le narrazioni pensate dal marketing siano di per sé manipolatorie e ingiuste, perché penso che siamo anche quello che consumiamo.


Andrea Pontremoli, l'Italia è stata maestra nel racconto di storie. Mio padre mi ha insegnato che una storia può cominciare anche quando hai perso tutto. E mi ha avviato alla vita dicendo: "Io ho fiducia in te". E nel mulino dove ho passato l'infanzia ho imparato l'umiltà, come ascoltare il matto: "Tirava una corda dove non c'era attaccato niente. Noi lo prendevamo in giro. Lui disse beh provate a spingerla...; già ti ricordi chi ti trascina, non ci ti spinge...". Seguire le passioni: sogno, forza, disordine "Come diceva una scritta che ho visto sotto un monumento a Colombo: ha raccontato una storia, ma in fondo si era perso". Il racconto di Bardi e della Dallara. E ora? La crisi ti forza a pensare. Strategia non è pensare alle decisioni che prenderai domani: è prendere decisioni oggi che influenzeranno il nostro domani.


Ilaria Capua, l'influenza aviaria, l'allarme. Mi ricordo quando se ne parlava e mi dicevo: "questi sono tutti matti. Qui è pierino e il lupo".  L'aviaria si è trasformata in una leggenda metropolitana. Ma resta un virus terribile. Insomma, c'è stata una pandemia mediatica. E la malattia continua a infettare gli animali. E a ucciderne milioni. Quindi uccide le proteine nobili dei paesi in via di sviluppo. Pensavo fosse ovvio quello che ho fatto...


Maria Luisa Lavitrano, stupire non è facile con le persone smaliziate. La rete ha condizionato enormemente la medicina. Perché ha reso possibile la condivisione immediata di quello che scopriviamo. Moltiplicando la massa critica di lavoro intorno a un problema, rendendo tutta la ricerca più veloce. La scoperta, che contraddice la teoria darwiniana, dell'impermeabilità dei gameti: la difficoltà di provarla contro ogni pregiudizio. Ma spiegava alcune mutazioni che non si spiegavano in altro modo. La modificazione genetica di animali. Il cuore di maiale modificato che si lascia attivare dal sangue umano.


Maurizio Ferraris, previsioni che non si sono avverate. Nell'astronave di Odissea nello spazio non ci sono personal computer. Il computer non scriveva, parlava. Si pensava alla fine della scrittura. Una società in cui si parla soltanto e non si registra non può essere una società. Invece, come prevedeva Derrida c'è un'esplosione della scrittura. E poi si pensava che sarebbe scomparsa la carta. E invece non è accaduto. Nulla di sociale esiste fuori dal testo. Anche nel telefonino la funzione del parlare diventa meno importante dello scrivere.  Non è un fatto accidentale: siamo circondati da oggetti sociali che non esistono se non sono registrati e, spesso, scritto.


Stefano Moriggi, imparare a cancellare... Ogni scrittura è una riscrittura, un'approssimazione, una costruzione di modelli. La tecnologia aiuta in questa perenne riscrittura. La riscrittura è una forma di comprensione, nella forma di simulazione. La storia della tecnologia è la storia di una progressiva emancipazione. Certo, nel quadro di una grande continuità. Siamo la costante reinvenzione delle nostre invenzioni. Ma alcuni fatti sono decisivi. Il pollice opponibile ha fatto diventare oggetti le cose intorno all'uomo. La scrittura ha cambiato definitivamente il ragionamento. E infatti Platone la usa però restando sulla forma del dialogo quasi per ridurne la portata. Narrazione del futuro come profonda riscrittura delle nostre capacità di pensare.


Goffredo Haus, ho cominciato costruendo una chitarra... Ho passato la vita a studiare le tecnologie del trattamento dell'informazione musicale. Per capire la musica. E per crearla. Ho creato uno strumento per separare ogni informazione musicale e renderla fruibile in modo completamente nuovo. Posso immaginare che i materiali musicali siano in rete e che la questione dei diritti sia risolta: la musica cambierà profondamente...


Giorgio Barberio Corsetti, regista di teatro, arte antica quanto la città, viaggio nel tempo... Compete a me rivendicare il silenzio. Rivendico la parola poetica. Che si può incarnare nel presente e trasmettere un'esperienza. Il progresso, il mito, gli eroi dell'innovazione e della scienza. In una società che rinuncia ai simboli che parlano dei segreti più terribili e di ciò di cui non si può parlare. E penso alla televisione. Il luogo è fondamentale, il luogo fisico, la presenza. Esigenza del segreto che c'è nella presenza e che solo la presenza può rivelare.


Luca Mastrantonio, il racconto è un presente, vale Agostino. Abbiamo un futuro alle nostre spalle, con data di scadenza. In Italia ci è difficile liberarci dal passato, altro che parlare del futuro. Non parlare del futuro, parlare per il futuro.


Alessandro Baricco, riassunto. Salmon dice una cosa che è largamente condivisa da tutti qui: se dobbiamo guardare al presente oggi accade uno scontro tra narrazioni. E collettivamente si aderisce a una narrazione oppure a un'altra. E nel momento in cui aderiamo alla narrazione che dice "scoppierà una guerra", allora in effetti scoppia una guerra. Ma attenzione: i rischi di questo sistema sono enormi. Quando optiamo per una narrazione optiamo per la velocità e contro la complessità. Perdiamo un reale dominio della complessità del reale. I racconti sono sintesi messi in linea: la narrazione è lineare e sintetizza una complessità. Perché operiamo questa semplificazione? Per masochismo, per pigrizia? Scoprire qual è la domanda rispetto a una risposta data è la prima cellula della narrazione. Senza la domanda tutto è dato. Dunque inamovibile. La narrazione è prima di tutto il bisogno di scoprire il perché, di dare un senso a quello che accade. Bene: oggi sappiamo che la narrazione è importante e come dice Salmon è proprio con la narrazione che decidiamo. Non è che con questo abbiamo semplificato troppo? Oggi o si litiga o si narra... Possibile che sia tanto difficile ragionare profondamente? Esiste forse una "narrazione buona" e una "narrazione cattiva". Una narrazione che uccide e una narrazione che fa vivere. Tre cose per chiudere:

1. La reazione alla narrazione più forte è la reazione di Platone all'educazione scolastica del suo tempo. Ma nel contestare la suola basata solo sulla narrazione e proponendo la filosofia come centro dell'educazione, Platone fa proprio narrazione. 

2. Le narrazioni da sempre ci accompagnano. Da sempre hanno questa doppia natura. Il grosso della narrazione pronuncia quello che è. Lo racconta e lo rende usabile. Dall'Odissea... Ma accanto alla narrazione che dice quello che è, c'è la narrazione che sfascia quello che c'è. E molto di quanto è sofisticato è fatto per sfasciare: non vogliono perpetuare il mondo, vogliono rendere inservibile il mondo. Solo i narratori che rendono inservibile il mondo costruiscono il futuro. Gli altri servono per vivere bene. Ma chi spinge oltre è chi non accetta il mondo.

3. La differenza tra le due sta nella voce. Quello che ti colpisce è chi racconta la storia. Lui mentre racconta la storia. Che cosa può incrinare il mondo? Quelle voci che fanno pensare che c'è un mondo del quale ignoravi l'esistenza. Una voce che mostra un mondo che non conoscevo e che non mi spiego. Quello incrina il mondo. Quello lo sfascia. E quello parla del futuro. Quella narrazione dove la voce è forte dobbiamo tenercela bene. Quel che penso si debba fare è che si debba difendere la voce forte. E difendere le altre forme: spiegare, dire... non solo raccontare. Lasciamo spazio alla voce.


Christian Salmon

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Christian Salmon, autore di Storytelling, edito in Italia da Fazi, parla a VeniceSessions

«Ne parliamo tanto di storytelling, oggi. Una sorta di tirannia dello storytelling. Quando diciamo racconto pensiamo a Don Chisciotte o ai Cavalieri della tavola rotonda? O a Madame Bovary? Che cos'è lo storytelling di un Berlusconi o di un Sarkozy? Nello storytelling di oggi c'è un'ambiguità. C'è un lato negativo nello storytelling del quale sentiamo di doverci liberare. E c'è un'opportunità. Nella storia raccontata da Barack Obama, molto basata su internet tra l'altro, si impara qualcosa di importante a questo proposito».

«Obama: un discorso emozionale con molta biografia personale. Risponde ai caratteri fondamentali della dinamica culturale attuale. Ai tempi di Roosevelt la gente ascoltava i discorsi dei politici e aveva il tempo di riflettere. Oggi non più. Si reagisce ai fatti velocemente. Il discorso è disperso e spezzettato. Ai tempi di George W. Bush si raccontavano storie alla John Waine per portare gli elettori al voto con lo spirito di compiere un gesto simbolico. L'idea però è che la creazione di un mondo "virtuale" alla quale le persone devono assistere, perché la storia è scritta dai suoi autori...».

«Obama si pone come un dissidente retorico. Per tutta la campagna si oppone alla costruzione di quel mondo "virtuale". Invita a tuffarsi nella realtà. I giornalisti che seguono la sua campagna si stupiscono di non essere oggetto di attenzioni particolari. Per lo staff di Obama sono solo un problema logistico. Non sono pensati come strumento di manipolazione. Lo storytelling al quale si oppone, Obama, è tanto lontano dal racconto della realtà da condurre tutti quelli che ci lavorano al più profondo cinismo del quale poi tutti soffrono».

«Obama incarna una biografia adatta all'epoca della globalizzazione. E dimostra attraverso la sua biografia incontrovertibile il realismo del suo racconto».

Le forme della sua narrazione, a partire dalla costruzione metaforica che emerge dalla sua biografia, sono fondate sulla concentrazione sul timing, il framing, il networking...

Un discorso positivo, attraente, innovativo. Che recupera le tradizioni leggendarie della storia americana. E le adatta al presente riuscendo a dimostrare che il suo discorso descrive la prospettiva più invitante per dire il futuro.


Stream of numberness

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Il numero di bambini con un QI eccezionale in India è superiore al numero di bambini che ci sono negli Usa. La velocità dell'innovazione tecnologica è tale che la metà di quello che uno studente universitario di facoltà tecnica impara al primo anno sarà obsoleta al terzo anno... E così via... Un flusso di dati curiosi che danno il senso della perdita di senso della quale talvolta sembriamo soffrire.


 
Dalla Viral Video Chart del Guardian.

Il ciclo dell'immigrazione

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Uno studio di Harvard mostra le dinamiche demografiche dei grandi spostamenti della popolazione mondiale. E' centrato sull'immigrazione negli Stati Uniti, ma mostra tendenze che possono essere importanti anche per l'Europa e l'Italia. E dice che l'emigrazione dai paesi meno sviluppati verso quelli sviluppati non va vista come una tendenza perpetua, ma come un ciclo. Ci sono chiari segni di rallentamento per l'emigrazione dall'Asia, mentre l'Africa sub-sahariana continua nella crescita dell'emigrazione. via MarginalRevolution.

Magico Steve

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Dormire, forse sognare

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Tim O'Reilly parla del futuro. Il sogno, l'ipotesi e la verifica. Per costruire qualcosa che serva davvero. Con meno ideologia. E più immaginazione. Il resoconto sul Guardian.

Ecco le slide di Tim.

Modernità della tribù

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Bruce Sterling twitta un apprezzamento per questo pezzo scritto da John Robb sul possibile ritorno della tribù come forma sociale fondamentale.

L'epoca moderna aveva introdotto concetti come "stato", "mercato", "professionalità", "merito"... ma la tribù, come struttura sociale, ha i suoi pregi, dice Robb.

L'Italia era restata più avanti senza saperlo...

Technologies of cooperation

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L'Institute for the Future propone il breve paper Technologies of cooperation. Con il classico approccio visionario che parte da una veloce ricostruzione storica. Grappoli di tecnologie che facilitano e organizzano la collaborazione. E influiscono sull'evoluzione delle culture. L'Institute ne propone una rilettura strategica.

L'eroismo di Carneade

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Com'è noto, qualunque don Abbondio ignora chi sia Carneade. Qualche volta può diventare un problema. Perché anche il leader del futuro è sempre Carneade fino a che diventa famoso.

Storicamente Carneade era uno scettico. Cioè uno che diceva che la logica non porta alla verità assoluta. Tutto diverso da un cinico, uno che cerca l'etica rifiutando ipocrisia.

La politica è fatta di don Abbondio che credono di sapere chi sia Carneade e confondono uno scettico con un cinico.

Oggi, il cinismo ha la funzione positiva di riconoscere le contraddizioni nelle biografie degli ideologici ma tende a produrre psicologie disincantate e che rifiutano di sognare. Il leader del futuro, il visionario, il costruttore, invece, sono cinici sul cinismo (vedi Eliezer Yudkowsky). Coltivano una visione del mondo aperta al superamento dei limiti del possibile e metodologicamente orientata a verificare le ipotesi con i fatti.

Nuovo mondo, lungo termine

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La costruzione di una visione del mondo diversa da quella fallimentare che ci ha condotto all'insostenibilità è un racconto complesso, imporante, divertente. Al quale la rete può contriburie (e sta contribuendo) in modo decisivo.

Tra gli elementi fondanti di questa diversa visione del mondo c'è il recupero profondo della visione di lungo termine. Sostenibilità, innovazione, felicità, sono dinamiche che possono vivere soprattutto in un contesto culturale orientato al lungo termine: il breve termine invece le affoga.

La dimensione di lungo termine, però, non sembra essere la condizione naturalmente più facile per il cervello umano. Ecco due articoli di Robin Hanson da leggere in proposito. (via Alexander Rose)

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...