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Un'economia complessa ha bisogno di molti tipi diversi di contratti di lavoro: professionisti e free lance, dipendenti e imprenditori, part time e stagionali... E così via. D'altra parte, ci sono persone che danno il meglio di sé se hanno un progetto di lunga durata e altre che si trovano meglio a passare velocemente da un progetto all'altro. Ci sono persone che guidano e persone che preferiscono essere guidate.

E allora che cos'è tutta questa storia del posto fisso che è stata avviata dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del governo? A prima vista non si tratta di un discorso molto coerente con la realtà:

1. In qualche caso, si capisce che quelle dichiarazioni servono per discutere un supposto pregiudizio favorevole al posto fisso da dipendente che si pensa sia troppo diffuso tra i giovani e tra i genitori. Ma mi pare che questo pregiudizio sia abbondantemente smontato dalla realtà: oggi è davvero difficile trovare un posto fisso e si può ritenere che i giovani lo sappiano già.
2. Si può pensare che quelle dichiarazioni servano a discutere qualche convinzione presente tra i sindacalisti sull'articolo 18. L'idea sarebbe che se non c'è il posto fisso non ha senso difenderlo. Ma quel posto fisso protetto, mi pare, è stato fino ad ora il principale ammortizzatore sociale a favore dei giovani senza posto fisso: le famiglie con i genitori garantiti da un posto fisso davano ai ragazzi la sicurezza che il mercato del lavoro non poteva dare. La difesa dell'articolo 18 è connessa a chi il posto fisso ce l'ha già e con quello sostiene i figli che non ce l'hanno. In questo senso, non è un concetto collegato al futuro, ma al presente, ed è radicato nell'esperienza passata.
3. C'è inoltre un'interpretazione delle dichiarazioni governative orientata a descrivere una sorta di nuovo patto sociale, orientato a trovare più spazio e più garanzie per i giovani a prezzo di ridurre lo spazio e le garanzie per i meno giovani. Ma questo scenario non si può descrivere con poche frasi sul posto fisso. E' meglio descriverlo nel suo insieme. Altrimenti non si capisce bene.

Oggi, l'economia ci sta dicendo che per i ragazzi che pensano a fare una nuova impresa ci possono essere più opportunità di quelle che ci sono per i ragazzi che puntano a fare i dipendenti. E' una fase che può riservare molte bellissime sorprese per chi la comprende. Del resto, non se ne può dare un'immagine schematica: in fondo, anche le imprese lanciate dai ragazzi, se crescono, avranno bisogno di dipendenti. Sappiamo anzi che la gran parte della nuova occupazione è da anni generata più dalle start-up che dalle grandi imprese. Inoltre, sappiamo che mantenere i collaboratori in condizione di precarietà può andar bene nel breve periodo alle imprese, ma non costruisce capitale sociale nel lungo termine: e le imprese hanno bisogno di collaboratori contenti, sicuri e orientati a fare squadra. Non si ottiene questo con una continua insistenza sulla flessibilità se viene colta solo come libertà di disfarsi dei collaboratori. Quindi l'immagine del futuro può essere costruita solo diffondendo un'idea armonica, per la quale c'è maggiore facilità per chi vuole lanciare un'impresa e nello stesso tempo c'è rispetto per chi vuole fare il dipendente. Si può partire dall'insistenza - per molti versi giustissima - sulla liberazione delle opportunità per le start-up, che si dimostrano importanti e innovative. Ma l'immagine del mondo che stiamo costruendo non può essere un mosaico di fotografie e pregiudizi. Deve diventare una narrazione coerente, diversificata, interessante.

Il governo è stato capace di spiegare le sue scelte con moltissimo equilibrio, finora. Ma questa fase del dibattito sul futuro del lavoro dovrebbe essere più orientata a ispirare un più chiaro senso di rinnovamento, di giustizia, di equilibrio, di armonia e di opportunità, che evidentemente richiede cambiamenti nelle abitudini mentali: ma i cambiamenti necessari non si comprendono e non si assorbono se si parla in modo troppo insistente delle abitudini da abbandonare. Le persone, a mio avviso, sono pronte a comprendere una nuova immagine dell'economia se la sua descrizione sarà più concreta, visionaria, costruttiva.

Vedi anche:
Un pezzo di Raffaella Polato, Corriere, sull'evoluzione del lavoro; e Francesca Basso la 27esima ora
Questo punto esclamativo sulle dichiarazioni di alcuni ministri (via Pier Carlo Lava); altre critiche sulla Stecca e Contorsionista.
La Repubblica cita le reazioni della rete per spiegare le precisazioni degli esponenti del governo
La survey di Liquida in materia

David Weinberger, sulle istituzioni culturali

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Un intervento da rivedere di David Weinberger, sulla crisi e la trasformazione delle istituzioni culturali esposte all'impatto della rete. Per continuare la riflessione sul suo ultimo libro: Too Big to Know. Il video è stato registrato nella sede di Ahref, l'11 novembre 2011.

David Weinberger @ ahref from Fondazione Ahref on Vimeo.

Ieri sera alla Digital Accademia, conversando di strategie editoriali con Mafe De Baggis, Sergio Maistrello, Filippo Pretolani, è venuta fuori una riflessione laterale. Che forse merita una sottolineatura.

Nel contesto delle innovazioni sottostanti alla grande trasformazione dell'editoria emergono un paio di novità concettuali che servono a porre il problema dei modelli di business editoriali in modo forse inatteso:
1. Marshall McLuhan e Bill Gates sono stati citati, in due occasioni distinte, come fonti di una osservazione: il denaro è una forma di informazione
2. Yochai Benkler, e altri economisti, hanno segnalato che l'informazione è un bene economico di tipo piuttosto particolare perché quando viene scambiato si moltiplica (non viene ceduto ma condiviso)

Ora: è chiaro che le due osservazioni, una accanto all'altra, generano un problema. Mentre, normalmente, chi cede un'informazione a un'altra persona, ne resta in possesso, chi cede una certa quantità di denaro, alla fine del processo, non ce l'ha più. Lo scambio di denaro non lo moltiplica. Ma se il denaro è una forma di informazione, che cosa genera questa differenza?

La domanda è rilevante per tutti coloro che pensano di voler trovare un modello di business per l'informazione. Perché se lo scambio riduce la scarsità di un bene - il che avviene quando nello scambio la quantità esistente di un bene si moltiplica - ogni scambio rende più difficile far pagare quel bene. Ma se uno scambio non riduce la scarsità del bene, il tema del pagamento si pone in modo tradizionale e facilita la definizione di un modello di business comprensibile. (Ritrovere un modello di business tradizionale nell'informazione non è certo il più importante degli obiettivi concettuali in questo settore ma resta pur sempre un problema - almeno di scuola - interessante: è possibile porre il problema dello scambio dell'informazione in rete in modo che ripercorra le modalità tradizionali dello scambio di beni materiali?).

Come fa il denaro a essere una forma di informazione che non si moltiplica quando si scambia? Anche quando è totalmente digitale? Non è il drm che salvaguarda l'unicità del bene, per esempio. E non è una particolare norma anti-pirateria (che comunque esiste). In realtà, è un sistema di servizi che connette l'informazione contenuta nel denaro alla persona che la possiede, al luogo in cui risiede, all'istituzione che la gestisce in tutto il processo dello scambio, al bene al quale si applica e allo scambio al quale corrisponde. Del resto, il denaro è un'informazione che si scambia ma in funzione di dare un'informazione su tutti gli altri scambi ai quali si può applicare una misura monetaria. E quindi tutti accettano l'astrazione secondo la quale non si può moltiplicare senza fare perdere valore a molte altre forme si scambio.

Si potrebbe applicare questo insieme di caratteri ad altre forme di informazione, diverse dal denaro e in un certo modo non misurabili con il denaro? Tipo il prestigio, la reputazione, la fiducia? Si tratta di informazioni che si applicano, per esempio, a scambi non monetari come quelli che stanno nel dominio concettuale del dono.

Mi pare che si potrebbe andare avanti con questa riflessione. Ma forse il suo sviluppo più fruttuoso non è quello orientato a far diventare le altre informazioni come il denaro, ma a far valutare meglio le informazioni che non sono il denaro e meritano che ad esse venga riconosciuto più valore.
I visionari fanno esperimenti con le loro idee. Anche se nella lingua italiana tradizionale la parola "visionario" è un equivalente di "pazzo", ormai ci siamo abituati a pensare, un po' all'inglese, che la visione dei grandi leader culturali ed economici sia parte integrante della loro capacità di generare conseguenze importanti.

Di fatto, però, non tutti i visionari hanno ragione. E non tutte le loro visioni hanno conseguenze. Sicché un aspetto interessante della riflessione sull'innovazione è come avviene il processo della costruzione delle visioni e come vengono sperimentate.

Ho l'impressione che ci siano alcuni elementi della visione, nel senso usato fin qui, ma sto cercando ancora di farmi un'idea più precisa. Finora ho in mente queste cose:
1. La visione nasce da un insieme di osservazioni, le unisce con un'ipotetica azione e ne immagina le conseguenze. Vale a dire che la visione non è una previsione, ma l'immaginazione delle conseguenze di un'azione.
2. Ovviamente, dal punto di vista intellettuale è una semplificazione. Il problema è che la complessità non si conduce facilmente alla semplicità e quasi sempre si rischia di ridurla alla banalità. Quindi nella visione c'è sempre una fortissima sensibilità, ma anche un metodo di controllo.
3. Il metodo di controllo è simile a una sorta di sperimentazione. L'idea viene testata contro molte conseguenze possibili, anch'esse immaginate. Viene affinata nella mente del visionario, in un processo che per così dire la "lava" dalle impurità. E poi viene provata ancora. Fino al test decisivo.
4. Il test decisivo della visione è la sua capacità di essere raccontata in modo convincente, la sua capacità di essere adottata da chi l'ascolta, la sua capacità di trascinare altri nell'azione che la visione prevede. Ma ovviamente non è tutto.
5. L'esperimento finale è nella storia a venire, ovviamente. La visione si sperimenta davvero nel momento in cui si passa ad applicare l'azione che in essa era presagita. I tempi del successo possono essere molto diversi da quelli previsti. E le modalità altrettanto diverse. Ma la visione in qualche modo resta ad accompagnare un processo che trasforma il mondo al quale si riferisce.

Un pezzo di Steve Jobs, mi pare, mostri un poco di queste cose. Jobs è giovane. Nel momento in cui parla è a Next. È una persona che sta cavalcando la grandissima rivoluzione informatica, ricorda i suoi primi tempi e immagina dove possa portare, alla velocità in cui sta andando: ma invece di lasciarsi trascinare dall'onda, tenta di governare la sua mente. Ed elaborare una visione. Mi pare da rivedere:



via Brainpickings.

Sappiamo quali sono le visioni che oggi stiamo sperimentando e che funzioneranno davvero di fronte alla sperimentazione intellettuale contemporanea?

Un magnifico post di Adam Thierer, di qualche giorno fa, propone una lista di libri che descrivono il dibattito attuale su internet. C'è molta più preoccupazione in questi libri di quanta ce ne fosse all'epoca in cui parlava Jobs: che cosa può davvero cambiare internet? che rischi per la sicurezza e la privacy sta introducendo? quanto ci sta cambiando il modo di pensare e di essere? Ma nella valutazione delle idee con la quale mi pare operi Thierer c'è qualcosa del metodo visionario e quindi dell'orientamento a sperimentare la qualità di queste idee in funzione delle loro conseguenze, in questo caso intellettuali.

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Ecco una parte dei libri segnalati da Thierer per descrivere l'ambiente intellettuale del 2011.
 

La visione di Thierer dice che questi sono i temi destinati a generare conseguenze tra gli intelletuali e non solo. Di sicuro fanno parte della sperimentazione delle idee.

Il principio di non contraddizione

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In astratto, il principio di non contraddizione funziona a meraviglia. Aristotele dice nella metafisica: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo». La frase A è anche non-A è falsa, o impossibile, o almeno priva di interesse perché non informa.

Il fatto è che di contraddizioni ne saltano fuori tutti i giorni. Anche perché raramente i discorsi che si sentono seguono le regole della logica. Seguono le emozioni, l'affabulazione, il marketing... Si è parlato per vent'anni di un politico che diceva tutto e il suo contrario, cambiando contesto: «Sono stato frainteso»... Ma il suo insegnamento resta: il cambio di contesto fa cambiare anche la credibilità di una frase. Se si dice «abbassiamo le tasse» in un contesto di competizione elettorale e poi si dice «approviamo l'aumento delle tasse» in un contesto di produzione legislativa, non ci si contraddice, semplicemente si cambia contesto. Vabbè. Il problema qui è che le frasi citate sono "intenzioni" in un caso e "decisioni" nell'altro caso: dunque non sono molto comparabili. D'altra parte, quello stesso politico non amava essere contraddetto: solo lui si poteva contraddire. (Infine, quelle non erano frasi che contenevano una contraddizione, ma casomai contraddittorie tra loro, il che rende il giudizio meno di logica e più di politica).

Quello che preme sottolineare è che il principio di non contraddizione dovrebbe ispirarci nella ricerca, per migliorare le nostre conoscenze. Non dovrebbe essere semplicemente messo da parte perché difficile da applicare, o tale da generare interventi noiosi in televisione.

Ma perché nella vita vissuta la logica è tanto difficile da applicare? Per molti motivi: uno è che la logica si concentra su ciò che viene esplicitamente detto, mentre molto spesso conta di più ciò che non viene detto. Se il contesto non è esplicitato una frase che contiene una contraddizione resta sbagliata ma il suo senso cambia passando in un altro contesto. Il che ci impone di approfondire la conoscenza del contesto. E attivare una modalità di discorso più lenta e riflessiva. Ecco un esempio.

Dire che dobbiamo aumentare la crescita nel contesto della crisi finanziaria - per il quale occorre aumentare il Pil perché questo è un parametro essenziale nella valutazione che i mercati finanziari operano del debito italiano - è considerato contraddittorio con tutta una serie di valutazioni che si fanno in vari diversi contesti: 1. non è possibile attivare la crescita in un paese bloccato e illiberale come il nostro, 2. non è bene puntare alla crescita quando è la qualità della vita che occorre migliorare, 3. la crescita non può avvenire se si prendono misure che vanno contro la crescita. E così via.

Queste contraddizioni sono tutte da valutare. Ma ci aiutano a dire che occorre parlare del contesto di quelle frasi. Come dire: dovremmo scegliere in che mondo preferiamo essere prima di parlare. Come dire: prima di parlare di un "risultato" - la crescita - dovremmo parlare delle motivazioni che contano per le persone nel nostro mondo e in quello che vogliamo costruire.

Diciamo per esempio che il nostro mondo non è quello dei finanzieri, ma quello della gente che vive nella realtà. E che in questo nostro mondo occorre affrontare problemi quantitativi per un sacco di persone che vivono al livello di povertà assoluta, mentre occorre affrontare problemi qualitativi per il rsto della gente. Come dire: dobbiamo trovare lavoro e dignità per chi non lavora e non è incluso (giovani, anziani, immigrati) e dobbiamo migliorare l'ambiente fisico, sociale e culturale delle persone che sono incluse ma soffrono perché non hanno prospettive e soffocano nella fatica. Si dirà: tutto questo costa e non ci sono risorse. E poi ci sono i limiti allo sviluppo, la Cina, l'analfabetismo funzionale... Ed ecco allora che salta fuori il tema della crescita: per migliorare le cose ci vogliono più risorse, compatibilmente con i vincoli che abbiamo detto. Il principio di non contraddizione ci aiuta a dire che se vogliamo un certo mondo e non vogliamo essere contraddittori dobbiamo approfondire, conoscere, raccontare, non sparare uno slogan al giorno tanto per fare.

Ci può essere crescita senza spreco di risorse. Ci può essere ridistribuzione delle opportunità. Ci può essere ricostruzione culturale. E perché tutte queste frasi cessino di apparire contraddittorie o impossibili, occorre approfondire, conoscere, raccontare.

Alla fine ci accorgeremo che le attività sostenibili che possono aumentare e alimentare le prospettive della popolazione sono tali da richiedere forse meno materia e meno risorse ambientali, ma che sono anche tali da generare più valore aggiunto, e quindi come risultato pure una crescita monetaria.

Per riuscirci non dobbiamo partire dal risultato atteso (la "crescita") ma dal motivo che abbiamo per impegnarci a vivere intensamente la nostra vita (e uno dei risultati sarà la "crescita"). Non c'è contraddizione tra miglioramento della qualità e crescita quantitativa: sono due risultati diversi che attengono a contesti diversi ma che possono sgorgare solo da una stessa sorgente: la nostra vita. Imho.

Damasio: mente e self = coscienza

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Bellissima presentazione di Antonio Damasio a Ted (una decina di mesi fa). Il mistero della coscienza si esplora indagando la formazione delle mappe mentali con le quali ci facciamo un'idea della situazione in cui siamo e il punto di riferimento stabile con le quali le interpretiamo che a sua volta è nella centralina di controllo del rapporto tra cervello e resto del corpo. Da vedere.



Superaffascinante la questione del tronco cerebrale - che appunto fa da punto di riferimento stabile per interpretare le immagini mappate dalla mente - diviso in due parti. Una parte è tale che se non funziona il corpo è paralizzato ma la persona è cosciente, mentre l'altra parte è tale che se non funziona il corpo è attivo ma la persona è incosciente.

Chissà se si può dire che queste due funzioni del tronco cerebrale che costruiscono la base di riferimento stabile che genera il senso del "self" siano legate una alla mappatura (spazio) e l'altra legata al movimento del corpo (tempo).

Di certo, ne emerge una spiegazione molto solida della dinamica che si sviluppa tra l'individuo e la collettività. La coscienza è individuale, la cultura è collettiva. La specie si sviluppa se c'è equilibrio tra le due componenti. La corteccia sembrerebbe aver consentito lo sviluppo della cultura, l'elemento collettivo dell'evoluzione degli umani, mentre la coscienza individuale - che peraltro sembrerebbe meno specifica dell'umano - è effettivamente fondamentale per l'interazione tra corpo e natura.
More about La responsabilità dell'architettoQuando stava arrivando il Duemila, a pochi giorni dal più importante capodanno degli ultimi mille anni, Renzo Piano ammetteva di essersi sentito imbrogliato. Perché nel corso della sua vita si era lasciato prendere dall'idea simbolica di un Duemila fantascientifico, un'epoca in cui il progresso e la tecnica avrebbero creato una vita completamente diversa... Quando stava arrivando, il Duemila, si capiva benissimo che non sarebbe stato così.

Ma non era un imbroglio. Era la difficoltà di comprendere la molteplicità delle durate del tempo sociale, la convivenza delle strutture storiche che cambiano lentamente e delle congiunture che accelerano e rallentano alternativamente, come spiegava Fernand Braudel...

E naturalmente Renzo Piano ne sorride un po', di quella parola imbroglio, quando non la pensa come una vera e propria manipolazione ideologica derivata dall'idea industriale di progresso che ha poco a che fare con la sostenibilità ambientale, sociale e culturale cui il maestro si ispira. Renzo Piano racconta il suo mestiere con la consapevolezza di quanto siano importanti le conseguenze di quello che fa. Nel mestiere dell'architetto c'è la congiuntura economica e la lunga durata. Quello che si costruisce resta. E si impone alla storia successiva...

La responsabilità dell'architetto è uno di quei libri che mentre si legge fa venire voglia di parlarne. Un paio di interviste, una cortissima e una lunghissima, di Enzo Siciliano e Renzo Cassigoli. In queste, Renzo Piano parla di architettura. Ma in modo tanto intenso da aprire la mente anche a chi, pur non essendo architetto, si accorge che ciò che fa ha delle conseguenze e incide in modo strutturale sul mondo che stiamo costruendo.

Scrittori - Midnight in Paris

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Midnight_in_Paris_Poster.jpg
Uno scrittore deve essere sincero con se stesso.

Non importa tanto di che cosa scriva. Importa che la storia sia bella. Ed è bella se viene dalla vita vera e se i personaggi «mostrano coraggio e grazia nelle avversità».

Il problema è che nella vita reale siamo confusi. Siamo incerti su che cosa pensare di noi stessi se siamo sinceri davvero. Ci sono troppe possibilità interpretative. Perché la storia non è data, la stiamo costruendo. E possiamo sperare che non sia come sembra essere. Possiamo progettare di cambiarla. Possiamo sentirci vittima di ciò che non ci consente di cambiarla. Possiamo aspettare con fiducia che cambi. Essere sinceri con se stessi nella vita reale non è facile perché ci sono troppe possibili storie che si dipanano dal presente. Eppure uno scrittore sa come fare...

Lo scrittore sceglie una "verità" e la interpreta fino in fondo. Con coraggio e con grazia nelle avversità. Lo scrittore è un personaggio della sua storia. È capace di sincerità perché è capace di scegliere una tra le possibili vite che ha di fronte, trasformandola in una storia che, al contrario della vita reale, ha un capo e una coda.

Diventando sincero con se stesso e imparando a esprimere ciò che sinceramente vede diventa un modello, talvolta temuto negli ambienti convenzionali, talvolta ammirato dagli innovatori. Può essere spietato con se stesso e con gli altri. Ma genera intensità nella sua vita e in quella degli altri. Che altrimenti si appiattirebbe nella complessità senza uscita del presente.

La storia di Midnight in Paris, di Woody Allen, è la storia di uno scrittore che cerca la sua voce e il senso del suo lavoro. E impara a scoprirlo. Ha capito da solo che la scrittura industriale (per Hollywood) non è arte, ovviamente. Ma aveva bisogno di un'esperienza fortissima che lo riconciliasse con la sua vita. Ed è quello che gli succede a Parigi.

ps. C'è anche una battuta tra le molte che sottilmente viene lasciata tra le maglie della sceneggiatura. Il padre della ragazza dello scrittore è un ammiratore dei repubblicani di destra. E sospetta che lo scrittore abbia qualcosa di losco da nascondere. Quando succede quello che deve succedere, dice qualcosa come: «Lo sapevo che era un poco di buono. Lo avevo addirittura fatto pedinare da un detective!». Gli chiedono se avesse scoperto qualcosa. Risponde di no. Ma a trasformare il sospetto in una convinzione di colpevolezza e dunque in una dimostrazione gli basta affermare di avere assunto un detective.

La convinzione corrisponde alla realtà, in un repubblicano di destra e in qualunque altra persona che deduca la sua realtà da un'ideologia e da un preconcetto senza alcun interesse per la verifica empirica. Non è un carattere proprio solo della destra estrema, anzi. La nostra epoca invece ha bisogno di comprendersi con sincerità.

Roy Ascott in conversation with Mike Stubbs - Nam June Paik Conference from FACT on Vimeo.


Roy Ascott è uno dei grandi maestri per la ricerca del senso attraverso le esperienze dell'arte e della cibernetica. Un pioniere della cultura contemporeanea. Questa è una conversazione del febbraio 2011 con Mike Stubbs, su media, arte, identità. (Grazie per la segnalazione di Checco Monaco). Vedi anche: Wikipedia. Media Art Net. Space Studios. Frieze. Art and mind. V2.
Bellissimo titolo: Simple made easy. Rendere facile la semplicità. Una lezione di Rich Hickey, creatore del linguaggio Clojure. Con il video e la presentazione a fianco. Si può vedere su InfoQ (via Mimmo Cosenza).

Per Rich Hickey il software è una via per la saggezza. È una ricerca filosofica, matematica, concettuale. Pulita. Intellettualmente sofisticatissima. E lo si vede bene nella sua lezione.

Ha voluto fare Clojure perché voleva una sorta di Lisp adatto all'epoca di Java. Mimmo spiega che è meraviglioso. Anche perché offre la possibilità di scrivere regole "immutabili", cioè non relative al contesto. È un pensiero che genera pensieri...

Per saperne di più di Hickey, personaggio affascinante, si può leggere un'intervista di Richard Morris. Un post di Chris Hartjes. Che a sua volta segnala un'altra lezione di Hickey, su identità, valore, tempo, complessità e dintorni.
Che cosa faccio quando decido di dichiarare che il mio blog è disponibile con una licenza Creative Commons? A seconda della licenza dichiaro di essere d'accordo con un certo utilizzo della mia opera da parte di altri. Dichiaro che consento un remix, una rielaborazione, addirittura talvolta una rivendita di ciò che ho creato. In pratica, faccio una dichiarazione di disponibilità preventiva alla collaborazione con altri per arrivare a opere più ricche e significative.

C'è chi fa notare che è una dichiarazione inutile. Perché chiunque può lo stesso prendere la mia opera e farne quello che vuole. Mi costerebbe troppo controllare che questo non avvenga. Ed è vero. La novità vera sta nel fatto che io mi dichiaro preventivamente d'accordo con chi usa la mia opera. Dunque non faccio che una dichiarazione di disponibilità alla collaborazione. Alimento i beni comuni della conoscenza volontariamente. E dichiarandolo, alimento la consapevolezza del valore della cooperazione.

Analogamente, quello che faccio dichiarando con Timu che le informazioni che pubblico sono frutto di una ricerca condotta secondo un metodo empiricamente sensato e trasparente mi prendo un impegno unilaterale e preventivo. Chiunque sottoscriva il metodo proposto su Timu - che è davvero basilare e standard - di fatto dichiara di essere orientato a collaborare con gli altri nella raccolta delle informazioni sulla base di un metodo comune, qualunque sia il loro credo, la loro ideologia, il loro sistema di valori. Si amplia così lo spazio dei beni comuni, attraverso il metodo comune che li genera.

Si potrebbe obiettare che questo non dimostra nulla e che qualcuno con cattive intenzioni può dichiarare quello che su Timu si dichiara e poi non essere coerente. Ma la reputazione di un ipocrita è peggiore della reputazione di chi non segue un metodo che non ha mai dichiarato di voler seguire. Di fatto, ampliando la consapevolezza dei temi che riguardano il metodo della ricerca di informazioni, Timu amplia lo spazio che abbiamo consapevolmente in comune, prima che ci dividiamo sulle opinioni che i nostri valori ci conducono a coltivare intorno ai fatti. Con un metodo di ricerca dell'informazione sappiamo tutti quali sono i fatti che tutti riconosciamo come tali e solo successivamente ci dividiamo eventualmente sul giudizio che abbiamo di quei fatti.

Non sono strumenti fondati sulla sanzione, ma sulla consapevolezza.
aldo_bonomi.jpgAldo Bonomi (nella foto) ha spiegato ieri a Vicenza, nell'ambito del convegno su Creatività High-Tech, la sua visione di quello che aspetta il capitalismo italiano. Bonomi ha trovato le parole che servivano a vedere realtà invisibili ai concetti precedentemente utilizzati, come il capitalismo molecolare dei piccoli imprenditori del Nord Italia e la città infinita che hanno costruito nel tempo. Ma sa aggiornare la sua visione.

In Europa, dice Bonomi, ci sono cinque capitalismi.
1. Il capitalismo anglosassone, quello che vede l'impresa come una molecola della finanza, per il quale il movimento è tutto nella circolazione del denaro: questo capitalismo ha puntato tutto sulla relazione tra finanza e consumo, mettendo al margine la manifattura.
2. Il capitalismo renano, fatto di grandi banche, grandi imprese e grandi sindacati, nel quale la concertazione e la cogestione hanno consentito di mantenere un equilibrio organizzato, in grado di lanciare le sue grandi strutture economiche a costruire reti lunghe, a investire precocemente in Cina, a finanziare la ricerca di base, a partecipare alla globalizzazione in modo strutturato.
3. Il capitalismo francese coordinato dallo Stato in base a un sistema relativamente efficiente nel quale lo Stato stesso non perde e non disperde soldi.
4. Il capitalismo anseatico fondato sulla ricerca e l'innovazione
5. Il capitalimo di territorio basato sulla manifattura e l'imprenditorialità diffusa.

Il nostro capitalismo, il quinto, quello dell'imprenditorialità diffusa che è riuscito con accorgimenti di ogni genere a restare dentro la ragnatela del valore, ha usato la tecnologia digitale per gestire la rete dei subfornitori, per controllare l'andamento delle vendite, per trovare nuovi clienti nel contesto della globalizzazione, a partire da grandi piattaforme produttive territoriali che nel loro complesso avevano dimensioni da grandi aziende ma erano formate da reticoli di microimprese.

Ebbene, quella fase è finita. Bonomi, nel dirlo, sa che sta aprendo a se stesso e a chi lo conosce una porta verso un percorso sconosciuto. Ma con la sua sincerità intellettuale non cessa di stupire: le categorie che lo hanno reso indispensabile per capire le piccole imprese reticolari italiane, non sembrano reggere alla grande trasformazione in atto. Lui vede però che al mondo tradizionale delle microimprese produttive si vanno aggiungendo nuove figure e tensioni: le avanguardie che esplorano le reti lunghe e le filiere non necessariamente territoriali, anche grazie a internet, i protagonisti dell'immobilismo, e gli imprenditori per necessità, quelli che si mettono in proprio perché hanno perduto un precedente lavoro, i migranti e quelli che, giovani, non immaginano di trovare un'occupazione stabile se non se la costruiscono da soli.

Non è una crisi da attraversare, dice Bonomi: è una metamorfosi. Che sfida ci attende, dunque?

Per Bonomi ci sono tre interpretazioni di quello che ci attende concentrandosi su idee che possono avere un'ispirazione in qualche modo positiva:
1. La decrescita à la Latouche. Bonomi non parla di declino perché in qualche misura sta proponendo una visione "scelta" dalla società, non subita. E un'ipotesi che a Bonomi sembra improbabile. Gli italiani non sceglieranno scientemente una strategia di riduzione dei consumi.
2. La delega ai nuovi leader che risolvono i problemi. In base a questa interpretazione, finita una fase di cattiva organizzazione dello Stato, i nuovi capi sapranno ridefinire il sistema e porteranno il paese fuori dalla spirale negativa nella quale si è avvitato. Bonomi non ci crede.
3. La riconversione. Una profonda trasformazione del capitalismo italiano centrata sull'integrazione nelle sue maglie costitutive del senso del limite. L'equilibrio ambientale viene incorporato nella produzione. La strategia aziendale si sintonizza con le necessità e il valore economico della sostenibilità (non usa questa parola, Bonomi, forse troppo sintetica, ma in un riassunto la può accettare). Niente a che fare con l'ecologismo valoriale. Ma la scoperta delle opportunità della "green economy" e delle sue declinazioni sistemiche. La ricostruzione delle città in chiave sostenibile. Il ridisegno dei territori. "E chi nel Veneto ce ne sarebbe un gran bisogno". L'occupazione del suolo a base di capannoni è una fase terminata. Ma la nuova fase potrebbe essere estremamente produttiva e interessante.

Già. La nuova definizione di progresso, come si dice spesso in questo blog, non può che essere concentrata - oltre che sulla crescita quantitativa - anche sullo sviluppo qualitativo: qualità della vita di relazione, qualità dell'ambiente, qualità della dinamica culturale. Come sempre, una crisi profonda è anche una grande possibilità: dalle macerie culturali e sociali lasciate dal bombardamento insensato dell'epoca consumistica si avvia una fase guidata dall'energia della ricostruzione. La ricostruzione della qualità ambientale, sociale e culturale.

Vedi anche:
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una road map per gli italiani - 10 novembre 2011
Vergogna - 9 settembre 2011
Il peso e la leggerezza - 20 ottobre 2011
Individuo e comunità - 2 settembre 2011
La qualità non è decrescita - 19 novembre 2010
Riflessioni sulla qualità - 23 ottobre 2010
Il filo intermentale - 13 ottobre 2010
Qualità, quale qualità... - 11 ottobre 2010

Libri:
Zoja - Prossimo - 19 dicembre 2010
Clark - Rifare le città - 13 dicembre 2009
Latouche - Decrescita - 2 marzo 2008
corte_giustizia_europea.jpgLa Corte di giustizia europea ha stabilito alcuni principi chiave sul copyright (via Quintarelli):
1. L'obbligo di filtrare i contenuti per trovare chi infrange il copyright non può essere imposto in modo generalizzato ai provider ("because the copyright is important but not inviolable")
2. Quindi la protezione del copyright non può ridurre altri diritti come il diritto dei provider di non monitorare i casi di violazione del copyright, il diritto di privacy di terze parti, la libertà di espressione e di parola, il principio di proporzionalità

La sentenza sembra sostenere la posizione che si sta sviluppando alla Commissione e portata avanti in modo coraggioso da Neelie Kroes.

Vedi anche:
Kroes fa un salto di qualità sul copyright - 21 novembre 2011
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
neelie_kroes_small.jpgL'ipotesi di fondo è chiara. Vogliamo risanare i conti pubblici. Se lo facciamo solo tagliando le spese e aumentando le tasse, abbiamo un effetto macroeconomico molto semplice: in un primo momento miglioriamo i conti, ma immediatamente dopo abbiamo un effetto di contrazione del Pil che riduce le entrate fiscali e peggiora i conti pubblici. Quindi, mentre riduciamo la spesa pubblica e aumentiamo le tasse, dobbiamo anche fare politiche di crescita del Pil. E poiché le risorse per farlo non sono elevate ma addirittura si contraggono, dobbiamo trovare soluzioni di sostegno della crescita che abbiano molta efficacia moltiplicativa. Questo si può fare solo nel quadro di una roadmap che unisca le azioni di contenimento del deficit pubblico alle azioni di incentivazione alla crescita. L'agenda digitale è una delle forme di questa roadmap.

Non c'è dubbio che lo sia. Perché, da Itu a McKinsey, gli osservatori concordano sull'idea che l'investimento nelle infrastrutture e nei servizi digitali sia un fattore di crescita del Pil dotato di un moltiplicatore molto elevato: spesa limitata effetti potenzialmente molto grandi, grazie all'effetto network, alla dinamica "palla di neve", alla logica non lineare e sostanzialmente esponenziale tipica della rete digitale. In quest'ambito, si danno parecchi insuccessi, ma alcuni successi tanto grandi da trascinare importanti accelerazioni economiche. Anche perché ogni digitalizzazione di successo ha effetti collaterali significativi sull'ecosistema a cui si riferisce, calizzando spiriti innovativi, migliorando la trasparenza dei mercati, rendendo più efficiente la collaborazione, abbassando i costi transazionali, moltiplicando le iniziative di imprenditoria sociale e di mercato. E così via. L'ottica è probabilistica, non deterministica. Ragionata, non meccanicamente burocratica.

Questa è l'ipotesi. La verifica si può operare solo agendo. Ma l'esperienza di altri paesi, dalla Corea alla Svezia e al Regno Unito, tanto per fare pochi esempi, dimostra che il risultato atteso non è irreale.

Il problema è che l'agenda digitale è spesso confusa con la spesa informatica della pubblica amministrazione locale e nazionale. Cioè appare come una qualunque delle forme di opportunità di potere, una tentazione per la corruzione, una pratica che rischia di alimentare lo spreco e comunque una delle questioni intorno alle quali si faranno fatalmente i tagli.

Invece, l'agenda digitale è un capitolo della roadmap. Tagli e investimenti, insieme: purché la ricchezza generata dagli investimenti sia superiore a quella sottratta con i tagli. L'agenda digitale si riferisce a un contesto tecnologico, economico, sociale e culturale dalle conseguenze così pervasive e ampie - e i suoi costi sono tanto orientati a diminuire nel tempo - che il suo risultato potrebbe essere proprio questo: crescita e tagli insieme.

Le azioni previste dall'agenda digitale non dipendono necessariamente solo da grandi azioni di concertazione o da ampi tavoli di discussione e governo dei diversi livelli dell'amministrazione. Forse dovrebbe essere anche una raccolta di idee di costo inferiore al risultato, una sorta di "imprenditorialità pubblica", sostenuta e interpretata alla luce della roadmap. Non una programmazione, ma una forma di incentivazione economica, sociale e culturale, fondata su un quadro interpretativo capace di valutare le azioni che hanno le maggiori probabilità di essere più produttive. Sapendo che si può sbagliare.

Il roadshow europeo del governo italiano sarà tanto più forte quanto più riuscirà a tenere insieme i tagli e il sostegno alla crescita. Il piano di uscita dalla crisi dipende da entrambi i lati della contabilità nazionale. Dopo anni di inadempienze, anni in cui i rappresentanti italiani mancavano di partecipare ai tavoli di discussione sull'allocazione delle risorse europee per lo sviluppo, anni in cui abbiamo dimostrato disattenzione ai nostri conti e alle opportunità che l'Europa puà costituire (non solo ai limiti che pone), ora dobbiamo cambiare registro: sia sui vincoli sia sulle opportunità europee.

Del resto la stessa Commissione europea ha bisogno di interlocutori più qualificati per implementare l'agenda digitale nei vari paesi. Uno dei suoi programmi, il Cef (Connecting Europe Facility), è un piano da 50 miliardi di euro per il miglioramento delle reti e dei servizi di rete digitale. Perché, dice Neelie Kroes, possono produrre mille miliardi di valore economico aggiuntivo in dieci anni. 


Dove trovare notizie? Ecco un elenco non esaustivo, mi scuso per tutti i servizi che non riesco a citare, ma spero che nei commenti l'elenco si arricchisca:

Agenda Digitale. Ottimo sito dell'Unione Europea con gli argomenti fondamentali dell'agenda digitale e un sistema di comparazione di dati semplice ed efficace che consente di provare le correlazioni principali tra le variabili e i fenomeni connessi.

Going local. Sempre l'Europa lancia una serie di iniziative adattate ai territori dell'Unione e orientate a comprenderne la validità. Se ne parla a Palermo oggi in un ottimo convegno organizzato all'Albergo delle Povere dalla Commissione Europea, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sicilia, Provincia e Comune di Palermo, con rappresentanti locali, della commissione dell'imprenditorialità sociale ed economica.

Agenda digitale per l'Italia. Un'iniziativa di persone che dedicano una parte del loro tempo a sostenere l'importanza del tema in Italia. Dopo una forte pressione qualche mese fa, che ha potuto far salire l'attenzione sul tema ma è anche stata sovrastata dalla crisi finanziaria dell'estate, ora mantiene un blog e alcune iniziative aperte. Il suo tema sta tornando all'attenzione per i motivi citati in questo post.

Igf Italia 2011. Tappa trentina del grande sistema multistakeholder che custodisce la qualità del sistema con il quale la rete si autogoverna, discute di come migliorarla, si connette con le altre strutture che si occupano del tema.

Dati.gov. Una sorta di portale che serve a trovare le iniziative orientate ai dati aperti e alla trasparenza dell'informazione di base della pubblica amministrazione italiana.

Digital Advisory Group. Una trentina di organizzazioni, imprese e università che collaborano per aliementare la crescita dell'economia digitale in Italia.


Vedi anche:
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011


L'evoluzione del discorso Neelie Kroes sul copyright si approfondisce e va assolutamente seguita attentamente. Da leggere il nuovo speech (grazie alla segnalazione di JC DeMartin).

Nel discorso, il commissario europeo all'Agenda Digitale porta all'attenzione dei potenti un'innovazione concettuale di enorme importanza e una conseguenza normativa molto seria.

L'innovazione concettuale è che la ricchezza della produzione culturale viene generata dagli autori. E la conseguenza è che la normativa va centrata a salvaguardia e incentivo dell'attività degli autori.

Il salto concettuale è fondamentale. Perché prima di questo intervento, nei piani alti del potere si faceva una gravissima confusione tra il ruolo degli autori e quello degli editori. Con la conseguente ossessione per il tema del copyright.

Il copyright è il punto di incontro tra gli interessi degli editori e quelli degli autori. Ma mentre per gli editori è fondamentale, e infatti lo difendono con ogni mezzo, è solo uno dei modelli di business che servono agli autori. Alcuni di loro ne traggono enormi guadagni, ma la maggior parte non ne tira fuori un reddito soddisfacente.

Kroes sa che gli autori sono i grandi generatori di senso e i creatori di nuova cultura. La capacità innovativa di un paese, la sua consapevolezza, l'apertura mentale della quale ha bisogno sono alimentate dal lavoro degli autori e degli artisti. Questi sono troppo spesso pagati pochissimo e sostenuti in modo del tutto insoddisfacente dall'attuale sistema governato dagli editori e dal loro modello di business basato sul copyright e concentrato ossessivamente sulla difesa del copyright.

Sarebbe assurdo annullare il sistema del copyright. Ma è altrettanto assurdo puntare tutto sul copyright, in un contesto nel quale è sempre meno facile difenderlo e sempre più facile creare modelli alternativi.

Il problema è che gli editori hanno gestito finora il migliore sistema possibile per trovare un reddito agli autori. Ma le difficoltà di quel sistema non si devono riversare sugli autori come se non esistessero altre strade.

È un discorso giusto anche per gli stessi editori, alla fine. Gli editori cercano giustamente di rigenerare il loro business, ma non dovrebbero farlo puntando a loro volta tutto sulla difesa a oltranza, ossessiva, del copyright. O addirittura sull'allargamento dello spazio culturale coperto dal copyright. Questo va contro i loro stessi interessi perché vede nel pubblico - che gli editori dovrebbero servire - il loro nemico: il pubblico, nella doppia accezione di pubblico dominio e audience - è referente e partecipante della produzione culturale. Senza il suo appoggio, la cultura resta confinata nelle opere di chi pensa di produrla: l'arte e le opere autoriali hanno senso solo quando sono adottate dal pubblico. È in quel momento che il senso che generano emerge davvero. Il pubblico della produzione culturale non può essere più considerato alla stregua di un insieme di consumatori: è parte integrante della produzione culturale e come tale va rispettato. E se sta cambiando, coinvolgendo anche i vecchi modelli di business, il rispetto impone l'ascolto. Gli artisti e gli autori questo lo sanno. Gli imprenditori della cultura lo devono imparare.

Questo passaggio avviene attraverso l'innovazione nel business editoriale. Questo significa anche una moltiplicazione dei sistemi di generazione di reddito per gli artisti e gli autori. La Kroes lo sostiene. E ha ragione.

Vedi anche:
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011

Il migliore dei Monti possibile

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L'idea del "migliore dei mondi possibile" è un truismo che non aggiunge nulla alla discussione, poiché è credibile solo se è intesa come la somma di tutti i possibili, concretizzati e ancora da realizzare. Anche perché il nostro problema è appunto quello di realizzare possibilità che non abbiamo ancora colto e scegliere tra esse. Ma che Monti sia una scelta sensata, invece, appare convinzione diffusa. Essenzialmente in rapporto a ciò che ha sostituito. Casomai ci si divide sulla sua durata: c'è chi pensa che il largo consenso parlamentare di cui gode attualmente sia finto ed effimero e c'è chi pensa che sia invece razionale e stabile. È chiaro che la soluzione al problema si vedrà nei prossimi mesi. Ma è anche probabile che entrambe le interpretazioni siano vere: la prima vale di default, la seconda si conquista giorno per giorno. Traslando sul programma che viene attuato lo stesso giudizio di ineluttabilità che ha condizionato l'appoggio all'insediamento del nuovo governo. Una roadmap credibile e concretizzata a tappe forzate. Sarebbe il "migliore dei Monti possibile".

Da quello che si è capito finora, ci saranno sostanziali cambiamenti di politica economica:
1. Le azioni orientate al contenimento del debito saranno bilanciate da azioni orientate alla crescita
2. L'aumento della tassazione dei consumi e dei patrimoni sarà bilanciato da un alleggerimento della tassazione sul lavoro e l'impresa
3. L'accettazione dei vincoli europei alla sovranità italiana sulla politica economica sarà bilanciato da una riconquistata capacità di influenza italiana nella costruzione delle nuove istituzioni europee per la politica economica comune

Il problema casomai sarà quello di vedere se il bilanciamento sarà davvero equilibrato (mi scuso per il gioco di parole, ma è voluto: ed è dedicato al linguaggio, apprezzabilissimo, del professore primo ministro).

Se funziona avremo binari istituzionali più chiari che imporranno una roadmap ai governi futuri, dalla quale non potranno né vorranno troppo deviare i professionisti delle competizioni elettorali che arriveranno in seguito a governare. I giochi demagogici dei professionisti delle competizioni elettorali, senza vincoli istituzionali, si vincono promettendo di più, urlando di più, affasciando di più: è un'escalation che rischia di demolire pezzo per pezzo la qualità dell'amministrazione e che va contenuta con il consenso razionale dei partecipanti. Un consenso che si può sedimentare in regole che a nessuno conviene rompere: il problema è scrivere quelle regole. E l'Europa in un certo senso ci sta aiutando. Quando una sterzata razionale si è fatta, forse può tornare in gioco l'emozione della competizione elettorale. Questa è probabilmente l'ipotesi di fondo di questa fase politica.

Ed è anche la risposta ai molti, compreso Davide che ha commentato un precedente post su questo blog, che si domandano se il nuovo governo tecnico non sia una sconfitta della politica. Il punto è, secondo me, che in realtà è una rivincita delle istituzioni sulla demagogia. La repubblica e la democrazia si bilanciano: la repubblica è ciò che abbiamo in comune, la democrazia è un processo nonviolento di composizione dei conflitti e sintesi degli interessi diversi. Entrambi aspetti di una sana convivenza civile. Una democrazia assoluta che provochi una dittatura della maggioranza e trasformi ogni territorio comune in un campo di battaglia ideologica o d'interessi divergenti non funziona e implode: la salvaguardia della repubblica, di ciò che abbiamo tutti in comune, di ciò che unisce anche chi ha idee e interessi completamente differenti, è altrettanto sacrosanta. Imho.

Detto questo, le decisioni concrete saranno tanto più forti quanto più appariranno bilanciate e razionali. Le idee emergenti sembrano andare in questa direzione. Privatizzazioni infrastrutturali bilanciate da investimenti nella loro modernizzazione, con una forte e vera centralità delle infrastrutture digitali, fisse e mobili. Diminuzione della tassazione sulle imprese e il lavoro e accelerazione dei termini di pagamento dello Stato, bilanciata da un aumento della tassazione sui consumi e il patrimonio e negoziata in cambio di un aumento dell'occupazione giovanile. Aumento degli investimenti in ricerca e istruzione, nel quadro di un nuovo ecosistema dell'innovazione che ne valorizzi i risultati in termini di nuove imprese e dunque di nuove entrate fiscali. Si tratta di approcci al problema che sottolineano la nuova centralità della produzione rispetto al consumo ma che si inquadrano in un metodo orientato a ricercare costantemente le compatibilità economiche.

Per qualche tempo, la demagogia dovrà fare un passo indietro. E sarà un tempo almeno un po' pacificante. Ragionare per ipotesi, però, imporrà anche al governo una continua disponibilità alla verifica. E la sua più grande forza, probabilmente, sarà data dalla sua trasparenza nella spiegazione delle scelte: con la fine della demagogia deve finire anche il periodo delle scelte non spiegate, manipolatorie nei confronti dell'informazione offerta all'opinione pubblica. Su questo, un tema centrale resterà quello della modernizzazione del sistema dell'informazione televisiva. E purtroppo non molti da questo punto di vista sono ottimisti sulle capacità del governo di incidere. In questo senso, anche l'idea del "migliore dei Monti possibile" sarà messa a dura prova.

Vedi anche:
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011


Dal punto di vista della comunicazione politica, il principale risultato dell'ultima settimana è stato un cambio di registro nel fondamentale rapporto tra aspettative e realtà. Il che è sano. E fa bene a tutti.

Il tono del discorso, nel corso della gran parte del primo decennio del terzo millennio, almeno in Italia, è stato orientato a innalzare costantemente le aspettative, a mantenerle alte con una quantità di frasi dense di promesse di benessere materiale, a solleticare i più bassi istinti le più immediate voglie, sollecitando la convinzione che si potessero soddisfare facilmente. Oppure era la costruzione di problemi esagerati, la generazione di paure fittizie, con annessa promessa di soluzione: il caso dell'induzione alla paura dello straniero e della violenza con annessa promessa di maggiore sicurezza, è stato provato da Ilvo Diamanti (citato anche da Michele Polo in Notizie Spa) e ha avuto una straordinaria efficacia. Era la logica della pubblicità. E si rivolgeva ai cittadini come se fossero consumatori.

In tutto questo, era strategico il controllo dell'informazione. Se l'informazione avvalorava una descrizione della realtà corrispondente all'analisi implicita nella "pubblicità" politica, manteneva credibile chi formulava le promesse e sollecitava le aspettative.

Chi vive male, ma ha grandi aspettative e le connette alla presenza di un certo politico, sopporta e crede. La fiction dell'informazione era la storia fittizia in cui la gente viveva. Il sistema di potere restava saldo.

Ma quando la distanza tra aspettative e realtà diventa troppo grande, si genera un'insoddisfazione e una disperazione insopportabile.

L'informazione sulla realtà è arrivata attraverso canali che non erano sotto il controllo del potere. I mercati finanziari. L'Europa. Le reali esperienze quotidiane di milioni di italiani preoccupati da una realtà economica del tutto diversa da quella dipinta dall'informazione ufficiale voluta dal potere.

Il nuovo governo e lo stile del nuovo premier, Mario Monti, hanno prima di tutto avuto l'effetto di abbassare le aspettative rivolgendosi a un pubblico che a quelle aspettative non credeva ormai più. La sua credibilità è stata generata dalla corrispondenza tra la realtà e le aspettative che si potevano ritenere realistiche. L'insoddisfazione per la situazione si è sciolta, almeno un poco e per un poco, nella soddisfazione di veder riconosciute le reali condizioni nelle quali le persone vivono. Le nuove aspettative sono ora più vicine alla possibilità di raggiungerle.

Si guarda improvvisamente alla condizione precedente come si guarda a un sogno, o a un incubo: emozionante ma finito. E si apre una nuova giornata: il primo sentimento è l'emozione che si prova riconoscendo la realtà intorno a noi e le concrete cose da fare subito. Tra poco ci saranno anche le noie, le preoccupazioni e i drammi della vita vera. Si affronteranno con uno spirito più vivo e una mente più lucida. L'ipnosi è finita.

Ma manca ancora una prospettiva. Se non sappiamo bene che cosa faremo domani, perché lo faremo, rischiamo di riaddormentarci e riascoltare sirene e ipnotizzatori.

Bene il downsizing delle aspettative. Ora la roadmap.


Vedi anche:
Sviluppo è modernizzazione
On the roadmap
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani


More about L'arte fuori di sé. Un manifesto per l'età post-tecnologicaA Bolzano, alla Classe dell'arte, Paolo Rosa ha parlato della sua visione sul rapporto tra arte e tecnologia. Ecco alcuni appunti.

«La tecnologia ci avvicina all'arte che ci avvicina alla tecnologia».

Una ha bisogno dell'altra. La tecnologia crea nuove opportunità per l'arte e alimenta e accompagna un'accelerazione della complessità. L'accelerazione della complessità ha bisogno di un senso. L'arte è la ricerca di un senso. E influisce sullo sviluppo della tecnologia, in modo che per esempio non sia più soltanto generata dalle logiche della finanza o della ricerca militare.

Ma l'arte esaurisce la sua capacità di comprendere il mondo se si avvita su se stessa (come spesso avviene nell'arte contemporanea tutta definita dal suo successo finanziario e dalla notorietà mediatica che raccoglie). L'arte ha senso se serve la comunità a riconoscersi: i riti e gli oggetti dell'arte possono essere un modo per la comunità di riconoscersi. Ma se la comunità si riconosce nell'arte, l'arte si ritrova fuori di se. Fuori dal suo oggetto e dalle sue pratiche autoreferenziali.

Allora l'arte è necessaria.

Si introduce un rapporto vero e generativo con il pubblico. È in quel riconoscimento che si vive l'arte come esperienza. L'arte in un certo senso vive nel momento in cui vive nella memoria, quando è esperienza.

Ed è artista chi fa cose che hanno belle conseguenze.

Non fa più una bella forma, ma genera belle relazioni. E non c'è arte se non si occupa di sensibilità. L'artista disincaglia il sentire e sensibilizza. Contro l'anestesia culturale che la società attuale rischia o sperimenta.

Sicché alla fine l'arte è dono. Perché non può essere fatta per raccogliere denaro, altrimenti è al servizio del denaro. E questo la rende ribelle ma per una ribellione non distruttiva: diventa costruttiva.

Alla Classe dell'arte hanno parlato anche Antonella Sbrilli e Patrick Ohnewein che hanno portato importanti insegnamenti sulla ricerca e la didattica per la comprensione dell'arte ed esempi di innovazione tecnologica utilizzata dagli artisti. I riflessi dei loro contributi si troveranno sul sito dell'organizzazione.

On the roadmap

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Quello che conta non è la meta, ma il percorso.

Jack Kerouac non è forse un eroe popolare tra i ragazzi del nuovo millennio, non tanto, almeno, quanto era un mito per i ragazzi della metà del secolo scorso. La libertà oggi non è più lo smontaggio dei vincoli convenzionali tradizionali. E letto oggi, il suo libro del 1951, On the road, non è più così comprensibile. Certo, il suo senso, quello per cui stare sulla strada è l'esperienza fondamentale, quello per cui la meta non è mai definibile e non è mai definitiva, rimane vivo.

Forse oggi la ricerca della libertà non è più soltanto la liberazione dai vincoli tradizionali e dalle narrazioni convenzionali (ce ne sarebbe bisogno vista la qualità della narrazione convenzionale televisiva); ma anche la liberazione dallo schiacciamento su un presente senza prospettive. Vorremmo, e i giovani vorrebbero, un pensiero capace di tenere insieme la sperimentazione e i risultati, la ricerca e la soddisfazione, la credibile storia da scrivere passo dopo passo. Non certo la definizione della meta, ma almeno la definizione della strada.

In questa epoca post-post-moderna (mi perdonino i filosofi veri), forse potremmo cercare risposte in un libro intitolato: On the roadmap.

Vedi anche:
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani


Dopo trent'anni - Dalle macerie alla ricostruzione

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Lunedì densamente simbolico. La fine un periodo storico. Un nuovo inizio. All'Institute for the Future dicono sempre che per guardare avanti di qualche anno, occorre ricostruire la storia di qualche decennio. E la storia appena passata è densa di informazioni.

Per trent'anni il mondo occidentale, sotto la guida dei paesi anglosassoni, ha subito un cambiamento culturale profondo. La generazione di senso si è concentrata sul paradigma economico e la leadership dell'economia è stata assunta dalla finanza, mentre l'economia reale veniva ricentrata dalla produzione al consumo, dall'organizzazione della fabbrica al marketing. La narrazione fondamentale si è spostata dalla soluzione dei problemi materiali alla costruzione di bisogni, dalle strutture alle mode: dal lungo termine al breve termine. La televisione commerciale è stata la regina assoluta del sistema dei media perché era sostanzialmente predisposta per questo passaggio culturale fondamentale.

Vecchie solidarietà, vecchie forme di protezione delle categorie sociali, vecchi privilegi sono stati attaccati. Istituzioni che non si sono adeguate sono state spiazzate. La finanza costruiva la realtà, il marketing la raccontava.

Non era certo una tendenza storicamente insensata. Corrispondeva alla fine della contrapposizione tra classi sociali, al rimescolamento dei ceti e alla ridefinizione delle strutture produttive. Ma divideva la società in una quantità di minoranze, alimentava le divisioni in gruppi di interessi, favoriva l'emergere di identità valoriali. Mentre la finanza privilegiava i numeri e omogeneizzava i significati, il marketing costruiva lo storytelling intorno a orientamenti culturali e caratteri sociali che non raccontavano una società ma molte società diverse e separate. I concetti di classi sociali e di ceti descrivevano le società in modo che ogni gruppo era relativo e funzionale agli altri, sicché ciascuno conosceva il proprio posto nell'insieme. In questa fase invece prevaleva la nuova classificazione impostata dal marketing: che aveva elaborato il concetto di target e che a sua volta si riferiva alla nozione, piuttosto nuova, di "stili di vita": i gruppi sociali non erano mutuamente funzionali e neppure troppo comunicanti, ma derivavano da categorie culturali, psicologiche e sociali, relativamente stabili. Ne veniva fuori un'idea di società che non era più un organismo unitario ma una giustapposizione di "etnie" diverse. A loro volta formate da individui sempre più separati. La solitudine era in questo contesto non soltanto un'esperienza quotidiana, ma anche il riflesso della fine delle solidarietà. Il valore centrale era quello di consumare, la misura del successo era finanziaria, la competizione era tra tutti contro tutti. Il governo si poteva concentrare nelle mani dei pochissimi che avevano enormi mezzi e che si apprestavano ad approfittare di questa fase storica per accumulare una distanza economica enorme dalla base della società. Le funzioni che riguardavano la coesione sociale, come quelle dei maestri e dei professori, perdevano valore sociale, mentre aumentava il valore sociale di coloro che consumavano tanto e di quelli che accumulavano tanto denaro. L'ascensore sociale non esisteva: esisteva la legge della giungla in cui ogni mezzo era buono per raggiungere l'unico fine sintetizzato dal denaro. Chi non correva in sincrono con questa trasformazione si trovava spiazzato. Chi riusciva ad approfittare era vincente.

Il paradigma espansivo della fase dell'industrializzazione poteva proseguire, ma cambiando sostanzialmente di significato: non era più sostenuto dalla crescita della produzione e dalla soluzione di problemi materiali forti, come la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra, ma avveniva alimentando bisogni di consumo e pagandone la soddisfazione aumentando il debito e la dipendenza dalla finanza.

I valori e le identità sociali si modificavano. Lasciando dietro di sé persone che non  conoscevano il loro posto nel mondo, la prospettiva sociale che potevano costruire, ma soltanto il loro rapporto tra entrate e uscite monetarie e la quantità di consumi che si potevano permettere. Ciò che non creava ricchezza in breve termine non aveva valore. Le leggi, la profondità culturale, il senso del dubbio dei ricercatori, la scuola, perdevano peso rispetto all'interesse individualistico, alla brillantezza televisiva, alla produzione di slogan. E tutta questa trasformazione avveniva in un costante e martellante bombardamento di notizie, immagini, affermazioni ripetute, capaci di distrarre da tutto ciò che non fosse coerente con il paradigma.

Oggi, la cortina fumogena si sta dirandando. E dietro si vedono le macerie culturali che lascia.

Solo vedendo quelle macerie si può cominciare a ricostruire. In base a progetti non mutuati da un passato che non ritorna, ma da valori di lunga durata che si leggono e riconoscono solo uscendo dalla trappola del breve termine. Sono fonti di energia sociale e culturale rinnovabili che si contrappongono al sistema insostenibile del consumismo indotto dall'ipertrofia dei messaggi del marketing televisivo e al sistema insostenibile dell'indebitamento: dal reality si riconquista la realtà. Dall'informazione-spettacolo si riconquista l'informazione al servizio della ricerca e della conoscenza di come stanno le cose.

L'impostazione del lavoro di ricostruzione parte dalle strutture fondamentali che sono emerse in questi anni nei quali non c'è stata solo la crisi del modello precedente ma anche la predisposizione di nuove istituzioni contemporanee e adatte al nuovo contesto, fondato sui grandi fenomeni della globalizzazione, della digitalizzazione, dell'economia della conoscenza.

Le nuove opportunità si colgono osservando le grandi tendenze che emegono in questa caotica fase di passaggio. Da dove viene il valore? Per che cosa vale la pena di dare la vita? In che modo si può definire il progresso?

È chiaro che mentre il bombardamento degli ultimi trent'anni abbatteva vecchie strutture culturali, nuove idee e realtà emervevano. E sono coerenti con la tensione verso il recupero della lunga durata come dimensione costruttiva. I punti di riferimento emergenti nella definizione dell'idea di progresso sono quelli della qualità ambientale come bisogno materiale emergente, della profondità culturale come fonte di valore nell'economia della conoscenza, della intensità delle relazioni tra le persone come generatore di esperienze di felicità.

Le opportunità di internet si sono fin qui concentrate sulla sostituzione di alcune delle storture precedenti: dall'ipertrofia della comunicazione standardizzata della televisione all'inefficienza di alcuni mercati dei beni immateriali. Ma la ricostruzione porterà a un uso molto più profondo e innovativo della rete. Che corrisponde non a una nuova tecnologia ma a una nuova dimensione della socialità, a un'accelerazione della dinamica culturale, a un ampliamento dell'accesso alle opportunità. Si tratta di liberare queste forze innovative incentivando le visioni orientate al lungo termine. Imho.

Oggi è..

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Oggi è il primo giorno del resto della tua vita..

Riflessioni dopo Morozov

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Riflessioni dopo la serata con Evgeny Morozov. Un programma di innovazione politica deve esprimere contenuti che rispondono a un'agenda delle persone e non può limitarsi a chiedere più strumenti - per esempio più internet.

Se non si approfondiscono i fini, la richiesta di mezzi resta un programma a metà... Perché ogni strumento ha potenzialmente molte conseguenze e queste si gestiscono solo pensando al progetto reale che si ha in mente di realizzare.

Morozov mostra chiaramente come internet sia stata liberatoria in alcune occasioni, come la Tunisia, ma abbia aiutato moltissimo la dittatura nel caso della repressione autoritaria della protesta iraniana. Si vede che un regime autoritario che punti sulla censura perde perché internet offre mille possibilità per aggirarla. Ma si vede anche che un regime autoritario che punti sulla disinformazione, l'infiltrazione dei suoi agenti tra i dissidenti, la ricerca degli oppositori attraverso la rete, può vincere. Internet aiuta di più chi la sa usare meglio. Un programma che si concentri solo su dare più internet agli iraniani - e non faccia altro che questo - rischia di finire per aiutare il regime.

Questo significa che chiedere solo più internet è una premessa ma non apre solo a potenziali benefici. Se, per esempio, aiuta di più chi la sa usare meglio, allora rischia di aumentare le distanze sociali tra chi parte da uno stato culturale ed economico più avanzato e chi non è particolarmente avvezzo a usarla. E' un rischio che non si può non tenere in conto: quindi se il tema politico fosse per esempio quello di una maggiore eguaglianza, allora si può trovare in internet uno strumento nel momento in cui si progettano seriamente azioni che fanno leva sulle caratteristiche della rete per ottenere quel fine. Il che è assolutamente possibile, pensando a quando si può fare in rete per l'educazione, il lancio di start up, la facilitazione a trovare lavoro, l'incentivo alla collaborazione e allo spirito di comunità e la trasparenza nelle informazioni che riguardano i potenti, i protetti e i malfattori.

Se invece si mette più internet in un mondo dominato da malavita, evasori fiscali e prepotenti di ogni genere, in un mondo nel quale si spende sempre meno denaro e attenzione per l'educazione, si pensa che l'unica soddisfazione sia nel consumo, si rischia di aumentare e non diminuire la disuguaglianza.

Quindi internet è una meravigliosa macchina delle opportunità. Ma per coglierle occorre attenzione per una cultura profonda, una politica sincera, un'economia intelligente. Per una progettazione pensata. Pensieri ingenui, forse, ma non troppo.

Educazione - Spazio di sviluppo

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L'educazione si trasforma. Genera cittadinanza, coltiva identità culturale, costruisce network sociali, allena il cervello, diffonde informazione. Diventa l'investimento fondamentale in un'economia della conoscenza. Ha un problema: i frutti si colgono nel medio termine, il che la mette in difficoltà quando una società è spinta a occuparsi delle urgenze del brevissimo termine. E una delle crisi che stiamo affrontando, forse la più labirintica, è la concentrazione sull'immediato. Anche e l'unica via d'uscita è pensare al dopo. E costruirlo.

L'educazione si trasforma, anche se non ce ne occupiamo.

Non è più una questione solo di bambini. Diventa un'attività fondamentale a tutte le età. Non è più una questione solo di scuole. Diventa una rete di istituzioni e persone, socialmente pervasiva. È probabile che le risorse per l'educazione tradizionale continuino a diminuire ancora per un po', purtroppo. Dobbiamo trovarle altrove: anche nel mercato, nella beneficenza, nella comunità. Senza smettere di chiedere attenzione allo stato.

Molti stanno cercando di sviluppare opportunità in questo settore. E credo che le iniziative siano attualmente più in mano all'offerta, spesso derivante da start up. La Digital Accademia è una di queste. E cerco di dare una mano.

Intanto, la Kahn Academy sta guadagnando terreno con i suoi supporti educativi, concentrati per ora sulla matematica, che divertono e insegnano, costruendo relazioni tra i bambini in modo piuttosto efficace. È un esempio.

Top Hat Monocle mette a disposizione degli insegnanti un sostegno per le lezioni che si dimostra abbastanza divertente, comprende domande e risposte, dimostrazioni interattive e presentazioni preconfezionate. L'azienda, a quanto pare, ha già raggiunto il pareggio dopo meno di un anno di attività.

Ohanarama punta a divertire la famiglia con giochi educativi che possono nello stesso tempo sviluppare le relazioni tra generazioni.

Stickery produce apps per smartphone che i genitori possono dare ai bambini in età prescolare per farli giocare e nello stesso tempo per prepararli al curriculum scolastico. Le statistiche sui risultatti ottenuti dai bambini sono a disposizione dei genitori che possono così controllare il divertente lavoro fatto dai ragazzi.

Ci sono molte cose da fare in questo spazio. Dobbiamo rendere contemporaneamente divertente, importante e affascinante un qualsiasi percorso educativo. Ce la possiamo fare. Non c'è investimento più rilevante. Imho.

Cose serie, in serie, per serie - Biennale 2011

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Thumbnail image for biennale2011foto.JPGAlla Biennale 2011. L'Arsenale. Non c'è modo di non restare incantati dalla bellezza dell'ambiente nel quale si sviluppano le peripezie artistiche dei curatori, delle nazioni partecipanti, delle logiche di marketing e finanziarie.

Si dimentica volentieri tutto quello che la magnifica Sarah Thornton scrive in Seven days in the Art World. La Biennale come il luogo delle feste e gli eventi che generano e rinforzano la logica della comunità che guida e subisce il mondo dell'arte. (Se ne parlava).

Si dimentica, lasciandosi andare all'ascolto delle idee di chi è chiamato a esporle. Con fiducia.

Ho visto, tra l'altro, un tema e una soluzione. Non è un'idea nuova. Ma quest'anno sembrava particolarmente ripetuta. Una serie di serie.

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Questa era al padiglione italiano. Ma non era sola. La ripetizione imposta dal contenitore.

Che dà senso a ogni elemento, in quanto si richiama con il precedente.

Si è dimostrata una soluzione molto diffusa, nell'esposizione di quest'anno.



Viene da domandarsi se non sia una soluzione fin troppo facile.

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Che consente di mettere insieme particolari del paesaggio, fisico o mentale, ciascuno dei quali sfuggirebbe all'attenzione, ma che nell'insieme si impongono all'attenzione.

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Eppure, ci si accorge che alla fine si possono guardare anche immagini non esplicitamente seriali, con la stessa attidudine.

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Il che finisce con l'essere piuttosto divertente. E può persino produrre una serie.

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Economia della felicità secondo Bill Gates

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«Ottima idea cercare di fare un po' di milioni di dollari» dice Bill Gates «ma una volta raggiunta una certa soglia, la soddisfazione non aumenta più. La ricchezza è sopravvalutata. È sempre lo stesso hamburger». Come dire, a livelli da Bill Gates, che l'aumento del reddito o del patrimonio - oltre una certa soglia - non è correlato con l'aumento della felicità.

Anzi. Come dimostra la sua biografia, la sofferenza di vedere gli altri che soffrono rende più infelici di quanta soddisfazione possa mai venire dall'accumulazione di una grande fortuna. Non a caso, la strada che Gates ha preso, quella della beneficenza, gli dà molta soddisfazione, pur portandolo a perdere soldi invece che a guadagnarne.

Scienza e ricerca spirituale, col Dalai Lama

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Una decina di scienziati sono stati con il Dalai Lama a discutere di cambiamento climatico. Hanno trovato il Dalai Lama molto preparato e profondamente coinvolto dal metodo scientifico. Il fatto è abbastanza rilevante per chi è abituato a pensare al metodo scietifico come un'alternativa radicale a quello della ricerca spirituale. Anche in altre religioni questa vicinanza è possibile ed esplorata. Tabù e dogmi sono superabili nella dimensione della ricerca vera, sia quando sono abitudini mentali di origine religiosa, sia quando sono preconcetti tipici dell'ambiente scientifico. Senza volere e potere mescolare i due percorsi di ricerca, la fertilizzazione delle menti che avviene quando si incontrano approcci di ricerca sinceri è un valore da non dimenticare. Imho. (via NYTimes)

Strategia Occupy Museums

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Insomma, a quanto pare la protesta contro la finanza globale che ha distrutto le prospettive di crescita dell'economia reale in Occidente ha rivolto l'attenzione contro un obiettivo inaspettato. Perdendo improvvisamente di mordente e comprensibilità.

Occupare Wall Street era chiaro e quella manifestazione aveva generato ondate di approvazione e imitazione in molte parti del mondo.

Ma ora il movimento americano si rivolge contro i musei d'arte accusandoli di far parte della stessa logica. Nelle spiegazioni di chi protesta, la finanza avrebbe preso possesso dell'arte moderna e ne avrebbe fatto una parte del suo perverso meccanismo. Occupare i musei è un gesto artistico che consente alla popolazione di riappropriarsi di un bene prezioso come, appunto, la generazione di senso artistica.

Rassegna:
Taking the Protests to the Art World
Monster Mash: Occupy Museums takes root
Occupy Wall Street Movement Declares War on NYC Museums as "Temples of Cultural Elitism"
Why is Occupy Wall Street Protesting NYC Museums, and Not Super Rich Galleries and Art Fairs?

Il programma di chi intende occupare i musei:

The game is up: we see through the pyramid schemes of the temples of cultural elitism controlled by the 1%. No longer will we, the artists of the 99%, allow ourselves to be tricked into accepting a corrupt hierarchical system based on false scarcity and propaganda concerning absurd elevation of one individual genius over another human being for the monetary gain of the elitest of elite. For the past decade and more, artists and art lovers have been the victims of the intense commercialization and co-optation or art. We recognize that art is for everyone*, across all classes and cultures and communities.

C'è un pensiero generoso e forse artistico in questo discorso. Certo, c'è anche un sapore ideologico molto forte. Ma è pur vero che il successo economico degli artisti era a sua volta diventando troppo l'unico metro di misura della loro arte.

Solo la non-violenza e il disinteresse faranno di questo messaggio una forza da ascoltare per rinnovare l'energia creatrice dell'arte.
 
Vale la pena di segnalare due libri in proposito.

More about Seven Days in the Art World
Da leggere Seven days in the Art World. Un libro disincantato e informato sul mondo dell'arte contemporanea che collega i pezzi del mosaico in modo divertente da leggere. Sarah Thornton ne emerge come una scrittrice da seguire.


More about L'arte fuori di sé. Un manifesto per l'età post-tecnologica
L'innovazione nell'arte è legata, come in molti settori anche all'innovazione dei mezzi digitali. E a questo proposito si segnala il libro di Andrea Balzola e Paolo rosa: L'arte fuori di sé.

La celebrazione della vita di Steve Jobs alla Apple è stata un rito fenomenale, commosso e commovente, in onore di un uomo eccezionale, di fronte alla cui vita in molti si sono riuniti in ammirazione. Il video si può vedere sul sito della Apple ed è uno straordinario spettacolo. Ci sono gli amici, c'è Nora Jones, c'è Al Gore e molti altri ospiti. Un gesto culturale profondamente americano applicato a un momento umano importante.

Il rito costeggia le due possibilità che l'iTeam, la squadra costruita da Steve Jobs, può cogliere ora. Una è sbagliata. Una è giusta.

La prima è vivere nel ricordo di Steve. Pensare di continuare la sua opera. E costruire una sorta di religione laica intorno all'eredità del pensiero, dei valori e delle opere di Steve Jobs.

La seconda è assorbire profondamente l'esperienza di Steve Jobs, interpretarla, e andare avanti. Move on.

Il rito continua a dichiarare con i gesti e le emozioni che per la Apple questa è la scelta. Quello che stanno facendo ora costruisce quello che sarà. Il pericolo è che scelgano la prima strada. Sarebbero affari loro, in fondo, se non fosse che l'insegnamento è per tutti.

Steve Jobs, campione di empatia, lo aveva previsto, questo momento. E disse a Tim Cook poco prima di morire: «Adesso non vivere cercando di immaginare quello che avrei fatto io. Invece, sii te stesso: fai quello che è giusto fare».

Tutto di Jobs insegna che non si può vivere tentando di essere Jobs, o chiunque altro. La sua meravigliosa frase resta: «Il tempo che avete è limitato. Quindi non sprecatelo vivendo una vita scritta da altri. Siate gli autori della vostra vita». Ecco, per questo possiamo non dirci jobsiani. E una volta detto, move on.

L'Italia dov'è? A Genova. E dove va?

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La mostra l'Italia dov'è, al palazzo della Borsa di Genova, organizzata per il Festival della Scienza e realizzata da Codice e CarloRatti Associati, descrive tra l'altro l'innovazione tecnologica italiana e le connessioni tra gli innovatori italiani e il resto del mondo. Moltissima Europa, molti Stati Uniti, ma naturalmente anche Sudamerica e Asia... Una rete globale di relazioni scientifiche e tecniche unisce gli innovatori italiani a molte aree geografiche e culturali del pianeta. E oggi un po' se ne parla al Palazzo Ducale.

Il tema esplicito della mostra è questo: sappiamo dov'è l'Italia come penisola, ma potremmo sapere meglio in che relazione è rispetto al resto del mondo, almeno per quanto riguarda la cultura dell'innovazione. Ma c'è anche un tema implicito: per migliorare questa relazione che cosa possiamo fare? E la risposta si deduce: migliorare i collegamenti fisici, le infrastrutture, l'educazione...

Già. Perché i collegamenti tra gli innovatori italiani e il resto del mondo sono spesso la condizione necessaria perché le loro innovazioni si possano realizzare. E perché la loro "italianità" non è definita se non dalla loro educazione.

Perché se anche sappiamo dov'è l'Italia non sappiamo moltissimo su "chi sono gli italiani". O meglio abbiamo una molteplicità di idee in proposito. Sono italiani quelli che sono nati in Italia, da genitori italiani? Sono italiani quelli che hanno la cittadinanza italiana? Sono italiani quelli che hanno studiato in Italia? O hanno espresso la loro creatività in Italia? Tutto questo è un po' vero e un po' no. A seconda dei punti di vista. Ma che cosa è importante?

Se pensiamo agli italiani come diaspora di emigranti, pensiamo a un popolo con una sua sorta di genealogia e patria originaria comune. Un tempo si emigrava perché mancavano i mezzi materiali per campare nella terra di origine e ci si faceva una nuova vita in un nuovo mondo. Poi si emigrava per mancanza di lavoro nella terra d'origine con l'idea di tornarci per l'epoca in cui non occorrerrà più lavorare, nel frattempo costruendosi una casa al proprio paese. Oggi molto spesso si emigra per mancanza di prospettive professionali sofisticate e meritocratiche nella terra di origine, pensando che forse un giorno si tornerà o forse non sarà possibile. Quando queste diaspore sono legate a un territorio, vale di più quello che l'Italia, come pensiero dell'origine: forse si sente pù spesso di una diaspora genovese o napoletana o siciliana che di una diaspora italiana; e l'ultima interpretazione dell'emigrazione, che dà sempre meno importanza al territorio originario, non fa che ridurre l'idea di diaspora italiana a un'ipotesi astratta.

Se pensiamo agli italiani come coloro che hanno la cittadinanza italiana, la loro origine e genealogia non interessa più. Interessa la loro capacità di conoscere e seguire le regole costituzionali italiane. È un po' come dire che è italiano chi vive in Italia, così come l'Istat dice che la famiglia è composta da coloro che vivono nella stessa abitazione. Ma allora quando si va all'estero e si ottiene anche una nuova cittadinanza si è meno italiani?

In realtà, la mostra indica che la soluzione è che siamo italiani perché abbiamo ricevuto una cultura italiana. E questo tra l'altro dimostra il valore del nostro sistema educativo, premessa di un grande potenziale ritorno economico - nell'epoca della conoscenza - nel caso che facendo conoscere questa alta qualità del sistema educativo si riesca ad attrarre talenti oltre che lasciarne partire.

L'Italia dov'è è una buona domanda. Ovviamente, l'Italia dove va è una domanda altrettanto buona.

Come va la vita?

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L'Ocse ha chiesto ai cittadini di mezzo mondo: «Come va la vita?»

E ha raccolto i dati nel rapporto How's life? I dati riguardano la percentuale di persone che hanno dichiarato di avere emozioni più positive che negative in un giorno medio del 2010. Per Norvegia e Islanda i dati sono del 2008. Per Estonia, Israele, Svizzera e Sudafrica i dati sono del 2009.


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Le domande riguardavano 11 argomenti che definiscono la qualità della vita, dal reddito al lavoro, dalla casa alla salute, dall'educazione all'ambiente, dalle relazioni sociali all'impegno civile, dalla sicurezza personale alla qualità dell'amministrazione pubblica e al benessere soggettivo.

Gli italiani hanno risposto "bene, grazie" quasi nel 70% dei casi. Non sarebbe un brutto dato se non fosse che gli abitanti di quasi tutte le altre nazioni si sentivano percentualmente meglio. Persino i greci si sentivano meglio, l'anno scorso.

C'è da domandarsi: se gli italiani emigrassero in Danimarca starebbero meglio o abbasserebbero la percentuale danese?
David Gelernter è uno scienziato informatico a Yale. I suoi interventi su Edge sono importanti. La sua idea di fondo è che mentre crescono le opportunità offerte dalla tecnologia digitale, il nostro corpo e il nostro tempo restano analogici.

«Internet è stata finora una demo di quello che diventerà» dice Gelernter. «È ora di prenderla sul serio».

Nel suo pezzo su Edge parla del flusso di informazioni che emerge dal web e dal modo in cui verrà instradato per servire al tempo lineare delle persone. Una visione possibile, lontana apparentemente, che però dimostra ancora una volta il carattere fondamentale della cultura della rete: ogni suo aspetto è manipolabile, in base a una visione. Se abbiamo una visione, possiamo provare a realizzarla.

More about CultureEdge è un fantastico gruppo di persone che riflettono sul futuro che stiamo costruendo. E si manifesta in un sito ricchissimo di lezioni, dibattiti e saggi che vanno a esplorare le dimensioni più affascinanti della vita intellettuale contemporanea; organizza convegni e lezioni dal vivo; sostiene i partecipanti che scrivono un libro sulla loro materia. L'anima di Edge è John Brockman. Che ora è riuscito anche a pubblicare alcuni libri che raccolgono alcuni tra i saggi più interessanti del gruppo. I primi che ho in mano sono Culture e Mind.

John Brockman lavora a New York, in un ufficio sulla piazzetta che si apre dove la 5 Avenue arriva all'angolo del Central Park. Per chi lo vada a trovare d'estate, l'esperienza è fisicamente oltre che intellettualmente sfidante. L'aria condizionata crea l'atmosfera tipica dell'interno di un frigorifero. Il silenzio è completo. "Veniamo qui per riflettere. Se dobbiamo comunicare lo facciamo via internet, anche da una stanza all'altra. Passiamo giornate senza dire nulla. Ma lo scambio di idee è incessante". E piuttosto ricco. Brockman vive facendo l'agente letterario e molti dei suoi autori sono diventati dei veri e propri bestseller anche grazie alle sua capacità.

In questi giorni sta lavorando con i suoi più antichi colleghi, Stewart Brand in testa (fondatore dello Whole Earth Catalog e autore della celebre frase "stay hungry stay foolish" citata da Steve Jobs nel suo discorso di Stanford), sta lavorando alla grande domanda annuale che provocherà come sempre un vigoroso dibattito all'inizio del prossimo anno.

I due libri con i quali Edge che Brockman propone sono raccolte di saggi importanti sui concetti di "cultura" e "mente".

Cultura, si apre con un saggio di Daniel Dennett che interpreta il concetto in chiave "evoluzionistica". Prosegue con Jared Diamond che si domanda "perché certe società prendono decisioni disastrose". Denis Dutton si occupa di una visione "darwiniana della personalità umana". Steward Brand riproduce il suo famoso saggio nel quale sostiene che "siamo come dèi e dobbiamo imparare a essere bravi in questo compito". Molti altri saggi. Tra questi, David Gelernter con il suo "È ora di occuparsi di internet seriamente" (2010). Dice Gelernter che internet non è un argomento tipo i cellulari e le console per videogiochi: è un argomento tipo l'educazione. E se è così importante dobbiamo cominciare a dedicarci davvero a comprenderlo. Il libro dedicato alla cultura contiene poi straordinari saggi di Jaron Lanier, Clay Shirky, Nicholas Christakis, Douglas Rushkoff, Evgeny Morozov, Brian Arthur, Richard Foreman, Frank Schirrmacher, Daniel Hillis.

Cultura e mente. Difficile scegliere temi più complessi e affascianti. Perché consentono contemporaneamente di riflettere sull'umanità e la scientificità di quello che sappiamo di noi e del modo che abbiamo per sapere qualcosa di noi.

More about The MindLa cultura e la mente appaiono nelle pagine di Edge come dimensioni collegate da una metafora comune. La rete. La cultura emerge dalla rete di collegamenti tra i cervelli che sono a loro volta reti di neuroni: una rete digitale che estende le facoltà della rete cerebrale. Le conseguenze di questa metafora sono ricchissime. E ovviamente vengono affrontate da Edge con il piglio scientifico di chi non si innamora delle ipotesi ma le sottopone costantemente a verifica. E quando la verifica appare abbastanza solida le comunica con la gioia di avere contribuito al sapere di tutti.

John Brockman è riuscito a realizzare qualcosa di rarissimo. Il suo gruppo si pone problemi filosoficamente, scientificamente, umanamente enormi, con la leggerezza di chi è consapevole che non molti altri circoli intellettuali nel mondo hanno il coraggio di porseli altrettanto chiaramente e con altrettanta competenza. Ne emerge tra l'altro un sistema generoso verso ogni tipo di pubblico: la dedizione di Brockman e dei suoi autori alimenta l'accesso a saperi e pensieri finissimi, diffusi gratuitamente online. E bisogna dire che questa generosità del gruppo di Edge è ripagata dalla generosità del pubblico verso gli autori quando pubblicano i loro libri.

(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about The Happiness ProjectIntanto sto leggendo anche:
1. The Moral Landscape, di Sam Harris
2. The Consolations of Philosophy, di Alain De Botton
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin


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Perché troppa scelta aumenta l'insoddisfazione? Un tabù occidentale è sempre forte. Ma la storia che Barry Schwartz racconta è molto convincente. Troppa scelta vuol dire troppa responsabilità su chi deve scegliere, troppa paura, troppa autocolpevolizzazione, aspettative troppo elevate. Troppa scelta non è libertà è paralisi, dice Schwartz.



Può essere per questo che se qualcuno si prende la responsabilità di qualcosa noi gli siamo grati. Limita la nostra libertà, ma ci aiuta a scegliere. La libertà non è essere competenti su tutto, ma scegliere nella convinzione di avere fatto tutto il possibile per decidere bene.

Affidarsi a un dittatore non è libertà. Fare tutto da soli non è libertà.

Quale sarà il punto di equilibrio tra troppa scelta e troppo poca? Ovviamente non c'è una risposta generale. Ma, se Schwartz ha ragione, almeno sappiamo che non è la crescita infinita delle opzioni a renderci felici.

Quindi la libertà e la felicità hanno a che fare con:
1. aumentare la conoscenza di come stanno le cose
2. aumentare i motivi consapevoli per cui ci fidiamo degli altri
3. avere un senso del limite che avvicina le aspettative alla realtà

Le politiche contro la libertà e la felicità sono quelle che fanno il contrario:
a. comprimono la cultura e la diffusione della conoscenza
b. spingono ad avere paura degli altri per motivi irrazionali
c. alimentano illimitatamente le aspettative.

Con queste strategie retoriche, quelle politiche fanno aumentare la dipendenza da chi si pensa possa soddisfare tutti i desideri.

La ricerca dell'equilibrio è una strada molto più complicata.

Scuola, conoscenza, pacatezza, costruiscono libertà e felicità. Chiunque presenti tutto questo come una rinuncia e ne parli come una perdita di tempo è un aspirante dittatore.

Per come l'abbiamo conosciuta finora, la televisione è un medium che alimenta le aspettative all'infinito, spinge a considerare il consumo come un elemento di soddisfazione illimitata, raccoglie molta audience quando diffonde la paura, fa credere che si possa scegliere tra tante cose e in realtà chiede semplicemente di continuare a guardare la tv.

La ricerca dell'equilibrio passa da media apparentemente più complicati, come quelli che si sviluppano con internet.

Internet non garantisce l'equilibrio. Anche perché il suo primo effetto è di aumentare la scelta, con il paradosso di Schwartz. Ma crea condizioni meno favorevoli al pensiero unico che fingendo di alimentare la scelta in realtà aumenta la dipendenza.

L'equilibrio non lo daranno i media. Lo troveremo noi.
Vorrei dar conto di una discussione che si sta sviluppando intorno a un tema emozionante. Grazie per tutti i commenti che sono stati proposti su questo blog, su Twitter, su Facebook, su Google+. Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo post e per gli errori che inevitabilmente contiene. Si tratta di un nuovo capitolo, non certo del finale della storia...

Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero

Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.

Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.

Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.

Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.

In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?

Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.

La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.

Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.

Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.

Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani

La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.

Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.

Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.

Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.

Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.

D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.

Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.

In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.

Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.

Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.

Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.

I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione

Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.

1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.

Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».

John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».

Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».

Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»

Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»

Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»

2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....

Da Twitter:

EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID

madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.

cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.

newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?

newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase

alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F

eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.

fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG

@valedowney and 3 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O â–¸ Top stories today via @lucadebiase

timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase

clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4

lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)

2lifecast 2lifeCast
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

tomcorsan tomcorsan
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

@gattardi and 9 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

baffino_ Gabriele Orsini
@lucadebiase and the italian rebellion goo.gl/tfNU2

@bitforbit and @batty82 retweeted you
26 Sep : while preparing a follow up in Italian to "the case for an Italian rebellion", further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

bitforbit ronniescott 
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura

mecoio mecoio
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

YOUrgent YoUrgent
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)

jessima Jessima Timberlake
Mostly agree RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?

segnal_etica Segnal_Etica
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

TheGouldingMan #1EllieGouldingFan
@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger

ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase

mediatoro Mediatoro
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

KaliLoli KaliLoli
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

eupetenza Eupetenza
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@bankstein and 14 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
 
negoziatore Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
 
@8andre23 and 7 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

piranology Alessandro Pirani
RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

fondazioneahref Fondazione ahref
"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN

timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!

lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)

HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase

Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella

giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k

dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini

@paolosisti and 8 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

@bankstein and 6 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani

Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.

By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.

Alessio Bau, su SocialMilano

Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.

4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...

By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.

By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.

By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.

By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...

By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy

By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!

By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.

By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.

By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.

By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.

By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.

By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.

By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.

By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?

By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri

By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))

Da Google+:

Foto del profilo di Francesco FerraroFrancesco Ferraro - la ribellione aspettando l'iphone5 non è credibile....
25/set/2011    
+1
   
Foto del profilo di Claudio Gagliardini
Claudio Gagliardini - Italia, paese corrotto e ricco di cricche, logge e lobby...
25/set/2011   
Foto del profilo di Daniele Martino
Daniele Martino - Hanno ragione
25/set/2011   
Foto del profilo di Mario Perna
Mario Perna - Il limite è stato raggiunto e superato. Più che una rivoluzione l'Italia ha bisogno di una reazione a tutto questa immoralità politica
25/set/2011   
Foto del profilo di Angela Galiberti
Angela Galiberti - E' una domanda che, da italiana, mi pongo anche io molto spesso. E la risposta non è confortante. Una parte della popolazione ha il cervello lobotomizzato. Un'altra parte è connivente e dunque in questa situazione mangia e/o sopravvive. L'ultima parte, gli onesti e gli svegli, è troppo poco numerosa per fare la differenza.
25/set/2011    
+5
   
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - Ãˆ sempre colpa degli altri: è colpa delle cricche, è colpa degl ignoranti, è colpa di chi non la pensa come me... La verità è che abbiamo (quasi tutti) ancora la pancia troppo piena per ribellarci. Abbiamo (tutti) ancora troppo da perdere per metterci in gioco in prima persona e quindi preferiamo giustificarci dicendo che la colpa è degli altri. Qualcuno di voi ha mai fatto qualcosa di concreto ed eclatante per cambiare le cose? Sono sicuro di no...non mi sembra di aver mai letto i vostri nomi sulle prime pagine dei quotidiani per manifestazioni di ribellione degne di nota...
25/set/2011    
+6
   
Foto del profilo di Roberto Nespola
Roberto Nespola - Provocazione: Vale davvero la pena affannarsi a cambiare le cose? Le cose cambiano da sé e, con o senza il nostro intervento, sempre in peggio. L'umanità è ormai malata inguaribilmente e solo una tabula rasa può far sperare in una qualche rinascita.
La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.
25/set/2011   
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - _No-No.: I think that the world does not know very well the Italians! 
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything! 
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself? 
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
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25/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - La visione pessimistica secondo la quale "stiamo sempre peggio" non ha alcun fondamento. Nell'Italia dorata del boom economico era normale vivere in 6 in un bilocale, senza tv, con 1 solo telefono e magari il bagno in comune con altri appartamenti. Stavano meglio loro? Io mi ritengo più fortunato di mio padre, nonostante tutte le difficoltà degli ultimi anni...e sicuramente mio padre è stato più fortunato di mio nonno e così via...
25/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusate se mi intrometto: mi pare che il post di de BIase mettesse l'accento non tanto sul TENORE DI VITA degli italiani , quanto sulla crescente MANCANZA DI DEMOCRAZIA , sulla deriva prebiscitaria e autoreferenziale della politica , con tutto il suo seguito di corruzione e degrado della qualità della classe dirigente politica.
Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.
26/set/2011    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Perche' da noi c'e' un ampio arsenale umano di preti, suore, ghostwriter, artisti; ammancano (ie: ci sono ma troppo pochi) giuristi e giornalisti degni; e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che su segnalazione di chiunque spia il malcapitato, se s'e' sbagliata fabbrica modi per mandarlo in galera, e se non ci riesce trova il modo di seccarlo. Il risultato e' in-credibile: per procurarti le prove devi infrangere la legge, ma infrangendo la legge da indagato non fai altro che fornirgli le prove per mandarti dentro piu' rapidamente; poi dentro o fuori che sia, la paranoia ti si mangia perche' sei rimasto solo; infine problemi piu' basilari la cui soluzione diventa improrogabile e richiedono il massimo delle capacita' intellettive, piano piano sostituiscono la memoria passata. Quindi non si riesce mai a raccontare tutta la storia dall'inizio alla fine.
Espandi il commento »
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - come , scusa? puoi ripetere il concetto in modo più semplice ? non è che hai sbagliato thread?
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - No, non credo di aver sbagliato thread. Si parla di ribellione costruttiva. E onestamente la vedo in corso; qualcuno direbbe che il trend indica una asintoticita' con l'ottimo paretiano. Ecco questa asintoticita' e' dovuta da un lato a chi si accontenta del suo, dall'altro di chi viene preventivamente e arbitrariamente abbattuto (spesso per errore), all'interno di un pianeta tondo e quindi limitato (poi che ci siano redistribuzioni arbitrarie delle risorse disponibili, e' tutt'altro discorso).
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusa ma non capisco proprio cosa stai dicendo .Potresti scrivere i Italiano per i poveracci come me ?
26/set/2011    
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Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Mmm... I'm pretty sure to have written in italian, wanker.
26/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - Ãˆ rassicurante vedere che i troll stanno già invadendo Google+... è un chiaro segno di successo della piattaforma...
26/set/2011    
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Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - Scusate ma la realtà storica è ben diversa! Io nel 1968 ho lavorato per due mesi e mezzo e mi sono comprato una moto 125 Benelli, (costo =230 mila lire) che allora per un ragazzo di 16 anni era il massimo! Oggi una moto simile puo costare 4-5000 euro, quanto deve lavorare un ragazzo di 16-anni per comprarsela?. Io studiavo ed ho fatto il facchino nei mesi di giu-luglio-ago, per 8 ore al giorno circa. Sino al 1977/78 (anno di Berlinguer-Moro=Compromesso Storico=BR =Rivolte=Autonomia =Fine della Politica miltante di rivolta durata per 10 anni), le cose ecomicamente erano decisamente meglio di adesso, in proporzione naturalmente. Una casa costava agli inizi degli anni '70 dai 7 milioni ai 18 miliono (77), poi è arrivato il tracollo grazie a tutto ciò che ho scritto sopra, in inglese, perchè il post era in inglese. Purtroppo gli studioi, di destra e di sinistra non ammettono di aver sbagliato tutto ed ancor peggio di aver nascosto la verità alla gente! Per quelli di detra me lo aspettavo, non me lo sarei aspettato dai professori della sinistra che appunto per anni insegnavano "la giusta rivolta". Occhio ragazzi! Occhio sta succedendo la stessa cosa oggi! (Mistificazione eccetera=nessuna lege matematica riesce a rappresentare il "Paese Italia".
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26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - tutto giusto : ma dal 77 a oggi viviamo in un altro mondo . ci sono i cinesi i russi gli indiani i brasiliani sulla scena economica mondiale , mentre all'epoca praticamente non esistevano .perciò non è tutta colpa degli economisti o dei dirigenti politici , è che stiamo attraversando una rivoluzione mondiale che sarà ricordata per secoli a venire . e noi , purtroppo , ci siamo dentro . spriamo bene ..
26/set/2011    
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Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Renato, troppa fantasia; la questione e' piu' strettamente numerica. Si tratta di mera "moltiplicazione dei pani e dei pesci", che in realta' e' una divisione: prendi una Fiat 500 del 1970, pesala; poi fai altrettanto con una Fiat 500 del 2010; scoprirai che quella nuova pesa dal 30 al 50% in meno dell'altra. La stessa cosa avviene per il cibo perche' e' un trend proporzionale alla crescita demografica globale. Malthus, Emerson, Gini.
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - Da giovane universitario/precario/bamboccione confermo..tutto giusto; ma manca un importante osservazione.Nella storia mai si sono verificati sconvolgimenti socio-politici senza che vi fosse un alternativa pronta che infondesse speranza, o addirittura fomentasse, il cambiamento.Guardiamo anche agli indignados spagnoli o europei che dir si voglia; si indignano si, ma poco altro.Manca una visione migliore in cui credere, e soprattutto la speranza che sia davvero migliore.
Certo è che tutto sarebbe quantomeno più probabile se non fossimo sotto una dittatura della non informazione, o se fossimo davvero preparati ad essere competitivi a livello internazionale senza per forza scappare dall'Italia per riuscirci.
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27/set/2011    
Foto del profilo di maurizio melani
maurizio melani - Nel 68 gli "indignados", coloro che protestano, hanno cambiato qualcosa...
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - C'era una controcoltura gia' pronta da un bel po' a dire il vero..e i sintomi erano completamente diversi..nell'attuale situazione economica, nell'iperconessa societa' economica in cui viviamo..dubito sia possibile rompere tutto ed aspettare che succeda qualcosa, in tre giorni la borsa metterebbe in ginocchio il paese.


5. E ora?

By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)

Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione

Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.

Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?

In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.

Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.

In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.

Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).

Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.

Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.

Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.

Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)

Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.

Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?

L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.

Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.

Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?

Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.

Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.

Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.

I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?

Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.

Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option. (I will not quote their names, but if they want they can comment here).

An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution.

In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

Why?

Of course, assuming that Italy is not a real democracy and that it is not going to be reformed through a democratic process is a quite extreme vision of the Italian situation. Many Italians still think they are in a democracy and that next electoral opportunities will bring a new government to them. But many others think that they live in a regime, based on a non-democratic control over the media (i.e. television) by the head of the government.

The incredible series of scandals that involved the head of the government are linked to his political incapacity to manage the financial crisis, which makes Italy dangerous for the world's financial stability. There is a general understanding about the fact that a change in government should be needed to solve some real Italian problems. The government has resisted all scandals by denying any problems and by acting as if all criticism was the enemy's obscure maneuver. The majority in Parliament has been reinforced by an alliance with a dozen or more politicians that had been elected in one of the opposition's parties and that have been convinced to change side using very controversial means. Many see the Italian political stall as a consequence of a lack of democracy in Italy. If nothing is done, Italy will lose its place in the euro system, causing tragic consequences to the world's financial stability. Poverty will grow, desperation will rise, violence will diffuse.

Thus, as it has been said, a rebellion should be an option. Or isn't it?

As seen from abroad if Italians don't rebel, it may be that Italians are accepting the way their politicians work. If it was true, the international shame should be on them, too, and not only on their politicians. But listening to what Italians are thinking and doing is a bit more complicated. And maybe a learning experience.

Of course, there are different kind of Italian experiences:
1. A 35% of Italians are considered functionally illiterate: they cannot read, they only rely on television to getting the news. They sort of live in a fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly.
2. There is a 10% who read a lot: they are connected to the rest of the world, they work with the rest of the word, they export, they travel, they read English, or French, or German. They know that Italy is not working and needs to be fixed. Some of them think that it is possible to reform, but they don't seem to find a political alternative to what there is now. Some other just care for their interests and do what they can to save themselves. Finally, some of them think that nothing can be done, they will vote at the next elections and they will hope without believing.
3. Young people are connected and desperate. They rely on their parents' help. They don't seem to be willing to risk if they don't see were to bet. If there was something to risk about, some of them would risk: some would go abroad, some would start a company, some would rebel... Some of them actually do so. The majority of them is sort of silently waiting for somebody that explains what can be done.
4. Some Italians are leaders: companies, universities, foundations, associations, city and regional managements are full of great people that innovate and keep the Italian machine going. They are busy doing the job for the rest of their fellow citizens and don't think to rebel.
5. Some Italians are criminals. They do whatever they can to get power and money. They don't pay taxes. They trade drugs. They build where it is forbidden. They devastate the environment. They engulf culture with any kind of horrible content. They don't rebel, because they like the way Italy is now.
6. Some Italians have faith. They wait.
7. Some Italians are testing the new means that the network is creating to change the way the media work, to improve their economic opportunities, to link to abroad: they haven't yet overcome the power of television, but they have had a great, historic success this year by winning the attention game, when the majority of Italians showed up to vote for a referendum that television didn't even bother to cover (the referendum was about stopping the nuclear power in Italy, stopping the privatization of water distribution and cancelling a law that helped the head of the government to escape some of his troubles with justice).

All Italians are worried and many are angry. Very angry. A rebellion cannot be considered impossible. But it is not what Italians are really interested in. And this is not because they like the system they are imprisoned in. They silently seem to say that they need something different.

Italians have lived ten and more years of terrorism. Thousands of them were killed by fascist and communist terrorists during the Seventies. Italians didn't seem to like terrorists. But some of them shared with terrorists the idea that Italy is not really a reformable country. That is the major threat to a democracy. Reformist should become popular by achieving some results: if there are never results, cynical analysis emerge. And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness.

Is it going to change?

The Eighties started with the hope of modernization and ended in some bad scandals while the public debt was starting to grow. During the last 20 years the government has been going from the great hope inspired by the European project, which was won in the Nineties, and the great distress of the present crisis. Change all over the world, in the last decade, has been lived in Italy as some sort of a passive experience, nothing that Italians were able to do anything about.

Through these ups and downs, there has been a war on culture: Italians have seen institutions bombarded by the barbaric language of the new politicians, they have seen the schools were their children go left without money to work, they saw their universities struggling to get any financing, they watched in television dozens of self interested leaders doing whatever they wanted, they heard the voices of a couple of businessmen laughing in recorded calls because the earthquake was going to get them good money... Italians are living an "after war", a cultural war that devastated the country. Rebels have conquered the government and have destroyed peace, in Italy. Fear, urgencies, finances, are concentrating attention on the short term. Italians can rebel again. But most of all, they need perspective and peace.

How to get peace?

If they live in peace, if they have something to build, Italians are one of the best people in the world. If they are at war, they are not. They are better at resisting than at battling. But Italians, as - and more than - any other people in the western world, miss the time in which they shared a vision.

To get peace, Italians need to think and to act. Probably this means that they have to start by thinking better. And act quickly, after that.

This is the end of this long post. And I'm sorry for having written so much. Forgive a passionate Italian. Who is looking for something to do for his country, for his people, and for his children.

Italians are not alone in missing a vision. But Italians are paying a lot more for this. And maybe they will find a way out, that can become interesting for other people, too.

A rebellion is a revolution without a vision. Italians, probably, don't really need a rebellion. They need a shared vision based on facts and reality (not on ideology and reality shows): a deep cultural change, that helps them in understanding their shared project, that helps rebuild a perspective and that makes them look ahead with an empirically based hope. They know they will have to work hard. And they usually do, when they know for what they are working. Thought, art and culture are to change. A rebellion is an act. A deep cultural change is a movement that is needed to transform the eventual act of a rebellion in the process of a constructive and generous revolution.

Una lezione di Daniel Kahneman

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Daniel Kahneman, il cui nuovo libro è prossimamente in uscita, ha tenuto una lezione a Edge che va letta e ascoltata. Il Nobel per l'economia venuto dalla psicologia fa ricerca intorno al raginamento e all'intuizione, le due modalità con le quali prendamo decisioni. Il ragionamento è lento e controllato. L'intuizione è immediata e incontrollata, deriva da impressioni forti ma non troppo consapevoli. Ed è un'ottimo aiuto per prendere decisioni veloci, che però sono talvolta sbagliate.

(Non che ragionando a lungo non si sbagli... Ma il ragionamento è quasi sempre individuale, mentre l'intuizione viene da impressioni che ci possono derivare da forme di manipolazione che inconsciamente subiamo. Sbagliare per un errore logico individuale è meno umiliante di sbagliare perché ci si è fatti manipolare senza accorgercene).

Certo è che l'intuizione è il modo che più spesso si adotta per decidere. Ed è estremamente efficiente per la sua velocità. Dunque è bene studiare e comprendere questa modalità mentale. Anche perché molto spesso, il ragionamento, a sua volta, non è che un modo che troviamo per giustificare una decisione che abbiamo già intuitivamente preso...

Per pensare meglio, si può cercare di allenarsi a estendere lo spazio del ragionamento. Ma non a prezzo dell'indecisione assoluta...

Laboratorio del governo di sé

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A Isola d'Asti un seminario sull'evoluzione dei sistemi decisionali personali e collettivi. Con Claudio Visentin e Guido Bosticco, Dan Segre, Gianni Mimmo, Alfredo Fontanini, Henri Atlan.

Tema. L'intelligenza collettiva e lo spazio di libertà individuale.

La questione è stata oggetto di alcuni post recenti su questo blog.
Intelligenza collettiva e saggezza individuale.
Individuo e comunità: io e noi...
Individuo e comunità.
Sinan Aral.
Internet cambia.
Intelligenza collettiva e stupidità.
Chi retwitta i rumors e l'intelligenza collettiva.
Intelligenze collettive.

Intelligenza collettiva? Guardando il comportamento di gruppi di individui che agiscono in modo apparentemente coordinato, qualcuno ipotizza l'esistenza una sorta di intelligenza collettiva. Una sorta di "pensiero" collettivo che analizza dati per prendere decisioni collettive. L'avvento delle macchine del coordinamento che si sviluppano su internet ha reso il tema più attuale.

Mit - Center for collective intelligence.
Collective intelligence 2012.
Singularity Hub on Collective intelligence.

La crescita della popolazione mondiale, la globalizzazione, internet sono fenomeni che alimentano la necessità e il gigantismo dei sistemi di decisione collettivi. Talvolta tanto giganteschi da far pensare che l'individuo non possa influire minimamente sulle loro logiche. E di fronte a questo ci si ribella. Forse, con ragione.

Ma per coltivare la capacità di incidere individualmente occorrono strategie precise. Si può lavorare sul racconto di storie, che aiutano a coordinare la complessità del sistema con una visione relativamente lineare della vita. Si può lavorare sul design thinking, il pensiero progettuale, che induce ad agire invece che subire. Si può lavorare sul metodo scientifico, che aiuta a vivere la complessità con spirito empirico, sperimentale, orientato alla teoria e alla verifica.

Il governo di sé non è possibile senza la consapevolezza della dimensione delle logiche con le quali si prendono decisioni collettive e si coordinano i comportamenti individuali. Dare per scontato di essere liberi non significa essere liberi. Anzi.

Italian media at Mit MediaLab

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logoCivicMedia.pngIt was great to meet such an incredible group of researchers who are working in one of the myth of media studies, lead by a myth of cosmopolitan, civic, active media like Ethan Zuckerman.

My contribution, it seems, has helped them to open their views in a weird way: they needed, it seems, to get over the cutting edge problems that they face in their day to day life, and to go back to where part of the rest of the world is, or where at least Italy is: somewhere in the past.

Why should such a contribution be in any way interesting? History is done by leading, innovative contexts, such as the MediaLab, but it is also done by the laggards. Italy, as I have been saying, is a laboratory of how some media decisions can go very wrong. But there is hope and, most important, responsibility to be taken.

Two messages in one: where traditional television is still very important, the social and civic media space is even more strategic. In a place such as Italy, civic media is fundamental to generate a more equilibrated media landscape. And the year 2011 will be remembered because: 1. for the first time, internet users in Italy were more than 50% of the population; 2. three national and very important referenda were won by those that campaigned online, while television was almost completely silent (id.e. adverse) about the matter.

Hope should be linked to responsibility.

The MediaLab folks showed a fantastic knowledge of what Italians have been able to contribute in terms of politically innovative usages of the media, from Antonio Gramsci to the "radio libere" movement and to Beppe Grillo's blog. But I have also stressed that those wonderful examples were also "minoritarian by design". And I sort of proposed to find some more responsible ideas, in terms of possibilities to involve a more substantial part of the population or even the majority. Civic and social media are not condemned to stay minoritarian. They are made for everybody. But what do we need to get there?

I proposed a very simple - maybe naif - approach:
1. the television age has grown illiteracy, but we need to reduce funcional and digital illiteracy to make the most of civic media;
2. following Ethan, the media space is more like an ecosystem than an industry, and the positive relationship that can be developed between professional newspapers and citizens contributing to information is going to be instrumental to the success of the whole innovative process that we are facing and living;
3. the civic media space needs a sort of practical "epistemology of information", some sort of common methodology to enlarge the space of agreement about some shared and sharable knowledge; a sort of balkanization of the civic media space would make it weaker in comparison with old-traditional-powerful media (and the danger is real).

Ahref, with Timu, is trying to propose such an approach. We will see how it is received. It is a simple approach. But just telling everybody that you follow some simple methodological principles when you generate and share information, could make a difference. A more transparent behavioural code could be embedded in a platform code to create incentives that could help grow a common space of information.

But we also added, during the discussion at the MediaLab, that participation will not be motivated by that sort of common methological pattern. It is much more likely that participation comes if there is something cool, or important, or revolutionary to do.

New formats, new initiatives, new editorial presentations for civic media project are as much important as the methodology: they motivate people, they make their ideas more noticed, they make big media more interested in reporting, they are more fun. The common methodological grownd is good for a long term objective. Formats are good for taking action.

The MediaLab folks asked me what's new in Italy about this matter. They were impressed by the lack of protests and revolutionary movements in Italy at the moment. I don't know why that happens, but it is clear that what Italians see as "cultural innovation", today, is more about finding a common space for knowledge. A common sense of what is the important information that we can share and from which we can build something new would be a revolution, for Italians: any antagonist action, while damned to lose, has also become part of the distraction strategy that has been created by the powerful media of the present.

These are some examples of what's interesting in Italy now. We can share them here as well. But it is a work in progress.

Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy (thanks to all of them!!!). Here are some examples:

- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
- Progetto e21
information and quality discussion about local administrative decisions
- Km01
linking green economy and digital agenda (slides)
- Raeeporter
informing to help the environment
- Milano abbandonata
where are wasted spaces in Milan
- Cleanap
clean the city

Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here I took some notes before the speech. Here is a sort of live wiki taken during the meeting.

Here is Matt Stempeck's report (thanks!).

ethan and luca.jpg


Experience Cambridge. A day from Harvard to Mit

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Well, thanks to a lucky day, I spent the day between Harvard and the MediaLab. I will report about what happened. But I must say one thing right now: it is an experience of quality. The general idea that I had the feeling is that there is a network full of ideas in which every single person works on her meaning as an individual contributor to the ecosystem.

The cure to living the present times is made by a set of practices:
1. telling stories and showing their meaning by linking them to the rest of the world (cosmopolitan identity, as in Ethan Zuckerman's next book)
2. thinking projects and make them become something that is alive (to make sense of the individual vision by contributing to the ecosystem)
3. experiment with a real scientific mindset (to actively cope with complexity by a conscious knowledge of the relationship between theories and empirical testing)

Cosmopolitan identity is going to be again and again a challenge, which we need to win. Because our major opportunity is to link to the global network and contribute with a special, unique set of ideas).

The meaning of media, too, is changing. It is growing to objects that used not to be thought as media. Tools with an embedded methodology to tell stories that can be understood and shared.

(Oh, how hard it is to write in English... sorry... I hope it is understandable...)

Il paesaggio della conoscenza

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A Digital Accademia si discute della forma dell'ambiente che stiamo costruendo. Conosciamo la storia del paesaggio agrario. Abbiamo l'esperienza del paesaggio industriale. Ma che forma avrà il paesaggio dell'epoca della conoscenza?

Le aziende che lavorano su internet sono tutt'altro che prive di geografia. Le persone vivono sul territorio. Le iniziative che creano, nel territorio, diventano generazione di idee, relazioni, scambi di conoscenza. Riccardo Donadon con la sua H-Farm dimostra che il luogo è una piattaforma generativa. Come dicono anche all'Ocse, la globalizzazione non è più vista come omogeneizzazione del pianeta, ma come competizione tra i territori. E i territori competono puntando sui motivi della loro unicità.

Questi motivi di unicità, che sostanziano il valore e la competitività dei territori, sono profondamente legati alla conoscenza incarnata nelle persone che agiscono nelle piattaforme territoriali e sedimentati nella storia scritta sul territorio dalle persone che vi hanno vissuto.

Renata Codello, soprintendente ai beni artistici, architettonici e paesaggistici di Venezia, racconta la sua funzione che a sua volta si trasforma. Il suo lavoro era concentrato sulla cura dei "vincoli": come riesce a trasformarli in opportunità? «Il paesaggio è una sequenza infinita di domande di tutti i tipi. Superiamo l'idea di paesaggio come contenitore. E del resto il senso e l'impronta data da Venezia al paesaggio non è mai stato contenuto all'interno di confini precisi».

Continua Codello: «Essere qui, per me, è una liberazione. Corriamo rischi chiarissimi se continuiamo a pensare che la pianificazione del territorio sia possibile, mentre è chiaramente frutto di un pensiero fallito. Il paesaggio non è l'"antico", è un sistema di interrelazioni che si percepisce come valore identitario: perché è capace di creare valore condiviso. Il Veneto è ricco di storia, come sappiamo, ma è anche una regione che consuma il territorio in modo primitivo. L'idea di sviluppo è stata equivocata con il consumo illimitato di risorse comuni. E molte infrastrutture si sono fatte senza consapevolezza del territorio. Questo più che consumo è saccheggio. Lo stesso sviluppo industriale veneto, basato sulle piccole e piccolissime imprese - casa e capannone - che hanno occupato il territorio e trasformato una regione dalla quale prima si emigrava, ha forse fatto la sua epoca. Dobbiamo pensare a un nuovo equilibrio. I centri storici non bastano a garantire un senso identitario. La costruzione del paesaggio che immaginiamo per il futuro è diventata più complessa: il rapporto con la natura e la percezione che il luogo è in grado di produrre sulle persone sono atti di cultura. La contemporaneità ci dice che questa costruzione del paesaggio come atto di cultura dipende dalla ricostruzione della prospettiva di futuro. Nell'epoca della conoscenza i luoghi più complessi sono quelli nei quali si possono creare le soluzioni eccellenti. Venezia è la città più contemporanea del mondo, è relazionale per definizione ed è il luogo nel quale le persone tornerebbero a vivere». Se l'epoca della conoscenza che crea la domanda di quello che Venezia può offrire, Venezia deve darsi un'economia della conoscenza per poter offrire spazio a chi vorrebbe venirci  vivere.

Intelligenza collettiva e saggezza individuale

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Internet ha dato una spinta straordinaria alla nostra capacità di fare le cose insieme. La memoria si costruisce collettivamente (e la strategia di memorizzazione si affida al "collettivo" che produce ciò che si trova con Google e Wikipedia); l'informazione si scambia (e quello che sappiamo su come stanno le cose dipende sempre più da quello che passa nel nostro grafo sociale); lo stesso atto creativo e inventivo diventa un processo che si struttura sulle relazioni tra chi propone un'idea e chi la usa conferendole senso (forse è sempre stato così, ma la logica della versione beta è oggi più che mai una realtà).

Mentre dedichiamo un sacco di tempo alla comprensione di questa dimensione collettiva che stiamo costruendo, siamo meno attenti a quello che succede alla dimensione individuale. E quando ci pensiamo ci viene un leggero panico. Come se l'individuo soffrisse perché teme di sciogliersi nella comunità.

L'identità e la coscienza personale, la qualità delle relazioni tra "me" e "noi", il rapporto con la storia e l'ambente nel quale viviamo come soggetti individuali, sono però elementi fondamentali della nostra ricerca della felicità.

Dedicare più tempo a riequilibrare la dimensione individuale, in arretramento, con la dimensione collettiva, in avanzamento, è un bisogno emergente. Purché sia svolto cogliendo l'occasione della meravigliosa crescita della dimensione sociale e non contrastandola antistoricamente.

Secondo me, il progetto del riequilibrio parte da alcune pratiche "terapeutiche" che riguardano:
1. storie: la nostra capacità di raccontare e ascoltare storie; le storie sono uno dei ponti tra il collettivo e l'individuale ma offrono un percorso lineare tra le vicende, dunque coincidente con la struttura "analogica" della persona, che decodifica più facilmente una vicenda lineare che una vicenda complessa.
2. progetto: la nostra capacità di coltivare visioni e realizzarle, quindi di essere soggetto e non oggetto del cambiamento, si coltiva praticando il progetto, il design.
3. sperimentazione: l'unico modo che abbiamo per convivere con il dubbio, l'incertezza, l'ignoto è trattarlo da ricercatori; dunque sperimetando; e vivendo l'esperimento con una mentalità (se non una metodologia) scientifica.

Per la stessa serie:
intelligenze collettive
individuo e comunità a firenze
individuo e comunità: io e noi...

Ci potrebbero essere altri commenti su:

O vinciamo come squadra, o perdiamo come individui

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Ecco un evergreen... Il discorso per la squadra più semplice e più chiaro: o vinciamo come squadra, oppure perdiamo come individui...


Documentality and technoevolution

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Today, Documentality. This is my contribution (sort of)

The Matrix: documents and social networks

Thanks to Maurizio Ferraris we are convinced that nothing social exists outside the text. But does that mean that we can only perform social acts that we are able to inscribe in a document? This conclusion would lead us to recognize a huge importance in our technology: it becomes the limit of what it is socially possible.

In a way, this is not such a non-sense. But it can be confusing, considering the pace of technological innovation that we experience these days.

Many questions emerge:
1. Technological innovation generates new possibilities, but where does it comes from? Is it a social act or a techno-technological phenomenon? We know that innovation doesn't come out as an individual act. We also know that its adoption is a social act indeed. But what happens before? Does technology have its own sort of evolutionary dynamics, as Brian Arthur seems to think? If a social act can only be the one that happens on an existing technology, that conclusion could be rational.
2. What are those acts that humans perform as a species and not as a society? If the genome is a sort of text that inscribes a biological evolution and if it can be influenced by our techonological evolution, is this a sort of document that doesn't come from any intentional social act?
3. Is it really social an act that no individual can decide whether to perform, because it is completely decided by the dynamics of some documental technologies? What is it an act that has important consequences on humans, that is very documented, and that happens in a context in which no individual act can influence the system? In the case of finance, for example, machines enjoy a share of power to act which happens to be much more important than the one that pertains to any individual or even to any specific group of individuals. Finance is a set of social acts, but it is not exactly the same as a set of marriages, because it is decided more by the document than by society.

There is a dynamics in technology that scares us, because it seems to be out of control. And that can happen with documental technologies, too. Social networks are developing around technologies that we call platforms. We, humans, decide how to design them, but then they start to design the social networks that we develop on them. Those social acts that happen on those social networks are documented, by definition: but they are also determined by the limitations and the incentives that are embedded in the platforms' design.

Fiction, such as the Matrix saga, has lead us to fear a possible world in which a document (the Matrix) becomes too much of what is possible and not possible to a human species ensclaved by machines. Consciousness, then, becomes a notion that gives back to the social act some kind of freedom.

Individuo e comunità: io e noi...

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Dopo l'incontro di ieri a Firenze, sul senso di individuo e comunità nel contesto del web, la conversazione è proseguita con Juan Carlos De Martin. Anche a partire da un suo commento sul famoso discorso pronunciato a Stanford da Steve Jobs, una mezza dozzina di anni fa.

Juan Carlos è come me un grande ammiratore di quel discorso. Ma si domanda se a distanza di tanto tempo il suo senso sia sempre intatto. Nel senso che quel discorso è molto orientato a incoraggiare l'individuo a seguire la sua strada e a essere l'autore della sua vita. Mentre oggi il mondo ha problemi che richiedono chi incoraggi ad affrontarli insieme.

Jobs non parla dei valori che ciascuno persegue. Invita a lasciarsi guidare da una grande fiducia, molto laica, una forza che ci può aiutare ad affrontare il futuro. Spinge chi lo ascolta a compiere scelte guidate dall'amore per quello che si fa. E pensa che questa sia la strada per fare cose grandi. «Non lasciate che altri scrivano la vostra vita» dice più o meno «siate gli autori della vostra vita». È individualismo?

Un po' sì, indubbiamente. Ma forse è anche un punto di partenza per scegliere liberamente e consapevolmente di fare cose insieme ad altri. O addirittura per scegliere di dedicarsi a un insieme, a un "noi".

Inutile nasconderselo: come ogni occasione aggregante, anche il web può indurre nella tentazione di collegarsi solo con chi la pensa allo stesso modo e di devolvere molta della propria individualità al gruppo.

La consapevolezza è la base della partecipazione attiva e della tolleranza per le diversità. E la consapevolezza parte da un atto di responsabilità. Che a sua volta richiede un gesto identitario. Solo l'autore della propria vita può decidere responsabilmente e consapevolmente di dedicarla all'insieme di "noi"; e solo un insieme di "io" può accettare il metodo che serve a decidere pacificamente e collettivamente, senza cessare, contemporaneamente, di sfidare l'insieme a rinnovarsi.

L'intelligenza collettiva di Tom Malone e altri è una dimensione tutta da studiare. Per David Lane è meglio parlare di intelligenze collettive. Il web sottolinea l'importanza del tema della devoluzione dell'inviduale al collettivo e invita a comprenderne l'importanza e la carica innovativa. Soprattutto in un'epoca che chiede decisioni comuni, per l'ambiente, per l'eguaglianza, per la qualità della vita. Ma questa crescita impetuosa della ipotizzata dimensione collettiva dell'intelligenza, ci invita a crescere nello stesso tempo come individui: altrimenti può diventare facilmente autoritaria, conservatrice, o semplicemente noiosa. La finanza è una "macchina", una logica collettiva che sembra avere preso il sopravvento sulla capacità di intervento di ciascun individuo. Occorrerebbero forse delle "macchine" altrettanto grandi per indirizzare la storia verso una maggiore saggezza. Ma le macchine non si avviano da sole; non senza la visione e l'azione degli individui che scrivono la loro vita. Casomai c'è bisogno di individui con i valori e il pragmatismo di Gandhi che ci ispirino a scrivere la nostra vita per dedicarla alla pace e allo sviluppo. Steve Jobs non è certo un filosofo. Ma ascoltarlo non riduce la forza di quanto possiamo fare per "noi". Forse l'accresce.

Tutto questo, in fondo, non fa che aprire un ulteriore, infinito capitolo. Che parte da una frase tra le più vere che descrivono la felicità: «Io non posso essere felice se non lo sei anche tu». Nelle storie costruttive, "io" e "noi" vanno d'accordo.

Individuo e comunità, a Firenze

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Oggi, a Firenze, alla casa della Creatività, si riflette sulle conseguenze del web intorno ad alcune grandi questioni: inclusione/esclusione, potere/cittadinanza e individuo/comunità. Il programma. Questo post serve per mettere insieme un po' di link e qualche appunto a supporto della terza tra le conversazioni citate.

Probabilmente il web ha aumentato il peso, accelerato l'evoluzione e concentrato il dibattito sul lato collettivo delle dinamiche sociali. Il che è avvenuto nell'ambito di una quantità di fenomeni storicamente coerenti: dalla moltiplicazione degli umani sulla Terra alla globalizzazione della loro organizzazione economica, la storia si è incaricata di rendere sempre più necessario un insieme di strumenti per il coordinamento tra le persone.

La nozione di intelligenza collettiva è in fondo un'ipotesi difficilmente verificabile alla cui formulazione si arriva per intuizione. Si può supporre che esista un'intelligenza collettiva ogni volta che si vede un gruppo di individui perfettamente coordinati da una sorta di pensiero cui ciascuno si adegua e sul quale nessuno di loro sembra in grado di individualmente influire. L'esempio della finanza è il più evidente. Ma non ne mancano altri, come dice David Lane, studioso della complessità.

Thomas Malone, all'Mit, si occupa di vedere se l'intelligenza collettiva si può migliorare. Di certo, quando parliamo di "pensieri collettivi", supponendone l'esistenza, non possiamo non vedere quanto arretrato e arcaico possa essere, e in generale sia, il comportamento collettivo che ne discende. Ezio Manzini vorrebbe influire su questo con il design dei servizi. Avviene che gli strumenti per la connessione degli individui siano sempre più sofisticati alimentando l'importanza delle riflessioni di Albert-László Barabási, Alex Pentland, Carlo Ratti e altri, che usano i telefonini e i sensori per studiare il comportamento delle persone nei loro spostamenti e nelle loro relazioni. Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo hanno aperto la strada allo studio della dimensione collettiva del cervello individuale, con la scoperta dei neuroni specchio.

E del resto l'evoluzione delle previsioni del tempo è un chiaro progresso del coordinamento affidato alle macchine. Come l'evoluzione delle strategie di memorizzazione è un chiaro motivo di preoccupazione che invita alla riflessione in vista di un necessario adattamento.

Sono tante e tali le discussioni sul "progresso" del lato collettivo che forse è un motivo di sofferenza per l'individuo e il pensiero individuale. Dal quale, in fondo, sono uscite finora alcune delle cose migliori che il genere umano è riuscito a generare.

Istituzioni, meccanismi collettivi, piattaforme sociali, tradizioni, legami di amicizia, di vicinato e parentela, sembrano grandi vincoli alla libertà individuale e alla sua creatività.

Forse dobbiamo dedicare più tempo e attenzione al progresso del pensiero individuale. E una "terapia" può essere quella di concentrare l'attenzione e la pratica quotidiana su alcune dimensioni intellettuali che uniscono il collettivo e l'individuale ma lasciano ampio spazio al contributo del pensiero delle singole persone.
1. il racconto delle storie
2. il pensiero progettuale
3. il metodo scientifico

In ogni caso, nelle diverse fasi storiche si accentua l'individuale o il collettivo. E la ricerca dell'equilibrio è infinita. Albert Camus vede una sorta di storia dell'accentuazione tra il collettivo e l'individuale e la descrive con il linguaggio che si usa nelle diverse condizioni.

Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.

La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.

È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.


Alcuni link su questo blog:
per la verità c'è molto da fare
chi retwitta i rumors e la qualità dell'intelligenza collettiva
essere stati è ancora una condizione per essere

Metodo scientifico nell'informazione / update

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Si diceva in un precedente post che Robert Niles sostiene che i giornalisti dovrebbero imparare il metodo scientifico. E ne scrive sulla rivista di Online Journalism (Ojr). Sull'argomento torna Matt Thompson con un pezzo che va letto. E riletto. Per gli impazienti si conclude così:

"Journalism isn't science, and science isn't perfect. In fact, there are many ways that the field of science is falling behind journalism in adapting to changes in our society. But I've only started to scratch the surface of how journalism can build on the practices science has evolved. I'm really interested to hear how journalism might benefit from concepts analogous to peer review and theory construction.
So, keeping with Lippman's exhortation that we approach journalism in "the scientific spirit," let's make this an ongoing conversation, not an end point. I hope to continue this discussion in a SXSW session I've pitched with my friend Gideon Lichfield, a journalist with the Economist who has two degrees in the philosophy of science. And I invite you to share your thoughts with me in the comments section of this story."

Al post precedente avevano aggiunto le loro considerazioni:

Mario Todeschini Lalli:
Sono uno storico per formazione, quindi il riferimento di Luca al metodo storico per il giornalismo non può che trovarmi d'accordo al centro per cento. Tuttavia, nel nostro Paese, dove la cultura scientifica continua ad essere considerata solo come "tecnica"(provate a contare quante lauree in materie non umanistiche si trovano in una redazione classica) l'appello di Niles mi sembra particolarmente utile. Tanto più che di tutto il metodo scientifico, alla fine per il giornalismo punta essenzialmente sulla verifica e - specialmente - sulla verifica reciproca. E' un punto essenziale del metodo scientifico, lo è anche del metodo storico (nella misura del possibile), dovrebbe essero costitutivamente del metodo giornalistico. Sappiamo tuttavia che non è così. Anzi, nelle redazioni tradizionali c'è una tendenza a ignorare quello che fanno gli altri a meno che non ci sia una ragione politico-editoriale per fargli le pulci.

ed Emanuele:
A pensarci emerge la criticità del giornalismo, che non ha il paravento di una metodologia per la ricerca solida, tanto da renderlo immune in un suo proprio paradigma. Dovrebbe attingere a tutti e tre i metodi e rendere pertinenti i tre tipi di conoscenza che alimentano una notizia. La conoscenza diretta, ovvero i fatti più o meno grezzi con cui il giornalista entra in contatto, la conoscenza competenziale che con l'esperienza gli permette di sapere come trattare una varietà di valori notizia e le fonti conoscitive, che lo mette nelle condizioni di verificare se una conoscenza è vera con una molteplicità di testimonianze: documenti, memorie, dati, credibilità del testimone. Un'aspetto interessante sarebbe quello di far emergere anche i presupposti non verificabili o non verificati degli assunti teorici che guidano la propria teoria, o meglio quale teoria implicita orienta la sua conoscenza. Ogni professione ne ha a vari livelli, dai più generici fino a quelli che caratterizzano la persona. Provo a rendere l'idea con una situazione banale avvenuta la settimana scorsa. Mi sono recato all'agenzia delle entrate per chiedere delle spiegazioni in merito una dichiarazione dei redditi per un famigliare. Il mio intento era conoscere la correttezza delle aliquote applicate ma quello che in realtà cercavo era di verificare se avessero commesso un errore (un pò come la falsificabilità Popper). Alla prima domanda postami dal funzionario per sapere la mia esigenze, ho risposto che "volevo fare una verifica", e dallo sguardo sbalordito con cui mi ha guardato ho avvertito che avevo toccato un termine tecnico inappropriato. Nel loro implicito "verifica" significa riscontro dell'illegalità e non della correttezza, come è ovvio infatti. Per il giornalismo credo che siano molto rilevanti le assunzioni sul concetto di verifica, difficilmente possono essere trattate alla stregua di quelle di un venditore di hamburger, al quale basta contare il numero di teste che lo hanno gradito.

Perspective

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Nell'intestazione di questo blog c'è l'omaggio alla prospettiva, una parola magnifica che unisce il senso dello spazio e quello del tempo.

Eccola in Dictionary.com

per·spec·tive   [per-spek-tiv]

1. a technique of depicting volumes and spatial relationships on a flat surface. Compare aerial perspective, linear perspective.
2. a picture employing this technique, especially one in which it is prominent: an architect's perspective of a house.
3. a visible scene, especially one extending to a distance; vista: a perspective on the main axis of an estate.
4. the state of existing in space before the eye: The elevations look all right, but the building's composition is a failure in perspective.
5. the state of one's ideas, the facts known to one, etc., in having a meaningful interrelationship: You have to live here a few years to see local conditions in perspective.
6. the faculty of seeing all the relevant data in a meaningful relationship: Your data is admirably detailed but it lacks perspective.
7. a mental view or prospect: the dismal perspective of terminally ill patients.

Documentality - settimana prossima a Think!

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Un pomeriggio di riflessione sulla Documentality, l'idea sulla quale ha scritto Maurizio Ferraris, il 6 settembre a Think! Ecco il programma.

L'idea di base, mi pare, della documentality è che un atto sociale esiste solo quando è iscritto in un documento. Che può essere di carta, digitale o semplicemente registrato nella memoria delle persone.

La mia riflessione è questa: se un atto sociale esiste solo quando è documentato, la tecnologia ha un potere enorme perché definisce il limite del socialmente possibile. Viene in mente Matrix, il film nel quale un documento è l'unica realtà percepita da umani schiavizzati dalle macchine.

Ne consegue che la consapevolezza è la strada della libertà.
Vedo questo video dell'anno scorso, nel quale Sinan Aral parla di causa e contagio, uno dei suoi percorsi di ricerca, a PopTech.



Sono sei minuti, ma passano in fretta, no? Sembra che almeno l'80% delle persone che vedono un video non vadano oltre il primo minuto. Ma sicuramente c'è video e video... Come c'è persona e persona.

Ci sentiamo individui, ci comportiamo seguendo regole di gruppo, siamo più attenti o meno attenti agli stimoli degli altri a seconda del nostro individuale schema di relazioni... Tutto da studiare. Intelligenza collettiva, mi pare, e individualità non sono nozioni che ci possano comprendere separatamente.

One last thing: iTeam

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Sul Sole 24 Ore, un'analisi sull'ultima creatura di Steve Jobs: iTeam.

(E qui c'è la puntata di ieri di Fahrenheit)
Su ArsTechnica (e poi su un milione di altri siti, ma non su quello della Apple, in questo momento) è apparsa la prima lettera di Tim Cook ceo della Apple:

Team:

I am looking forward to the amazing opportunity of serving as CEO of the most innovative company in the world. Joining Apple was the best decision I've ever made and it's been the privilege of a lifetime to work for Apple and Steve for over 13 years. I share Steve's optimism for Apple's bright future.

Steve has been an incredible leader and mentor to me, as well as to the entire executive team and our amazing employees. We are really looking forward to Steve's ongoing guidance and inspiration as our Chairman.

I want you to be confident that Apple is not going to change. I cherish and celebrate Apple's unique principles and values. Steve built a company and culture that is unlike any other in the world and we are going to stay true to that--it is in our DNA. We are going to continue to make the best products in the world that delight our customers and make our employees incredibly proud of what they do.

I love Apple and I am looking forward to diving into my new role. All of the incredible support from the Board, the executive team and many of you has been inspiring. I am confident our best years lie ahead of us and that together we will continue to make Apple the magical place that it is.

Tim

I binari sui quali Jobs ha avviato la Apple sono un'identità, una cultura e un metodo di lavoro. Questi non cambieranno perché sono diventati il dna della società.

E' il messaggio di cui c'è bisogno, oggi. Domani, però, quei valori dovranno essere interpretati nella vita reale. Se Jobs ha fatto un buon lavoro, la nuova squadra ci riuscirà.

Mestro Steve

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Dalla prefazione al libro di Jay Elliot, Steve Jobs, Hoepli 2011.

Lo hanno definito un genio, un tiranno, un leader carismatico. Ma più spesso, molto più spesso, Steve Jobs è stato descritto come un mago: per gli ammiratori, un creatore di realtà che nessuno aveva visto prima; per i critici, un prestigiatore che tira sempre fuori dal cilindro la sua nuova sorpresa. Perché un visionario è sempre una persona che pensa diversamente e che, dunque, suscita reazioni contrastanti: c'è chi crede che il suo sia un potere soprannaturale e c'è chi non cessa di tentare si scoprire quale sia il trucco. C'è chi lo applaude e c'è chi lo perseguita. Da questo punto di vista, non è cambiato proprio tutto dai tempi di Giordano Bruno. E in effetti, ci sono poche biografie di imprenditori segnate come quella di Jobs dalla sperticata affezione dei suoi seguaci e dalla violenta incomprensione degli scettici: perché Jobs fondò la Apple con Steve Wozniak e la portò al successo, perché fu poi cacciato dalla sua creatura e visse in esilio una dozzina d'anni, trovando il tempo di fondare altre due aziende come Next e Pixar, e perché solo quando l'azienda era sull'orlo del fallimento fu chiamato a rifondarla. Nel 1998, quando al MacWorld di San Francisco, dopo la presentazione dei nuovi prodotti, facendo simpaticamente finta di essersi ricordato all'ultimo momento di avere "ancora una cosa" da dire, annunciò "siamo in utile", fu un trionfo: ma non sarebbe stato lo stesso se per arrivarci non avesse dovuto attraversare un inferno. La dimostrazione di come un uomo potesse fare la differenza, in un'impresa, non sarebbe stata altrettanto chiara, se il suo amore per la Apple non avesse dovuto superare una prova tanto dura come l'esserne stato brutalmente respinto e allontanato. I momenti di trionfo sono stati tanti, da quel 1998, da aver riempito le cronache in ogni parte del mondo. La reinvenzione del business della musica, con l'accoppiata iTunes-iPod. La ridefinizione del telefono, con l'iPhone. L'apertura di una nuova dimensione della lettura e della fruizione dei contenuti digitali con l'iPad. La conquista dei vertici dell'imprenditorialità globale con il riconoscimento registrato a Wall Street, quando la Apple ha raggiunto la capitalizzazione di borsa più alta di tutta l'industria tecnologica.

Ora tutti si chiedono come ci sia riuscito. E quale sia il suo insegnamento per la comunità degli innovatori. Chi lo conosceva bene, come Jay Elliot, antico collaboratore di Jobs e autore della magnifica biografia professionale che in questo momento state cominciando a leggere, non esita a definirlo "un artista". Ed è difficile non comprendere che in questa definizione c'è qualcosa di molto vero: guardando i suoi prodotti, gli ammiratori non vedono strumenti elettronici, ma rivelazioni, capaci di far scoprire nuovi mondi di senso, capaci di spostare il limite del possibile dal punto di vista tecnologico e nello stesso tempo di gratificare chi li usa in modo più estetico che funzionale. Sarebbe d'accordo, lo stesso Steve Jobs? Nell'unico momento di autobiografia che Jobs abbia voluto condividere, la lezione a Stanford nel 2005, divenuta uno dei video più commoventi e importanti che si possono trovare su YouTube, suggerisce ai ragazzi di coltivare la passione e l'ingenuità, la fame e la follia: "solo amando quello che fate, farete grandi cose". Un'idea non troppo diversa quella che aveva espresso presentanto il Mac, più di vent'anni prima: "irragionevolmente grande". Lui, Jobs, non si è raccontato se non attraverso le sue opere e in esse ha proiettato la sua passione, visione ed esperienza: come un artista, come un esaltato, come un creatore, senza alcuna distanza tra la sua esistenza e ciò che ne ha fatto.

Eppure, ci sono molti esaltati che non sono altrettanti Steve Jobs. E' chiaro che il suo valore non si riassume in una parola. Piuttosto, lo si scopre nella sua vita esemplare. Una vita proiettata a cercare di realizzare opere eccellenti condotte dalla tensione verso l'essenziale. Solo questa tensione spiega la sua maniacale attenzione per i dettagli. Ha sempre voluto conoscere tutti i particolari dei prodotti dell'azienda, come ricorda Elliot, e occuparsi di tutto. Il che ha sempre generato un certo timore in chi gli stava di volta in volta accanto, anche perché Jobs non si è mai tirato indietro quando ha pensato che fosse giunto il momento di esprimere le critiche più feroci; ma questo atteggiamento, nello stesso tempo, è sempre stato un motivo di entusiasmo per i collaboratori: perché un fatto è certo, chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha vissuto un'esperienza indimenticabile. Non ha mai smesso di interloquire con gli ingegneri sulle soluzioni tecniche, non ha mai cessato di mettere tutto se stesso nella scelta delle persone da assumere, ha sempre trovato il tempo per mandare una mail di complimenti per un lavoro ben fatto anche all'ultimo collaboratore. Scelse personalmente il marmo di un negozio Apple in California, mandandolo a comprare in Italia, e andò regolarmente a ispezionare lo stato di avanzamento dei lavori: quando si accorse che il marmo si sporcava in seguito al passaggio delle persone, ordinò di rifare il lavoro usando nuovi materiali per fissare il marmo, scelti in modo che non trattenessero la polvere. La sua leggenda era tale che bastò che girasse la voce secondo la quale la sua bibita preferita era il succo di frutta Odwalla per fare di quella marca un successo internazionale.

Al centro della sua carriera, ancor più che i prodotti o i clienti, sta una ricerca continua, incessante, appassionata, di qualcosa da amare. Una ricerca perseguita con un rigore senza paragoni. Che gli ha fatto vivere una vita disciplinata solo dallo scopo di esprimere quello ne voleva fare. A cinquant'anni ha detto, agli studenti di Stanford: "Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi". E a trent'anni governò il team che progettava il Macintosh con il motto: "non siete la marina, siete i pirati". Questa sua ricerca lo avrebbe condotto a combattere con i limiti che gli imponevano le regole abituali. A scuola era stato tanto ingovernabile da aver rischiato l'espulsione e in un'occasione addirittura la galera. Alla Apple, escluso dalla progettazione dei prodotti, ai tempi dell'Apple II, aveva trovato il modo di imbrogliare l'azienda e di sviluppare un team segreto con il quale avrebbe creato il Macintosh. E poi avrebbe causato danni enormi alle pur ricche casse della Apple imponendo ai progettisti di togliere la ventola per rendere silenzioso il Mac, pagando quest'idea con cinque mesi di ritardo nella produzione, e imponendo all'azienda di costruire una fabbrica per assemblare il prodotto: era tanto convinto che fosse unico e meraviglioso che non poteva lasciare ad altri il compito di costruirlo. Aveva ragione sul fatto che il Mac avrebbe cambiato molto più che il mondo dell'informatica, ma doveva ancora imparare quali regole invece non si possono ignorare. Al suo ritorno alla Apple, la sua conduzione sarebbe stata molto più consapevole. Ma lo spirito non era cambiato: si era semplicemente allargato dalla cura del prodotto, alla cura di tutta l'azienda.

Quando un imprenditore coltiva la sua azienda come un artista lavora alla sua opera, quando vede quello che la sua azienda può creare e trascina tutti a realizzarlo, allora il leader non è un capo: è un maestro di vita che conduce tutti a fare qualcosa di grande. In quel caso, non c'è differenza tra economia e cultura. E l'innovazione non è l'insieme delle novità: ma la costruzione del futuro.
Si può riascoltare mille volte...

Il lungo termine è più breve

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La classica sciocchezza secondo la quale non importa occuparsi di ciò che avverrà nel lungo termine, perché tanto non ci saremo più, sta diventando sempre più sciocca.

Non solo perché le conseguenze di lungo termine delle azioni attuali sono sempre più importanti e potenzialmente disastrose. Non solo perché dopo avere indebitato le future generazioni in modo definitivo, dopo averle private di un ambiente sicuro, dopo averle limitate nelle loro possibilità di crescita, i responsabili saranno ricordati e biasimati. Ma anche perché probabilmente i responsabili saranno ancora qui.

Nel senso che se c'è un'accelerazione dei cambiamenti, le conseguenze delle azioni attuali tendono ad arrivare sempre più presto.

Nel lungo termine saremo ancora qui. Meglio agire meglio.

(Lo spunto viene da Seth Godin)

Intelligenza collettiva e stupidità

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Una lunga e bella intervista in due parti di Shareable a Ezio Manzini, uno dei maestri del design dei servizi, la cui ricerca è oggi concentrata sulla sostenibilità. Il concetto dal quale parte è questo: noi 7 miliardi di persone siamo intelligenti: come facciamo a coordinarci con regole e piattaforme che tirino fuori il meglio di noi e non il peggio? E' anche una questione di progettazione, di design. (Shareable: prima parte e seconda parte)

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Ezio Manzini photo via David Barrie's blog.


Dice Manzini:

"There is, in my view, a new model of organizing society and the production and consumption and whatever. When I use the words small, open, local and connected, this is my way of telling the story. People can tell it in another way, but the result is similar. Of course it's a metaphor: having small entities that when connected, become bigger entities. It's evident that it comes very strongly from the network. But once it appears, it's not only related to what you can do, strictly speaking, in the network and technologies. It's a way to imagine the way in which the social services are delivered in society and the way in which we can imagine economies that are at the same time rooted in a place and partially self-sufficient but connected to the others and open to the others. This is a very interesting relationship between being local, being related to a certain context and at the same time being open and connected, not provincial or one closed community that risks being against the others. This is an idea that is clear and strong if you talk about the arena where people are dealing with networks, open source and peer to peer. But it can become a very general metaphor, and embed itself in some realities to become a powerful way to organize a sustainable society."

Persone connesse, con forte senso del territorio, in organizzazioni aperte, itentitariamente chiare: è il punto di partenza. Il viaggio è tutto da seguire. Manzini lo racconta così:

"We can look for example at "zero-mile food", where not only a new way of eating but also a new relationship between production and consumption, and between the city and the countryside, are established. Or collaborative services where elderly people organize themselves to exchange mutual help and, at the same time, promote a new idea of welfare. Further examples are neighborhood gardens set-up and managed by citizens who in this way improve the quality of the city and its social fabric, or groups of families who decide to share some services to reduce the economic and environmental costs, but also to create new forms of neighborhood.

Once we start to observe society and look for this kind of initiative, a variety of other interesting cases appear: new forms of social interchange and mutual help (such as the local exchange trading systems and time banks); systems of mobility that present alternatives to the use of individual cars (from car sharing and car pooling to the rediscovery of the possibilities offered by bicycles); the development of productive activities based on local resources and skills which are linked into wider global networks (as is the case of certain products typical of a specific place, or of the fair and direct trade networks between producers and consumers established around the globe). The list could continue, touching on every area of daily life and emerging all over the world.

Looking at such cases of social innovation we can observe that they challenge traditional ways of doing things and introduce new, different and more sustainable behavior. Of course, each one of them should be analyzed in detail (to assess their effective environmental and social sustainability more accurately). However, at first glance we can recognize their coherence with some of the fundamental guidelines for sustainability."

Il problema è comprendere se si possono costruire piattaforme che abilitino questo genere di soluzioni. Che le rendano replicabili altrove mantenendo tutte le specificità locali. Che incentivino la qualità del risultato. La generalizzazione di tutto questo è una ricerca da svolgere e una pratica da sperimentare. Ma sarebbe interessante comprendere se si possono aggiustare le piattaforme esistenti o se si devono costruire nuove piattaforme.


ps. (In un periodo in cui si parla di scambio di case Airbnb, vale la pena di dare un'occhiata al progetto cohousing a Milano, via Desis)

Ascoltando un mosaico di McLuhan

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Un secolo di McLuhan. Perché non dare un'occhiata a YouTube per trovare le sue apparizioni in tv? Ce n'è una - il cui codice non si può embeddare - nella quale McLuhan dice che nella nostra epoca è impossibile avere un punto di vista perché si possono solo avere molti punti di vista. E spiega che il libro non è più un oggetto ma un servizio di informazione, «nell'era del microfilm». Lui è supersimpatico. Da vedere qui. (Questo video è per ora il migliore che ho trovato anche se non si può embeddare).

In quest'altro brano, discute la fine dell'identità basata sulle condizioni esterne e l'avvento di un'era in cui l'identità dipende da qualcosa di interiore.



Come direbbe lui, le cattive notizie sono tranquillizzanti e spingono a essere conservatori, mentre le buone notizie spingono a cambiare.

E qui sotto parla della generazione dei nativi televisivi, dicendo che hanno esperienze educative completamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Da sempre le persone sono terrorizzate dal presente. Ma in questa epoca composta come un mosaico non possiamo esimerci dal presente, dall'istantaneo, dal contemporaneo. Un pezzo un po' astratto, in un contesto peraltro molto simbolico...



Ma è inutile riportare qui tanti brani. YouTube li trova facilmente. È divertente pensare a McLuhan nella rete.

Tanto divertente che si trova qui McLuhan, solo in audio, che racconta barzellette. Neanche male.


Il commento di Simone Cicero al post di ieri impone una riflessione. E la sua intervista a Michel Bauwens, fondatore della P2P Foundation va letta.

Ieri, appunto, si è parlato della piattaforma Airbnb con la quale le persone affittano la casa per brevi periodi di tempo. E si è dato conto della crisi di immagine della Airbnb dovuta alla sua pessima reazione a una vicenda molto spiacevole capitata a una cliente: aveva affittato la casa per un breve periodo e al ritorno l'ha trovata devastata e derubata. Ne ha parlato sul suo blog e per la Airbnb sono cominciati i dolori. L'unico modo per riconquistare fiducia, per Airbnb, è investire duramente nella qualità del servizio e garantire una risposta completa e pienamente soddisfacente alla persona danneggiata. Questo può essere costoso. Ma poiché la Airbnb ha di fronte l'allettante prospettiva di andare in borsa a una capitalizzazione stimata di 1,3 miliardi, gli azionisti dovrebbero essere d'accordo.

Il commento di Simone Cicero, però, apre tutta un'altra prospettiva. Andando a concentrare l'attenzione sulle strutture P2P, con grandissima profondità, suggerisce che un servizio di scambio di case, anche se coinvolge un pagamento, potrebbe essere realizzato da una comunità di pari. Questi si potrebbero benissimo organizzare, anche grazie agli strumenti della rete, in modo da realizzare una rete P2P di scambi di case che non coinvolga una struttura centrale orientata - per statuto - a estrarre il massimo valore aggiunto dalle loro attività. Avrebbero un migliore servizio e un maggiore vantaggio. (Si deduce tutto questo dai principi generali espressi nell'intervista, mi pare).

Il problema è dove si pone la responsabilità, cioè l'altra faccia della medaglia della fiducia.

Se si affida tutto il servizio a una piattaforma commerciale ci si aspetta che questa guadagni, anche molto. Ma si deve pretendere che questa sia responsabile di ciò che offre. In questo caso, la piattaforma commerciale non può pretendere di ottenere tutto il vantaggio che si trova nella tecnologia internettiana che disintermedia sistemi commerciali meno efficienti, ma in modo da non garantire nulla ai clienti: tipo conoscere le persone cui vengono affittate le case e valutare se sono affidabili o socialmente pericolose. In fondo, questo lavoro viene fatto - almeno un po' - dalle piattaforme che fanno incontrare persone che non si conoscono per sviluppare nuove relazioni sentimentali. Perché non dovrebbe essere fatto per affittare le case private? Anche se legalmente la piattaforma si può parare da ogni ricorso dei clienti specificando di non assumersi responsabilità sul comportamento degli affittuari, nella sostanza chi affitta si deve poter fidare della piattaforma. E le attribuisce una responsabilità sostanziale. Alla fine, tutto questo potrebbe fare aumentare i costi e i prezzi. Sarebbe ugualmente sostenibile? (Salvatore Larosa, sempre nei commenti al post di ieri, faceva notare che i modelli di business di questo genere di servizi conducono a voler detenere il più possibile il potere dell'informazione, il che conduce a risparmiare su alcuni elementi di qualità essenziali).

Se si organizza tutto con le logiche del P2P il vantaggio monetario resta tutto tra gli utenti e non viene diviso con la piattaforma, con gli azionisti e con la struttura di management. Dal punto di vista tecnologico, una logica P2P è perfettamente realizzabile, come una piattaforma centralizzata. Perché non si passa dunque a questa soluzione? Ci si passa, in realtà, molto spesso. Ma non per tutte le idee di servizio: le piattaforme commerciali, spinte dall'incentivo di guadagnare, possono essere più veloci e fantasiose. È il motivo centrale dell'imprenditorialità. Esiste certo anche un'imprenditorialità sociale, ma forse in certi settori è meno proattiva. Ma sta di fatto che l'imprenditorialità sociale può realizzare gli stessi servizi di quella commerciale e ci riesce molto spesso. In quel caso, però, la responsabilità è di chi usa il servizio e la fiducia si ripone in chi usa il servizio. Dunque, la cultura che accomuna gli utenti del servizio, le maniere con le quali queste persone si conoscono e imparano a fidarsi, le pratiche che garantiscono a chi offre e domanda un servizio si imparano strada facendo, anche per prova ed errore. Sta al design del servizio prevedere le principali difficoltà. Ma sta alle persone comprendere la loro responsabilità. (È un po' quello che si diceva sulla responsabilità di ciascuno nei confronti di ciò che tutti leggono su Twitter). In ogni caso ci vuole un po' di tempo per sviluppare queste dinamiche.

L'intelligenza collettiva è un insieme di connessioni tra persone e macchine e funziona in base a regole. La responsabilità, il rischio e la fiducia, non sono questioni che si risolvono con le macchine ma con le regole sulle quali c'è consenso anche se non sono legalmente codificate, si risolve con la consapevolezza delle regole. Ebbene: il codice con il quale funzionano le macchine può contenere il codice delle regole e aiutare le persone a seguirlo: e questa è una sfida innovativa molto affascinante per il design dei servizi online. Chi se ne prenderà carico?

La competizione tra servizi commerciali e servizi comunitari avverrà sulla velocità di innovazione e sulla sostenibilità dei modelli. Forse i primi sono più adatti alla velocità e i secondi alla sostenibilità. Forse i primi rischiano di essere incentivati a sfruttare troppo la situazione e i secondi rischiano di essere troppo lenti nella produzione della necessaria cultura comune. Ci si può aspettare che la sostenibilità e il lungo termine siano la prospettiva giusta per le soluzioni comunitarie, ma il pullulare di veloci iniziative commerciali non cesserà di certo. Dunque ci si può aspettare che il senso di responsabilità sociale possa permeare anche le migliori soluzioni commerciali e che il senso di imprenditorialità un po' veloce possa conquistare anche il design dei servizi socialmente utili. Un equilibrio di modelli, probabilmente, è meglio di un pensiero unico. Ma il confronto è aperto.

update: commenti utili su google+... Airbnb risarcisce con 30k dollari. Inoltre, si fa una interessantissima chiosa: la reputazione è P2P per definizione e questo si sovrappone in ogni caso a qualunque modello sociale o commerciale...


Ps. Ricordo l'intervista da leggere. Ecco come finisce:

«I don't really think in terms of technological breakthroughs, because the essential one, globally networked collective intelligence enabled by the internetworks, is already behind us; that is the major change, all other technological breakthroughs will be informed by this new social reality of the horizontalisation of our civilisation. The important thing now is to defend and extend our communication and organisation rights, against a concerted attempt to turn back the clock. While the latter is really an impossibility, this does not mean that the attempts by governments and large corporations cannot create great harm and difficulties. We need p2p technology to enable the global solution finding and implementation of the systemic crises we are facing. Stopping this, in fact endangers the future of the earth and humanity. We are living in a bio-pathic system, which literally destroys the basis of human and natural life; and p2p is needed to ensure the transition to a biophilic civilisation, which ensures the continuity of our natural habitat and its gifts to humanity. Technology is just a tool, though a very important one, for transformation, but we should avoid any technological determinism as well as misguided utopianism depending on the next big magical breakthrough of technology.»

Mimi Ito

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Joi Ito, direttore del MediaLab, è fratello di Mimi Ito che fa ricerca a Stanford. Pare che Mimi studi molto più di Joi. Si occupa di educazione nell'epoca digitale. E questo suo intervento va letto.
Un pezzo di Howard Rheingold a commento-riassunto di un paper pubblicato da Cooperation Commons.

«Innate human propensities for cooperation with strangers, shaped during the Pleistocene in response to rapidly changing environments, could have provided highly adaptive social instincts that more recently coevolved with cultural institutions; although the biological capacity for primate sociality evolved genetically, the authors propose that channeling of tribal instincts via symbol systems has involved a cultural transmission and selection that continues the evolution of cooperative human capacities at a cultural rather than genetic level -- and pace..."We propose that group selection on cultural variation is at the heart of human cooperation, but we certainly recognize that our sociality is a complex system that includes many linked components. Surely, without punishment, language, technology, individual intelligence and inventiveness, ready establishment of reciprocal arrangements, prestige systems, and solutions to games of coordination, our societies would take on a distinctly different cast.Thus, a major constraint on explanations of human sociality is its systemic structure».

Gamification non è packaging

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Il tema della gamification è di moda. Si moltiplicano le iniziative, i consulenti, gli esperimenti.

Un bel pezzo di Kurai prende di petto la questione del rapporto tra marketing e gamification. Come spesso succede, quando la parola si stacca dal suo significato sulla spinta della moda, chi ne ha conosciuto l'origine, il fascino e il potenziale di senso cerca di ritrovare un filo logico.

Se il marketing trova bello dire che fa gamification, ma trasforma tutto in un concorso a premi o a punti, il senso del gioco si perde e resta solo qualcosa di desolante. Aggiungere qualche trucco da gioco a una comunicazione tradizionale è packaging, non gaming. E lascia il tempo che trova.

Kurai suggerisce, ovviamente, che per stare nel solco dello sviluppo culturale del gaming, che ha tanto impatto sull'attrazione di attenzione e impegno delle persone, ci si rivolga a chi fa giochi da tempo. E ha ragione.

In supporto a questo concetto ci può stare una visione storica più ampia: da Johan Huizinga in poi. Jane McGonigal, non è l'unica, dà un contributo. Si vede una società che lascia la realtà, amara e squallida, per immergersi in una dimensione regolata dalle dinamiche del gioco e vivere una vita più intensa. Ma d'altra parte si vede la possibilità di vivere una vita più intensa, rigenerando le organizzazioni in modo da portare le dinamiche del gioco nelle operazioni della vita quotidiana. 

Attenzione: il gioco non è solo vincere e perdere, non è solo classifiche e ipercompetitività. Ci sono giochi di squadra, di intelligenza, di solidarietà. Dipende dalle regole, dallo storytelling che le inquadra, dalle scelte incentivanti, dallo spazio affidato o negato al caso e da molte altre cose. Di certo, il gioco è un percorso di apprendimento, non solo per i bambini. Può essere un percorso di socializzazione. E può diventare un modo per decidere. In questo senso la dimensione del game nella vita quotidiana è una gamification che non è un packaging ma una riflessione profonda sul senso e sul modo in cui si convive e si comunica.
A Berlino il 9 novembre 2001. Falling Walls: quali altri muri devono cadere? È la magnifica idea di conferenza che è stata lanciata qualche anno fa e che sta prendendo piede nel panorama dei grandi appuntamenti di chi pensa alla prospettiva che stiamo costruendo per la nostra civiltà.

C'è un muro anche a Roma...

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E non abbiamo molto da aggiungere. Un muro nella nostra testa. Al quale un gesto artistico e attivistico ha dato una forma. Non si va nel merito, qui, per mancanza di competenza sul fatto specifico. Ma il simbolo c'è. 

Da Falling Walls partirà a settembre una proposta: quali altri muri devono cadere? Come li raccontiamo? Cominciamo a raccogliere le idee. Perché a quanto mi dicono in settembre ci sarà anche la possibilità di partecipare a un contest (per brevi video, foto o altro) che porterà i vincitori a Berlino per vedere Falling Walls.

Ma tutto sarà spiegato meglio. Appena lo scopro, avverto... :-)

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Gamify

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Il Giornalaio segnala Gamify una piattaforma per la gamification. Di che si tratta?

Come dice Jane McGonigal la realtà è troppo meno divertente del gioco. E parla di un "esodo" di milioni di persone dalla realtà per vivere intensamente nel gioco. Si può fare di più. Perché questo di per se non è un fenomeno divertente. E anzi può apparire desolante.

L'idea della gamification parte dalla constatazione che le logiche del gioco - dal feedback immediato al divertimento di confrontarsi con i risultati degli altri all'interno di storie chiare e ben raccontate - sono capaci di migliorare l'impegno delle persone. La gamification tende a portare le logiche del gioco nelle attività quotidiane, dal lavoro all'interazione con le istituzioni e i servizi.

Certo, ci sono giochi che fanno sentire come appartenenti a una cultura underground che pochi altri comprendono, dunque in un certo senso privilegiati. C'è una cultura dei game per early adopters che è probabilmente molto diversa dalla cultura mainstream. Su queste differenze ci sarà da riflettere parecchio.

Inoltre, è chiaro che un conto è avere feedback immediato sulla propria capacità di superare sfide difficili, una sorta di flow; un altro conto è mettere tutti in una condizione di giocare a vincere una partita, a scalare una classifica, a battere gli altri. Questa interpretazione del game non è l'unica, ma può essere troppo attraente e dunque pericolosa.

C'è dunque molto da fare anche per gli editori. E se ne parlerà ancora a lungo.

Felicità con misura

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La misura della felicità è oggetto di uno studio dell'Office for National Statistics britannico. L'inadeguatezza delle misure tradizionali è ormai evidente. Il Pil non è più la bussola della quale la gente avverte il bisogno. Ma sostituirlo resta un problema enorme.

E' un po' come un sistema operativo standard di fatto: difficile sostituirlo anche quando ce ne sono in giro di migliori, a causa dell'effetto-rete.

L'Office for National Statistics propone molte considerazioni importanti e dimostra che l'elaborazione è in corso (via Vincos). E mette a disposizione una well-being knowledge bank, con reports e working paper.

Il bello è il punto di partenza: vogliono arrivare a un set di misure che siano riconoscibili come davvero importanti per la popolazione.

Si parla dei bambini, dell'ineguaglianza, della salute, dell'equilibrio tra lavoro e vita sociale. E molte altre cose.

I numeri offrono un modo fantastico per raccontare i fatti. Purché appunto i concetti che misurano siano comprensibili, interessanti, vicini a chi li usa, orientati a fornire una prospettiva d'azione che sia davvero importante.
L'esperimento è relativamente semplice. Si forniscono alcune nozioni abbastanza dettagliate a un certo numero di persone che possono trascriverle sul loro computer prima di essere chiamate a usarle. A metà di loro si dice che le informazioni saranno cancellate dal computer, all'altra metà si dice che non saranno cancellate. Non ha sorpreso gli sperimentatori scoprire che la metà che pensava che le informazioni sarebbero state cancellate le ricordava meglio dell'altra metà. 

Il secondo esperimento era meno ovvio. Si chiedeva se ci sono Stati con la bandiera di un solo colore. La risposta era registrata in una delle diverse cartelle sulla scrivania di un computer. La domanda successiva era interessante: ricordate quali stati hanno una bandiera di un solo colore e in quale cartella si trova l'informazione? Gli scienziati si sono stupiti nello scoprire che la gente ricordava con maggiori probabilità la cartella di quanto non ricordasse lo stato. 

Queste storie sono riassunte in un articolo di Patricia Cohen, sul New York Times, e si riferiscono a uno studio pubblicato da John Bohannon su Science.

Le preoccupazioni sull'effetto di internet sul modo di pensare, ricordare, ragionare sono ormai diffuse e studiate. La società si accorge della grande trasformazione in atto e ha bisogno di digerirla dal punto di vista culturale. Una serie di risposte sono pubblicate su Edge.

More about L'arte della memoriaLa sostanza di questo bisogno di conoscere l'effetto culturale degli strumenti non è nuova. Ne parla meravigliosamente nel suo gran libro Frances Yates: L'arte della memoria. All'epoca del passaggio dalla tradizione orale alla scrittura, le preoccupazioni erano analoghe: perderemo qualità culturale? dimenticheremo quello che sappiamo visto che sarà tutto registrato sul papiro? la scrittura ci rende stupidi?

Il fatto è che, come spiega Yates, la memoria è tante cose. Ma la memorizzazione è un'arte, è una tecnica e una strategia. Che ha effetti culturali, certo.

Come tecnica risponde al bisogno elementare di ricordare. E se una tecnologia è più efficace di un'altra la precedente è soppiantata. Imparare tutto a memoria e ripeterlo agli altri a voce perché lo ricordino a loro volta è una buona tecnica, ma viene superata dalla tecnica della scrittura. E la copiatura a mano degli scritti è superata dalla stampa. E la registrazione su carta è superata dalla registrazione digitale. Su questo non c'è molto da fare. Quali sono le conseguenze?

More about The ShallowsPensare che una nuova tecnologia ci cambi o ci renda più stupidi non è un approccio molto intelligente. È semplicemente frutto di un'ansia: quella di non capire ciò che sta succedendo e reagire con un'idea tipo "fermate il mondo voglio scendere". Chiaramente, quando si dispone di una tecnica che funziona la si adotta: la reazione non è cancellarla, ma comprenderla.

Le conseguenze sono comunque piuttosto rilevanti e vanno indagate. A mio parere ci sono molti filoni di indagine e almeno tre ipotesi da verificare:
1. La strategia di memorizzazione vincente emerge in quanto si adatta meglio all'ambiente di tecniche disponibili, necessità pratiche, quantità di dati, ecc.;
2. Una strategia di memorizzazione non è mai asettica rispetto alle relazioni tra le notizie ricordate;
3. Una strategia di memorizzazione non è mai asettica rispetto alle relazioni tra le persone che ricordano.

More about Is the Internet Changing the Way You Think?Non esiste una sola soluzione di memorizzazione buona per ciascuna questione. Di certo, se si sa che tutto si può trovare online facilmente, si tenderà ad affidare a internet una crescente quantità di nozioni, ma anche si otterrà l'effetto di poter nel tempo contare su una quantità di informazioni di qualità potenzialmente migliore di quella che si può tenere a mente.

La conseguenza principale dell'internet è quella di poter contare su un archivio accessibile, riducendo i motivi per mandare a memoria: ma quell'archivio è formato da un insieme di fonti tradizionali sulle quali si cerca in base a un network sociale dotato di logiche diversificate: la logica dell'algoritmo di Google che sottolinea il numero di volte che una pagina è linkata dai gestori di altre pagine; la pratica di Facebook che di fatto privilegia la segnalazione dell'interessante, del curioso, dell'immediato; la logica di Twitter che a sua volta sembra privilegiare l'attuale; e così via. Ma la tradizionale netiquette ha sempre proposto a chi manda un'informazione online di citare la fonte. È la logica di Wikipedia. Se questa "net-etica" viene seguita, si forma una rete sociale di accesso a informazioni fondate che finisce per generare una maggiore quantità di informazioni disponibili per tutti, basata su una minore responsabilizzazione personale e una maggiore responsabilizzazione collettiva. (Se non viene seguita quella "net-etica" si assiste a una balcanizzazione della memorizzazione, ma questa è ancora un'altra storia).

Internet (con l'accelerazione ulteriore dell'internet mobile) emerge chiaramente in una quantità di situazioni come la tecnica più adatta per memorizzare e accedere all'informazione memorizzata. E affida alla collettività di riferimento una maggiore responsabilità di memorizzazione rispetto alla memorizzazione individuale: il che ha conseguenze sulle relazioni tra le persone e le relazioni tra i fatti che le persone ricordano.

Non per nulla l'articolo di Science cita il tema della "transactive memory": "Transactive memory suggests an analysis not only of how couples and families in close relationships coordinate memory and tasks in the home, but how larger groups and organizations come to develop "group minds," memory systems that are more complex and potentially more effective than those of any of the individuals that comprise them".

La memoria non è la memorizzazione. La memoria è una funzione individuale ma anche un atto culturale, psicologico, filosofico complesso. La nozione di memoria contiene anche quella di oblio, implica anche la selezione di ciò che non va ricordato, riguarda anche la focalizzazione su ciò che importa, di volta in volta e in generale. 

La capacità di pensare e vivere in modo indipendente, innovativo e libero dipende anche dalla capacità individuale di connettere informazioni e pensieri in modo originale o comunque autenticamente personale. E la capacità di innovare in una società o una cultura dipende anche dallo spazio che la società o la cultura affidano all'indipendenza individuale, alla diversità, alla sperimentazione.

Da questo punto di vista, chiedersi quale sia l'effetto di internet sulla memoria è evidentemente insufficiente perché la risposta va contestualizzata nelle diverse condizioni sociali e culturali nelle quali interviene l'utilizzo di internet.

Si può dire che internet acceleri tutto. Moltiplichi la quantità di informazioni. Avvicini le persone e le nozioni in modo molto sensibile. Dunque richiede e premia le migliori strategie per gestire la memoria collettiva. Questo è il territorio di innovazione principale al momento, visto che stiamo affrontando una novità molto molto significativa. Ma l'equilibrio individuale con il quale a nostra volta gestiamo l'uso di internet non va dimenticato, altrimenti avremo meno probabilità anche di pensare buone innovazioni per la memoria collettiva. E quell'equilibrio individuale va coltivato come si coltiva il corpo e lo spirito. Accedendo a una diversità di attività, di fonti, di modi di allenare il cervello: sicché - tra l'altro, ripeto, tra l'altro - trovo insostituibile il tempo che si dedica alla lettura di un libro lineare, lento, fisico. Anche questo serve per usare e contribuire a internet e all'innovazione culturale che via internet si sta rendendo possibile, senza limitarsi a subirla. Il che la negherebbe.
Hermann Goering invidiava i due quadri di Vermeer posseduti da Adolf Hitler. Si diede da fare per trovarne uno anche lui. Lo acquistò da un mercante olandese. Finita la guerra, il mercante fu accusato di collaborazionismo. Si difese dicendo che non aveva venduto un Vermeer a Goering: gli aveva venduto un falso, dipinto da lui stesso (e lo provò dipingendone un altro, perfetto). Quando lo seppe Goering, che nel frattempo era sotto processo a Norimberga, fu preso da una incredibile depressione. Il racconto è di Paul Bloom, a Ted.

Bloom si domanda: «Il dipinto falso era identico all'originale. Perché Goering, scoprendo che era falso, non lo amò più?»

Bloom spiega che non ci piace tanto l'oggetto quanto la storia che porta con sé. L'originale è più bello della copia perfetta perché è frutto di un atto di creazione, non di puro talento tecnico. Ma succede in diversi, talvolta bizzarri, casi. Per la maglia di George Clooney, in un'asta, si paga di più se non è stata lavata prima di essere venduta. E le opere di Jackson Pollock si sono trasformate in oggetti di grandissimo valore quando si è compreso che la sua ricerca artistica non era concentrata sul dipinto ma sul gesto di dipingere.

Un concerto di John Cage, racconta Bloom, conteneva anche un pezzo straordinario, della durata di 4 minuti e 33 secondi. Era una composizione particolare: perché non conteneva alcuna nota. Erano 4 minuti e 33 secondi di perfetto silenzio. Un silenzio che ha una storia tanto particolare che si trova in vendita quel pezzo su iTunes e qualcuno lo compra. Un silenzio che piace di più di altri silenzi perché ha una storia. (cfr. LibriOnLine)
«Alain de Botton fa filosofia con una differenza. La differenza è che scrive di cose cui la gente è effettivamente interessata» dice Chris Anderson a Ted.

Dice de Botton. Ateismo? Se ne è parlato molto. Ma è ovvio che non esiste un dio. Il problema è che cosa fanno le persone che amano il Natale, i riti, le cose belle connesse alla religione. Che cosa possono fare queste persone per non essere lasciate nelle mani dei riti basati su Cnn e Wal-Mart?»

«Consolazione viene da cultura. Educazione è decisiva. Ma chi la produce non sembra consapevole del fatto che la cultura è consolante e aiuta. Abbiamo bisogno di didattica, apprendimento, insegnamento. Non siamo solo indipendenti, razionali, individuali persone. Abbiamo bisogno di sermoni: moralità, consolazione, guida».

E poi c'è la questione del metodo. «Ripetere quello che impariamo. La religione lo sa. L'educazione istituzionale non lo sa. Invece il cervello ha bisogno di ripetere tante volte, ripensare quello che sa e i sermoni che ha imparato. E poi c'è il tempo: abbiamo bisogno di un calendario che si connette alla nostra vita e alla cultura che ci consola. I riti sono necessari. Le preghiere sono necessarie. Anche se i contenuti non sono religiosi ma semplicemente culturali. Infine, l'arte oratoria: dire le cose in modo che siano convincenti. Il coro, gli amen, i sistemi di gestione del consenso e dei segni del consenso».

«E il giudizio sul bene e il male? Sul bello e il brutto? La religione insegna molto bene questo genere di pensieri. Che a loro volta consolano. Lo può fare anche l'arte. L'arte è cultura che insegna a distinguere il bello e il brutto. E può risolvere la mancanza di religione rispondendo la bisogno di consapevolezza della qualità».

«Anche se non credi in nulla, la religione insegna molto. E anche se cambi il contenuto, il metodo della religione per diffondere idee, sensibilità, giudizi. La religione è troppo importante per essere abbandonata ai religiosi».

Bunker Roy. Educazione dalle radici

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Bunker Roy pensa che l'educazione per le popolazioni rurali dell'India debba ripartire dalla loro tradizione culturale. 

"Ho studiato nelle migliori scuole dell'India, il che mi ha quasi distrutto. Però volevo fare qualcosa di utile. Ho detto a mia madre che sarei andato a lavorare in un villaggio, è quasi andata in coma... Sono arrivato al villaggio, la polizia mi chiede che voglio: voglio costruire un college solo per la gente povera. Mi hanno dato un buon consiglio: non portare gente con un titolo di studio a insegnare nella tua scuola. Avevano ragione. Ho fatto un college basato sulle idee e lo stile di vita del Mahatma Gandhi. Le capacità da trasmettere sono quelle tradizionali della cultura popolare indiana. Gli architetti a piedi nudi che hanno costruito la scuola non sapevano leggere e scrivere. Le donne che hanno la tecnologia per impermeabilizzare il tetto la tengono segreta e non la rivelano agli uomini: non passa neppure una goccia d'acqua e in più tutta l'acqua piovana si recupera. Il prete che ha installato i pannelli solari ha studiato otto anni ed è uno dei massimi esperti di energia solare che conosco nel mondo: tutta l'energia viene dal sole. Di giorno i bambini lavorano. Di sera vengono a scuola: insegnamo democrazia, come gestire la terra, impariamo la nostra lingua... Ora 7mila bambini. Già molti villaggi hanno elettricità elettrica installate dalle persone che hanno imparato nella nostra scuola. Non diamo un certificato: chi vuole un certificato è perché vuole andare in città e abbandonare il villaggio. Abbiamo insegnato alle donne a installare i pannelli solari. Il miglior modo per comunicare? "Television? No. Telephone? No. Tell a woman!". Insegnanti di quello che hanno imparato diventano le stesse donne. "Non devi cercare soluzioni fuori. Trova le soluzioni dentro. Ascolta le persone. Loro hanno tutte le soluzioni che servono. Come diceva Gandhi. Prima ti ignorano, poi ridono di te, poi ti combattono: e poi vinci". (A Ted)
Una ragazza eccezionale. Nadia al-Sakkaf è direttore del Yemen Times, il più letto giornale in inglese dello Yemen. Una ragazza che porta il velo con la libertà e la sicurezza di una ragazza occidentale in minigonna. E che svela come sia profondamente unilaterale il modo di guardare allo Yemen come una realtà antica e disconnessa. Che racconta la rivoluzione, durissima, sanguinosa di questi giorni, come un percorso che porterà alla democrazia: una democrazia non imposta dalle armi straniere ma costruita dalla visione e dalla complessa cultura degli abitanti dello Yemen. (A Ted).

Intanto è uscito il video con il talk di Maajid Nawaz. Attivista, estremista della tolleranza e dell'ascolto tra le persone...


Cristobal Vila - La bellezza dei numeri

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La forma della narrazione cambia. Anche in matematica. Gli strumenti digitali consentono di sperimentare con la scrittura, la grafica, l'animazione. Si sa... Ecco un esempio.

Nature by Numbers - Cristobal Vila from Natalia Godoy on Vimeo.

Nature by Numbers de Cristobal Vila, um curta com sua didática sobre a razão áurea, triangulação de Delaunay e o diagrama de Voronoi.

Ecco, appena uscito, il primo video pubblicato dal TED di Edimburgo 2011. Rebecca ha co-fondato GlobalVoices.


Kevin Slavin: algoritmi fuori controllo

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La sua biografia testimonia una persona curiosa ed eclettica. Ma il centro della sua ricerca c'è il tentativo di capire che cosa succede quando si connettono persone e comportamenti attraverso macchine e algoritmi. 

Kevin Slavin, visto a Ted, ha raccontato il movimento collettivo della gente nella finanza come un fenomeno che nessun individuo può controllare e che è governato in realtà da algoritmi. Proprio lui che studia e contribuisce a creare videogiochi e altre forme di connessione tra le persone.

La soluzione deve ancora emergere, evidentemente. Non si comprende perché non dovremmo essere in grado di ricostituire una sorta di controllo sulle macchine che abbiamo costruito. Ma l'ipotesi, che non si riesca a riprendere il controllo, va posta: sia per adattarci alla nuova situazione, sia per rafforzare ogni tentativo per trovare una risposta costruttiva. E intanto pagheremo gli effetti delle logiche disumane dei meccanismi che abbiamo avviato. 

(I greci, gli irlandesi, i portoghesi e ormai anche gli italiani ne sanno qualcosa in questi giorni: la paura di qualcosa di incomprensibile, che non si può controllare, che porta povertà e rischio, che non si manifesta con una voce umana ma con attacchi speculativi, quasi burocratici, ma di impatto devastante. Non che non abbiano una logica, ovviamente, quegli attacchi. Ma la loro disumanità è diventata un fatto non più solo economico ma anche e soprattutto tecnologico).
The undercover economist, Tim Harford, visto a Ted, critica brillantemente le teorie e le pratiche di gestione e governo dell'economia basate su pochi dati che non hanno alcuna possibilità di descrivere la complessità del sistema. I modelli deterministici non spiegano nulla che possa servire a interpretare le tendenze dell'economie. Conseguenza? Dice Harford:

1. Nella maggior parte dei casi ci si affida al "complesso di dio". Arriva qualcuno che riesce a convincere tutti che proprio lui ha capito come vanno le cose. Un economista o un politico... Persone aiutate nel far credere gli altri il loro anche da un sistema mediatico che avvalora l'idea che proprio loro abbiano capito tutto e che non sfida il modo di ragionare che li porta alle conclusioni che propongono come ricetta per rispondere ai problemi.

2. Raramente si ricorre al modo in cui effettivamente vengono fuori le tendenze. L'evoluzione lo dimostra. E' un processo di "prova ed errore". Anche la realtà dell'economia non è altro che un processo di "prova ed errore". E per comprendere come va anche gli studiosi dovrebbero avere un approccio aperto alla "prova ed errore". E i politici dovrebbero comprendere che anche loro seguono inevitabilmente lo stesso processo di "prova ed errore": la differenza la fa la loro disponibilità a imparare (dio non impara, sa già tutto, ma i politici non sono dio).

Conclude Harford. Non è facile ammettere che le decisioni che si prendono nella vita reale possano essere sbagliate. Ma i fatti dimostrano che si sbaglia molto. E allora sarà meglio cambiare l'approccio e dichiarare che gli errori servono per imparare e fare emergere soluzioni migliori, come avviene nell'evoluzione. Non è difficile fare errori. E' difficile fare "buoni errori", tali da migliorare la società.

Tim Harford ha pubblicato quest'anno: "Adapt. Why success always starts with failure". 

Rivelazione delle città

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"Le città intelligenti" proposte a Glocus oggi esistono come l'utopia che serve a portare avanti l'energia culturale necessaria a costruire una vita nuova. Si possono vedere ma non visitare. Si possono progettare ma non conoscere.

Finora il tema delle città intelligenti è stato soprattutto un tema tecnologico (e meno male che gente come Ibm, Cisco, Microsoft e molti altri si sono occupati di sostenere il concetto). Ma come insegna Carlo Sini, «non c'è mezzo senza un fine» (via Andrea Granelli). Qualunque scelta degli strumenti per i quali arrivare alle città intelligenti contiene un fine. Questo fine può essere esplicito o implicito, può essere alto o basso, consapevole o banale. Ma di solito, quando si pensa al mezzo senza porsi fondamentali domande sui fini si arriva a qualche disastro.

La bellezza del tema delle città intelligenti è che consente di esprimere una visione senza perdere la concretezza.

Le città intelligenti possono partire dalla visione di quelle città inesistenti sulla carta amministrativa ma nelle quali la gente vive già oggi. L'insieme di paesi, cittadine e città che costituisce la realtà di Milano oggi non è pensato da nessuno, non è governato se non dal caso, non esiste nella coscienza della politica: ma è il posto dove vivono 9 milioni di persone (Censis) che non sanno come fare ad andare da Seregno a viale Monte Rosa senza perdere la vita alla ricerca dei mezzi pubblici giusti o cercando la strada intelligente per muoversi in auto. E di queste supermetropoli non dette ma vissute ce ne sono molte: Venezia-Padova-Treviso, Napoli e Roma con il loro circondario, Firenze-Prato e dintorni... Come si pensano se non si nominano neppure, queste città? Sono fatte di diversi comuni e addirittura province diverse. Ma sono realtà fisiche unitarie. Nominarle sarebbe rivelarne l'esistenza. E poi si potrebbero governare.

Alfonso Fuggetta dice che le informazioni disponibili sono ricchissime e consentirebbero di inventare modi completamente nuovi per spostarsi, conoscere le condizioni della città, prevederne gli sviluppi. Ma queste informazioni a loro volta sono divise in silos separati: solo la tangenziale che circonda Milano è in realtà gestita da tre società separate che hanno le informazioni sul loro tratto ma non mettono insieme i dati. Sicché nessuno ha una visione completa della situazione. Una interoperabilità dei dati, una sorta di standard di gestione dei dati, aprirebbe la strada a una informazione completa sulle realtà omogenee per la vita quotidiana delle persone. E farebbe venire in mente applicazioni inattese. 

Internet dimostra che una rete aperta, standard, pubblica e interoperabile è uno dei commons più importanti. E per questa sua conformazione stimola l'innovazione. Ma allo stesso modo, la forma aperta, standard, interoperabile dei dati potrebbe alimentare un ecosistema di informazioni in grado di far nascere altrettante innovazioni inattese. E direttamente utili per la popolazione urbana. François de Brabant testimonia le possibilità operative di un pensiero visionario anche nel suo progetto City+, destinato a dare qualche contenuto all'Expo 2015.

La visione di una città che non ha nome è il primo passo per riprogettarla. Nicola Zingaretti pare averne piena consapevolezza. Linda Lanzillotta ci lavora. Mario Calderini, professore al Politecnico di Torino e consigliere dell'Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l'innovazione conferma che questa strada è feconda e necessaria. 

Si può ripartire da una visione. Non è una follia. Probabilmente è la sola strada. Altrimenti il fine implicito nella gestione dei mezzi attuali, prende il sopravvento.

Habemus papam - deficit di accudimento

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habemus_papam.jpegVisto Nanni Moretti, Michel Piccoli e il loro Habemus papam, la domanda che sorge spontanea è: finisce bene o male? Ma poiché non è detto che lo abbiate visto, magari non la spiego più di tanto.

L'unica cosa che manca al film - ed è ovviamente un bene - è un deficit di accudimento. La frase più usata del film è la diagnosi compulsivamente ripetuta da una psicanalista - ex moglie dello psicanalista Nanni - ma non riguarda certamente il film: che è stato accudito molto. Riguarda forse gli uomini della chiesa che non sanno più pensare, raccontare, sognare: tutti schiacciati sulle esigenze di comunicazione, sulle regole inviolabili delle procedure, sui dettagli più simbolicamente insignificanti. Riguarda tutti coloro cui manca una chiesa che li accudisca. Riguarda le singole persone e l'intera società: che dovrebbe cambiare e non trova qualcuno che sappia accudirla nel cambiamento.

Forse uno dei concetti-chiave è quello espresso più o meno così (riporto la frase a memoria per come mi pare più leggibile in questo contesto). "Giocare a palla prigioniera?!? Cardinale, sono cinquant'anni che non esiste più la palla prigioniera". Sono cinquant'anni che non siete più a contatto con i ragazzi e il mondo vero là fuori. Dal Concilio Vaticano II, forse.

Il sito ufficiale. Un articolo sul Guardian. Un pezzo dell'Economist. Catholic new agency. Reuters.

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Agenda digitale

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Un'agenda per lo sviluppo digitale. Per contribuire a costruire una prospettiva.

"Chiediamo, entro 100 giorni, la redazione di proposte organiche per un'Agenda Digitale per l'Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema."

Irenäus Eibl-Eibesfeldt

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«Irenäus Eibl-Eibesfeldt ha fondato l'etologia umana. Ci ha aiutato a comprendere che la specie umana è fatta di antropologia e biologia, cultura e natura. E il problema è come si costruisce l'unità della persona umana» dice Edgar Morin.

«La specie umana è specializzata nel non essere specializzata. E si adatta a condizioni molto diverse. La sua evoluzione è orientata alla diversità. I caratteri animali della specie umana e i tratti culturali generano tensioni contrastanti: aggressività e convivenza pacifica. La sintesi sta nella struttura familiare che organizza la vita quotidiana per piccoli gruppi e nella sua astrazione che organizza gruppi più grandi». Irenäus Eibl-Eibesfeldt.

Frances Moore Lappé

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«Abbiamo ormai compreso che nella struttura della specie umana ci sono i caratteri dell'empatia e della solidarietà, come ci sono i caratteri della violenza e della disattenzione per le sofferenze altrui. Ma abbiamo anche compreso quali sono le condizioni che conducono al prevalere delle forze della solidarietà. La dispersione del potere e la trasparenza dell'informazione sono costruttive. La concentrazione del potere e l'oscurità dell'informazione sono distruttive». Frances Moore Lappé.

Javier Marías

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«L'impunità sembra prevalere nel nostro tempo. E si tende ad accettarlo. È la grande causa di demoralizzazione della nostra epoca». Javier Marías, oggi al Premio Nonino.

Demoralizzazione. Si resta senza etica. Si resta senza gioia. Quando soprattutto i potenti sono impuniti.
Newton Minow è stato nominato dal presidente John Kennedy alla guida della Federal Communications Commission. Il suo primo discorso pubblico ha lasciato il segno. E fa bene ogni tanto ritrovarlo. Anche ricordando che è stato pronunciato nel 1961... Cinquant'anni fa.

"When television is good, nothing -- not the theater, not the magazines or newspapers -- nothing is better.
But when television is bad, nothing is worse. I invite each of you to sit down in front of your own television set when your station goes on the air and stay there, for a day, without a book, without a magazine, without a newspaper, without a profit and loss sheet or a rating book to distract you. Keep your eyes glued to that set until the station signs off. I can assure you that what you will observe is a vast wasteland.
You will see a procession of game shows, formula comedies about totally unbelievable families, blood and thunder, mayhem, violence, sadism, murder, western bad men, western good men, private eyes, gangsters, more violence, and cartoons. And endlessly commercials -- many screaming, cajoling, and offending. And most of all, boredom. True, you'll see a few things you will enjoy. But they will be very, very few. And if you think I exaggerate, I only ask you to try it."

Antropologia della visione

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"Tutti, per definizione, hanno la visione più grande che sono in grado di concepire. Se la tua è più grande, non la capiranno o non l'apprezzeranno".

È una descrizione perfetta, benché cinica, della relazione tra visione e relazione, nel breve termine: proposta da Alan Cooper. (Nel lungo termine, chi ha una visione davvero grande può sempre sperare di conquistare una qualche leadership culturale per riuscire a condividere la propria visione con gli altri. Oppure, finirà per adattarsi al minimo comune denominatore delle visioni convenzionali. Ma in quel caso, probabilmente, la sua visione non era poi così grande).

"Everyone's vision is, by definition, the biggest one they can conceive. If yours is bigger, they won't get or appreciate it".

Evan Williams sull'informazione infinita

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Evan Williams è, tra i fondatori di Twitter, quello che parla meno. Ha scambiato qualche parola con Om Malik. E vale la pena di leggere il post originale. Perché il tema è buono: c'è troppa roba sul web, apparentemente. «Le nostre piattaforme non erano disegnate per un'epoca di informazione infinita. C'è molto da fare. Si tratta di un passaggio simile a quando c'era troppo da consultare tra le pagine ed è arrivato Google. Ora di nuovo: vorrei che Twitter non fosse una causa di ulteriore peggioramento, ma uno strumento per il miglioramento della gestibilità dell'informazione online».

Si tratta di riflettere, per esempio, sui retweet, come valutazione sociale della rilevanza delle notizie. E di costruire intorno a questo genere di segnali, dice Evan. «Si tratta di una gestione fatta insieme di persone e macchine. Persone che raccolgono dati e macchine che li analizzano per renderli fruibili».

Ecco uno scambio importante:
"OM: Do you think that the future of the Internet will involve machines thinking on our behalf
Ev: Yes, they'll have to. But it's a combination of machines and the crowd. Data collected from the crowd that is analyzed by machines. For us, at least, that's the future. Facebook is already like that. YouTube is like that. Anything that has a lot of information has to be like that. People are obsessed with social but it's not really "social." It's making better decisions because of decisions of other people. It's algorithms based on other people to help direct your attention another way."

Non è sufficiente. Ma è il modo in cui si sta pensando ed evolvendo la rete. Persone e computer insieme. Non solo persone, non solo computer. Che si influenzano a vicenda. Combinazioni tra scelte individuali, movimenti di gruppo e algoritmi che rischiano di creare circoli autoreferenziali, ma che possono diventare invece molto innovative e capaci di grande ispirazione. Dipende dalla consapevolezza degli utenti e dei progettisti. È ovviamente giusto così. Su questo concretamente si può riflettere.

Propositi 2011: investiremo in cultura

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Beda Romano scrive un bellissimo post sulla capacità della Germania di aumentare gli investimenti in cultura nonostante la crisi. Un caso unico in Europa. E un esempio che viene dal paese che attualmente riesce meglio di tutti i paesi europei a uscire bene dalla crisi.

Il governo italiano invece taglia. Lascia andare a pezzi Pompei. E la sua riforma dell'università, oltre ai tagli, produce probabilmente l'entrata in gioco di una logica nuova nell'investimento in ricerca ed educazione: la logica dei funzionari, contro quella dei professori.

Dovremo sempre più pensare a fare da noi l'investimento in cultura ed educazione. Non lo si può pensare come un aggravio. È semplicemente una necessità cogente, l'unica strada per costruire una vita soddisfacente, la via maestra per prepararci all'economia della conoscenza, l'investimento più redditizio per come è fatto il nostro sistema di imprese.

Abbiamo una bella novità, nella liberalizzazione del wi-fi. Abbiamo segnali da varie autorità locali che non dismettono una politica culturale. Abbiamo vere eccellenze, dalla Biennale alla Triennale, dai grandi festival (penso a Economia, Letteratura, Filosofia, Scienza...). Abbiamo i primi passi di Ahref, che prenderà servizio effettivo passo dopo passo nel corso di quest'anno. E molte altre iniziative di grande importanza.

Sempre più dovremo immaginare di costruire a partire dalle nostre reti sociali una politica culturale alternativa al pensiero unico dominante che pervade il governo. In generale, a parte l'attuale congiuntura politica, la società italiana ne uscirà rafforzata. Se saremo esigenti con noi stessi.

Un anno. Dieci. Trenta, ottanta, novanta...

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More about L'uomo senza qualità"A quel tempo, di quegli interrogativi impellenti non ancora risolti ve n'erano a centinaia. Erano nell'aria, bruciavano sotto i piedi. I tempi erano in movimento. La gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora, e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello. Non si sapeva però in che direzione. Ed era difficile distinguere il sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso. «È inutile, - concluse l'uomo senza qualità scrollando le spalle, - tanto in un così fitto groviglio di forze la cosa non ha la minima importanza». Si volse altrove, come un uomo che ha imparato la rinunzia, anzi quasi come un malato che rifugge da ogni contatto, ma attraversando lo spogliatoio contiguo passò accanto a un pallone ivi appeso, e gli diede un colpo molto più profondo ed energico di quanto accade a chi è in stato di rassegnazione o di debolezza". Robert Musil, L'uomo senza qualità, 1930 (Einaudi 1972).

Poco importa sapere quanto sia veloce un cammello. L'importante è che i tempi appaiano abbastanza veloci da giustificare chi considera razionale la rinuncia a comprenderne la direzione, ricorrendo al tema della complessità. Il fatto è, però, che l'inconscio desiderio di una direzione può essere rimosso ma non cancellato dalla ragione.

Tra i buoni propositi per il prossimo anno, decennio, trentennio, ottantennio, novantennio: imparare dalle esperienze di chi lavora per l'alfabetizzazione ai media, concludere l'inconcludente diatriba tra l'ideologico e il pragmatico dell'innovazione, ricordare le conseguenze della crisi del 1929-30. E umilmente finire (di scrivere) un libro iniziato da troppo tempo. 

Buona fine e buon principio...

Felicità e tristezza sono contagiose

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Ci voleva uno studio di David Rand e altri - di Harvard - per scoprire che le persone circondate da altre persone felici hanno un'alta probabilità di essere a loro volta felici; e che le persone circondate da altre persone tristi hanno un'alta probabilità di essere a loro volta tristi.

Inoltre, la tristezza è più contagiosa, ma si supera più facilmente della felicità: "Additionally, they found that sadness was more transmissive than happiness - meaning, it takes fewer sad friends to make you become sad. But Rand added that people recover from sadness more quickly than they recover - or change states - from being happy".

Surrealismo civile

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Il film dedicato alla vicenda di Pomigliano d'Arco è leggero e geniale. Fin dal suo manifesto: Paolo Rossi dice che è "surrealismo civile".

Rossi va in giro per Pomigliano, guardando le scritte sui muri, parlando col sindaco, il prete e il sindacalista, alludendo alla divisione tra gli operai che la vertenza ha provocato obbligandoli a votare con un "sì" o con un "no" al nuovo accordo che li impegnava a lavorare di più. E soprattutto alludendo per tutto il film alla durezza incredibile della vita alla catena di montaggio. Che non viene mai mostrata, ma che è descritta. Ricordando scolasticamente Tempi Moderni di Charlie Chaplin e soprattutto inventando una metafora: è come lavorare camminando su una scala mobile al contrario.

Il film è un sopralluogo per preparare un film su Pomigliano d'Arco e dunque vaga nelle idee satiriche e artistiche che Paolo Rossi si inventa. Gli attori, magnifici, che lo accompagnano, gli fanno eco e lo contraddicono con molto rispetto. Tutti sanno che la situazione è sconcertante, disperante, ma in qualche modo necessaria nella storia di una popolazione che ha abbandonato la campagna per una vita in fabbrica e che non può tornare indietro. Anche nell'epoca della globalizzazione. L'utopia aleggia, portata dal vento su un volantino proveniente dagli operai polacchi che invitano i colleghi italiani a unire le forze nella contrattazione con l'azienda.

Ma il genio è in quella dichiarazione-manifesto che inizia e termina il film. Surrealismo civile. Diceva André Breton che il surrealismo è «automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale». Ma l'aggettivo civile toglie al concetto il suo motivo puramente "artistico", di contrapposizione colta al dadaismo, per indirizzarlo verso un bisogno della società: parlare, esprimersi, comprendere, elaborare il sogno e l'inconscio, incontrandosi, vedendo insieme, raccontando e riflettendo, scherzando, allo scopo di ricostruire un modo per stare insieme.

Debito e' conflitto

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Spiega l'antropologo David Graeber che la storia del rapporto tra le comunità umane e il concetto di debito è una storia di conflitti latenti. Che spesso esplodono violentemente. Etica, economia, relazioni sociali, sono intaccate da una nozione della quale si conosce sempre male il confine pratico e teorico. (su TripleCanopy)

Verrebbe da notare - se non fosse una costruzione della frase un po' abusata - che la nostra è l'epoca del debito. Il debito fa funzionare la finanza. Fa funzionare gli stati. Fa funzionare l'edilizia.

Il debito che stiamo contraendo con le generazioni future, poi, è il più grave di tutti. Ma questa è un'altra storia.

Censis: la gabbia della disattenzione

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"Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro". Censis, 2010

Sembrano le conseguenze della trentennale dispersione di beni culturali, relazionali, ambientali; sembrano la dimostrazione della necessità di un'economia della felicità; sembrano gli effetti neppure troppo collaterali delle strategie della disattenzione. Insostenibilità di un ecosistema dell'informazione inquinato.

Lunghe, buone (gratuite) letture / Design

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Don Norman, Why design education must change. Ormai il design è soprattutto nell'annuncio dell'idea e nello storytelling che lo accompagna. Ma così si sente parlare di troppa roba con alte ambizioni e scarsa qualità. L'educazione dei designer deve cambiare.

Laura Forlano, What is service design? L'economia è sempre più basata sui servizi e sui servizi si fanno i grandi valori aggiunti. Ma il design non è ancora riuscito a definire il suo ruolo in questo ambito.

Katarina Wetter Edman, The concept of value in design practice. E' probabilmente necessario riflettere a come si genera e si misura il valore del design in un mondo di servizi.

Altri paper dei quali si sta discutendo in questi giorni a ServDes.

Libri connessi a questi temi.

21 minuti

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Dando un'occhiata al bel sito di 21 minuti, si incrocia la frase di Andeisha Farid: "sentire il mondo come la propria patria".

E si pensa a tutte le nuove patrie che il localismo esagerato sta generando dallo spezzettamento di vecchi imperi, di vecchi stati nazionali, di vecchie aggregazioni politiche artificiali. Ma che lascia spazio a nuovi rancori. Come se l'identità non potesse essere che differenza rispetto all'altro.

L'identità è continuità dell'essere se stessi, dice lo psicanalista junghiano Luigi Zaja.

Il cosmopolitismo è sentirsi a casa dovunque, senza perdere la propria identità.

Neuro scetticismo

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Carlo Sini invita a non concentrare troppo l'attenzione intorno ai risultati delle neuroscienze. Lo psicologo Paolo Legrenzi è d'accordo, come ha scritto in Neuromania: il cervello non spiega chi siamo. E un altro filosofo, Peter Hacker, che come Sini e Legrenzi non nega certo il valore delle neuroscienze, invita a non prendere però alla lettera le implicazioni che alcuni neuroscienziati sembrano leggere nelle loro scoperte: «Non basta spiegare il fatto che una persona non veda dicendo che il suo cervello non vede. Non basta spiegare il fatto che una persona si comporti in un certo modo dicendo che il suo cervello le dice di comportarsi in quel modo». Non ha senso parlare di una psicologia del cervello, di un pensiero del cervello, di una volontà del cervello... 

Un lungo e importante articolo sui commenti di Hacker alle neuroscienze e le specificità del percorso filosofico è in Tpm.

Siamo le nostre narrazioni, per ora

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John Bickle e Sean Keating scrivono un bel pezzo sulla relazione tra il funzionamento del cervello e l'orientamento fondamentale degli esseri umani a raccontare.

Siamo le nostre narrazioni, si dice. Ma secondo il neuroscienziato Michael Cazzaniga lo siamo anche per le caratteristiche del modo in cui i neuroni della parte sinistra del cervello mettono in fila gli argomenti, formano ipotesi, interpretano le situazioni.

In pratica, vediamo tutti i fatti in un ordine narrativo, con tanto di protagonista e antagonista, con una relazione precisa tra narratore, personaggi e pubblico. Persino il nostro "sé" è un "sé narrativo": l'autobiografia è la pratica cerebrale che costruisce l'identità personale. 

Il problema è quello di vedere se le nuove forme narrative emergenti sul web e nel mondo digitale, che non sono lilneari, avranno un'influenza sulle dinamiche fondamentali del cervello. (Via New Scientist)
Ian Bremmer, autore di The End of the Free Market, fa parte del gruppo dei pensatori post liberisti, pragmatici, attenti alla complessità. Scrive su Foreign Affairs della relazione tra democrazia e internet. Sostenendo che la rete serve a rafforzare sia le forze favorevoli alla crescita delle democrazie sia i poteri dell'autoritarismo.

Il concetto è ormai quasi convenzionale, dopo lo spostamento di frame dovuto principalmente al famoso intervento di Evgeny Morozov sull'Iran. Evgeny aveva osservato come nel corso delle manifestazioni degli iraniani, internet aveva aiutato i manifestanti a far conoscere le loro azioni e le reazioni autoritarie della polizia a tutto il mondo, ma nello stesso tempo aveva aiutato il regime a individuare i partecipanti alla protesta e reprimerli.

Fine del discorso? Internet è una tecnologia che può essere usata da tutti. Quindi è vero che può essere usata dai democratici e dagli autoritari. Ma se non ci fosse, ci perderebbero di più i democratici o gli autoritari? In effetti si può ipotizzare che per i primi sia più insostituibile che per i secondi. Ma forse è ora di smettere questi discorsi di principio, troppo generali per poter essere davvero utili a comprendere la complessità del mondo attuale.

E' finita l'epoca dell'ideologia ipertecno che spingeva a identificare internet con la democratizzazione del mondo. Ma è anche stanca l'epoca della in fondo facile critica di quella ideologia. Adesso si tratta di andare nel concreto. Software da usare abbastanza sicuro per chi deve comunicare liberamente, neutralità della rete, difesa da intrusioni da regimi autoritari, sono innovazioni da realizzare, alimentare, migliorare e diffondere, con attenzione ai feedback negativi: ogni innovazione chiama una risposta e va mantenuta più avanti della concorrenza, anche quando si tratta di concorrenza tra libertà e repressione.

Ma il vero problema è la costruzione di concrete reti di supporto dei libertari non violenti del mondo. E l'investimento in qualità dell'informazione, educazione, cultura. Lo sviluppo va insieme alla tolleranza, la povertà va insieme con l'ignoranza e il fondamentalismo: e lo sviluppo nell'epoca della conoscenza è fondato anche, forse soprattutto, sull'investimento in cultura.

Da questo punto di vista, dunque molto alla lontana e non ideologicamente, internet è un'occasione preziosa per migliorare la qualità della democrazia, mentre è solo uno dei tanti strumenti repressivi che possono essere usati per difendere la dittatura. Imho.
C'è un equivoco talvolta nel dibattito che riguarda il nuovo paradigma economico che emerge dalle discussioni su temi legati alla condizione post-industriale, all'economia della conoscenza, all'economia della felicità.

L'equivoco deriva dalla pars destruens di quelle analisi. 

Di solito la critica dell'economia tradizionale parte dalla discussione del Pil come indicatore di felicità, come indicatore del valore della conoscenza, come bussola per lo sviluppo post-industriale. Spesso si osserva come la crescita nel paradigma industriale, caratterizzato dalla produzione e dal consumo di massa, abbia condotto a disperdere valore ambientale, culturale e relazionale. E tutto questo ha un fondamento chiaro e forte. Ma concluderne che il nuovo paradigma sia contrario alla crescita è un errore altrettanto chiaro.

Il problema teorico di queste analisi deriva dal fatto che l'economia tradizionale non lasciava spazio alla ricerca sui fini dell'attività economica. Questa, secondo Robbins, era una questione di etica, di politica, di religione, di cultura. Lasciando fuori dalla porta la discussione sui fini, l'economia tradizionale era costretta a fare delle supposizioni forti: l'homo oeconomicus, per esempio. Oppure si limitava a dire che non potendo discutere i fini non poteva che concentrarsi sulla moltiplicazione dei mezzi. La crescita era la strada per garantire a qualunque finalità di essere perseguita.

Oggi questo non basta più. Il passaggio di consapevolezza è questo: le risorse ambientali sono limitate, le identità culturali sono preziose, il tempo da dedicare alle relazioni umane è fondamentale, per la sostenibilità, la felicità, la qualità della vita. Questo genere di considerazioni si traduce in un insieme di vincoli dei quali la ricerca economica deve tener conto, ma che non vanno interpretati come limiti alla crescita. Sono piuttosto stimoli in più e indirizzi per la crescita: sono elementi da considerare per definire gli obiettivi qualitativi della crescita. Non sono per nulla nemici degli obiettivi quantitativi della crescita. Anzi: qualità e quantità possono andare - talvolta devono andare - avanti parallelamente.

Se la priorità è la qualità della vita, le scelte economiche risultano effettivamente più complesse, perché le considerazioni che conducono a operarle sono più ampie: tra i fattori abilitanti di un progetto di miglioramento della qualità della vita c'è anche la crescita del Pil, insieme a un sistema di criteri di azione qualitativi altrettanto rilevanti. Che diventano normative dello stato, marketing delle aziende, preferenze dei consumatori. E che indirizzano i percorsi dell'innovazione. Tutto questo sta avvenendo sotto i nostri occhi.

Alzare o abbassare gli investimenti sui beni culturali, l'educazione, la ricerca, piuttosto che alzare o abbassare gli stimoli ai consumi non è irrilevante: può avere analogo effetto sul Pil ma può avere diverso effetto sulla qualità della vita. Pensarci non è un optional: è un dovere di chi decide e della società che se ne fa un'opinione. 

Lo si comprende vedendo la questione dalla parte opposta. La qualità della vita non deriva dalla decrescita. Si può decrescere e nello stesso tempo disperdere ancora di più beni culturali, relazionali e ambientali: smettendo di investire su queste risorse si decresce e si peggiora. Perseguire la decrescita non ha alcuna relazione con il miglioramento della qualità della vita. La decrescita, infatti, è a sua volta soltanto un fatto quantitativo. 

Il nuovo modo di pensare l'economia non è contro la crescita. E' a favore della crescita. La novità è semplice: ci siamo accorti che qualunque percorso di crescita o decrescita quantitativa, ha implicazioni qualitative. Possono essere implicite o esplicite. La novità è che si possono rendere esplicite e decidere di conseguenza. Lo si è sempre fatto, in fondo: il problema è che le considerazioni qualitative sono diventate più urgenti. Perché, nell'epoca della conoscenza, c'è anche il sospetto che siano parte integrante delle precondizioni della crescita quantitativa. Del resto, la crescita quantitativa consente di investire in innovazioni che ripuliscano l'ambiente, restituiscano tempo alle relazioni, alimentino le identità e i patrimoni culturali. I due processi, qualitativo e quantitativo, vanno con ogni probabilità insieme. Non all'opposto.

Per questo non ha neppure senso abbandonare il Pil. Ha senso integrare il Pil con altri indicatori. E' facile scendere in banalizzazioni ideologiche: il pragmatismo è intellettualmente più sofisticato. E molto più produttivo.

Imho.

ps. La ragione deve pur contare qualcosa.

Felicità è concentrazione

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Il Flow di Mihàly Csikszentmihàlyi. E ora il focus di Harvard. Vivere con concentrazione e intensità il momento in cui si vive ha più a che fare con la felicità che vivere trasognati immaginando di essere altrove. Guardian.

Il nuovo nome della crescita è imparare

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"Lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Era un pensiero vero, importante. Persino epico, proposto da un papa che ancora viveva nell'epoca in cui si diceva la parola "ecumenismo".

Oggi un pensiero laico può rilanciare alcuni riflessi di quell'epoca culturale che ha dato tanto al sistema di valori occidentali e che si è assopita sotto le materie della guerra culturale dei trent'anni appena passati.

Ci stiamo preparando alla fine di un periodo terribile. E' tempo di ricostruire.

BookBlogging - ITALIA - Emmott, Ginsborg

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More about Forza, Italia
L'Italia, come stato unitario, sta per compiere i 150 anni. Al governo non pullulano coloro che vogliano davvero celebrare questo anniversario. E molti italiani, osservando come nello stesso governo e in generale nella politica, prevalgano comportamenti che non ispirano certo l'orgoglio di essere italiani, si domandano se ci sia qualcosa da celebrare. 

Tanto che se un giornalista inglese decide di dedicare un libro alle prospettive dell'Italia, come lui stesso testimonia, reagiscono chiedendosi che cosa ci sia poi di tanto interessante da raccontare, in un paese come l'Italia. E tanto che se uno storico inglese che studia l'Italia e le sue prospettive decide di prendere la cittadinanza italiana, si sente apostrofare: «Beh, Paul, almeno potrai dire assieme a tutti noi altri: "Mi vergogno di essere italiano"».

Bill Emmott è un giornalista grandissimo, che si è costruito raccontando la globalizzazione da punti di vista sorprendenti, ha studiato a fondo il Giappone e l'Asia. Quando era alla guida dell'Economist ha, tra l'altro, lanciato la famosa copertina che definiva il leader della Destra di questi anni "unfit" per governare l'Italia. Ma è anche fondamentalmente ammirato dalle possibilità che l'Italia dimostra di ripartire dopo ogni fase difficile anche grazie alla vitalità del suo tessuto sociale e imprenditoriale. Paul Ginsborg è uno storico che studia l'Italia senza tirarsi indietro quando si tratta di criticare il modo in cui il paese interpreta il suo ruolo storico e senza abbandonare la speranza di scoprire come potrebbe quel ruolo storico essere ricostruito su basi solide.

Non può essere un caso se i due libri più apertamente critici e più chiaramente costruttivi escono adesso e sono scritti da persone che amano l'Italia, la conoscono, ma non ci sono nati. E anzi hanno una visione internazionale straordinariamente ampia.

More about Salviamo l'Italia?L'Italia merita di essere presa più sul serio. Certo, prima di tutto dagli italiani. E da chi li governa. E invece gli italiani e chi li governa, tendono a preferire un atteggiamento di presa in giro nei confronti dell'Italia: tra il cinismo e il fatalismo.

E allora siamo fortunati ad avere due persone che ci prendono sul serio. Con benevolenza. Con spirito critico. Con animo costruttivo. Ci indicano con i loro libri e la loro biografia una strada per uscire dal nostro pantano intellettuale e pratico.

Sono cosmopoliti. Sono collegati al mondo. Hanno una prospettiva globale. Guardano ai dettagli come se fossero cose importanti da capire e curare. Non si lasciano abbagliare dagli slogan o dalle parole d'ordine. Non sono schierati. Non aspirano al potere, ma casomai a servire a qualcosa. E dimostrano con i fatti che ci si possono tirare su le maniche della mente per pensare meglio al nostro avvenire.

E' con gratitudine che segnalo questi due libri. Per i nostri ragazzi, la strada è quella: agganciarsi al mondo, aprirsi alle opportunità, lavorare con coscienza e non chiudersi sotto una cupola di qualche notabile locale. Non ci sono scorciatoie per la dignità. Ma non ci sono neppure solo vicoli ciechi.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Enrico Pedemonte
Morte e resurrezione dei giornali
Garzanti

(a cura di) John Brockman  

Come cambierà tutto
Il Saggiatore

Un libro straordinario sulla crisi
 non solo editoriale ma anche sociale
dei giornali. E le sue possibili soluzioni. 

Raccolta di interventi eccellenti dei grandi
intellettuali che lavorano a interpretare il futuro
basata sulla domanda annuale lanciata da Edge.
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Nel frattempo ho ascoltato con immenso piacere la lezione di Stefano Rodotà intitolata Che cos'è il corpo, pubblicata da Luca Sossella Editore.

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Altre letture citate:
Baer, Iranq
Schirrmacher, il valore della domanda giusta
Pollan, cibo da leggere
Yunus - business sociale
DeBaggis - community
Carr - internet
Ito - freesouls
Potter - design
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica" vagamente domenicale...
Decisioni, Lehrer (29 agosto 2010)
Citizen, Maistrello (13 giugno 2010)
Risorgimento, Villari (9 maggio 2010)
Mediologia, Régis Debray (14 febbraio 2010)
Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Attendendo Stewart Brand

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Venerdì prossimo sarò con Stewart Brand per la presentazione del suo libro: Una cura per la Terra. Manifesto di un ecopragmatista, Codice Edizioni. Lui è grande un pioniere. Ha fatto cose mitiche: the Whole Earth Catalog, the Well, the Long Bet Foundation. Leggerlo è fantastico: niente ideologia, molta fiducia nella possibilità di costruire il futuro.

Il controllo del cyberspazio

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La Us Air Force pubblica un paper articolato anche se piuttosto semplice sulle sue convinzioni e indicazioni in merito alla guerra nel cyberspazio. Si parla di controllo delle porzioni di cyberspazio relative alle operazioni militari in corso. Si parla di anonimato come di una feature intrinsecamente contenuta nel modo in cui è disegnata internet. E non si capisce poi più di tanto di quello che faranno in caso di cyberguerra. Ma come per ogni guerra, non è piacevole. (via JC De Martin, Nexa)

ps. JC segnala anche questo Seymour Hersh...

Yunus contro Frankentime

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Il mostro Frankentime è nato dalla tecnologia fabbricata dall'uomo e prende possesso della sua vita. La salvezza è solo nella saggezza di riconsiderare i motivi delle nostre azioni.

E c'è una frase che ci aiuta. Fare bene, fa bene.

Non è teoria. E' la pratica proposta da Muhammad Yunus. Che la propone con la schiettezza pratica che lo distingue, supportata dai suoi straordinari risultati. "Ho pensato di vincere la povertà. Ho fatto una banca per aiutare i poveri a farsi una strada. Doveva essere molto diversa dalle solite banche. Doveva andare dalle persone invece che aspettare che le persone andassero in banca. E doveva pensare al valore che le persone potevano produrre non alle garanzie che dovevano coprire i rischi. Il design di quella banca non è stato difficile: bastava prendere le regole delle banche normali e rovesciarle".

Muhammad Yunus era ieri allo Ied. Si parlava di educazione al design. C'erano anche Derrick de Kerckhove, Remo Bodei, Richard Buchanan.

Derrick de Kerckhove ha citato Douglas Coupland inventore tra l'altro della parola Frankentime. Il mostro creato dall'uomo che nella forma di macchine occupa tutto il nostro tempo. Lasciandoci solo timesnack: momenti di lucidità creativa.

Remo Bodei ha spiegato come la creatività si alimenti solo nei contesti che prendono di mira l'impossibile e si pongono l'assurdo obiettivo di renderlo possibile.

Yunus ha fatto proprio questo. Ha spostato i limiti del possibile, pensando allo scopo che voleva raggiungere più che alle forme della sua costruzione. E proprio per questo è riuscito. E poiché lo scopo non era arricchirsi ma arricchire, non ha tenuto la proprietà della sua banca e non è un uomo ricco: ma è un uomo felice.

Difficile pensare una lezione più chiara e netta per chi educa al design. Vedere, andare dritti allo scopo. Liberare le idee. Progettare. Alla ricerca della felicità.

Il filo intermentale

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Ripulire dalle incrostazioni le menti e le comunicazioni tra le menti. Ci vuole il filo intermentale, dice Alessandro Bergonzoni.

Si rifletteva, con Bergonzoni in una serata alla Molteni (quella degli arredamenti, a Giussano) sulI'idea di progresso in termini di qualità. Ma che cosa occorre fare per passare dall'epoca del progresso definito dalla quantità di beni prodotti a una nuova epoca in cui si valuti il progresso in termini di qualità? Tutto intorno a noi lo chiede. E noi fatichiamo a rispondere. I soldi, restano la banalizzazione più utilizzata per capire se si va avanti o indietro. Eppure non bastano più.

"Che cosa sai? Se non sai nulla non ci può essere qualità" dice Bergonzoni. "L'ignoranza è biadesiva, si attacca dappertutto. E' nemica della qualità".

Già. Prendiamo la Molteni, appunto. Produce tutto a Giussano e vende in tutto il mondo. Aggrega la sapienza indicibile dell'artigianato brianzolo, il design multinazionale di Norman Foster o Jean Nouvel, il discorso della qualità di successo che diventa storytelling e marketing, articolato da un sistema narrativo formato da artisti, critici, giornalisti, filosofi e uomini d'azienda, in modo che sia compreso e che educhi il pubblico. Se l'artigiano sa fare ma non sa dire quello che sa fare, occorre un pubblico che comprenda il valore di quello che l'artigiano sa fare. Dunque occorre cultura diffusa, una narrazione comune, che consenta alla qualità di essere riconosciuta e sviluppata.

La qualità non è più solo quella certificata dall'Iso. Lo standard è necessario come un must. Non fa la differenza. La qualità "narrativa" dei prodotti che riescono a farsi riconoscere un valore in più è meno facile da definire ma molto, molto più importante per stare al mondo, in un mondo globalizzato. Ne parla anche Aldo Bonomi quando chiama in causa le reti corte del distretto delle competenze incarnate nella storia di un territorio e le reti lunghe dell'internazionalizzazione.

Ma un fatto è certo. Se il territorio dal quale parte la narrazione della qualità e la sua fabbricazione non alimenta la propria cultura, diventa meno sofisticato e sottile, perde anche la sua capacità di entusiasmarsi per una cerniera ben congegnata o per una sedia fatta a regola d'arte. D'arte. Non si scappa: l'investimento più rilevante per un paese come l'Italia, che compete proprio su queste questioni, è l'investimento in cultura profonda, vera, viva. La sua parodia televisiva e la sua banalizzazione finanziaria non sono sufficienti.

Il Mago di Oz

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Più di 70 anni fa, proprio il 12 ottobre, cominciavano le riprese del Mago di Oz, raccontava oggi Gianluca Nicoletti a Melog. Che bravo! Richiamava gli ascoltatori a chiedersi se non si sentivano un po' come Dorothy Gale, raccontando la storia della ragazzina che si sente inascoltata e si lascia portare via da un tornado per cercare il posto oltre l'arcobaleno nel quale ha senso vivere. In un contesto di crisi economica, diceva Nicoletti, quanti di noi ci pensano, pensano a lasciarsi portare via da un tornado, per cercare altrove la soluzione...

La crisi economica è come quella che si manifesta in una guerra, sembra dire Claude Bébéar, finanziere, dove tutto è distrutto e tutto è da ricostruire. Oltre l'arcobaleno. Oltre la fine della guerra. Ricostruire. Rifare il mondo da capo perché il mondo precedente è stato distrutto. Ma la guerra di questi tempi non si vede. Sembra tutto normale. E intanto la gente non sa dove andare. Si restringono le possibilità e non sa che è già ora di ricostruire tutto.

La necessità di progettare quello che viene dopo. E' forse ora di prepararsi a farlo. Una volta bastava Il Mago d'ebiz, perché il suono contratto dell'ebusiness richiamava quello disteso di Oz. Ora il tema si è allargato. Ma lo spirito è quello. Visione, conversazione, azione.

Qualità, quale qualità...

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Non è relativismo assoluto. E' la globalizzazione che mette in dubbio il senso e soprattutto l'applicazione del concetto di "qualità".

E' una domanda centrale. Abbiamo superato la fase storica della quantità di prodotto, forse, nella quale tutto si sacrificava sull'altare del mito della crescita infinita. Ora, se c'è una definizione di progresso che ci possiamo dare non è più legata alla crescita della quantità di prodotto, senza tener conto degli effetti collaterali. La definizione di progresso che ci possiamo dare oggi, epoca della necessità di affrontare le questioni dell'ambiente, dell'identità culturale, della profondità delle relazioni umane, non può che avere a che fare piuttosto con la qualità.

Ma la qualità che cos'è? Nel contesto della globalizzazione, nel quale i confini scompaiono o meglio si moltiplicano, nella quale ogni territorio è "vicino" e si "confronta" con ogni altro, nella quale ogni territorio compete con ogni altro, la qualità non è più facilmente comprensibile, perché appunto dipende dai punti di vista. Questa difficoltà concettuale riesce a difendere ancora il mito della quantità, ma senza soddisfare il bisogno di una narrazione di progresso più chiaramente legata alla qualità.

Non si risolve in un post. Ma con un post si può iniziare a riflettere.

L'interessante tasso d'interesse giapponese

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E dunque il Giappone è tornato al tasso d'interesse zero. Zero. Ti presto i soldi e non voglio niente in cambio. Più o meno. Lo scopo è bloccare la deflazione, dicono. E certamente anche indebolire lo yen per sostenere le esportazioni. Molti sono preoccupati.

Ma un'economia con tasso d'interesse zero è di per se una cosa che fa riflettere. Dopo anni e anni di crescita zero, il Giappone, terra dell'armonia e non solo dei contrasti, si trova suo malgrado a sperimentare una sorta di via di mezzo tra la crescita e la decrescita. Lo zero non è poco e non è tanto. Non è niente. 

Eppure per la strada non si avverte una particolare ansia. Anzi, forse si avverte una sottile, impalpabile pace. Forse, dopo avere aperto la strada all'ipersviluppo dell'Asia, il Giappone sta esplorando la via dell'armonia prima degli altri. Certo, esplorarla in solitaria non è facile.

Ma per noi c'è molto da imparare.

(ps. Intanto i cinesi, per una disputa diplomatica, hanno bloccato l'esportazione verso il Giappone di materiali rari necessari alla produzione elettronica. Fanno capire chi comanda).

Agenda della scienza e della cittadinanza

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La questione dell'agenda in base alla quale si stabiliscono le priorità di un dibatitto pubblico è tanto più centrale quanto maggiore diventa la capacità dei potenti di governare i mezzi e i contenuti con i quali fanno credere che ciò che è importante per loro è importante anche per gli altri.

In certe fasi storiche, però, la distanza tra l'agenda definita dai potenti e quella vissuta dai cittadini è intollerabilmente grande.

Ecco alcuni appunti per un paper che si rivolge a questo problema, da un punto di vista forse improbabile. Si passa per la nozione di "diplomazia scientifica".
La decisione di puntare investimenti importanti e crescenti sulla ricerca scientifica e tecnologica in Giappone è stata sancita da una legge del 1995, voluta da Koji Omi (fondatore del StsForum). Quella legge si chiama «Legge Fondamentale della Scienza e della Tecnologia» (nome meraviglioso). E coordina gli sforzi del Giappone sotto questo aspetto. Alcune caratteristiche della legge sono piuttosto istruttive, imho:

1. È fatta di 19 articoli ed è scritta in 4 pagine
2. È motivata dalla convinzione che lo sviluppo discende dalla ricerca
3. Tra i suoi principi: la ricerca è per lo sviluppo sostenibile dell'umanità
4. Prevede la necessità di un impegno bilanciato per le scienze naturali e umanistiche
5. Lo Stato si impegna a promuovere la scienza; il Governo fornisce un resoconto annuale al Parlmento sui risultati ottenuti in quadro che invita al miglioramento continuo

Ecco una traduzione non ufficiale della legge che si trova sul sito del governo giapponese:

The Science and Technology Basic Law (Unofficial Translation)

(Law No. 130 of 1995. Effective on November 15, 1995)
Table of Contents
Chapter 1 General Provisions (Articles 1 - 8)
Chapter 2 Science and Technology Basic Plan(Article 9)
Chapter 3 Promotion of Research and Development (Articles 10 - 17)
Chapter 4 Promotion of International Exchange (Article 18)
Chapter 5 Promotion of Learning on S&T (Article 19)
Supplementary Provision

Chapter 1 General Provisions
(Objective)
Article 1
            The objective of this law is to achieve a higher standard of science and technology (hereinafter referred to as "S&T"), to contribute to the development of the economy and society in Japan and to the improvement of the welfare of the nation, as well as to contribute to the progress of S&T in the world and the sustainable development of human society, through prescribing the basic policy requirements for the promotion of S&T (excluding those relevant only to the humanities in this law) and comprehensively and systematically promoting policies for the progress of S&T.

(Guidelines for Promotion of S&T)
Article 2
            S&T shall be actively promoted in harmony with human life, society and nature with the recognition that the creativity of researchers and technicians (hereinafter referred to as "Researchers") can be fully developed, in consideration of the fact that S&T provides the basis for the future development of Japan and human society and that the accumulation of knowledge on S&T is the intellectual asset common for all mankind.
2            In the promotion of S&T, the improvement of balanced ability of research and development (hereinafter referred to as "R&D") in various fields, harmonized development among basic research, applied research and development and organic cooperation of national research institutes, universities (including graduate schools in this law.) and private sector etc. should be considered, and in consideration of the fact that the mutual connection between natural science and the humanities is essential for the progress of S&T, attention should be paid to the balanced development of both.

(Responsibility of the Nation)
Article 3
            The nation is responsible for formulating and implementing comprehensive policies with regard to the promotion of S&T.

(Responsibility of Local Governments)
Article 4
            The local governments are responsible for formulating and implementing policies with regard to the promotion of S&T corresponding to national policies and policies of their own initiatives in accordance with the characteristics of their jurisdictions.

(Necessary Consideration to be given by the Nation and Local Governments in Formulating Policies)
Article 5
            In formulating and implementing policies with regard to the promotion of S&T, the nation and local governments shall pay attention to the importance of their roles in promoting basic research and consider that basic research has the following characteristics:
(i) It could bring about discovery and elucidation of new phenomena and make the creation of novel technologies possible;
(ii) Forecasting its results at the outset of research is difficult; and
(iii) The results are not necessarily directly connected to practical applications.

(Necessary Consideration in Policies with regard to universities)
Article 6
            In formulating and implementing policies related to universities and Inter-university Research Institutes (hereinafter referred to as "Universities"), with regard to the promotion of S&T, the local and national governments shall make an effort to activate research in Universities, respect the autonomy of Researchers and consider the characteristics of research in Universities.

(Legislative and other Measures)
Article 7
            The Government shall take the appropriate legislative, fiscal, financial and other necessary measures required to implement the policies with regard to the promotion of S&T.

(Annual Report)
Article 8
            The Government shall annually submit a report on the policy measures implemented with regard to the promotion of S&T to the National Diet.

Chapter 2 S&T Basic Plan
Article 9
            The Government shall establish a basic plan for the promotion of S&T (hereinafter referred to as "Basic Plan") in order to comprehensively and systematically implement policies with regard to the promotion of S&T.
2             The Basic Plan shall stipulate the following matters:
(i) The comprehensive plans for the promotion of R&D (the term "R&D" means basic, applied and developmental researches and includes technology development in this law.);
(ii) The policies taken comprehensively and systematically by the Government with regard to the installation of R&D facilities and equipment (hereinafter referred to as "Facilities"), the promotion of information intensive R&D activities and the maintenance of the necessary environment for the promotion of R&D; and
(iii) Other matters required to promote S&T.
3            The Government shall consult the Council for Science and Technology Policy on the Basic Plan prior to formulation.
4            The Government shall consider the progress of S&T and the effect of policies taken by the Government with regard to the promotion of S&T, examine the Basic Plan properly, and revise it if necessary. The preceding paragraph shall apply in the case of revisions.
5            When formulating the Basic Plan in accordance with paragraph 1 above or revising it in accordance with the preceding paragraph, the Government shall publish the summary of the Basic Plan.
6            In order to secure necessary funds for the implementation of the Basic Plan, every fiscal year the Government shall take the necessary measures for the smooth implementation of the Basic Plan such as including the necessary fund in the budget within the limits of national financial status.

Chapter 3 Promotion of R&D
(Balanced Promotion of various levels of R&D)
Article 10
            The nation should implement necessary policy measures for the balanced promotion of various levels of R&D in comprehensive fields as well as take necessary measures for the planning and implementation of R&D in the specific fields of S&T where the nation considers further promotion important.

(Securing Researchers)
Article 11
            The nation should implement necessary policy measures to improve education and research in graduate schools, to secure and train Researchers and to improve their quality in order to promote R&D corresponding to the progress of S&T.
2            The nation should implement necessary policy measures to improve the occupational conditions of Researchers in order for their positions to be attractive commensurate with their importance.
3            In consideration of the fact that R&D supporting personnel are essential for the smooth promotion of R&D, the nation should implement necessary policy measures corresponding to the preceding two paragraphs in order to secure and train them and to improve their quality of service a long with their occupational conditions.

(Improvement of Facilities)
Article 12
            The nation should implement necessary policy measures to improve research facilities of R&D institutions (the term "R&D institutions" is defined as national research institutes and institutions for R&D in Universities, private sector and so on in this law) in order to promote R&D corresponding to the progress of S&T.
2            The nation should implement necessary policy measures to upgrade supporting R&D functions such as supplying research materials smoothly in order to promote R&D effectively.

(Promotion of Information Intensive R&D)
Article 13
            The nation should take necessary policies to promote information intensive R&D activities such as the advancement of information processing in S&T, the maintenance of databases on S&T and the construction of information networks among R&D institutions in order to promote R&D effectively.

(Promotion of Exchange in R&D)
Article 14
            The nation should implement necessary policy measures for the promotion of R&D to enhance various exchanges such as the exchange of Researchers, joint R&D of R&D institutions and joint use of Facilities of R&D institutions, in consideration of the fact that promoting the fusion of various Researchers' knowledge through exchanges between R&D institutions and/or Researchers is the source of new R&D progress and that this exchange is essential for the effective promotion of R&D.

(Effective use of R&D funds)
Article 15
            The nation should implement necessary policy measures to use R&D funds effectively corresponding to the progress of R&D in order to promote R&D smoothly.

(Making public the results of R&D)
Article 16
            The nation should implement necessary policy measures to diffuse the results of R&D, such as the publication of the results of R&D and the provision of the information on R&D and measures to promote appropriate practical applications of them.

(Support of efforts by private enterprises)
Article 17
            In consideration of the importance of the role played by the private sector in S&T activities in Japan, the nation should implement necessary policy measures to promote private sector R&D by encouraging initiatives in the private sector.

Chapter 4 Promotion of International Exchange
Article 18
            The nation should implement necessary policy measures to promote international exchange such as international exchange of Researchers, international joint R&D and international distribution of information on S&T, in order to play an active role in international society, as well as to contribute to further progress in S&T in Japan, by intensely promoting international S&T activities.

Chapter 5 Promotion of Learning on S&T
Article 19
            The nation should implement necessary policy measures to promote the learning of S&T in school and social education, to enlighten the people in S&T and to disseminate knowledge on S&T, so that all Japanese people including the young can deepen their understanding of and interest in S&T with every opportunity.

Supplementary Provision
This law shall enter into force on the day of its promulgation.


This English language version of this law is a translation of an original document produced in Japanese. Any questions that may arise about the interpretation of the law shall be resolved with regard to the original Japanese document.

Gigione Kroto

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Gli scienziati non credono a nulla, gli scienziati provano.

Molte citazioni e battute da Harold Kroto, Nobel, un gigione geniale. In una lezione Lindau.

Iranq

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"E' stato un errore madornale destituire Saddam nel marzo 2003, distruggere l'apparato militare iracheno, dimostrare la totale impotenza dei religiosi sciiti moderati e creare un altro vuoto che l'Iran poteva agevolmenet colmare. Gli Stati Uniti hanno di fatto donato all'Iran un altro paese arabo, un'altra gemma per la corona imperiale dell'Iran"

Lo scrive Robert Baer, in Iranyana.

Baer sembra fondamentalmente convinto che l'America debba abbandonare l'Iraq. Ormai il danno è fatto e non si rimedia restando con delle truppe da quelle parti. Intanto, George Friedman pensa che sia meglio abbandonare l'Afghanistan (se non capisco male). Il problema è la politica interna americana.

Dunque, il problema è di visione. E di spiegazione della visione agli americani.

La visione degli anni Novanta, forse sintetizzata nel concetto di "guerra tra civiltà", nata all'indomani della fine della Guerra Fredda e in sostituzione della visione dei due blocchi (capitalismo e comunismo), è stata superata dalla storia. Così come l'idea che la globalizzazione sia una conquista del mondo da parte del sistema americano.

A quanto pare, gli avversari degli americani non sono particolarmente idealisti e non sono centrati su un conflitto di civiltà. Sono pragmatici. Come l'Iran di Baer, come la Cina, come forse la Russia. E la globalizzazione non è l'americanizzazione del mondo. Ma una vera e propria scacchiera complessa nella quale si vince solo se si hanno ben chiari gli obiettivi e li si persegue in modo pragmatico.

Gli idealisti, come i no global e i religiosi americani, non servono molto a capire come stanno le cose. Gli iraniani non sono una teocrazia, ma un regime militare (dice Baer). I cinesi non sono comunisti ma un sistema economico-politico estremamente efficace. Entrambi i sistemi riescono a espandere le loro aree di influenza e a colonizzare altri paesi e altri territori. Gli americani invadono con logiche antiche e perdono le guerre.

Il confronto di civiltà è un concetto troppo alto e astratto. Aiuta i radicali idealisti, ma non le popolazioni occidentali. Fa paura - come il terrorismo - ma non è pratico.

Ma una parte della questione ideale, tradotta in termini pragmatici, va assolutamente recuperata. Se gli occidentali vogliono avere una chance devono rigenerare una visione concreta dello stato del mondo e agire con coerenza.

Il che significa, prima di tutto, tornare a riflettere sulle radici del loro softpower, della loro autorevolezza e influenza. Sembrare stupidi e perdenti non è una premessa di vittoria. E non conduce a nessuna forma di stabilità, per non dire di pace.

E altre letture citate in breve:
Schirrmacher, il valore della domanda giusta
Pollan, cibo da leggere
Yunus - business sociale
DeBaggis - community
Carr - internet
Ito - freesouls
Potter - design
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo

I can get some satisfaction

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La ricerca della felicità non ha bisogno di parole troppo difficili. Almeno a giudicare da un post molto interessante per la sua semplicità disarmante proposto da Luca Chittaro sul suo blog.

Molti modelli per imprese sociali

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Ci sono molti modelli di impresa sociale. Sono accomunati - forse - dal fatto che hanno poco bisogno di capitale finanziario e dunque poco bisogno di profitto per ripagarlo. Hanno molto capitale sociale e dunque devono ripagare le persone, in termini monetari e valoriali. Ma sono diversi per il tipo di obiettivo che hanno e non c'è alcun motivo di pensare che un modello sia a priori migliore di un altro. Ne parlava Carlo Borzaga recentemente a Riva del Garda. E Flaviano Zandonai ha riannodato alcuni fili di quella discussione.

Un bel numero di Affinities dà conto della molteplicità dei modelli cooperativi. E della loro enorme potenzialità economica, in un'epoca in cui l'economia, la società e la cultura ridefiniscono i loro confini concettuali.

Geografia dei preconcetti

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Una serie di mappe dell'Europa, per descrivere una geografia dei preconcetti. Che supera la metafora dell'atlante per arrivare direttamente a quella della vignetta.
Difendersi dall'imbarbarimento aprendo le porte della cultura ai barbari. Alessandro Baricco è un grande scrittore. E il suo pezzo di oggi lo dimostra ancora una volta, con sapiente qualità intellettuale, grande senso delle proporzioni e molta umanità.

I barbari sono innovatori. Cercano sinceramente il loro mondo migliore e se non lo trovano lo costruiscono e lo conquistano.

Gli imbarbariti sono i decadenti, inconsapevoli, superati dalla storia.

Queste distinzioni di Baricco sono suggestive. Belle. Casomai, se si supera la bellezza delle forme letterarie e si approfondisce l'intuizione epistemologica, si può forse discutere sulle direzioni della ricerca di senso suggerite da Baricco. Superficie e profondità. Sopra e sotto. I termini di luogo sono meno significativi, in quest'epoca, per la ricerca (il senso non è in "cielo", non è "sotto le apparenze", non sappiamo dire altro che lo possiamo riconoscere nella vita...). Sembriamo piuttosto immersi in un mare nel quale non sappiamo "dove" sia il senso, piuttosto come "costruiamo" il senso (come fanno i barbari, appunto). Il bisogno di un "perché" resta immenso e quotidiano (la nuova civiltà).

Il pezzo iniziale di Baricco su Wired.

I commenti in qualche post precedente:

Yunus, business sociale

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yunus_sipuofare.jpegLa povertà non è colpa dei poveri. Ma del modo in cui si organizza la società e l'economia. Il premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e pioniere del microcredito, ha raggiunto risultati straordinari nei luoghi in cui è intervenuto con le sue soluzioni finanziarie orientate al business sociale.

Il suo ultimo libro, tradotto da Feltrinelli con un titolo un po' diverso dall'originale, è una sorgente di coraggio. Un coraggio che deriva da un pensiero, come al solito, fondamentalmente pragmatico.

«Senza dubbio la natura umana ha tratti egoistici, ma sa essere anche altruista, molte nostre azioni si spiegano con l'interesse personale e con la ricerca del profitto, ma altre appaiono prive di senso se viste solo attraverso questa lente deformante», scrive Yunus.

Dal punto di vista teorico, l'innovazione è molto... pratica. L'economia tradizionale fonda le sue convinzioni sull'assunto secondo il quale la persona umana è unidimensionale e cerca semplicemente la propria utilità. In realtà, la persona è multidimensionale e cerca un insieme vario di cose tra le quali l'utilità, ma anche la felicità degli altri. Di questo occorre che si renda conto anche l'economia e ne prenda le dovute conseguenze. «Bisogna che nella teoria economica il convenzionale soggetto unidimensionale venga sostituito da una persona vera multidimensionale, animata sia da spinte egoistiche sia da slanci altruistici».

«Questo nuovo punto di vista rappresenta un cambiamento radicale nella nostra interpretazione del mondo dell'economia, perché adottandolo ci rendiamo immediatamente conto di come ci sia bisogno di due tipi d'impresa, uno mirato all'arricchimento personale e uno dedicato all'aiuto degli altri. Nel primo tipo di impresa l'obiettivo è massimizzare il profitto dei proprietari sempre e comunque, anche se non rimane nulla per gli altri, al punto che in questa ricerca del massimo profitto molti non si accorgono nemmeno del danno che stanno inconsapevolmente causando alla vita di altre persone. Nelle imprese del secondo tipo, invece, tutto viene utilizzato a beneficio degli altri e non rimane nulla per i proprietari. Nulla, beninteso, a parte il piacere di agire per il bene dell'umanità. Chiameremo "impresa con finalità sociali" questo secondo tipo di impresa che fa leva sul lato altruistico della natura umana ed è l'anello mancante che può rendere completa la nostra teoria economica».

«Chi investe nel business sociale lo fa con l'obiettivo di aiutare gli altri senza prevedere alcun ritorno finanziario per sé. A parte questo, però, le imprese con finalità sociali sono imprese a tutti gli effetti, capaci di generare ricchezza in misura sufficiente a coprire i costi di produzione e raggiungere così quella forza propulsiva autosufficiente che è il primo requisito che cerchiamo in un'impresa sana».

E altre letture citate in breve:
DeBaggis - community
Carr - internet
Ito - freesouls
Potter - design
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo

Se vuoi la pace, prepara la pace

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Ok. La guerra c'è. E ci si prepara costantemente. Il motto "si vis pacem, para bellum" è talmente vecchio che i governi lo hanno imparato. Ma preparare la pace sembra più difficile. "Si vis pacem, para pacem".

La considerazione nasce nell'ambito della preparazione per la conduzione di una sessione di lavori allo StsForum di Kyoto, dedicata alla guerra elettronica. Ci saranno, tra gli altri, Atul Asthana, vicepresidente Global Standards della Rim, e Jay Cohen, partner di Chertoff Group, ex funzionario del governo americano per la sicurezza online.

La Rim ha fatto qualche esperienza, recentemente, in materia di sicurezza degli stati. Dalla questione del Blackberry di Obama, alle preoccupazioni degli Emirati e dell'India sulla struttura dei server che gestiscono la posta su quella piattaforma e che sfuggono al controllo degli stati stessi. Gli Stati Uniti stanno passando per un processo decisionale piuttosto complesso per arrivare a definire che esiste un corpo dell'aviazione che si occupa della guerra elettronica. E naturalmente hanno un'elaborazione piuttosto significativa in materia. Come del resto la Russia, la Cina e altri.

La distanza tra le "forze armate" degli stati e quelle delle organizzazioni criminali o terroristiche in questa guerra nello spazio elettronico è minore di quella che si riscontra altrove, ovviamente. E poiché - come dice Moises Naim - le organizzazioni criminali sono quelle che stanno crescendo di più in questa fase geopolitica, questo non è incoraggiante.

Ma è chiaro che c'è un trade off tra sicurezza nazionale e diritti dei cittadini. E che le innovazioni che si possono realizzare per difendere gli stati, prevenire attacchi, conoscere le mosse degli avversari, mettere in difficoltà gli avversari sono ancora tutte da definire.

Del resto, internet era nata anche da esigenze militari.

Ma come si prepara questa guerra in modo che possa preparare anche la pace? Suggerimenti per approfondimenti, a parte Wikipedia?
La grande strategia britannica era quella di governare dividendo: quando una potenza emergeva troppo la si contrastava aiutando una potenza concorrente a contrastarla... Una strategia che aveva un sacco di precedenti, da Roma a Venezia. E che è stata seguita dagli Stati Uniti nella seconda metà del secolo scorso. Ma dall'11 settembre del 2001 quella strategia è in difficoltà. Perché è una strategia che richiede l'utilizzo di una grande gamma di "armi", da quelle culturali a quelle violente, da quelle diplomatiche a quelle economiche. E invece negli ultimi nove anni tutte le "armi" americane si sono concentrate sulla guerra violenta nella regione che va dal Mediterraneo alla valle dell'Indo.

La ragion di stato dovrebbe condurre l'America fuori dalla guerra in Afghanistan. E se lo dice uno dei più lucidi analisti dei problemi della strategia globale, uno che ha sostenuto la guerra in Iraq e l'ossessione della guerra contro al Qaeda, vuol dire che qualcosa sta succedendo.

Insomma, il bellissimo pezzo di George Friedman, Stratfor, va letto. (Grazie a Marco che lo ha segnalato).

Friedman, con grande umiltà, dice che tutto quello che è stato detto - dal governo americano e dagli osservatori come lui stesso - in materia di strategia contro il terrorismo è stato dettato dalla paura, non dalla ragione. Una paura comprensibile. Che ha focalizzato troppe energie su una regione e un obiettivo che non meritava tanta attenzione, perché si è dimostrato che non era poi un obiettivo tanto pericoloso. (Friedman sbaglia - non ingenuamente - solo ad attribuire al presidente americano George W. Bush le decisioni: lui, nel giorno dell'attacco stava leggendo "La mia capretta" in una scuola davanti a una telecamera il cui contenuto sarebbe poi finito in un film di Michael Moore...).

L'America può aver perso la guerra in Afghanistan. Ma - dice Friedman - è ora di capire che non vale la pena di insistere. Perché mentre perdiamo tempo sui destini di Kandahar, dice, altre potenze, come la Cina, vanno avanti in un vuoto strategico americano che gli Stati Uniti non si possono permettere.

(Il tenutario di questo blog non è uno stratega né un esperto di cose militari. E non è detto che abbia capito tutto l'articolo citato. Ma un articolo così lo legge volentieri e lo consiglia. Se poi qualcuno volesse vedere una certa soddisfazione nello scoprire la somiglianza tra le conclusioni di Friedman e alcune delle considerazioni che ai tempi facevano i non violenti non massimalisti che non riuscivano a cogliere il nesso tra l'attacco alle Torri Gemelle, gli interessi americani e la guerra in Iraq, beh, quella soddisfazione, purtroppo solo intellettuale, in effetti, c'è. Quella guerra è stata più rabbia e vendetta che intelligenza: una rabbia che è costata un'enormità di vittime innocenti oltre il necessario, che ha portato l'America in una crisi economica enorme, che ha rafforzato gli avversari veri dell'America e che viene pagata da tutto il mondo).

Nel suo ultimo articolo, Friedman suggerisce una mossa coraggiosa, da parte di Obama... E non ambigua...

Castells della felicità

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Internazionale pubblica un pezzo di Manuel Castells sull'economia della felicità. Il sociologo della rete aggiunge la sua esperienza alla ricerca intorno al valore di ciò che non ha prezzo e alla nuova consapevolezza delle diverse dimensioni della vita economica che stiamo riscoprendo in questi anni. Anche grazie alla rete. (Appunti sull'economia della felicità)

Non si può essere felici da soli. E non c'è una relazione di identità tra la dimensione economica definita dal trittico mercato-utilità-prezzo e la dimensione economica che riguarda la ricerca della felicità. La dimensione della felicità riguarda le relazioni con le persone, la qualità dell'ambiente, l'identità culturale: aspetti di enorme valore e che non hanno prezzo. (Economia della felicità)

L'indagine, da Conan Doyle a Larsson

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La struttura epistemologica dell'indagine è divulgata dal romanzo giallo. Ecco alcune suggestioni.

Sir Arthur Ignatius Conan Doyle ha dato a Sherlock Holmes la capacità di indagare scientificamente sulla base di una vastissima conoscenza delle osservazioni sperimentali e delle grandi teorie che le spiegavano: stupiva i suoi interlocutori osservando i fatti, riportandoli a una teoria a lui nota e deducendone le sue scoperte. La gerarchia della conoscenza.

Raymond Chandler faceva vivere Philip Marlowe nel mezzo del flusso vitale della città con l'ironia del cinico moralmente integerrimo: si muoveva tra le persone, non credeva a nessuno, parlava con tutti, generava reazioni, si faceva picchiare in nome della lealtà a un'idea, si costruiva storie ipotetiche che spiegassero i fatti, sbagliava e ricominciava. La superfice della conoscenza vissuta.

Stieg Larsson mostra che l'indagine è frutto di una combinazione di fattori molto complessa, ma non priva di un metodo. Lisbeth Salander segue le tracce lasciate da chiunque sulla rete e nei computer. Mikael Blomkvist cerca documenti e dichiarazioni nell'intento si scrivere notizie formalmente verificate. La polizia svedese non fa che cercare collegamenti tra le persone per arrivare a storie che mettano insieme i punti. Interessi, emozioni, ragione, fanno insieme parte del processo cognitivo. La conoscenza ha la forma della rete.

Se si volesse chiosare ancora Baricco queste considerazioni potrebbero forse aiutare.
In sintesi: la discussione Baricco-Scalfari non riguarda la rete né la cultura internettiana. E' un dibattito interno al mondo intellettuale tradizionale. Ma può dirci qualcosa dell'evoluzione del senso nel contesto al quale internet partecipa. Vediamo che cosa è successo, imho.

Eugenio Scalfari, sulla Repubblica di oggi, ha commentato il pezzo di Alessandro Baricco, uscito il 26 agosto su Wired e Repubblica. (Se ne parlava anche qui). Ha negato, Scalfari, che Baricco possa autoproclamarsi "barbaro" e che peraltro la "superficialità" della quale Baricco parla in opposizione alla "profondità" sia barbarica. Scalfari suggerisce che in realtà la nostra non sia l'epoca dei barbari ma degli imbarbariti. E che il futuro barbarico, costruttivo, non sia ancora arrivato, né che sia possibile il suo arrivo in pochi decenni.

E' un dibattito divertente. Anche se del tutto spiazzato. In realtà, Baricco non aveva scritto di essere un barbaro. Anzi, per la verità, in una edizione delle VeniceSessions aveva forse alluso alla possibilità di essere uno dei custodi della memoria sedimentata nella nostra civiltà. Comunque, in sostanza, questo non è troppo in contrasto con quanto scriveva il fondatore di Repubblica: Baricco può essere più simile a Scalfari che a un barbaro.

Scalfari poi introduce il tema degli imbarbariti. E parte per la sua tangente. Nella quale tutti leggono la sua critica all'attuale classe politica italiana. Avesse parlato di "decadenza" avrebbe chiuso il cerchio con la sua metafora. E' la civiltà decadente che apre le porte ai barbari ma certamente non coincide con i barbari. E aggiunge Scalfari tra il decadimento di una civiltà e l'avvento di una nuova civiltà barbarica passa più tempo di quanto non pensi Baricco.

La ricostruzione del senso, del quale avvertiamo la crisi, è però un tema urgente. Per questo parliamo di queste questioni.

E dunque. I barbari vengono da un altro pianeta intellettuale. Scalfari e Baricco sono di questo pianeta. Anche se come tutti i sinceri intellettuali cercano di capire che cosa sta succedendo. Il problema è che le categorie del senso delle quali sono portatori sono tradizionali: sopra, sotto, profondità, superficialità. C'era una volta il senso che ci sovrasta come un dio. Oppure c'era una volta la verità che sta sotto l'apparenza. E c'era una volta il bisogno di superare ciò che si vede stando in superfice. Sopra e sotto. Gerarchia.

Nel pianeta della rete non c'è un granché di alto e basso. C'è collegamento. complessità, regolarità emergenti, narrazioni che connettono i punti...

Non sappiamo dire se il senso emergente con queste narrazioni sia alto o basso perché non è in un contesto gerarchico. Sappiamo che viviamo quel senso quando interpretiamo il nostro gioco di nodi e collegamenti. Sappiamo leggere i collegamenti come elementi di narrazioni e interpretazioni. Navighiamo nella rete e cerchiamo di tracciare una rotta. Imparando dagli errori. E costruendo visioni. Per verificarle con l'azione.

ps. Mi hanno chiamato da Wired.it per un commento. Attualmente il sito non è raggiungibile. Ma sarà bene riprovare per leggere quello che il magazine ha scritto.
pps. Ora è online. Grazie all'autrice di quel pezzo. Anche se a leggere quello che ha scritto, temo di poter dire che probabilmente non mi ero spiegato bene...
Le direzioni della ricerca della verità si spostano, si spiazzano, si ridefiniscono. Un tempo si cercava la verità "scavando" per trovare quello che "c'è sotto". Era l'epoca in cui la verità era nella "profondità". Talvolta cinicamente si cercava invece quello che sta "dietro" l'apparenza. Oggi si tentano nuove strade, scoprendo che non è facile vedere il "sopra e il sotto" oppure il "qui e l'altrove".

Il gioco continua. Mario Tedeschini Lalli ha risposto ad Alessandro Baricco. Dice Mario che il tema non è più quello della contrapposizione tra superficialità e profondità. Il nuovo tema è la multidimensionalità.

Un altro modo per dirlo è che oggi forse si cercano prima di tutto i collegamenti tra i nodi e i fatti che corrono nella rete. Per poi ricostruire la storia che li unisce. Si può trovare una sola storia. O molte.

Wikileaks e trasparenza

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Da quando Wikileaks ha pubblicato i documenti sull'Afghanistan insieme a Spiegel, Guardian e New York Times, una grande discussione si è sviluppata intorno alle questioni fondamentali della trasparenza e della qualità dell'informazione in rete. Ne ho scritto. Ho visto Assange. Ne devo riscrivere. (Tutti i suggerimenti sono bene accetti e per questo trascrivo questi appunti qui).

C'è un'inevitabile grande complessità. Non credo se ne possa uscire. Ma credo che si possa evitare almeno che la complessità sia usata da chi usa la confusione come paradossale strumento retorico.

Penso che si debbano distinguere tre temi:
1. funzionamento del sistema dell'informazione
2. confronto tra vecchi e nuovi poteri
3. temi di principio

1. Nell'informazione ci sono da sempre diversi ruoli. Chi ha documenti, chi fa conoscere documenti, chi fa verifiche, chi scrive e comunica... E molti altri. Un insieme enormemente problematico. Sarebbe bello che ci fossero metodi di ricerca dell'informazione condivisi che consentono a tutti di verificare quello che si scopre per arrivare a conoscenze comuni sulle quali poi costruire le opinioni. C'è anche questo, in un mare magnum molto più composito. Sarebbe bello che questa dimensione delle informazioni verificabili e solide, sostenute da un metodo condiviso, potesse essere sempre più ampia. Il confronto tra chi serve la società portando informazioni solide e verificabili e chi aggiunge informazioni non verificabili c'è e continuerà. La rete in questo aiuta entrambe le attività. Ma il risultato socialmente migliore emergerà dalla simbiosi tra tutti i soggetti che fanno informazione con metodo condiviso, su qualunque mezzo agiscano. Il caso della collaborazione tra Wikileaks e giornali è stato un esempio positivo. Esiste una pratica e una strategia che possano portare avanti l'informazione di qualità e aumentare la dimensione del metodo condiviso?

2. Nei confronti di potere la trasparenza è garanzia di accountability. Ma è chiaro che non c'è solo il potere trasparente. E il confronto tra i poteri si gioca sia nella dimensione della trasparenza che in quella della segretezza. Per Lessig, per esempio, questo è un fatto non necessariamente negativo. In ogni caso, queste dimensioni del potere, occulte e trasparenti, ci sono e ci saranno sempre. Anche nel sistema dell'informazione (chi ha documenti, chi li pubblica, ecc...) ci sono poteri in parte occulti e in parte trasparenti. E' possibile migliorare questa situazione?

3. I principi possono avere la funzione intellettuale dell'utopia, la funzione operativa dell'idelogia, la funzione giuridica dell'interpretazione delle regole, la funzione manipolatoria di chi li usa per uno scopo diverso da quello per cui erano nati. Il confronto tra queste tensioni, nelle questioni di principio c'è sempre stato. E continuerà. Si può fare crescere un sistema di conversazioni che sappiano aiutarci a distinguere tra le diverse forme con le quali appaiono i principi?

Queste domande sono sotto i nostri occhi ogni giorno. E sappiamo che non hanno risposta univoca. E' l'azione, inventiva, creativa, necessariamente limitata, che genera nei fatti la maggior parte delle risposte che la storia ci offre. Ma possiamo imparare a navigare in questo mare di idee, rimandi, link, problemi e azioni... Non è la rete a risolvere il problema: la rete è un luogo dell'esperienza dal quale possiamo trarre capacità di navigazione in questa dimensione...

"La reinvenzione della superficialità"

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Se l'innovazione è ai margini della rete, allora la profondità è in superficie?

E' l'epoca dell'ossimoro: la "dotta ignoranza" raccontata dalla "letteraria saggistica". E Alessandro Baricco scrive, oggi, su Wired, rilanciato da Repubblica, un sequel ai Barbari (grande intuizione)... Un brano:

"Scrivevo I barbari, ma intanto sapevo che lo smascheramento della profondità poteva generare il dominio dell'insignificante. E sapevo che la reinvenzione della superficialità generava spesso l'effetto indesiderato di sdoganare, per un equivoco, la pura stupidità, o la ridicola simulazione di un pensiero profondo. Ma alla fine, quel che è accaduto è stato soltanto il frutto delle nostre scelte, del talento e della velocità delle nostre intelligenze. La mutazione ha generato comportamenti, cristallizzato parole d'ordine, ridistribuito i privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso che a suo modo il mito della profondità tramandava. Sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e gestire la mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa, né sono capaci di immaginarla, né sono interessati a tramandarla. Da essi stiamo ricevendo un mondo brillante senza futuro. Ma come sempre è successo, ostinata e talentuosa è stata anche la cultura della promessa, e capace di estorcere al disinteresse dei più la deviazione della speranza, della fiducia, dell'ambizione. Non credo sia stolto ottimismo registrare il fatto che oggi, nel 2026, una cultura del genere esiste, sembra più che solida, e spesso presidia le cabine di comando della mutazione."

Kindle. E la biblioteca della mente

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Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico. Difficile non vedere i vantaggi di questa tecnologia - reader sempre connesso con funzioni di ricerca nel testo più negozio iperfornito - e dunque non immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi.

E' un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri.

La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?

La biblioteca non è un deposito informe di libri. La biblioteca parla. Il suo ordine costruito nel tempo è un supporto della memoria senza paragoni. I collegamenti che ciascuno produce tra i suoi libri appoggiandoli negli scaffali sono riproposti ogni volta che li si percorre con lo sguardo. E ogni lavoro di ricerca, ogni ripensamento dell'esperienza accumulata dagli autori delle opere, ogni consultazione, si sostanzia anche dell'ordine dei ricordi di ciò che si è letto e di ciò che si da dove si può leggere incarnato dalla biblioteca.

Personalmente, ho un'esperienza preKindle che può aiutare a immaginare quello che succede con il Kindle. Dopo troppi traslochi, la mia biblioteca è stata smembrata e scompaginata tante volte che ormai il suo ordine è restato solo nella mia mente. I neuroni e le sinapsi sono l'unico luogo dove si mantengono in vita i valori culturali della biblioteca della mia vita. Ed è un po' quello che sarebbe successo se tutti i miei libri si fossero trovati soltanto nel reader e nei computer cui esso consente di accedere. Perché la biblioteca, con la fisicità dei suoi scaffali e la pensante lentezza della sua struttura, manca nel mondo dei libri digitali. Né vale, per ora, a sostituirla, l'immagine riflessa nello schermo, per esempio di aNobii o di iBooks, degli scaffali digitali. Quella sembra piuttosto la scaffalatura della libreria, non della biblioteca personale.

La memoria di una biblioteca è fondamentale. La sua sostituzione vera nel mondo digitale non è ancora chiara. Ma è un tema di sviluppo al quale varrebbe la pena di dedicare un poco di creatività. L'interfaccia e l'architettura di interni di un mondo digitalizzato ma che si deve connettere all'esperienza analogica di chi ne fruisce.

update: Giuseppe Granieri suggerisce l'intrigante soluzione della biblioteca sociale, tipo Goodreads...

Lo strano dibattito su Wikileaks

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Il dibattito che si è sviluppato recentemente intorno a Wikileaks dimostra ancora una volta che in questa fase storica si preferisce prima prendere posizione e poi razionalizzare quello che si pensa per presentarlo come se fosse basato su solidi argomenti di principio o di fatto.

Chi è a favore di Wikileaks dice: la trasparenza dell'informazione è l'unico modo per consentire alla popolazione di conoscere come si comportano i potenti, nell'economia e nella politica, e in questo modo combattere la corruzione dei governi e l'arroganza delle corporation.

Chi è contro Wikileaks dice: non è possibile che un'organizzazione poco trasparente come Wikileaks, fondata sul segreto e l'anonimato, generi davvero trasparenza; in realtà, è un nuovo centro di potere che agisce per motivi oscuri e forse addirittura discutibili.

Di certo, siamo di fronte a una questione di potere. Dal punto di vista di Wikileaks, l'anonimato delle fonti e il segreto delle forme operative dell'organizzazione sono fattori centrali di successo. Anzi, è proprio la crittografia e la capacità di gestire il segreto nelle comunicazioni tra le fonti e Wikileaks a garantire la possibiltà di rendere trasparenti le informazioni comunicate. Dal punto di vista, di chi è contro Wikileaks, tutto questo è una contraddizione insanabile che apre la strada a qualunque sospetto.

Difficile uscirne con i giochi dialettici basati su questioni di principio. E a poco serve che lo faccia Wikileaks come i suoi avversari.

In realtà, internet ha contribuito a un terremoto nei sistemi di potere che si accompagna a molti altri smottamenti che avvengono nel grande fenomeno storico della globalizzazione multipolare e multidimensionale cui assistiamo. Le grandi organizzazioni criminali e terroristiche ci sguazzano come le grandi multinazionali: escono dalle logiche delle regole locali e ne fanno un loro strumento senza troppi problemi, quando vogliono. Il potere si è spezzettato, suddiviso: tutto è più complesso di quando si poteva pensare che il potere fosse una questione essenzialmente legata ai compiti e alle prerogative della politica degli stati più o meno nazionali.

Le persone che non hanno potere, o ne hanno poco, o non si interessano di avere potere, possono pensare che il mondo del potere sia diventato più difficile per chi lo abita. Ma non se ne cureranno molto, perché non è il loro mondo. Le persone che non hanno potere sperano che i potenti che usano il potere per contribuire alla crescita della convivenza civile prevalgano sui potenti che usano il potere solo per mantenerlo e accrescerlo. Ma non faranno parte della guerra del potere. Qualche potente le vorrà strumentalizzare, con l'idelogia o la paura. E qualche potente riuscirà in questo intento. Come è sempre stato.

Ma in quest'epoca in cui la vita dei potenti è diventata un po' più difficile, le persone che non hanno potere hanno molte possibilità per difendersi dalla strumentalizzazione. Dall'ideologia o dalla paura. Consapevolezza, cultura, informazione, collaborazione, solidarietà, scambio di idee. Iniziative. Creazione di spazi pubblici difesi dall'aggressività dei cacciatori di potere. Sono nuove possibilità per le persone che non hanno potere che internet consente di sviluppare.

Non è internet a generare la trasparenza o il suo contrario. Non è internet a salvare la democrazia o ad abbatterla. Non è internet a sostenere i criminali o a combatterli. Le persone possono usare internet per essere più liberi da chi li vuole strumentalizzarle e costruire uno spazio pubblico più solido. Ma è forse più questione di pratica che di principio.

ps. Nella pratica, quando Wikileaks ha pubblicato i famosi documenti sull'Afghanistan lo ha fatto saggiamente insieme a tre grandi testate internazionali che hanno curato la qualità della pubblicazione. La sinergia tra il giornalismo e le nuove forme con le quali l'informazione emerge in internet è possibile: e potenzialmente molto fruttosa.

I link che possono servire a comprendere questa storia sono moltissimi. Ne metto tre:
About Wikileaks
Commento Ap
Commento First Amendment Center

Pace Pipilotti Rist

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pipilotti.jpg
Alla Fundació Joan Miró di Barcellona una bellissima mostra di Pipilotti Rist. Generale senso di pace, nella ricerca di una fusione tra la natura e i suoi umani visitatori.

La spiegazione ufficiale è un omaggio alla lingua del paese ospitante:

"EL LIRISME DE RIST EN DOS ESPAIS

El recorregut per les sales ens submergeix en l'univers ple de color de Rist. La mostra s'inicia amb dues petites videoinstal·lacions, Porqué te vas? (nass) [Per què te'n vas? (humit)] (2003) i Grabstein für RW [Làpida per a RW] (2007), i continua amb una de les obres més reconegudes de l'artista, Sip My Ocean [Xucla el meu oceà] (1996). Aquesta peça consisteix en una projecció sobre dues parets de la sala fent angle, que operen com a macropantalles on es veu un fons marí amb cossos bussejant, mentre sona la hipnòtica veu de Pipilotti Rist interpretant una versió de Wicked Game, de Chris Isaak. L'obra reflexiona sobre l'eterna necessitat de comprensió absoluta de l'altre i sobre el desig quasi irrealitzable de sincronicitat.

A Tyngdkraft, var min vän [Gravetat, sigues amiga meva] (2007), les imatges mostren dues persones i fulles flotant a l'espai. El títol és una invitació al visitant a reflexionar sobre la força de la gravetat, mentre s'estira i contempla les projeccions damunt dos plafons amorfs que pengen del sostre. Es veu i se sent diferent quan els músculs estan relaxats?

La següent instal·lació que trobem és Ginas Mobile [El mòbil de la Gina] (2007), un mòbil format per una branca, una esfera de coure i una llàgrima de plexiglàs on es projecten primers plans de vulves; el fet que costi reconèixer de què es tracta els fa perdre les connotacions habituals. Amb aquesta obra l'artista vol qüestionar les pors i els tabús socials.

Lungenflügel [Lòbul pulmonar] (2009) és una instal·lació que ocupa tres parets. El rodatge d'aquesta peça està relacionat amb el de Pepperminta, el primer llargmetratge de l'artista. Les imatges ens mostren Pepperminta (Ewelina Guzik), la protagonista de les obres recents de Rist, interactuant amb la natura, per establir analogies i contradiccions entre la vida humana i l'animal.

La següent instal·lació, Regenfrau (I Am Called A Plant) [Dona de pluja (Em diuen planta)] (1999), també aborda la temàtica de la unió amb la natura. En aquest cas, ho fa mostrant el contrast entre la vida orgànica, representada per un cos nu i vulnerable estirat al carrer, sota la pluja, i la domesticitat i esterilitat exemplificada en la immensa cuina damunt la qual es projecta el vídeo.

La mostra acaba amb À la belle étoile [Sota els estels] (2007), una projecció al terra del museu, i amb Doble llum, diàleg entre Rist i Joan Miró, una projecció d'un vídeo damunt Femme, una escultura de l'any 1968 que forma part del fons de la Fundació. Aquesta obra, donació de Han Nefkens, passarà a formar part de la col·lecció de la Fundació Joan Miró

A la Fontana d'Or, a Girona, Pipilotti presenta tres obres. En primer lloc, Ever Is Over All [Sempre està pertot arreu] (1997), dues projeccions solapades que mostren un camp de flors vermelles i una dona passejant feliçment pel carrer. Ella branda una de les flors amb la qual trenca les finestres dels cotxes aparcats a la vorera, amb naturalitat, com si ho fes cada dia. La instal·lació reflexiona sobre les idees estereotipades en relació a les normes d'urbanitat. Els cotxes simbolitzen els obstacles que habitualment no són qüestionats.

Lap Lamp [Llum de falda] (2006) és una videoinstal·lació formada per un llum de peu que projecta imatges d'un camp ple d'arbres, llenya tallada i ortigues damunt la falda del visitant, com si l'acariciés. L'obra contraposa la rigidesa del confinament físic amb el desig de llibertat psicològica.

Finalment, Deine Raumkapsel [La teva càpsula espacial] (2006) té l'aparença d'una caixa de transport que acabés d'arribar al museu. A dins hi ha un dormitori en miniatura, abandonat recentment pel seu ocupant, amb una lluna mig incrustada que ha esbotzat una de les parets, de manera que l'estança s'obre a un cel estrellat. Una videoprojecció es mou damunt les parets i mostra seqüències de gent de diverses generacions que interactuen a càmera lenta, mentre s'escolta el so del vent i música sacra de fons."

Macba: Gil J Wolman

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Guy Debord e Gil J Wolman prima di litigare scrivevano insieme: «Il più urgente esercizio di libertà è la distruzione degli idoli». Se si ha l'impressione che la creatività abbia raggiunto il suo massimo, occorre distruggere ciò che è stato fatto e ricominciare. Dada, Futurismo. Lettrismo. Se ne parla alla mostra su Wolman organizzata al Macba.

Viene in mente che gli idoli possono essere distrutti da due punti di vista opposti. 

C'è chi crede in un dio assoluto che non ammette i suoi simboli. E c'è chi invece intende degradare ogni idolo con i ritmi della moda per poi sostituirlo con piccole icone, vagamente commerciali.

L'arte, la religione, la moda, partecipano di questi cicli, tra assoluto e relativo, tra attualità e fuori dal tempo, tra moda e lunga durata. Evidentemente nelle varie epoche storiche prevale chi costruisce o chi distrugge. 

Si ha l'impressione che questa epoca avverta il bisogno di una distruzione per far ripartire la logica della costruzione di qualcosa di grande: l'imperativo omogeneizzante del minestrone televisivo non consentiva a nulla che non fosse la televisione stessa di crescere troppo. Ma è un'epoca che si sta erodendo. Forse.

Lo stato di salute del web

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Il web sta bene. Non è morto. E sta ancora crescendo. Anche se se ne può discutere.

Chris Anderson e Michael Wolff segnalano - sulla base di dati Cisco - che la percentuale di traffico internet che riguarda il web è in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. E colgono l'occasione per tirare le somme: le apps sono il futuro ed essendo parte di un mercato più controllato dai grandi operatori finiranno per ridare ordine alla rete, rafforzare il capitalismo, mettere fine alla confusione dell'internet troppo aperta. Può essere vagamente forzato: lo ammette lo stesso Anderson ricordando come Wired abbia scritto nel 1997 che la tecnologia "push" avrebbe scalzato il modo di consultare la rete basato su browser e ipertesti (un pezzo scritto poco prima che la tecnologia "push" finisse nel dimenticatoio). Ma è un argomento di discussione. E allora discutiamo.

1. Nel grafico citato da Anderson e Wolff (pubblicato in un primo momento con la timeline sbagliata e poi corretto) si parla di numeri relativi. E il web appare in diminuzione. Ma usando i numeri assoluti, come fa Rob Beschizza su BoingBoing, si vede che il web sta ancora crescendo moltissimo.

2. Il traffico web diminuisce in termini relativi perché aumenta il video. Ma il video che viene considerato nel grafico citato da Anderson e Wolff è anche quello di YouTube, che dovrebbe essere considerato probabilmente traffico web, come osserva anche Erick Schonfeld su TechCrunch, dopo aver consultato i dati Cisco dai quali il grafico è tratto.

3. Il pericolo che la rete libera sta correndo non viene dalla concorrenza delle apps che in fondo non sono che un altro modo per usare internet. La supposta chiusura delle piattaforme per usare le apps è comunque parte di un sistema competitivo aperto basato su internet. Del resto, Facebook è anche una piattaforma per le apps che si usa sul web. Il vero pericolo è che i grandi cui Anderson e Wolff assegnano già la vittoria riescano ad abbattere la neutralità della rete che garantisce l'innovatività del sistema (tema accennato per esempio da Gizmodo).

Molti commenti alla vicenda sottolineano che si tratta semplicemente di un'operazione di marketing di Wired. Sono intervenuti per quanto ho visto: Giuseppe Granieri, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini e, velocemente, Nereo.

Il test del nostro tempo

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Luca Chittaro segnala la possibilità di provare il test di Zimbardo per vedere in quale delle "time zone" della sua presentazione ti trovi. «La versione Facebook interattiva in italiano dello ZTPI e' a questo link. E una descrizione del test è sul blog di Luca.

Philip Zimbardo e il senso del tempo

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Via Luca vedo questa magnifica lezione di Philip Zimbardo, psicologo a Stanford, autore di Time Paradox. La lezione riguarda il "senso del tempo" nelle varie culture e le conseguenze dei diversi modi di vivere la durata storica, il tempo della vita quotidiana, la prospettiva futura. Da non perdere:


L'importante e l'interessante, per Braudel

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Massimo segnala un bellissimo pezzo di Fernand Braudel, intervistato da Renato Parascandolo nel suo ufficio in Boulevard Raspail.

Braudel riassume i suoi pensieri sugli avvenimenti (interessanti per i giornali) e le strutture di lunga durata (importanti per l'umanità e il pianeta). Ne emerge un'impressione incompleta della realtà, della quale "i giornalisti non sono responsabili, ma complici".

ps. Accanto a Braudel, siede il grande Maurice Aymard. La voce che legge la traduzione dal francese è quella del tenente Colombo...

Teoria e pratica del cambiamento

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La pratica del cambiamento è un'esperienza comune, specialmente in un periodo come il nostro. La teoria del cambiamento è questione molto più esoterica.

In generale le teorie del cambiamento sono passivamente orientate a interpretare i mutamenti storici avvenuti. E solo in qualche caso ne traggono indicazioni previsive o normative. La regola è contenuta nella famosa definizione della scienza economica proposta a suo tempo dall'Economist: "L'economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate".

Le teorie dei generatori di cambiamento tendono a qualificarsi attualmente come pensieri che accompagnano la pratica del cambiamento in modo da - teoricamente - indirizzarlo:
1. Stabilire una visione, uno strumento preciso per realizzarla, scegliere un obiettivo misurabile, formulare un programma a tappe
2. Nello scegliere una visione occorre avere qualcosa su cui scommettere con decisione. Spesso questo viene dall'identificazione di un cambiamento esponenziale colto all'inizio. E provoca la convinzione che si possa innescare un elemento incentivante che attivi o rimuova i freni a un cambiamento esponenziale dal quale trarre vantaggio.
3. In generale, nelle reti, vale la regola secondo la quale più persone sono coinvolte e più sono elevate le probabilità che il progetto funzioni. E' dunque l'epoca del cambiamento collaborativo, nel quale i vantaggi e il lavoro sono condivisi.

Ecologia della credibilità

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A quanto pare la credibilità si guadagna con un lungo lavoro e si perde in un attimo. E quando si perde non si ricostruisce se non con un lavoro almeno altrettanto lungo.

In questo, evidentemente, assomiglia all'equilibrio ambientale. Un sistema ecologico ci mette milioni di anni a formarsi, ma si può distruggere in breve tempo. 

Se resiste, quando resiste, è solo grazie alla biodiversità. Una monocultura come quella delle aragoste del Nordamerica, diceva Johan Rockström a Ted, sembra estremamente efficiente. Ma basta l'inserimento anche casuale di un organismo esterno per distruggerlo. L'equilibrio ecologico di lunga durata si forma attraverso la biodiversità.

La credibilità a sua volta resiste meglio se non è basata su un'unica caratteristica. Ma si attribuisce a una persona della quale si conoscono i caratteri distintivi, i valori, i fatti compiuti, le complessità e persino i difetti. La credibilità ottenuta per manipolazione di una o due caratteristiche della persona è fragile.

Un sistema dell'informazione è credibile se è dotato di infodiversità. Altrimenti è fragile. E prima o poi crolla. 

(Ma anche le persone hanno bisogno di infodiversità: se si chiudono in un ghetto culturale finiscono per avere una visione del mondo fragile).

Ethan Zuckerman

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Scienza dell'ebollizione

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Jean-Claude Burgelman, David Osimo e Marc Bogdanowicz scrivono un paper dal titolo Science 2.0 (change will happen...). Dimostrano come il cambiamento nei mezzi di lavoro scientifico e soprattutto nei mezzi di comunicazione e condivisione della conoscenza scientifica sono a una sorta di punto di flesso nella crescita per quanto riguarda il numero di ricercatori che scrivono, di paper pubblicati e di dati disponibili. Ci sarà una crescita esponenziale in tutte e tre le variabili.

Questo provocherà profondi cambiamenti, nella natura della scienza stessa, ipotizzano gli autori. Ci sarà una maggiore apertura e disponibilità di conoscenze ma anche una maggiore instabilità delle ipotesi e una maggiore ineguaglianza nella distribuzione delle risorse.

Quando qualcosa cresce esponenzialmente, all'inizio non sembra nulla, poi è enorme. In modo vagamente improvviso. Se questo dovesse in qualche modo succedere alla scienza, le conseguenze sarebbero enormi: vale la pena di prepararsi a gestire il cambiamento. Se non ci riescono gli scienziati...


1984 online

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Sguardi update

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Una lettura straordinaria sulla ricerca intorno al senso delle espressioni, degli sguardi e delle interfacce... Malcolm Gladwell, "The Naked Face" (2002, The New Yorker), segnalato da Howard Liptzin nei commenti, tutti molto interessanti, al post "ricerche sullo sguardo".

Ricerche sullo sguardo

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Esistono ricerche sullo sguardo? Molte. Il cinema dello sguardo ne ha sugerite diverse. Così come la fotografia e l'arte figurativa. I link sono del tutto insufficienti a dare un'idea della vastità dell'argomento. C'è persino chi, come Ninjia, presenta il tema del tracciamento dello sguardo sui banner nei social network.

Ci starebbero anche ricerche sullo sguardo in senso antropologico e neuroscientifico. Lo sguardo è un insieme di espressione e funzione. Nasce dall'attività di vedere, sboccia nel momento in cui incrocia un oggetto o una persona da vedere, esprime il modo in cui si sente chi vede e persino come reagisce a ciò che vede.

Lo sguardo è una traccia momentanea della cultura e della fisiologia dell'interazione tra le persone e il resto del mondo.

Ma le domande si moltiplicano. Esistono sguardi cinesi, americani, italiani, indiani? Esistono sguardi da suddito, da violento, da furbo, da pacifista? Esistono gli sguardi di società aperte e chiuse, imperiali e democratiche, competitive e cooperative? O esistono solo le interpretazioni individuali della condizione umana?

Lo sguardo cambia mentre entrano in funzione i neuroni specchio e si immagina che cosa significhi il gesto dell'altro appena incontrato. Cambia in funzione delle emozioni. E dei pensieri razionali.

Ma lo sguardo cambia, si adatta, si abitua alle circostanze: in una società nella quale tutti possono essere spie di un governo autoritario, oppure nella quale tutti portano una pistola in tasca, oppure nella quale la maggior parte della gente lavora in una cooperativa. Oppure, dove la religione, l'ideologia dominante, l'educazione diffusa propongono una vita non violenta, orientata a incentivare comportamenti morali. Oppure, dove tutti sono lupi e ci si aspetta che ogni giorno si possa essere sbranati o si sia costretti a sbranare.

Lo sguardo cambia. Può far paura. O sancire la pace. O essere, come quello di Vincent Van Gogh, uno sguardo di chi guarda, destinato alla ricerca, umile e curioso, sempre più stupito che giudicante.

Società aperta, un pensiero di Arango

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Si parlava ieri a Trento di open data, opportunità di crescita e nascita di nuove iniziative a partire dalla libera disponibilità di tutti i dati pubblici. Oltre ai casi americano e britannico, sono state citate le iniziative esemplari sul catasto Trentino, sulla cultura della Sardegna, sui dati pubblici del Piemonte. Grazie ai commenti: Pierluca Santoro, Fioretti, Roberto Marsicano, Gigi Cogo, Pm; più che a conoscere nuovi dati specifici, il convegno è forse servito a condividere esperienze e linee guida.

Un'obiezione di fronte all'apertura dell'accesso alle informazioni e la libertà di riutilizzo è spesso l'idea che la trasparenza possa generare convinzioni sbagliate e azioni sconsiderate.

Viene in mente Arturo Arango, uno scrittore cubano, intervistato in uno dei tanti periodi difficili per i pensatori liberi all'epoca di Fidel Castro. (Il suo "Lista d'attesa" è un racconto ironico, da non perdere, divenuto film e visto in tutto il mondo: alcune persone aspettano un mezzo di trasporto per andare altrove, ma l'attesa si prolunga per giorni e quelle persone nel frattempo litigano, si organizzano, si divertono, si innamorano, vivono. Se ne parlava in un libro disponibile qui sul blog).

Arango diceva che Fidel considerava i suoi cittadini come dei bambini da proteggere dalle informazioni. E questo è il caso in tutti i regimi autoritari, soffici o duri che siano.

La società aperta e i dati liberi sono invece per società che considerano i cittadini degli adulti. Che possono sbagliare. Che possono imparare. Che possono prendere in mano la loro vita e creare qualcosa di impensato. O sbagliare ancora. E poi forse imparare ancora.

Jigme Thinley

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Jigme Thinley, primo ministro del Buthan, è stato al Festival dell'Economia di Trento, dove ha raccolto grandissimi consensi con la sua idea di guidare la sua gente non in base agli indicatori definiti per calcolare il Pil ma in base a misure che possano avere a che fare con la felicità. Tra gli altri entusiasti, lo stesso Giuseppe Laterza: all'editore brillavano gli occhi raccontando a tutti la straordinaria qualità intellettuale e politica di Thinley.

Un pezzo del New York Times ne aveva dato conto tempo fa. Si tratta di un approccio molto razionale che non nega l'importanza fondamentale della crescita economica ma si occupa anche della qualità ambientale, culturale, relazionale, identitaria, delle persone. In questo, Thinley sta contribuendo in modo fattivo e pragmatico all'evoluzione della narrazione del progresso (vedi per esempio il suo discorso all'Onu).

Jobs parla di camion

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Steve Jobs dice che in passato, quando l'America era una nazione agricola, tutti avevano un camion. Poi si è passati alle automobili di tutti i tipi e i camion sono restati a quelli che li usano per lavori specifici. I pc gli sembrano un po' come i camion. E in futuro tutti useranno vari tipi di strumenti, mentre i pc resteranno necessari a quelli che ci lavorano: un po' come i camion di oggi.

Informazione silenziosa

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Per quanta esperienza razionale abbia fatto la civiltà, resta il fatto che la maggior parte delle azioni individuali e collettive sono irrazionali e dominate dall'inconsapevolezza, dalle mentalità indiscusse, dall'emozione, dall'intuizione, dall'istinto. Si reagisce senza pensare molto più di quanto si agisca dopo una riflessione.

Vale anche per l'informazione?

Un articolo di Harry Collins dimostra che la stragrande maggioranza delle cose che sappiamo riguarda cose che non sappiamo di sapere.

Daniel Kahneman dimostra che la stragrande maggioranza delle nostre scelte sono fatte in base alla prima cosa che ci viene in mente e non sono successive a un ragionamento controllato.

Gli antropologi fanno riferimento al concetto di cultura, spesso, come a un enorme contenitore di idee sedimentate nei gesti, nelle tecnologie, negli oggetti, nelle mentalità, che in una comunità le persone considerano tanto ovvi da non dover essere continuamente ridiscussi.

E Richard Sennet spiega l'artigiano come un professionista che sa quello che fa ma non sa spiegare quello che sa.

Tutte forme di conoscenza implicita.

Nella produzione di informazione sui fatti che riguardano una comunità molto è implicito. Nella maggior parte dei casi, il contesto è implicito, il senso è implicito, il metodo di ricerca delle informazioni è dato per scontato. E l'interpretazione è spesso lasciata più all'emozione, all'intuizione, all'ideologia, piuttosto che al ragionamento controllato ed esplicito. Questo rende l'informazione debole. E i fatti meno distinti dalle opinioni. Il che rende l'informazione meno efficace per incidere sulle scelte di una comunità.

L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

La fabbrica dell'attenzione

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Livia Blackburne studia Brain and Cognitive Sciences al Mit. E in questo post spiega come si cattura e mantiene l'attenzione:

1. sorprendi i lettori con un fatto o un dato inaspettato
2. crea un contesto per cui i lettori sentano empatia
3. definisci un mistero

"The more I think about it it, the clearer it becomes that fiction and nonfiction hook their readers in fundamentally the same way. It's all about providing a bit of context to make the reader care and introducing a mystery to keep her hooked."

via GG

Stranieri...

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Bello! Da vedere a schermo intero...


Storia futura

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Qualche mese fa si è tenuto un convegno dal suggestivo titolo: "2060: CON QUALI FONTI SI FARA' LA STORIA DEL NOSTRO PRESENTE?"

Ora è tutto online. I relatori. E soprattutto i paper dei ricercatori...

A margine del batterio di Venter

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L'annuncio di Craig Venter ha dato una scossa. Per chi si sia perso le puntate precedenti da non perdere l'Economist: editoriale e briefing. Un dibattito notevolissimo in materia è su Edge. L'articolo di Venter e colleghi è su Science.

Tra i molti temi emergenti, uno induce a qualche riflessione chi si interessi di informazione. In pratica, il lavoro di Venter è basato sull'idea di cambiare il dna di un batterio con un dna artificiale; tutto il resto dell'organismo resta quello originale, il dna è diverso; la notizia di questa settimana è che il batterio ottenuto in questo modo si replica, dunque è vivo. 

Venter si basa sulle informazioni sintetizzate nel dna. Ma il trasporto di nuove informazioni funziona in base al complesso sistema a base di rna, proteine e altro. Il nuovo batterio di Venter dipende dal ribosoma del batterio vecchio per fare le proteine che il nuovo dna descrive. L'approccio di George Church a Harvard è orientato proprio a controllare non l'informazione messa nel dna ma il modo in cui questa viene trasmessa: vuole fare nuovo ribosoma. La questione è dunque: vale l'informazione che esiste stabilmente o quella che viene trasmessa? Per metafora: nella dinamica evolutiva, vale la cultura sedimentata nel tempo o quella che passa da un elemento all'altro del sistema? Spingendo la metafora: alla lunga, prevale il contenuto o il mezzo che lo trasporta?

Narrazione e prospettiva

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Stasera ce la raccontiamo con Giuseppe Genna a Oilproject. La narrazione è una parola chiave. Ma raccontare la narrazione è superdifficile. Soprattutto quando ci sei in mezzo.

Anche perché come sappiamo bene gli stimoli vaganti sono moltissimi ma i filtri narrativi sono scarsi e confusi.

Remo Bodei dipinge la memoria nell'epoca della rete come una facoltà in tensione, sollecitata a mutare da un contesto che valorizza un iperpresente nel quale tutto è accessibile ma senza necessariamente favorire il riconoscimento di una prospettiva.

I racconti lineari e parziali, i frame interpretativi, le sceneggiatura implicite nei fatti riportati dai grandi media, hanno sostituito forse le grandi narrazioni la cui caduta è stata descritta dagli interpreti del post-moderno.

Sicché conviviamo con la complessità cercando di non pensarci troppo. Il che la alimenta.

La ipotetiche "grandi narrazioni" del presente, dalla globalizzazione allo "scontro di civiltà", durano poco e si trasformano in fretta. Anche perché le tecniche di distruzione polemica delle idee sembrerebbero attualmente più forti di quelle di ricostruzione.

Ma per vivere abbiamo bisogno di immaginare almeno un po' di futuro per noi o per tutti. E dunque abbiamo bisogno di pensarci come parte attiva di una narrazione. Solo una vita che si può raccontare può essere una "buona vita", dice Antoine Compagnon nelle sue lezioni al Collège de France. E probabilmente vale anche per la vita di una società.

Qualcuno può pensare che la rete non abbia contribuito a rispondere. Altri possono pensare che i blog e le narrazioni emerse nella rete abbiano aiutato. Ma un fatto è chiaro: se la narrazione generale che descrive la società in cui viviamo non ci piace o non sembra "vera davvero", o è troppo priva di prospettiva, la rete di dice che qualcosa di concreto possiamo sempre fare (sia nei contenuti che nelle piattaforme). Non è una soluzione. Ma rispetto all'epoca del dominio assoluto del broadcast, è un passaggio sensazionale.

Caso per caos

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Il petrolio del Golfo del Messico e l'ambiente globale. La nuvola del vulcano islandese e i voli aerei. La crisi greca e l'euro. Fenomeni caotici, interconnessioni mondiali. Se ne conversava ieri, con Ket. Fanno apparire i grandi potenti della Terra come persone che non sanno che cosa possono davvero fare. Eppure devono intervenire. 

Problema da far tremare i polsi. Perché forse indica la necessità di cambiare le forme dei governi. Ma certo non spiega come fare. A quanto pare, i fenomeni caotici non si governano vietandoli: si indirizzano con interventi strategici capaci di generare feedback positivi. Per riuscire occorre comprenderli fino in fondo. E forse non basta.

Stiamo assistendo a una riduzione del potere politico a una tra le molte potenti centrali di decisione collettiva. E forse a una sua trasformazione in un sistema essenzialmente votato a raccontare (anche con i fatti, ovviamente) una storia che accomuni molte persone e molte forze, in modo che si coordinino per percorrere una strada il più possibile condivisa.

Le conseguenze di tutto questo possono essere enormi. Forse le stiamo già osservando.

Icone e reliquie

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Che cos'è la Sindone? Una risposta è arrivata ieri, grazie a un'affermazione del Papa. E Armando Torno la riporta e commenta oggi in prima sul Corriere (non trovo l'articolo sul sito). 

Il Papa definisce la Sindone un'icona, non una reliquia. Significa che non la vede come un resto corporeo di una vita santa, ma come un'immagine. 

Come dire: è ora di smettere di domandarsi se sia veramente stata il lenzuolo che ha avvolto Gesù, perché il suo significato educativo è comunque molto grande. Questo non chiude il giallo più affascinante dell'archeologia cristiana, ma offre una chiave interpretativa più ampia e meno tecnica.

La fatica di festeggiare la fatica

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Buona festa dei lavoratori. Nella speranza che si veda che i lavoratori sono persone. E che tutte le persone lavorano. In condizioni diverse, per un salario o per una soddisfazione, per un bisogno o per un fine, per un dovere o per un piacere. Nella speranza che tutte queste motivazioni si possano riunire. E la dignità di tutte le persone non venga travolta dalla limitata visione di qualcuno.

La fatica di festeggiare la fatica si supera se si vede il lavoro come una dimensione della vita. Se non è il sacrificio che le persone devono subire per poter consumare. Se non è la chimera che non si trova e che si aspetta. Se non è il punto di domanda dei giovani. E se non è sfruttamento di illusioni. Se è preso sul serio quando lo merita. Se si impara a essere grati del proprio e dell'altrui lavoro: riscoprendone il sapore.

Oggi è una festa di tutti. Se smettiamo di aggregare le persone per un ruolo economico deciso da una filosofia vecchia. I lavoratori, i consumatori, i risparmiatori, i telespettatori... E' ora di smettere di farci a fette in base a una posizione nel sistema. E riconsiderare il sistema in base al fatto che è un insieme di persone, prima di tutto.

Se c'è bisogno di lottare per affermare una idea di lavoro più umana, vale la pena di farlo. Ma intanto, festeggiamo.

Morozov contro l'integralismo digitale

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Il fondamentalismo digitale (che il libro intitolato Edeologia criticava tempo fa), è una strana tentazione. La tentazione di pensare che la macchina della rete sia in grando di determinare automaticamente prevedibili conseguenze sociali e culturali.

Evgeny Morozov descrive in modo magistrale questa tentazione. E dimostra quanto sia profondamente pericolosa.

La reputazione nell'epoca dell'incoerenza

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Il modo più facile per criticare qualcuno è osservare le sue incoerenze. Obama è un obiettivo fantastico per questo genere di attività. Salon riassume quanto emerge sulle decisioni di Obama in materia di assassinio politico. Il presidente, in campagna elettorale, si opponeva a questa pratica. Oggi la approva. Le inchieste di New York Times e Washington Post lo dimostrano. Un cittadino americano, che incidentalmente è anche un leader islamico, è condannato a morte senza processo e può essere ucciso dai servizi americani. Bush avrebbe approvato: gli elettori di Obama pensavano che Obama non avrebbe approvato. Incoerenza.

Ma è l'epoca dell'incoerenza. Tra i più aspri oppositori di Obama sulla riforma sanitaria che tra l'altro consentirà agli ospedali americani di salvare la vita a persone che non hanno i soldi per pagare il medico c'erano gli aderenti ai movimenti per la vita, anti-aborto e anti-eutanasia, ma non anti-morte-per-povertà: e neppure anti-assassinio-politico. Incoerenza.

In Italia, siamo esperti di incoerenza. Politici incoerenti sono al potere da millenni. E la loro credibilità resta importante. Perché?

L'incoerenza è facile da individuare. Ma è parte della storia delle persone. E se le persone riescono a coltivare una reputazione tutto sommato accettabile, l'incoerenza è perdonata. Dunque quello che conta, a questo livello, non è la coerenza ma la reputazione.

Sicché tutti pensano alla reputazione. E si domandano come coltivarla. Continuamente ci pensano le aziende, i politici, le persone normali.

La reputazione non coincide con la biografia, ma con il giudizio su ciò che si sa di una persona. L'inganno della reputazione può essere particolarmente dannoso: può indurre a parlare non di che cosa dice e fa una persona ma soltanto di chi è. E può portare gruppi ad aggregarsi intorno al consenso per una persona piuttosto che per ciò che fa e dice.

Posto che tutto questo è rischioso, è possibile che il mondo stia trovando una soluzione? Ed è possibile che questa soluzione sia in rete?

La reputazione è una delle questioni centrali per chiunque lavori sulle reti. E non per nulla. Ma occorre distinguere la reputazione di quelle entità che vivono in broadcasting - come i politici e i prodotti commerciali - e la reputazione di noi che viviamo in rete. La reputazione dei politici e dei leader è frutto di una storia nella quale tra gli ingredienti ci sono anche la manipolazione dei messaggi, la tecnica della comunicazione e soprattutto il potere: se le persone accettano di mettersi in condizione gerarchicamente subalterna rispetto ai politici, accettano anche la loro incoerenza in cambio della fiducia che essi risolvano i loro problemi; la reputazione che conta è quella che sostiene quella fiducia. Se le persone si sentono tra loro sostanzialmente alla pari, allora la reputazione che conta è più fattuale. La condizione cambia con la consapevolezza della parità di diritti e doveri delle persone: se c'è questa consapevolezza allora la reputazione che conta è più empirica. Se vale invece soprattutto la relazione di potere allora la reputazione diventa più astratta, ideologica, emotiva, irrazionale, subalterna.

La rete non ci salva dalla manipolazione, ma aumenta le probabilità di trovare informazioni sui fatti, può attirare l'attenzione sulle forme di incoerenza delle persone e può condurre le persone a sentirsi più forti tra "pari": questo può essere una premessa per un approccio più empirico alla reputazione. 

Potrebbe emergerne anche un miglioramento nel modo in cui si valutano i politici. Superando la mera e prigra ricerca delle incoerenze e cercando di imparare a valura anche la vera qualità dei risultati fattuali dei politici.

(Ma bisogna ammettere che la questione è davvero intricata. E ci vorrebbe molta più riflessione in materia).

Morozov e Shirky

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Evgeny Morozov e Clay Shirky si confrontano su Edge intorno alle conseguenze liberatorie e illiberali di internet. Morozov è convinto che gli utopisti della rete ne sovrastimano le capacità rivoluzionarie mentre Shirky considera la rete un grande mezzo di coordinamento di gruppi di persone che altrimenti non sarebbero coordinate.

E' un pezzo fantastico. Anche per come i due grandi intellettuali riescono a evitare la polemica e a condurre il loro discorso verso qualcosa di costruttivo.

Il dialogo induce a concludere che sebbene la rete sia contemporaneamente un'opportunità per i dissidenti che tentano di informare e per i governi autoritari che intendono reprimerli, è anche una causa di erosione delle forme di controllo di cui i governi autoritari fanno ricorso. Che però non basta: i dissidenti non possono cavarsela contando solo su internet, hanno bisogno di un supporto molto significativo. Un supporto umano, politico e tecnologico.

Tracce per la storia

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Alessandro Lanni riprende e critica alcune considerazioni scritte a margine del convegno organizzato al Politecnico di Torino dedicato alla documentazione sulla quale lavoreranno gli storici del futuro per studiare la nostra società. E mette in luce un'ambiguità che va sciolta.

Si domanda Lanni se sia sensato immaginare letteralmente di lasciare ai posteri i documenti che serviranno a studiare la nostra società. E' l'ambiguità sulla quale gioca il convegno, ma non ci si deve perdere in quell'ambiguità. Perché, appunto, «il presente spiega il passato», diceva Fernand Braudel. Ed è il presente dei posteri che spiegherà il modo in cui ci studieranno. La storia cambia nei diversi contesti storici. Cambia quando un popolo si ricostruisce dopo una guerra, quando pensa di vivere nel pieno di una grande trasformazione, quando si sente in declino, quando emerge dopo un disastro ecologico o quando istituzionalizza il risultato di una rivoluzione. Qualunque traccia che lasciamo, volontariamente o involontariamente, sarà comunque riletta sulla base delle curiosità, delle problematiche, delle metodologie, dei punti di vista che ci saranno in futuro.

E dunque ciò che pensiamo di lasciare ai posteri è comunque qualcosa che parla a noi di noi stessi.

Il modo in cui decidiamo di conservare la memoria di quello che siamo è indicativo di ciò che noi pensiamo sia importante. E il convegno è in fondo nient'altro che una riflessione su ciò che è veramente importante di noi, secondo noi. Proiettando però il punto di vista su un'ipotetico futuro, mettiamo l'accento su qualcosa che tendiamo a sottovalutare: la memoria, il criterio di decodifica di ciò che siamo in grado di documentare su noi stessi, la prospettiva con la quale guardiamo al futuro, sono tutti ambiti di pensiero collegati. E che vale la pena di connettere, ogni tanto. Perché generano pensieri costruttivi. Come dimostra la riflessione di Alessandro.

Storia d'Europa

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Un sito per la raccolta e diffusione di materiale per la costruzione di una storia d'Europa di grande valore: Ena.lu.

Siamo di fronte alla necessità di interpretare noi stessi, la nostra prospettiva, il rapporto tra passato-presente-futuro. Abbiamo bisogno della "scienza del contesto", come definisce la storia Tommaso Detti. E abbiamo bisogno della "scienza delle conseguenze".

Abbiamo bisogno di una conoscenza basata su una metodologia condivisa che mantenga accesa la luce della ragione in un contesto di disattenzione, manipolazione, illusione. La storia è una componente fondamentale della ricerca di una risposta a questi bisogni. 

Il convegno di oggi al Politecnico di Torino è stato per lo meno capace di dimostrare che al di sotto delle apparenze, una grande società di ricercatori, spesso molto giovani ed entusiasti, si sta dedicato alla riflessione sulla distinzione tra fonti storiche del presente e mera comunicazione.

Obiettività debole, fanatismo forte

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Un argomento da approfondire: la Cnn perde audience, Msnbc e Fox vincono. L'analisi di Ross Douthat verte sull'idea, più o meno, che la Cnn perde perché punta su una fredda obiettività, mentre le altre tv sono più accese nel sostenere opinioni e visioni del mondo.

C'è evidentemente qualcosa da imparare da tutto questo. E ne dovremo riparlare.

In effetti, l'obiettività ha più a che fare con la ricerca dei fatti che con la tifoseria delle opinioni. E' più razionale che emotiva. Finisce per avere uno stile più freddo. E rischia di perdere contro le tifoserie di ogni genere.

E' vero che soltanto in una minoranza di azioni, le persone pensano razionalmente (come mostra Kahneman). Nella maggior parte dei casi agiscono in base all'intuizione, all'insieme di precontetti e pensieri preconfezionati, spesso legati a emozioni e sensazioni coinvolgenti. La razionalità è faticosa, richiede analisi, sforzo di approfondimento, lunghe ricostruzioni del contesto. E i fatti sono difficili da scoprire, seguire, leggere. E' più veloce e spesso divertente prendere posizione insieme a un gruppo di attivisti di qualunque genere. Ma non può essere questa la fine della storia.

Perché l'intuizione, l'emotività, la tifoseria, sono fenomeni manipolabili. Perché pochi esseri razionali possono governare attraverso l'emotività quello che pensano milioni di persone dominate dalla tifoseria, nella logica della strategia della disattenzione.

Ci può e deve essere una tifoseria dell'obiettività, una partecipazione alla ricerca dei fatti, una emozione della scoperta. In barba a tutti i manipolatori. Certo, certo: non è facile. Ma non ha senso rinunciare a una battaglia ideale così importante.

Storia di domani

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Noi cerchiamo nelle grandi tendenze e nei piccoli indizi, le tracce del nostro futuro. Siamo ricercatori che pensano alla storia che emergerà come conseguenza di quello che facciamo oggi. Ma tra qualche decennio, gli storici a loro volta cercheranno di ricostruire perché la loro società sarà come sarà, anche ritrovando le tracce della vicenda umana di questa nostra epoca. È la visione di una connessione impossibile tra il presente e il futuro. In realtà, è il nostro bisogno di immaginarci in una prospettiva di lunga durata. Che vada oltre noi stessi.

Ebbene, se ci saranno degli storici, nel 2060, e se saranno interessati a ricostruire la storia della nostra epoca, avranno a disposizione le fonti che noi lasciamo loro, con le chiavi di interpretazione che vorranno loro. Se ne occupa un convegno importante, domani al Politecnico di Torino. E sempre domani Nòva offre qualche spunto di informazione.
Clay Shirky propone una visione della transizione nel sistema dei media. La fine dei sistemi complessi del passato prelude all'avvento di nuovi, futuri sistemi complessi. Ma la transizione avviene attraverso azioni semplici.

L'idea è suggestiva. Proprio perché tutti coloro che tentano di agire oggi in vista della costruzione di un nuovo sistema mediatico e si danno il compito di operare tenendo conto in toto della complessità della mediasfera finiscono col bloccarsi. Meglio agire su progetti specifici. E lasciare che la complessità cresca intorno alle (poche) idee che effettivamente funzionano. E' una logica sperimentale: la riprogettazione di un sistema complesso emerge dalla quantità si idee e azioni semplici che si mettono effettivamente alla prova.

Critica della ragione gratuita

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Da GG una discussione critica sul dono, le relazioni, la costruzione del valore sociale. Il dono non è gratuito, nel senso che è comunque uno scambio: non monetario ma sociale. Costruisce relazione, come diceva Marcel Mauss. E come fanno notare Marco Aime e Anna Cossetta in Il dono al tempo di Internet (Einaudi, pp. 121, euro 10). Ne parla Marco Belpoliti. E ne parlava, come appunto segnala GG, Patrick Laviolette, in The Dark Side of the Gift segnalando il lavoro di Jean-Sébastien Marcoux: Escaping the Gift Economy.

Da ricordare, il magnifico pezzo pubblicato su Nòva da Fabio Bonifacci.

(cfr i miei vecchi appunti per un libro)

La vittoria del presente

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Nel pieno della crisi, gli italiani che hanno votato hanno votato in maggioranza per la soluzione immediata. Non per il lamento rivolto al passato, non per l'ideologia: hanno votato per chi appare in grado di dare risposte subito. Il che paradossalmente impone di pensare al futuro.

Ci sono anni senza elezioni davanti. È ora di tracciare una prospettiva. E attenzione: ci penseranno sia a destra che a sinistra. Chi sarà il più convincente? Vinceranno gli sceneggiatori della fiction al potere? Vinceranno i gestori delle poltrone locali e nazionali? O vincerà chi davvero sarà capace di voltare pagina e raccontare il prossimo capitolo?

Il possesso dei mezzi di comunicazione ovviamente aiuta a sostenere un quadro interpretativo. Ma è anche questione di idee che si incarnano nella vita reale. Ed è anche questione di trovare un modo per raccontarle che entri nei discorsi delle persone.

Parole sante sulla leadership

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Il leader è al servizio dei seguaci, dice Rudi Bogni in questo post. Parole sante.

Il bello degli americani

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Il bello della cultura prevalente negli Stati Uniti è che tende a prendere un problema e trovaer la soluzione. Poi la digerisce e se ne esce con una serie di consigli pratici.

Tipo: che cosa fare se sei infelice al lavoro?

Da Harvard la soluzione:
- prendi coscienza di quello che puoi cambiare e quello che non puoi cambiare
- assumiti la responsabilità di fare qualcosa per cambiare la situazione
- concentrati sul tirar fuori il positivo da una situazione negativa
- non convincerti che niente può cambiare
- non consentire ai pensieri negativi di guidarti
- non affrontare la situazione da solo

Forse sono consigli che vanno bene anche se sei infelice in famiglia, o in tram, o in vacanza... Ma questi vengono da Harvard, dunque riguardano il posto di lavoro. Che poi non sono neppure consigli sbagliati. Anzi...

Eclettismo specializzato

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L'uomo del Rinascimento è una figura sintetica capace di spaziare tra diverse discipline portando in ciascuna un contributo eccellente. L'uomo specializzato Otto-Novecentesco è profondamente competente nella disciplina alla quale applica il suo coltello analitico e non si occupa d'altro. Ma questi idealtipi non sono sufficienti a spiegare la dinamica culturale, ovviamente. Perché ciò che rende il loro lavoro un successo oppure un inutile sforzo è anche il contesto dell'organizzazione culturale nella quale sono immersi. E l'eterna domanda torna sempre: conta di più l'inventiva della persona o la forza della struttura? Si scopre che la risposta è: sì.

La persona ha un valore imprescindibile e il contesto la valorizza o la frena. Ogni epoca trova la sua soluzione al problema di mettere insieme le conoscenze delle persone in modo da coordinare i comportamenti dei gruppi anche a livello di dinamica culturale. L'editoria, il mercato, la piazza, la chiesa,... internet...

In particolare, che cosa chiede l'epoca di internet alle persone? Specializzazione o eclettismo? In questo momento, secondo uno studio di Lada Adamic e altri, i gruppi interdisciplinari sembrano avere spesso più successo nella ricerca di quanto ne ottengano i gruppi monodisciplinari. Ma la qualità del contributo dei singoli ricercatori è più grande se sono specializzati. E questo vale anche per i contributi a Wikipedia o altri progetti di condivisione della conoscenza. 

Infelicità dell'attesa

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Un articolo Elizabeth Kolbert sul Newyorker mostra i lati paradossali e importanti della ricerca sulla felicità che si va conducendo da anni. Le osservazioni sono spesso da digerire con calma. Ma l'arrivo di un nuovo rapportino dal Data Team di Facebook impone una riflessione urgente: la felicità connesa a un evento atteso è di solito maggiore della felicità percepita quando quell'evento effettivamente arriva a compiersi.

Quello che immaginiamo può essere più soddisfacente di quello che viviamo. Il futuro può essere visto come una fonte di felicità maggiore dell'esperienza presente. La prospettiva in questo senso diventa alimento dell'azione, alla ricerca della felicità.

La nostra consapevolezza sul modo in cui costruiamo la prospettiva è di fatto il binario che guida la vera soddisfazione che possiamo ottenere. La conoscenza del passato e la riflessione sulle conseguenze future di ciò che facciamo ora ne è la materia prima. Non per niente, la saggezza dice che la strada è più importante della meta e la capacità di vivere il presente è più importante dell'attesa dell'arrivo di ciò che pensiamo possa essere fonte di soddisfazione. Non per niente il flow - il percorso dell'espressione delle nostre capacità - è più connesso alla felicità dell'insieme dei risultati ottenuti. Specialmente, vivere intensamente l'azione consapevole è qualcosa di più vicino alla felicità di qualunque banale, faticoso, depressivo confronto con quanto ottenuto dagli altri.

Geopolitica di Google

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Un pezzo uscito oggi sul Sole riguarda l'emergere di una nuova dimensione geoopolitica che si incarna su internet e che viene segnalata dal caso Google in Cina.

Hans Magnus Enzensberger sull'educazione

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Una serata a Pordenone con Hans Magnus Enzensberger, maestro di conversazione. Ascolta tutti come se volesse assorbire ogni parola e poi spara i suoi pensieri laterali. 

Sull'educazione ha un'intuizione. «Non è possibile che la scuola sia davvero decisa sa un ministero. Col risultato che è noiosa. Io farei un'educazione basata su contratti tra educatore ed educando... Tipo: prima regola, tu non mi annoi; seconda regola, io non annoio te; terza regola, se qualcuno si annoia ha il diritto di protestare...».

Non è solo divertente, come idea. Perché non è soltanto un sistema per far passare il tempo facilmente agli studenti e ai professori. È anche un contratto. E il contratto educa. Infatti, Enzelsberger va avanti suggerendo altri contratti, dimostrando dunque che è questo il concetto attorno al quale vorrebbe concentrare la riflessione educativa: «Altra regola: io devo difenderti, e tu devi difendere me... Come facciamo?». L'educazione alla consapevolezza della qualità della relazione, in vista di un obiettivo comune... come difendersi... Secondo me c'è un'intuizione forte, qui, anche se ovviamente in una battuta non poteva essere sviluppata.

Economia della santità

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Anche la santità - per come è definita dalla Chiesta Cattolica - si può studiare con approccio "scientifico", o per lo meno, con uno spirito laico, da scienziati sociali. Del resto, queste cose, divertono molto gli anglosassoni. (Ne sorride appunto anche Marginal Revolution).

Economics of Sainthood è una prima investigazione condotta da Robert J. Barro e Rachel M. McCleary di Harvard, con Alexander McQuoid di Columbia.

Ecco come gli autori introducono il loro paper

Saint-making has been a major activity of the Catholic Church for centuries. The pace of sanctifications has picked up noticeably in the last several decades under the last two popes, John Paul II and Benedict XVI. Our goal is to apply social-science reasoning to understand the Church's choices on numbers and characteristics of saints, gauged by location and socio-economic attributes of the persons designated as blessed. 

(Si leggono tra l'altro diversi aspetti della storia del processo di canonizzazione. Per esempio si trova che la canonizzazione è sottoposta ufficialmente all'autorità esclusiva del Papa solo nel 1234. In precedenza era stata un'attività piuttosto decentrata: se ne occupavano direttamente i stessi vescovi. Il processo di accentramento avviene a partire dalla fine del primo millennio. Ma continua a tener conto delle esigenze e delle informazioni che arrivano dall'organizzazione decentrata della Chiesa). 

Gli ultimi due Papi hanno aumentato molto, dicono gli autori, lo stock di beati e santi. L'ipotesi che gli autori propongono per spiegare questo fenomeno è la competizione della chiesa cristiana evangelica.
Nell'epoca di internet il business editoriale è in trasformazione. E una possibile via d'uscita è che gli autori semplicemente diventino imprenditori di sé stessi. Luke Johnson, presidente della Royal Society of Arts e leader della compagnia di private equity Risk Capital partners, pone un vecchio problema in modo tanto diretto e sicuro da sfidare a rifletterci sopra di nuovo.

La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."

E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?

La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.

Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.

Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.

Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.

Il gesto di conoscere

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Google Labs ha tirato fuori un nuovo modo per fare una search sui telefonini con Android. Non più solo la tastiera, e non solo la voce (la cui efficienza è sempre in dubbio). Ma la scrittura a mano di segni sul video.

L'iPad a sua volta mostrerà qualche innovazione nei gesti che si possono fare sul video per muoversi nel sistema (la mossa delle tre dita a quanto pare avrà un suo senso specifico).

L'esperienza di apprendimento che si fa con un cellulare intelligente è diversa da quella che si fa con un pc sul tavolo anche se si vanno a vedere gli stessi contenuti con il browser, perché il contesto fisico nel quale ci si trova è diverso e il movimento che si compie con il corpo non è limitato a pigiare sul tasto del mouse.

Impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter. Con l'iPad potrebbe andare ancora meglio.

La memoria del gesto di archiviare le foto di carta in un album è diversa da quella che deriva dal gesto di selezionarle tutte insieme per metterle in un colpo solo in un folder del computer. E le nuove interfaccia dovrebbero tenerne conto. Non per tornare indietro o per fare inutile fatica. Ma per andare avanti e aggiungere esperienza. (Un post precedente).

Le concert

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Una storia magnifica. Le concert, il film di Radu Mihaileanu, racconta il riscatto di un'orchestra che aveva suonato al Bolshoi ma era stata dispersa per l'antisemitismo della dirigenza sovietica, nel 1980.

Il suo ultimo concerto era stato brutalmente interrotto da un funzionario del partito comunista sovietico. Alcuni membri dell'orchestra, compresa la prima violinista, erano stati inviati al gulag, dove erano scomparsi. Il direttore sogna di finire quel concerto. E per una vicenda rocambolesca riesce a riunire la sua orchestra per suonare al teatro Chatelet di Parigi: ma i musicisti sono segnati da quasi trent'anni di umiliazioni, hanno perduto ogni disciplina e non riescono neppure a provare una volta. Sicché nulla fa pensare che possa effettivamente riuscire a suonare Tchaikovsky. Ma la figlia della prima violinista, ignara della sorte toccata alla madre e a sua volta diventata violinista in occidente, si convince a partecipare. E quando entra in scena la sua musica, dopo le prime note stonate dell'orchestra brancaleonesca, avviene una magia artistica...

La commozione è contagiosa. L'ironia della narrazione serve a fare emergere un'esperienza profonda. E il commento del direttore, sussurrato tra parentesi prima del concerto, è tragicamente sereno e meravigliosamente anacronistico: "Siamo una squadra, ciascuno col suo strumento, a cercare l'armonia, per il tempo di un concerto: è questo il vero comunismo".

L'ombra del bello...

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roy's bronze Roy Lichtenstein è alla Triennale.

Spero che la sua Fondazione
mi perdoni questa foto.
Pubblicata in segno di ammirazione.

Che cos'è l'ATTENZIONE? Una forma di energia

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Con l'arrivo di Buzz molti hanno avuto un moto di repulsione: non solo per le note questioni di privacy violata, ma anche perché ci si trova di fronte a un ennesimo strumento di comunicazione sociale da gestire, ascoltare, tenere d'occhio.

Di qui lo spunto per una riflessione sull'attenzione.

C'è un pezzo di Chris Brogan che si fa leggere. Contiene un'indicazione da criticare e una proposta da prendere sul serio.

Per Brogan l'attenzione è una moneta che si scambia e ha un grande valore. Uhmm. Per me la metafora non tiene: la moneta, come insegna la reazione pubblica alla crisi finanziaria, quando manca si può stampare. L'attenzione è scarsa e non si può replicare. In realtà, la moneta è una forma di informazione. Mentre l'attenzione casomai si può paragonare a una sorta di energia: viene da fonti rinnovabili ma è in ogni caso scarsa e limitata.

La proposta di Brogan però è di buon senso. Gestire l'attenzione facendosi una personale lista di priorità. Non lasciandosi trasportare dai doveri impliciti nelle piattaforme che si usano. Trovare un equilibrio interiore per tutte le fonti di energia-attenzione e i vari modi per impiegarla costituisce un valore per l'equilibrio del nostro personale ecosistema dell'informazione ed è la premessa di un equilibrio informativo complessivo. Il buon senso, qualche volta, serve. Anche per combattere la strategia della disattenzione.

Semplicemente vero

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Se è semplice, sembra vero. 

Per come funziona il cervello, riporta Drake Bennett, un'affermazione che appare semplice viene considerata dalle persone vera con molte più probabilità di un'affermazione che appare complicata.

Lo studio della "facilità cognitiva" è un settore in crescita della psicologia. E mostra come per esempio le azioni delle aziende con un nome semplice siano nel tempo acquistate di più delle azioni con il nome complicato. Oppure come la semplicità dei messaggi pubblicitari influisca sui comportamenti dei consumatori.

I maestri della ripetizione di messaggi semplici, soprattutto in un contesto confuso, sono in grado di governare il consenso molto di più di coloro che approfondiscono le tematiche ma non arrivano a sintesi semplici. 

Una comunità deve sapere che esistono meccanismi cerebrali come questo. Altrimenti rischia di sentirsi superiore a chi tenta di manipolarla. E soccombe alla manipolazione.

Impariamo a giocare come i computer

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Garry Kasparov, campione di scacchi, racconta come vede cambiare il suo gioco dopo l'avvento dei computer.

Ero con lui - insieme a molti altri - mentre a New York nel 1997 si batteva contro Deep Blue, il computer scacchista dell'Ibm. Fu un momento molto umano, in realtà. Perché fu l'emozione derivante dall'incertezza sul modo di "ragionare" del suo avversario che condusse Kasparov alla sconfitta.

Ma le sue considerazioni attuali sono molto razionali. Gli uomini stanno imparando a giocare come i computer...
"Essere stati è ancora una condizione per essere?" è il titolo di un convegno, oggi, a Firenze (info su Museo dei Ragazzi, inToscana, Sopravvissuta). Si parla di biblioteche, archivi e musei, e del loro ruolo nella creazione di una prospettiva. Ne abbiamo bisogno, schiacciati dall'iperpresente.

Ecco una prima reazione al titolo. Si approfondirà, andando oltre il teorico, oggi con gli altri (non ho riletto, mi scuso per la conseguente lungaggine..):

A meno di grandi sorprese, la domanda è, ovviamente, almeno la metà della risposta. Che cosa dunque ci stiamo domandando? Si intuisce che stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con tematiche come l'identità, la coscienza, la cultura, in una prospettiva storica. E in sottofondo ci domandiamo quale possa essere il ruolo, oggi, di istituzioni fondamentali per quel genere di tematica, come i musei, le biblioteche, gli archivi.

Innanzitutto, il "noi" implica che stiamo escludendo le risposte di tipo immediatamente neurologico, come quella definita da Nicholas Humphrey in Rosso (Codice Edizioni): per Humphrey la coscienza è una funzione che consente a una persona di mettere insieme la successione di fotografie insensate che è il presente sensibile, attraverso la memoria dell'immediato passato e l'immaginazione dell'immediato futuro. Dove la brevità dell'"immediato" varia da persona a persona. Se fosse dunque una domanda alla prima persona singolare, la risposta sarebbe neurologicamente affermativa. Tipo: "non posso dire di essere se non sono stato".

Non è detto che questo sia vero anche se parliamo di "noi". Almeno fino a che ci troviamo a pensare di dover scegliere tra due modelli: quello che concepisce la società, la comunità, come un organismo che più o meno funziona come una persona, oppure quello secondo il quale la società non è altro che un insieme di individui cui accade di vivere nello stesso contesto. Probabilmente impareremo a considerare il gruppo come qualcosa di diverso sia dall'una che dall'altra immagine. Ma questo non può avvenire se non attraverso un percorso complesso. Osservare il funzionamento dei neuroni-specchio, studiare il comportamento dei gruppi di persone nei social network online, può lasciarci intuire la possibilità di una sorta di un'intelligenza collettiva al lavoro. Ma dall'intuizione alla comprensione passa molta strada. Resa impervia anche dal fatto che, come sempre, mentre il punto di osservazione è plurale e il racconto cui si immagina di voler arrivare è singolare.

In realtà, quando "noi" ci domandiamo qualcosa di "noi" facciamo appello contemporaneamente a molte nostre facoltà: la facoltà di osservare individualmente, la facoltà di osservare insieme, la facoltà di condividere le osservazioni, raccontandole, in base a un metodo e a un linguaggio condiviso... e molto altro. È mettere al lavoro consapevolmente queste facoltà all'unisono che è difficile. Per questo ci appelliamo a convinzioni indiscusse che ci tranquillizzano. Come potrebbe essere l'affermazione secondo la quale "essere stati è condizione per essere". Ma oggi dobbiamo fare a meno di questo tranquillante perché ci siamo consapevolmente dati il compito di discutere precisamente quella convinzione.

A partire dalla parola "condizione". Starebbe a significare che se non si è stati non si può essere. Ma allude anche al condizionamento che l'essere stati in un certo modo ha conseguenze ineludibili sul modo in cui si è. E, infine, quell'"ancora" risolve una parte del problema e ne qualifica un'altra: perché quell'"ancora", appunto, significherebbe che, in passato, il passato ha certamente condizionato il presente; ma non è detto che lo condizioni anche oggi. O forse più allusivamente significherebbe che, in passato, si era convinti che il passato condizionasse il presente; mentre oggi quella convinzione è diventata discutibile. O forse addirittura che dovrebbe diventarlo. E infine: una volta discussa, si dovrebbe tornare a dire che "sì" è ancora condizione, o che "no" non lo è più?

Discutiamo di tutto questo perché ci rendiamo conto che l'autorevolezza dell'idea secondo la quale "l'essere stati è condizione per essere" è discussa, distrattamente, dalla società contemporanea. Primo, perché una semplificazione insostenibile ma apparentemente gratificante ci induce a pensare che il continuo, eccessivo, flusso di novità sia la dimostrazione che ci troviamo in un'epoca che ha poco a che fare con il passato, lo può dimenticare e trattare come un pesante fardello culturale. Secondo, perché il richiamo indiscusso al rapporto tra l'"essere stati" e l'"essere" è più che altro utilizzato in chiave ideologico-difensivistica in tutti i casi in cui larghe parti della società, populisticamente o ideologicamente guidate, si dimostrano impaurite del diverso dall'abituale, come nel caso dell'immigrazione o della trasformazione della famiglia tradizionale.

Dal punto di vista di istituzioni votate all'approfondimento contemporaneo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" - come potrebbero essere i musei, le biblioteche, gli archivi - il raccordo tra il passato e il presente non può più dunque permettersi di essere visto come un fastidioso fardello che disturba il consumismo di novità e contemporaneamente non si può prestare a fare da semplice stampella per le operazioni ideologiche difensivistiche nei confronti della trasformazione storica.

In realtà, musei, biblioteche e archivi, sono piuttosto i simboli di un'opportunità rovesciata: favorire l'innovazione e la trasformazione sociale in coerenza con l'epoca storica che viviamo, aiutando nel contempo a decodificare il flusso di novità "consumistiche" come meno trasformativo e gratificante di quanto appaia.

Per arrivare a cogliere questa opportunità occorre un piano d'azione.

Il racconto costruttivo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" si risolve in un insieme di azioni che dimostrino come:
1. il racconto maggioritario, consumistico e reazionario che appare prevalente, ha una storia e probabilmente è legato a un ciclo trentennale per il quale si potrebbe anche cominciare a immaginare una fine
2. un racconto equilibrato del rapporto tra passato e presente, che aiuta a decodificare le novità consumistiche e le reazioni ideologiche, ha l'effetto fondamentale di aprire al futuro, mentre il racconto prevalente oggi tende a schiacciarci sul presente
3. musei, biblioteche e archivi hanno la qualità istituzionale e l'autorevolezza culturale per candidarsi a partecipare alla costruzione di un racconto sociale innovativo del genere proposto.

Tutto questo è probabilmente tanto più possibile quanto più riusciremo a sviluppare una sorta di coscienza innovativa del valore personale e collettivo dei beni comuni, delle forme di scambio non monetario, della ricerca di qualità come premesse per un obiettivo cui il percorso fin qui seguito dall'economia tradizionalmente consumistico-monetaria non è mai riuscito a indirizzare: la felicità.

Non c'è alcun motivo per accettare supinamente che l'"essere stati" sia condizione per "essere" se si pensa tra i due momenti possono intervenire eventi drammatici come la morte, la distruzione, l'invasione barbarica. Ma ci sono buoni motivi, braudelianamente, per pensare che con mente aperta e spirito di ricerca si ritrovino sempre nella pluralità dei tempi sociali i segni della lunga durata contemporaneamente ai ritmi delle mode e ai bagliori degli avvenimenti. Il problema è raccontare tutto questo. In un quadro di progresso ridefinito in base a un obiettivo di felicità, che di fatto implica la capacità di una società di raccontarsi il valore dei beni relazionali, dei beni ambientali, dei beni culturali.

La discussione riparte da queste esigenze. Ma tutti i relatori porteranno a loro volta punti di vista molto diversi.

Esistono progetti che possono essere praticamente avviati a partire dalla rete dei musei-biblioteche-archivi per contribuire a questo innovativo racconto?

Tre opportunità:

1. La cura, la custodia, la manutenzione, la classificazione, la rappresentazione, la narrazione, restano i compiti qualificanti di musei, biblioteche e archivi. Sono la testimonianza del lavoro che si può fare per i beni culturali comuni e per il loro valore a favore dell'insieme della società. Quella testimonianza può essere mitizzata e valorizzata, per contribuire al nuovo racconto. Non facciamoci tentare, ma si potrebbe fare una grande, divertente serie-video da trasmettere via web con lo scopo di raccontare in modo contemporaneo la vita delle istituzioni museo-archivio-biblioteca...

2. Si può fare un'ipotesi: una società che abbia vissuto trent'anni sempre più schiacciata sul suo presente, ha bisogno di aria, di prospettiva e di sorgenti di valutazione della qualità. In questo c'è l'opportunità strutturale di musei-biblioteche-archivi. Il problema è connettere quell'opportunità alle pratiche di quelle istituzioni. La definizione di che cosa sia la qualità è un bisogno emergente per tutte le istituzioni che si sono schiacciate sul mercato e il breve termine, a partire dalle banche ma per arrivare alle funzioni educative della vita quotidiana nei social network. Abbiamo bisogno di fare emergere il giudizio sulla qualità, sull'eccellenza: e per farlo musei, biblioteche, archivi che siano al nostro servizio e che nella vita quotidiana rispondano all'esigenza della custodia di un legame con il nostro passato, di fatto fanno qualcosa di più: il modo in cui custodiscono quel legame diventa il metodo con il quale una società impara a decidere sulla qualità, sull'eccellenza. Esplicitare questa valutazione della qualità, renderla autonoma dalle altre dinamiche come il mercato o il potere politico, sono missioni imprescindibili per queste istituzioni. Se mancano la società non può risolvere il problema della qualità, dell'eccellenza. Come legittimare questo compito senza più la leva top-down, in una società che è profondamente bottom-up? A sua volta, questa narrazione ha bisogno di una narrazione. Partecipare ai social network in modo strategicamente definito dalla volontà di cogliere questa opportunità è possibile...

3. Il compito di queste istituzioni è essere levatrici di un nuovo racconto, meno schiacciato sul presente: il che avviene solo connettendo non più il passato al presente, ma il passato al futuro: in una prospettiva nella quale il presente assuma un senso diverso. Più largo. La conquista non avviene con la mera trappola dell'essere stati: avviene ampliando le dimensioni di ciò che siamo, richiamando le molte dimensioni (pubbliche, comuni, private; monetarie, gratuite) del passato e le molte dimensioni delle aspirazioni per il futuro (sviluppo, ambiente, felicità). Il racconto di cui abbiamo bisogno è quello di un progresso meno unidimensionale. Spiegare l'importanza del passato soltanto in funzione del presente è una trappola narrativa, perché mette musei-biblioteche-archivi nelle mani dei poteri del presente: connettere il passato al futuro apre a nuove alleanze, con tutte le forze che puntano a contribuire al costruire il futuro.

Collective knowledge systems

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Sistemi che gestiscono la conoscenza collettivamente (Silicon Alley Insider). Google e Wikipedia. Oppure Innocentive. C'è un filone di ricerca in via di definizione.

All'Mit stanno lavorando per costruire una piattaforma nella quale le persone possano essere guidate a creare previsioni.

C'è un link evidente con la costruzione dell'agenda comune. Perché anche in questo caso le previsioni possono diventare la focalizzazione di un gruppo intorno a una comune serie di priorità. (Tanto per fare un esempio: Nicholas Negroponte si schernisce quando gli chiedono come ha fatto vent'anni fa a prevedere la convergenza dicendo: "non era una previsione, era l'osservazione di quello che stavamo preparando").

Albert Camus: individualismo e comunità

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Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.

La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.

È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.

Temi di onore e morale nei social network

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La morale della tradizione cristiana e la morale laica di stampo kantiano - con qualche importante differenza - stabiliscono regole e sanzionano le infrazioni in base alla considerazione delle intenzioni di chi ha agito (dice Galimberti). E sono soprattutto orientate alle relazioni tra persone umane. "L'uomo va trattato sempre come un fine, mai come un mezzo" dice Immanuel Kant. Raramente se non per via di indicazioni spirituali si occupano di rispetto per la natura, gli animali, l'aria...

Oggi non basta più quel modo di regolarsi. O meglio: il rispetto delle persone per le altre persone dipende anche dal rispetto della natura che le ospita tutte. Emergono nuove forme di impegno morale, orientate non alle relazioni tra le persone, ma aperte anche alle relazioni delle persone verso l'umanità e il pianeta che la ospita. (Una questione posta da Isaac Asimov nella definizione dell'etica dei robot, ovviamente).

Ci sono altre aperture in vista, però. Man mano che l'umanità sviluppa nuove forme di vita, geneticamente e roboticamente, si deve porre il problema di come trattarle. Come fa Rick Deckard in Blade Runner. E come si vedrà tra breve in Surrogates.

A questo genere di problema si applica - anche se con ovvie difficoltà - la morale weberiana della responsabilità. Non delle intenzioni, ma delle conseguenze delle azioni. Hans Jonas ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Si è responsabili di qualcosa se è l'effetto di una nostra azione. Almeno se l'effetto era prevedibile.

La difficoltà naturalmente consiste nel fatto che la prevedibilità è spesso indecifrabile in un sistema complesso. E che ogni innovazione può generare problemi imprevedibili, generando il rischio di una sorta di paralisi dell'innovazione. A questo per ora si oppone soltanto il "principio di precauzione". Ma abbiamo bisogno di imparare molto di più per poterlo applicare.

Che fare intanto? Un tema emergente nella sfera dei social network, che in un certo senso sono a loro volta un laboratorio per testare le forme di morale con le quali stiamo affrontando il cammino complesso che abbiamo davanti, è quello dell'onore, o della reputazione. L'onore non presuppone una specifica morale - anche se di volta in volta si applica a una morale in particolare - ma alla coerenza interiore di una persona nei confronti di quello che pensa sia il suo dovere nei confronti degli altri. È difficile parlarne, ma è importante come non mai, in un'epoca in cui le norme e il loro funzionamento sono messi in discussione da una dinamica culturale sottoposta a forti pressioni. 

L'onore è il valore più forte di un personaggio come Philip Marlowe, dice il suo autore Raymond Chandler. E ne discute Mick Hume sulla Spiked Review of Books.

Barthes, la retroguardia dell'avanguardia

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Un antimoderno Ã¨ Roland Barthes, dice Antoine Compagnon. Per spiegarsi, il professore di letteratura riporta una frase - del 1971 - nella quale Barthes si definisce "alla retroguardia dell'avanguardia" perché: "être d'avant-garde, c'est savoir ce qui est mort; Ãªtre d'arrière-garde, c'est l'aimer encore". 

(È una frase illuministicamente romantica, struggente: l'avanguardia sa che qualcosa è morto ma la retroguardia l'ama ancora).

Hegel tra beni e strumenti

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Riaffiora un passaggio di Hegel, nella Scienza della logica: "nel futuro" (il suo futuro è il nostro presente) "nel futuro la ricchezza non sarà più determinata dai beni, ma dagli strumenti, perché i beni si consumano, mentre gli strumenti sono in grado di costruire nuovi beni". Via Galimberti.

E più avanti. "Quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento in ordine alla quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale. Hegel fa un esempio molto semplice: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono uno che ha i capelli, se mi tolgo tutti i capelli sono calvo. Vi è dunque un cambiamento qualitativo per il semplice incremento quantitativo di un gesto".

Siamo in mezzo a una ridefinizione delle due questioni.

Il valore generato dagli strumenti - come il denaro o, forse, la tecnologia - ha attratto tanto interesse da ridurre la concentrazione sui beni. Non è semplicemente aumentato il valore degli strumenti. C'è stato un salto qualitativo. Che ha ridotto l'attenzione al valore dei beni a un livello vicino allo zero (tanto è vero che si può parlare in molti casi, con Chris Anderson, di Free).

Ora però sappiamo anche che i beni non sono solo quelli che hanno un prezzo. Anzi, i beni di maggior valore non hanno prezzo, come le relazioni umane, la qualità dell'ambiente, l'identità culturale. Sono gratuiti per definizione, ma hanno subito ugualmente lo schiacciamento di valore generato dall'iperconcentrazione sugli strumenti.

Quei beni hanno valore molto grande perché sono connessi ai fini fondamentali delle persone, che si possono sintetizzare nell'idea di felicità (tenendo il concetto molto largo).

Come c'è stato un capovolgimento dei fini e dei mezzi, con l'esplosione industriale e finanziaria, così, probabilmente, oggi occorre un nuovo equilibrio.

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

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Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
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Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Generosità conveniente

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Seth Godin ha raccolto pensieri eccellenti per un libro pubblicato online. Il suo contributo è sulla parola "generosità".

"When the economy tanks, it's natural to think of yourself first. You have a family to feed a
mortgage to pay. Getting more appears to be the order of business.

It turns out that the connected economy doesn't respect this natural instinct. Instead, we're rewarded for being generous. Generous with our time and money but most important generous with our art.

If you make a difference, people will gravitate to you. They want to engage, to interact and to
get you more involved.

In a digital world, the gift I give you almost always benefits me more than it costs.

If you make a difference, you also make a connection. You interact with people who
want to be interacted with and you make changes that people respect and yearn for.

Art can't happen without someone who seeks to make a difference. This is your art, it's what
you do. You touch people or projects and change them for the better.

This year, you'll certainly find that the more you give the more you get.

Seth Godin is a blogger and speaker. His new book Linchpin comes out in January.
"

Il valore si vede nella connessione. Non nel privare l'altro di ciò che tu hai. La tua stessa identità dipende dalla relazione. Il collegamento decisivo, con l'identità, viene dallo studio di Cynthia Kurtz, pubblicato su FirstMonday. Che parla anche di come la struttura di un servizio online possa favorire o sfavorire la collaborazione, in chiave appunto identitaria.

"This paper brings together three strands of theory about how people interact in order to achieve common goals: aspects of identity (categorical, relational and positional); types of identity interaction (selection, mobilization and commitment); and conditions of tie formation and dissolution (boundary areas on the Cynefin sensemaking framework). The paper explains how the three strands come together to form a "braid" of interaction contexts that influence the needs of those interacting. The braid is used to consider design issues in software that helps people interact, both in a general survey of social software and in specific response to some influential papers in the area. Special attention is given to interactions surrounding the collaborative development of open source software and information."

Malo

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Un convegno di storici entusiasmante. Vissuto da Malo e dalla sua gente come un momento profondo di riflessione sull'identità locale e la prospettiva che la porta dal passato al futuro, lavorando in un presente così complesso. Credo che sia stata una dimostrazione del fatto che la storia non è assolutamente la scienza che studia il passato. È la disciplina della prospettiva. Se il mondo attuale non si interpreta senza ricorrere - sempre più spesso - alla "teoria della complessità", ebbene la storia allena alla "pratica intellettuale della complessità". E insegna ad affrontarla con umiltà e senza timore. 

Readings #8 - Coscienza, media, Pil

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«Questi sono i miei principi. Se non vi piacciono ne ho altri» diceva Marx, nel senso di Groucho. Pare che questo marxismo abbia vinto, grazie alla strategia della disattenzione e al minestrone mediatico. Uno sguardo nuovo è possibile? La discussione sulle metriche che utilizziamo per valutare come stiamo è uno dei filoni di ricerca in questo senso. Su Les Echos il resoconto di un dibattito in materia.

Il concetto di coscienza ha generato un dibattito molto complicato. Il lato morale o forse del "super-io" si è trovato minoritario rispetto al lato che riguarda il rapporto tra coscienza e inconscio. Il libro di Humphrey lavora intorno all'idea di presente soggettivo. Stanislas Dehaene dà conto dei risultati dei suoi esperimenti e del suo processo di teorizzazione. Ovviamente, l'osservazione mostra che la circolazione dei "pensieri" non è lineare.

Non c'è un osservatorio sulle trasformazioni dei media che non dia conto dell'enorme crescita del ruolo di internet nell'accesso alla conoscenza. Ecco Mediawatch.



T. S. Eliot sul tempo

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Il tempo presente e il tempo passato
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato

In Burnt Norton T. S. Eliot esplora il tempo. 
Daniel Kahneman risponde al tema lanciato da un'intervista di Edge a Frank Schirrmacher, che di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c'è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? Kahneman dice che è possibile che il sistema dell'informazione attuale stia cambiando il nostro modo di essere umani e la nostra coscienza. Per comprendere in che senso è probabile che il filone di ricerca più importante sia quello di studiare i giovani. E da questo punto di vista c'è un fatto facilmente osservabile: usano molto il computer, ma questo non li ha resi tanto diversi; casomai sono diventati incredibilmente bravi a cercare informazioni.

L'autenticità come tema di dibattito declinante per quanto attiene ai video di successo "autobiografici" pubblicati su YouTube. Secondo uno studio di Aymar Jean Christian pubblicato su FirstMonday. Si scopre che il pubblico di questo genere preferisce l'emozione all'autenticità: come se non ci fosse distanza tra fiction e documentazione. Perché ciò che si cerca non è una descrizione della realtà ma una soggettiva partecipazione emotiva. Lo studio non è basato sull'analisi di tendenze quantitative, ma su una buona conoscenza del fenomeno dal punto di vista qualitativo.

Note di Loredana Lipperini sugli eBook, per sdrammatizzare un argomento che sembra stretto tra paure e cinismo editoriale.

Segnali e tendenze della nuova imprenditorialità, da San Francisco all'India nei link di un pezzo di Vivek Wadhwa su TechCrunch. Ovviamente molto verde. Con un forte appoggio alla Kauffman Foundation, notevole esperienza, approvata dall'Ocse.

Bella narrazione della vicenda del Muro di Berlino sul New York Times. Le foto con gli stessi posti allora o oggi... Dal grigio più tetro al colore della ricostruzione.

Impostazione culturale e persone che intervengono molto simili a Nòva e a Equiliber per Oilproject. Lo dimostra il programma di novembre e dicembre.

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Appunti sul "futuro"

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Prendendo appunti per una conferenza intitolata dagli organizzatori (con simpatico velleitarismo) alle tecnologie del futuro, si scopre che l'unica discussione sensata riguarda la maturazione di un metodo di indagine e interpretazione.

Il futuro non è il posto dove ci sono le novità che man mano ci vengono offerte. Il futuro è l'insieme delle conseguenze di ciò che facciamo, del modo in cui pensiamo le conseguenze di ciò che facciamo, dell'apprendimento che modifica il modo in cui pensiamo le conseguenze di ciò che facciamo. E ognuna di queste cose che facciamo genera feedback positivi o negativi sull'azione degli altri.
 
Il futuro non è un insieme di eventi prevedibili con modelli lineari, ma il contesto storico che costruiamo agendo e pensando e modificandoci nel processo. Dunque è l'emergere della storia dalla complessità.

Il Grande Fratello canta e balla

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Grazie a Groucho leggo queste parole di Chuck Palahniuk (Ninna nanna). Che mi sembrano meravigliosamente forti per descrivere la strategia della disattenzione.

"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.

Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito.

Fa in modo che la tua immaginazione lentamente avvizzisca. Finché non diventa utile come la tua appendice. Fa in modo di colmare la tua attenzione sempre e comunque. 

Questo significa lasciarsi imboccare ed è peggio che farsi spiare. 

Nessuno deve più preoccuparsi di che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo. Se tutti quanti ci ritroviamo con l'immaginazione atrofizzata, nessuno mai costituirà una minaccia per il mondo."

Oldies #1 - Joy, Schwartz, Goldhaber...

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Bill Joy
Wired 2000
Se non comprendiamo la tecnologia che sta entrando in contatto con il nostro corpo, prima o poi saremo tentati di migliorare tanto il nostro corpo da generare una sorta di nuova specie post-umana. Che potrebbe diventare la prossima specie dominante nella storia dell'evoluzione.

Barry Schwartz
Ted 2005
Poca scelta è una sofferenza. Troppa scelta è un'ansia. Che può diventare inaccettabile e paralizzante. Perché troppa scelta genera enormi aspettative. E dopo qualunque faticoso processo di scelta, la scelta sarà insoddisfacente rispetto a quelle aspettative. Il segreto della felicità è "aspettative limitate".

Michael Goldhaber
FirstMonday, 1997
La nuova scarsità è la scarsità di attenzione. Una nuova economia può nascere intorno alle nuove scarsità che nascono nell'epoca della conoscenza.

Readings #2

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Frank Schirrmacher è uno degli intellettuali mediaticamente più influenti in Germania. Di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c'è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? (come dire: di fronte all'esplosione delle idee ci sono abbastanza cervelli per comprenderle?). La discussione che segue è su Edge.

Il crollo della fertilità è un fenomeno che si va diffondendo all'insieme dell'umanità. Chiaramente nelle società in transizione si tende a scendere dai sette otto figli per donna a due. E nelle società sviluppate si scende sotto il due. Questo non impedirà alla popolazione di continuare a crescere ancora un po': ma la velocità del fenomeno fa pensare che attorno al 2050, quando si presume che arrivi il picco demografico, non si arriverà più a nove miliardi di persone, ma ci si fermerà a otto miliardi e mezzo. E' comunque una popolazione enorme. Il rallentamento demografico è un fenomeno culturale fondamentale, ma non salverà il pianeta. Ci vuole ben altro, dice l'Economist.

Lo studio dell'Unctad sullo sviluppo delle tecnologie digitali, 2009. A partire dal superamento dei quattro miliardi di abbonamenti a un servizio di telefonia mobile. UnPulse.

Esiste un capitale del popolo, secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè. I comportamenti delle persone sono di enorme valore ma nessun prezzo. LoSpazioDellaPolitica.

Sergio Maistrello commenta quanto Reporters Sans Frontières dice della libertà di stampa in Italia. Osserva che più che la difficoltà di accesso alla professione dovuta all'Ordine dei giornalisti c'è una difficoltà di accesso alla professione dovuta agli editori che non assumono. Altra questione è quella della qualità del giornalismo... Filtr in Alpha Preview.

Readings #1

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Perché i compensi dei banchieri di Wall Street non scendono e non scenderanno? Perché si prendono quasi la metà del profitto delle banche? È un fenomeno antropologico, non economico, dice Daniel Gross su Slate.

Avatar è il nuovo film di James Cameron. Ed è una buona scusa per leggere questo bellissimo pezzo dedicato al registra, pubblicato da Dana Goodyear sul Newyorker.

Reinventare l'Europa. Da società della conoscenza a società dell'innovazione. Le opinioni di un panel voluto dalla Commissione Europea riservano spunti interessanti, perché per lo meno si pongono problemi veri e ambiziosi. Documento pdf.

L'evoluzione della visualizzazione del cervello negli ultimi 100 anni. Technology Review.

Mauro Lupi si interroga sul fatale crescente disordine con il quale dobbiamo fare i conti. Che si parli di disordine, complessità, approssimazione, si arriva comunque a cercare ogni strada per convivere con l'instabilità intellettuale. Blog.

I commons funzionano

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I commons non sono gestiti male, non sono inefficienti e non sono destinati a essere privatizzati o messi sotto il controllo dello stato per funzionare (come vorrebbe l'integralismo economicista). O almeno questa è la conclusione cui è giunta Elinor Ostrom, che ha appena co-vinto il premio Nobel per l'economia. (Wsj)

Social network e felicità

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Da ricordare un passaggio di Christakis e Fowler sulla relazione tra social network e segnali di soddisfazione o felicità emergenti. I due sono autori di una ricerca sulla generazione di convenzioni in rete. Un risultato della tendenza emulativa che si osserva in rete: ogni persona felice che si aggiunge alla rete sociale di ciascuno aumenta la sua probabilità di essere a sua volta felice del 9%.

Il pezzo era su Edge:

SOCIAL NETWORKS AND HAPPINESS
By Nicholas A. Christakis & James H. Fowler
We found that social networks have clusters of happy and unhappy people within them that reach out to three degrees of separation. A person's happiness is related to the happiness of their friends, their friends' friends, and their friends' friends' friends--that is, to people well beyond their social horizon. We found that happy people tend to be located in the center of their social networks and to be located in large clusters of other happy people. And we found that each additional happy friend increases a person's probability of being happy by about 9%.

ScienceCommons

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Qualche tempo fa è venuto fuori che un quarto degli americani non sa bene se la terra giri intorno al sole o viceversa. Anzi, il 18%, anche se non lo sa, è convinto di vivere in un universo tolemaico.

Leggendo Conservapedia si scopre perché l'universo non può avere più di 6000 anni. Uncyclopedia mostra che si tratta di satira, ma non intenzionale. E Wikipedia dice che è un'enciclopedia di conservatori protestanti americani. Siamo nelle buone intenzioni (dal loro punto di vista), ma non siamo in un'area dell'internet che aiuti a conoscere le scoperte e il metodo scientifico. 

Se si ritiene che la scienza sia un percorso di crescita per l'umanità e che possa aiutare a risolvere alcuni grandi problemi, come il riscaldamento globale, l'eccesso di popolazione, la riorganizzazione della finanza globale, varrebbe la pena di pensare a migliorarne la conoscenza. Sia a livello di educazione di base, sia a livello di dibattito sull'attualità, sia per quanto riguarda il pensiero e la pratica di chi costruisce il futuro.

All'StsForum, a Kyoto, si discute anche di questo. Si tratta di sviluppare un dibattito su temi tanto importanti quanto poco esplorati:

1. I nuovi strumenti per la conoscenza, usati dai ragazzi per scambiarsi informazioni e ritenuti più divertenti e dunque influenti sulle giovani generazioni (e non solo), stanno contribuendo a mettere in discussione l'autorità della scuola. Serviranno a sviluppare la conoscenza scientifica o l'ignoranza? Non lo sappiamo. Ma sappiamo impongono alle istituzioni educative una riflessione che le porti a diventare più efficaci nel nuovo contesto.

2. L'informazione giornalistica è ormai soltanto una parte delle molte forme di informazione che si possono dare sulla scienza. Le aziende, le università, le istituzioni possono pubblicare una quantità di notizie, usando metodi e perseguendo scopi molto diversi. Il consenso sulle conoscenze scientifiche si va disperdendo in una quantità di fenomeni ideologici, di marketing, di genuina volontà di condividere nozioni più o meno verificate. La qualità del sapere scientifico può essere uno degli scopi della nuova evoluzione del sistema dell'informazione, orientata alla qualità ma pienamente emergente dal sistema di relazioni che si sta sviluppando in rete.

3. Il metodo scientifico, fondato su un'epistemologia consapevole del valore delle fonti e delle teorie, basata sulla verificabilità dei dati e delle ipotesi, è un valore enorme per chi è chiamato a costruire il futuro e a indirizzare il dibattito intorno alle conseguenze delle scelte che si operano nel presente. L'insistenza sulla contrapposizione tra laicismo e religione non dovrebbe interferire sulla necessità di avere un percorso condiviso per il miglioramento della conoscenza: nulla impedisce di sviluppare una conoscenza scientificamente valida e poi di seguire comunque le indicazioni morali di una particolare impostazione deontologica.

L'ignoranza è una condizione ineluttabile per chiunque si ponga con la giusta, pragmatica umiltà nei confronti dell'immensità dei possibili territori di ricerca. Ma un approccio che ideologicamente impedisca alla conoscenza di svilupparsi conduce a disastri dei quali si potrebbe fare a meno.

La scienza appare debole, spesso, di fronte a questi temi. Perché le regole che governano il modo in cui si esprime sono molto controllate, piuttosto orientate alla diffusione di informazioni di lavoro, paradossalmente poco orientate alla collaborazione sui temi più sensibili per i non scienziati: la velocità di raggiungimento delle soluzioni, la diffusione delle conoscenze nuove ma relativamente acquisite, la consapevolezza di quanto ancora non si sa ma si può sapere (non per motivare investimenti in particolari percorsi di ricerca ma per rendere comprensibile ciò che non si sa e ciò che si sa). Ma un approccio pragmatico alla diffusione della conoscenza scientifica e alla condivisione dei risultati esiste e si sviluppa: per questo vale la pena di seguire gli sviluppi di ScienceCommons. Un'organizzazione che con la nuova amministrazione americana sembra orientata a crescere d'importanza.

Indicatori di progresso, oggi

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La critica del senso del Pil come indicatore di progresso umano è ormai consolidata. Meno le alternative. Il gruppo di lavoro affidato in Francia a Sen, Siglitz e Fitoussi sta procedendo con gli studi. C'è un paper (in pdf) che descrive lo stato dell'arte: molto utile. Gli indicatori esistenti sono descritti e criticati, mentre quelli che si vanno elaborando sono definiti per lo scopo che intendono raggiungere: trovare un modo per registrare la crescita economica in modo da tener conto delle istanze di benessere delle popolazioni e del modo con il quale esse le percepiscono.

Anche la Commissione Europea ha il suo paper (sempre pdf). via Eurispes.

Egemonia del romanzo: Tiziano Scarpa

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Tiziano Scarpa dice che viviamo un'epoca di egemonia del romanzo. Dei vari generi letterari, il romanzo prevale perché, secondo Scarpa, tutti lo possono leggere. Moccia. Harry Potter. Larson. Noire. Gialli.

Il romanzo prevale, dice Scarpa, perché ha convinto di essere capare di raccontare la realtà e nello stesso tempo divertire. La consapevolezza del fatto che il romanzo è documento per la lettura della storia non è scontata (non lo era neppure quando negli anni Settanta Marc Soriano suggeriva la possibilità di studiare "scientificamente" la storia di Venezia a partire dai testi di Goldoni). Ma è un'impressione che ai romanzieri aggrada. E però li condiziona anche un po'. Scrivere un romanzo come un documento lo rende un monumento anche quando il racconto è già tutto quello che vuole fare il romanziere.

Ma è un bisogno sociale ineludibile. Forse, come dice Scarpa, porta a indagare la realtà in chiave individualista (soggettiva). Ma si trasforma quando ha successo in un fenomeno comunitario, perché risponde al bisogno di una rappresentanza che è soddisfatto non dalla leadership ma dalla rappresentazione. Le storie sono, si direbbe, il percorso che risponde alla domanda di prospettiva.

Vrm, again

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Ieri Paolo Valdemarin. Oggi Sergio Maistrello. Hanno citato il Vrm. Significa forse che è ora di citarlo anche qui. Basta Crm. Si va oltre l'architettura che consente alle aziende di gestire la relazione con i clienti. Si passa al Vrm. Vendor relationship management. Sono i clienti che gestiscono le aziende. L'invenzione è naturalmente di Doc Searls.

Il racconto della prospettiva

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Una volta, nel 1989, l'allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l'Italia mettendo Dallas in tv». All'inizio degli anni Ottanta, l'Italia era stata l'ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l'oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l'imperinflazione. I socialisti erano solo all'inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'"arco costituzionale". I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell'immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all'inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell'esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l'esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas. E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l'umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza. La ricostruzione dell'immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un'ineludibile bisogno.

(Se n'è parlato con Loredana Lipperini e Giovanna Cosenza)

Da Woodstock a Copenhagen

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Stewart Brand, vagamente hippie, ispirato dalla foto della Terra vista dalla Luna, scriveva quarant'anni fa nello Whole Earth Catalog: «Siamo come dei, e potremmo anche diventa bravi in questo ruolo».

Ora Stewart, preoccupato dal cambiamento climatico, dice: «Siamo come dei, e dobbiamo diventare bravi in questo ruolo». Su Edge.

Social ventures

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A sentire economisti e politici, la crisi che viviamo è soprattutto una questione di fiducia. Il fatto è che la fiducia è generata da entità credibili. E nell'economia degli ultimi 50 anni è stata profondamente picconata la credibilità dello Stato, mentre negli ultimi 10 anni è stata picconata la credibilità del Mercato. Eccessi di sfiducia in queste super-entità hanno una base sensata ma hanno effetti devastanti.

Si parla invece pochissimo dell'economia sociale, quella basata sulle cooperative e sulle imprese orientate, dal punto di vista delle finalità e dell'organizzazione, alle persone. Non è chiaro il perché. Le realizzazioni delle imprese sociali sono enormi, soprattutto nei contesti meno facili. La qualità delle occupazioni in quell'ambito è motivante e spesso soddisfacente. Persino l'innovatività e la visione che ne emerge è accattivante. Eppure se ne parla poco. Come se le ideologie dello stato e del mercato avessero ottenuto lo scopo di far credere che solo loro sono la realtà economica, mentre l'economia sociale è nel mondo dei sogni. Ma posto che non è così e visto che la realtà è molto più ampia di quella descritta dalle ideologie, varrebbe la pena di approfondire. 

Gli studi in materia non mancano. In Italia per esempio c'è l'Euricse a Trento che se ne occupa. Uno studio recente della Young Foundation punta sull'innovazione nelle imprese sociali. E dimostra che si tratta ormai di un ambito economico sofisticato e dinamico. Che si connette molto bene - come si diceva - con l'emergere dei media sociali. L'insieme di questi fenomeni può forse far nascere una nuova consapevolezza. Aumentando la credibilità delle imprese sociali. E la fiducia.

Piattaforme libere

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Personalmente ho imparato una cosa nuova dalla vicenda di Georgy, il blogger georgiano che è stato la vittima di un attacco organizzato in modo da mettere in difficoltà il suo blog, il suo twitt e l'intera rete di social network, Twitter in testa.

Ho imparato che chi vuole bloccare la libertà di espressione può fare leva proprio sul principale punto di forza dei social media: il fatto che siano usati da molte persone.

La dinamica, ormai ricostruita, della vicenda. Georgy è il nome di un economista 34enne che vive a Tblisi dove si è rifugiato dopo la guerra dell'Abkhazia. Critico nei confronti del governo russo e del governo georgiano per la conduzione delle conseguenze della guerra di un anno fa, tiene un blog su LiveJournal, un twitt, varie partecipazioni a YouTube, Facebook, Google Blogger. Il suo nickname è Cyxymu. (Che si legge Sukhumi, nome della capitale dell'Abkhazia). È un opinionista che scrive in russo e georgiano, e raccoglie un certo seguito e diventa hub della dissidenza in quella regione. A qualcuno non piace. 

La tecnica utilizzata per impedirgli di scrivere online è attaccare il suo blog e le sue altre partecipazioni ai social media in modo che non solo la sua presenza sia irraggiungibile ma che le intere piattaforme che lo ospitano siano messe fuori uso. L'intento è quello di convincere le piattaforme a impedirgli di continuare a scrivere per salvaguardare le comunicazioni degli altri utenti.

Il ragionamento è sottile. E difficilissimo da smontare. Un dissidente è un eroe o comunque un isolato. E la piattaforma proprietaria che lo ospita pensa ai grandi numeri dei suoi utenti, non ai casi isolati. Ma il fatto che effettivamente una piattaforma come LiveJournal abbia chiuso - temporaneamente - il blog di Georgy lascia pensare che qualcosa non va nella relazione tra social media su piattaforme proprietarie e libertà di espressione.

Non è certo facile trovare una soluzione. Non è soltanto una questione tecnologica. Non basterà sviluppare un comunque non facile sistema per combattere gli attacchi con il metodo del denial of service. Ci vorrebbero piattaforme che danno a ciascuno - anche ai dissidenti isolati - una certa garanzia di poter continuare ad esprimersi indipendentemente dagli interessi degli altri utenti.

Il sistema delle piattaforme integrate private non è la fine dell'evoluzione dei media sociali. Perché questi problemi emergeranno in modo sempre più significativo. Non solo per questioni politiche. Potrebbero essere economiche, ideologiche, religiose, sociali...

Paul Romer: regole per lo sviluppo

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Qual è la scala giusta per una politica di sviluppo? Non la nazione. Non il villaggio rurale. Ma la città. Però ci vuole una città che sia governata con le regole giuste. Città nuove nelle quali le persone possano decidere di andare a vivere. È l'idea di Paul Romer, economista a Stanford. 



Alain de Botton e Sviluppina

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Un bel post di Sviluppina ha sottolineato recentemente la sofferenza connessa all'ideologia della meritocrazia e dell'achievement in un contesto che fatalmente non consente a tutti di raggiungere qualunque risultato. Alain de Botton ricorda come la sofferenza non consista nella difficoltà di realizzare se stessi, ma nel confronto con gli altri.


Approccio ormai molto indagato. Vedi anche Economia della felicità (appunti).

6 ore di lezione di genomica sintetica

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Origine della vita, sintesi di esseri viventi in vitro, connessioni bio-elettroniche, nanoindustria, biosensori, ... Una lunga lezione di George Church e Craig Venter di genomica sintetica. Su Edge.


Sottotesto: che cos'è la vita? Bella domanda per tutti... E nonostante che in molti se la siano posta da secoli, la risposta è ancora una vicenda aperta e decisiva. Si direbbe che per Church un sistema genetico che si replica sia l'elemento essenziale della vita. Non sappiamo a che cosa servano la stragrande maggioranza dei geni. Ma l'idea è di intervenire e modificare. E' un percorso che può far paura. Ma è stato intrapreso. Meglio saperne di più.


Nel pubblico, tra gli altri: Larry Page, Nassim Taleb, Stewart Brand, Tim O' Reilly...


Come spesso succede, i commenti a questo blog sono più interessanti dei post. E un esempio è qui.

La guerra di Marco. Intellettuale spietato. La guerra per Marco ha l'obiettivo di terminare con la "con la fine della volontà di combattere da parte del nemico". E nelle guerre di religione questo è possibile solo con la morte del nemico. Tamara non vede come fare i conti con le conseguenze di un simile pensiero.

Il pensiero violento - à la Marco - è adatto a guidare l'azione ma non alle sue conseguenze. Finge di essere concreto come la politica e invece è astratto come la logica. E' appassionato come il sangue, ma è freddo come la morte. Non porta a nulla se non alla vendita di armi, al rafforzamento del potere di chi ce l'ha, al governo del terrore. Sun Tzu stesso non ragiona come Marco.

L'unica maniera pragmatica e "vera" di arrivare alla fine della volontà di combattere da parte del nemico è il percorso che porta alla pace. E per arrivare alla pace occorre che entrambe le parti arrivino a immaginare le conseguenze delle loro azioni e comprendano quale può essere l'accordo più conveniente. In base a una logica della negoziazione. Cercando una soluzione non l'annientamento del problema.

Nella guerra di religione questo non è possibile. Naturalmente. Ma ho l'impressione - posso sbagliare - che la guerra di religione non sia mai esistita. Esiste la guerra dei centri di potere che usano lo stesso tipo di "oppio" per ottenere due obiettivi: controllare il corpo e la mente del loro popolo.

Se si può fare sarà fatto (?)

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Un corollario dell'assunto che tutto sia governato da un'impersonale meccanismo - chiamiamolo la competizione globale - è la teoria secondo la quale se una tecnologia si può fare, allora sarà fatta.

E in base a questa teoria, un gruppo di scienziati si è posto il problema dell'eventuale creazione di robot con un'intelligenza artificiale sufficientemente autonoma e potente da liberarsi dal controllo degli esseri umani e di fatto prenderne il posto nella catena evolutiva. Nel parlava l'altro giorno John Markoff sul New York Times.

Non è un'idea nuova. Anche Bill Joy ne aveva scritto in un articolo importante di anni fa. E la sua conclusione era la proposta di un accordo tra tutti gli scienziati per cui avrebbero autoregolamentato le loro ricerche in modo da non lasciare che i risultati tecnologici prendessero la mano ai loro creatori. L'etica era la risposta.

In realtà, il tentativo di creare e diffondere un meccanismo superumano autonomo dal controllo delle persone - chiamiamolo la finanza globale - è già stato realizzato proprio insegnando al mondo che la competizione globale è un bene assoluto: un'etica del capitalismo.

Certo, non è un robot. Ma è fatto di tecnologia, di regole razionali, di logiche autonome dalla volontà dei singoli. Ed è in un contesto come questo che c'è un incentivo vero a ritenere che se una cosa si può fare sarà fatta, per vincere nella competizione globale. 

L'etica può essere certamente una strada per rispondere. E il lavoro fatto per la nuova enciclica del papa è attento. Forse non è abbastanza esplicito sulla critica dell'idea della competizione globale come meccanismo superumano.

Il fatto è che anche il Vaticano si è trovato invischiato in questioni poco coerenti con il suo magistero quando in passato ha lasciato fare a qualche suo responsabile finanziario quello che ha voluto. Ma è anche vero che sostituendo il responsabile ha corretto il tiro e migliorato la sua coerenza. Secondo la ricostruzione di Nuzzi la sostituzione di Marcinkus con Caloia ha migliorato drasticamente la situazione. Quindi non era il meccanismo superumano a condurre la finanza vaticana in acque pericolose: era la persona. E una persona più consapevole ed eticamente avvertita poteva risolvere la situazione.

Ebbene: non esiste un meccanismo superumano fatto da persone per il quale le persone non possano intervenire e correggere. Non esiste ancora. E può continuare a non esistere se le persone coltivano una cultura umanamente consapevole. Il meccanismo superumano vince se annichilisce la cultura critica delle persone. Per questo i media sono importanti. E per questo i media liberi sono un'occasione fondamentale per salvaguardare e migliorare le opportunità delle persone di approfondire la propria cultura critica. E per questo i modi attraverso i quali nei media emergono i contenuti di migliore qualità sono fondamentali. Non basta. Ma è molto.

Il potere delle storie

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Joseph S. Nye, il teorico del softpower, dice nel suo intervento sull'ultimo Foreign Affairs: «In today's information age, success is the result not merely of whose army wins but also of whose story wins».

La parola delle azioni

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Mauro Magatti. «La crescente disponibilità di discorsi e l'espansione degli spazi dell'interpretazione soggettiva rendono sempre più difficile la condivisione intersoggettiva di significati; d'altra parte, lo straordinario sviluppo delle applicazioni tecniche stabilizza strutture e linguaggi che non solo rendono possibili rapporti tra estranei, ma generano anche una "verità" basata sulla forza dei fatti». (Libertà immaginaria, pagina 25).

Metafora della metafora

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X = Y

Metafora matematica della metafora (di James Geary)

Poesia è...

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Rory Sutherland (a Ted) cita: "La poesia è quando fai diventare familiari le cose nuove e quando fai diventare nuove le cose familiari".

Intelligent cabaret

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Ted è un divertimento intellettuale che sconfina con il cabaret intelligente. Si arriva costantemente sull'orlo di un pensiero notevole per poi temere di farselo sfuggire nella quantità e nella velocità della successione di stimoli. Non è l'effetto finale, però. E' solo la prima impressione.

Gli incontri sono notevoli. Cenando o facendo colazione, le persone raccontano e chiedono cose intelligenti. Qui ci sono Aubrey de Gray il biologo della longevità e Stefan Sagmeister designer che teorizza la necessità del periodico, disciplinato ricorso all'anno sabbatico.

degreysagmeister.jpg

Oggi ci sono stati alcuni interventi notevoli. Non solo la star, Gordon Brown che ha fatto un discorso molto sensibile ai grandi temi globali, probabilmente tentando di agganciare Obama. 

Un aneddoto però va ricordato. Racconta Brown che Reagan, vagamente imbarazzato, ha chiesto al suo assistente perché gli ha messo in agenda un incontro con il premier svedese: "non è un comunista"? L'altro risponde: "non è comunista, presidente, è anti-comunista". E Reagan: "non mi importa che tipo di comunista sia". Comunque disciplinatamente Reagan incontra il premier svedese e gli dice: "dunque voi volete eliminare i ricchi, eh"? E il premier svedese gli risponde: "no, vogliamo eliminare i poveri".

L'abilità nel raccontare aforismi è una specialità di James Geary che, mentre si destreggia quasi bene giocolierando con tre palline, racconta le leggi dell'aforisma e ne dice alcuni. Tipo: "gli specchi dovrebbero riflettere un attimo prima di mostrare quello che vedono". Secondo lui, gli aforismi devono essere: brevi, definitivi, personali, filosofici, avere un twist (cioè ti prendono in un punto e ti lasciano dove non ti aspettavi).

Non ci si aspettava di sapere da Joshua Silver che un miliardo di persone non vedono bene e non hanno accesso a occhiali. Il loro mondo potrebbe migliorare se si lanciasse in massa una sua invenzione basata sull'ottica adattiva che consente di personalizzare gli occhiali senza bisogno del dottore.

Un'interruzione pubblicitaria con un video che non è peraltro male. Pubblicato tempo fa dal Guardian. Poi le sculture di Willard Wigan, letteralmente microscopiche. Il nuovo progetto paracadutistico di Steve Truglia (per buttarsi da così in alto ha comprato una tuta che gli costa più di un milione di dollari, fatta da ex fornitori dei cosmonauti sovietici). La teoria dell'anno sabbatico disciplinato (un anno di pensione anticipato, cinque volte nella vita) del designer Stefan Sagmeister. Appunto. E...

Più analisi in seguito. Il finale della giornata, prima di ricominciare a parlare e ascoltare a cena, è stato la standing ovation per Mark Johnson e il suo progetto Playing for a change. Grandioso. (Già mostrato in queste pagine, ma sempre bello da rivedere).




Ted Potter

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keble_college.jpgLa sala della colazione di Ted a Oxford, Keble College. Sembra il refettorio della scuola di Harry Potter. Le sessioni cominciano tra poco. Stamattina incontri casuali. Non si può portare il cellulare per twittare durante le lezioni. O almeno così è scritto sul programma. Che comincia con la saggezza annunciata di Alain de Botton.

Il posto è coinvolgente. Anche troppo. Tutti vogliono conoscere tutti gli altri. Supponendo, spesso a ragione, che siano persone notevoli. Per un giornalista, curioso di conoscere i fatti degli altri ma poco orientato a ritenere interessanti i propri, è vagamente strano.

Bruce Cahan non ci ha fatto caso. Ha fondato Urban Logic. Una banca socialmente responsabile. Che è quasi pronta per partire a San Francisco.

Il potere fondamentale

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"Il potere fondamentale è il potere di modellare la mente delle persone".
Manuel Castells, Communication Power, 2009, p. 3.

Shift happens

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Non si smette di sorridere per il titolo che hanno trovato per questa raccolta di dati, di un paio d'anni fa, sulle tendenze di fondo che stanno cambiando il mondo... Shift happens. Si può contribuire al wiki. Ci sono varie versioni con diversi aggiornamenti.


Oltre il cinismo

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Gianni Riotta, sul Sole di oggi, legge gli ultimi libri di Mario Calabresi e Roberto Saviano come altrettanti segnali di ottimismo. «Un paese che produce i Mario e i Roberto non può essere consumato dal cinismo e dalla rassegnazione che sembrano logorarci».

Chiusi in una gabbia di parole orribilmente superficiali, i dibattiti prevalenti in questi giorni col morale (e la morale) a terra in Italia non aiutano. Le speranze sono legate alla comprensione delle grandi dinamiche internazionali. E soprattutto agli esempi nuovi e costruttivi di chi continua a combattere per l'intelligenza. 

Anche perché ce la si può fare. «Change happens», diceva Michael Goldhaber.

Ma Riotta - contestato al Tg1 e immediatamente rimpianto per l'atteggiamento molto schierato del successore - aggiunge un consiglio. «E raccomandando però agli autori il verso di Paul McCartney, scritto per il figlio di Lennon Julian nella dolce Hey Jude: "... don't carry the world upon your shoulders" non vi portate il mondo in spalla, vi basta la vostra vita e il vostro destino».

(ps. Vale la pena di ricordare che Riotta è ora il direttore del Sole 24 Ore, il giornale per cui lavoro).

Fegato

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Steve Jobs ha dunque subito un trapianto di fegato, riporta il Wsj. 

Strano come basti la notizia.

E' strano perché in questo fatto c'è un monte di implicazioni. Non solo quelle che riguardano la Apple. C'è una specie di partecipazione personale alle vicende di un uomo che non vuole e non può intrattenere una relazione di trasparente comunicazione sui suoi casi personali con milioni di ammiratori.

Uomini come Steve Jobs significano molto per molte persone. Eppure sono uomini. Anche più vicino alla nostra vita, troviamo persone così: significano molto perché magari sono i nostri capi e hanno una storia e quella storia ha un senso. E si ha la tentazione di proiettare su quella storia e quel senso la nostra e storia e il nostro senso. Anche se non si può vivere di proiezioni.

Ma per tirarne tutte le conclusioni, per accettare un capo senza farsi illusioni, per vivere la nostra vita e non quella che ci impongono, ci vuole fegato.

Tutta la vita davanti

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A proposito, quanta vita abbiamo davanti? A Tokyo è morto l'uomo più vecchio del mondo. Aveva 113 anni: otto figli, venticinque nipoti, cinquantatre pronipoti, sei pro-pronipoti... La morte di Tomoji Tanabe ha reso molto triste il suo entourage. Evidentemente era un simbolo di ottimismo.

Si stima che in Giappone le persone che hanno almeno 100 anni siano 36mila. E che nel 2050 saranno circa un milione.

Chissà perché l'"allungamento della vita" viene chiamato "invecchiamento della popolazione". A seconda che si parli di "scienza e medicina" o di "lavoro e pensioni".

Dialogo sull'informazione senza paura

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Ok. I giornali non sono l'informazione. I cittadini e il pubblico attivo possono cogliere le opportunità offerte dalla rete per partecipare all'ecosistema dell'informazione. Lo abbiamo visto. E qualcuno l'ha capito. Ma non è la fine della storia. I problemi sono vari:
1. Come si mette ordine nella complessità di informazioni che arrivano da ogni parte, con una quantità di link e di rimandi a notizie nuove, meno nuove, vere, meno vere, emozionate e razionali, ideologiche ed empiriche... ?
2. Come si possono garantire le identità di coloro che pubblicano notizie?
3. Come si accumula conoscenza sulla loro affidabilità? Come si costruisce la loro reputazione, al di là dei grandi personaggi che in qualche modo se la sono costruita?
4. Come si può progettare un sistema che faccia emergere dalla rete un'agenda condivisa?
5. Che ruolo può essere assunto dal lavoro dell'informazione professionale in questo contesto?

Insomma. Che cosa si può fare per migliorare strutturalmente il contributo del pubblico attivo all'ecosistema dell'informazione?

A questo proposito, mi pare rilevante segnalare un dialogo avviato via Facebook.

Scrive Michele Costabile (che, come scrive sul suo profilo su Facebook, è un programmatore, un docente, un technical writer, un copy writer, un musicista. Insomma: un creativo in generale).

Ciao Luca, io sto ragionando da un po', come ti ho visto fare, su come evolverà il giornalismo e mi piacerebbe scambiare le idee con te.

I TREND

Mi sembra che la persona più sulla palla in questo momento sia Dave Winer, per esempio il post "when sources go direct" a proposito del fatto che la pubblicazione può prescindere dalla stampa, anzi spesso è user generated content aziendale

http://www.scripting.com/stories/2009/05/15/sourcesGoDirect.html

Comunque vadano le cose, la scelta editoriale è importante, così come è importante distinguere il vero dal falso fra ciò che viene pubblicato, e questo è il lavoro editoriale

http://friendfeed.com/clique-with-claque/c91b0bb2/josh-young-on-twitter-would-like-us-to-discuss

Anche Winer riconosce che, qualunque cosa succeda, il New York Times è un brand e una reputazione.

Parlando di reputazione, trovare le fonti originali e distinguere il grano dal loglio sarà sempre un lavoro professionale.

Un dato importante è l'inquinamento del contenuto generato spontaneamente dovuto alle citazioni e ri-citazioni, tweet e ritweet dello stesso contenuto: servirebbe un filtro e servirebbe un motore di ricerca per arrivare alle origini di una notizia, quello che tipicamente fa un giornalista perdendoci parecchio tempo.

L'inaffidabilità del contenuto web è un problema interessante, una soluzione potrebbe essere un indice di affidabilità per le persone. Winer ha segnalato di recente questo su Twitter

http://threeminds.organic.com/2009/06/docs_are_old-school_we_need_pa.html?utm_source=twitter&utm_medium=threeminds&utm_campaign=praise

In effetti, un server di identità condiviso sarebbe utile anche per togliere dalle grinfie dei siti di pubblicazione una cosa personale come la lista di amici di ogni singola maschera che io decido di indossare (al lavoro, a casa, nel mio hobby).

LE IDEE

Sarebbe utile per chi lavora nell'informazione catalogare la lista di tutti quelli che producono notizie in qualche modo. Pensandoci non è un numero così elevato di persone, dato che si tratta di mettere in relazione aziende, istituzioni e altri organismi con i canali di informazione in cui viene veicolato del contenuto prodotto dagli utenti.

Questo contenuto può essere catalogato per argomenti in modo da poter essere diretto a chi desidera avere uno stream di notizie su un argomento specifico.

L'ordine dei giornalisti potrebbe esere interessato a farsi promotore di questa aggregazione, l'Ansa dello UDC.

La pubblicazione di articoli potrebbe essere stampigliata da un identificatore che indica chi ha pubblicato una cosa, permettendo di associare una reputazione al singolo articolo. Sarebbe anche interessante poter tracciare l'albero di citazioni. L'ideale sarebbe poter avere un motore di ricerca in grado di risalire a eventuali originali partendo da una singola pagina, un lavoro interessante per un prossimo Google.

Probabilmente nelle pieghe di queste tendenze ci sono ottime possibilità di sviluppo commerciale, anche se per ora sembra più che si possa parlare di sviluppi finanziati da associazioni o progetti europei.

Cosa ne pensi?

16 giugno alle ore 20.58

Apprezzo molto questo ragionamento perché parte dallo spirito Winer che è certamente molto rete. La questione di rendere più solido il sistema udc mi pare assolutamente importante. Una soluzione per la reputazione di chi pubblica è una strada. Sto pensando intensamente a queste cose. Mi consenti di riprendere queste tue idee in un prossimo post sul mio blog?


17 giugno alle ore 11.26

Certamente, naturalmente citandomi.

Io sto ragionando su come si potrebbe fare un motore che "srotoli" la lista di link e faccia un raffronto di parole chiave per riuscire a capire qual è la catena di derivazioni fra le notizie e le citazioni.

Google AppEngine sembra la piattforma ideale per un'applicazione del genere.

Non so quante volte ti è capitato di ricevere un tweet e pensare che fosse una notizia fresca, quando invece magari era vecchia di due settimane o quante volte vedi citato un blog che riprende la notizia invece della fonte, che è a due o tre clic di distanza.

Quanto ai link sulla reputazione ho provato a seguire un caso interessante, quello di questa notizia: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/scienze/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria.html

Dopo un po' di ricerche Google salta fuori che è legata a questo studio http://www.elsevier.com/wps/find/authored_newsitem.cws_home/companynews05_01209.
La notizia è stata ripresa su tutti i quotidiani, come puo si può vedere con questa ricerca http://www.google.com/search?q=bucay%20happiness&hl=en&tbo=1&tbs=qdr:y

In realtà lo studio non esiste, perché non è stato pubblicato. All'epoca in cui la notizia è stata data era noto solo un abstract dello studio, che comunque è pubblicato a pagamento. Quando lo studio sarà disponibile, le istituzioni che sono abbonate alle pubblicazioni Elsevier potranno giudicarne la validità, ma la stampa ha già archiviato il tutto.

La possibilità di associare non dico un'identità, ma un insieme di personalità agli individui è molto interessante non solo per la reputazione, ma anche per mettere le basi per costruire alberi di relazioni (la lista dei miei amici) che non siano chiusi dentro un servizio privato (per es Facebook) ma siano ospitati su server neutrali e dati in concessione al servizio privato da chi è proprietario dell'identità.

Come sai, non è la prima volta che sottolineo che le applicazioni, come Facebook o Friendfeed, vanno e vengono, mentre i servizi, come il DNS, sono immortali.

Sicuramente è importante che siano gli utenti a dire cosa vogliono, oltre a scegliere fra i servizi commerciali.

Infine, credo che si potrebbero davvero catalogare tutte le sorgenti di notizie, come i blog aziendali, le società di PR, le istituzioni universitarie, gli ospedali, le segreterie politiche, le testate giornalistiche, i canali di distribuzione video. Potrebbe essere il feed Ansa dello UDC.

I termini dell'idea sono da tempo nell'aria ma restano difficili da sviluppare. Reinterpretando quanto suggerito da Michele alla luce di varie discussioni in materia si dovrebbe:
1. Trovare un modo per attribuire un indirizzo stabile e indipendente dalle piattaforme proprietarie ai profili di ciascuna persona od organizzazione che offre notizie e contributi all'ecosistema dell'informazione
2. Realizzare un motore capace di ricostruire la genealogia delle notizie (e forse anche delle opinioni) che si pubblicano sui blog, si segnalano sui social network, si ritwittano in giro, si dibattono su Friendfeed ecc ecc...
3. Legare ai singoli pezzi di notizia delle tag adatte alla valutazione della loro qualità, tali da aiutare la costruzione di un sistema di reputazione facile da usare.

Il tutto senza nulla imporre a nessuno, ma aprendo sostanzialmente tutte le piattaforme per i contributi del pubblico attivo all'interoperabilità che ha reso grande e bella la rete.

E' chiaro che qualcosa di più facile da usare implica anche delle semplificazioni. Ed è chiaro che non ci sarà un solo sistema ma molti. Le due questioni sono potenzialmente contraddittorie. Il che oltre che inevitabile è anche divertente e creativo. E forse in questo lavoro, il contributo professionale all'informazione potrà trovare uno dei suoi ruoli del futuro. Se smetterà di farsi paralizzare dalla paura del nuovo e si metterà sul serio al servizio della rete.

Il mito del mercato razionale

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Justin Fox scrive un bel pezzo sul mito della razionalità del mercato. E sull'irrazionalità di averlo preso in considerazione non come mito ma come realtà scientifica.

(C'è anche un ironico box nel quale mostra come uno dei fondatori del mito, Irving Fisher, abbia previsto che il mercato finanziario sarebbe andato benissimo; e ne scrisse giusto giusto nel 1929, poco prima del crack...).

Errore costruttivo a Illywords

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Ho ricevuto il nuovo numero di Illywords. Nell'editoriale, Ariella Risch, gentilissima, parte dal riconoscimento di un errore e lo trasforma in un'occasione di riflessione molto importante. Bellissima prova di intelligenza. Quanti errori fanno gli altri giornali. E non conducono a un pensiero.

Per chi pensi alla vita come a una ricerca, l'errore è un elemento fondamentale del percorso. Peraltro richiede un criterio di verifica. La verifica può essere sul funzionamento di un processo, sul deragliamento di un programma, o sulla non conferma di un'ipotesi.

Nell'epoca della conoscenza, molte realtà si trasformano: da fenomeni meccanici, lineari, di funzionamento, diventano almeno in parte percorsi di sperimentazione. L'errore, dunque, diventa ancora più costruttivo.

Magnifico studio sulla felicità

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The Atlantic. Is there a formula--some mix of love, work, and psychological adaptation--for a good life? For 72 years, researchers at Harvard have been examining this question, following 268 men who entered college in the late 1930s through war, career, marriage and divorce, parenthood and grandparenthood, and old age. Here, for the first time, a journalist gains access to the archive of one of the most comprehensive longitudinal studies in history. Its contents, as much literature as science, offer profound insight into the human condition--and into the brilliant, complex mind of the study's longtime director, George Vaillant.




Via Vincos.

La strategia delle balle

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La quantità di balle, smentite, affermazioni prive di fondamento nei fatti, questioni irrilevanti e boiate è stata gigantesca nel corso di questa campagna elettorale. 

E uno si domanda perché ci sia questa abnorme inflazione di nulla mentale, posto che prima o poi al confronto con i fatti le balle dovrebbero scoppiare e chi le dice dovrebbe perdere di credibilità fino a scomparire dall'orizzonte politico.

La ricerca delle risposte apre capitoli di riflessione che fanno tremare i polpastrelli del blogger:
1. Perché i politici non riescono a imporre un dibattito migliore o non vogliono farlo?
2. Qual è in pratica l'importanza della televisione nel dibattito politico?
3. Come funziona la manipolazione delle coscienze nel megareality sceneggiato per la società teledipendente?
4. Quali sono le dimensioni mediatiche alternative e perché non riescono a superare lo sbarramento televisivo?
5. Che cosa sta facendo la società di fronte a tutto questo?

Il blogger può anche enunciare queste domandine, le può rileggere con occhi critici o partecipi, poi può anche lasciar perdere. E cancellare tutto.

Ma la sofferenza di fronte al fatto che i politici non guidano il dibattito democratico verso questioni decenti ma stanno completamente ripiegati nella loro dimensione di potere è tanto grande che va almeno enunciata. I politici in un paese chiuso e gerarchicamente arcaico non hanno alcun incentivo a cambiare registro. Anzi. Se cambiano troppo, stonano. Se urlano poco sembrano deboli. Se articolano un ragionamento sembrano noiosi. Il fatto è che i politici si sono ingabbiati nella loro cupola e non sanno proprio come uscirne. 

Il modello della comunicazione televisiva, in particolare, li ha completamente avvolti nella stessa impenetrabile nebbia. La televisione è il medium nel quale massima è la distanza tra chi parla e chi ascolta. Chi parla è interamente definito dalle tecniche di comunicazione, dai ritmi imposti dal mezzo, dalle strutture fondamentali dell'organizzazione delle trasmissioni e del palinsesto. La quantità di persone che guardano la televisione è tanto grande e le loro personalità sono tanto indefinite dal punto di vista di chi parla da non avere nessun contatto, nessun feedback, se non quello che deriva dagli studi dell'audience e del marketing. Si può essere molto o poco sofisticati in queste attività, ma attraverso di esse non si può dialogare, si può solo definire una strategia di comunicazione. 

Il proprietario della televisione italiana è maestro nelle sue tecniche e conosce perfettamente il senso delle analisi che gli arrivano dai sondaggi. Non le usa per adeguarsi a ciò che vuole il pubblico. Le usa per capire come lo può manipolare. Le usa per capire come ottenere attenzione e picchettare nelle coscienze una storia, la sua, quella che vuole lui. La squadra dei suoi collaboratori è ormai rodatissima. Hanno una sceneggiatura, un insieme di voci diverse ma orientate allo stesso scopo, una comprensione perfetta dei modi con i quali addomesticare il senso critico del pubblico. E colpiscono alle parti basse: sesso, soldi, potere. Questi sono i valori con i quali attraggono e catturano la fantasia degli ascoltatori. Una volta occupato il quadro narrativo non lo mollano più e non hanno difficoltà a far sembrare gli avversari dei comprimari, troppo complicati da capire, troppo noiosi da seguire.

Quello che stupisce è che nella loro superficiale megalomania, gli avversari del proprietario della televisione italiana non si sono opposti frontalmente alla logica televisiva. Non hanno tentato di abbattere il monopolio televisivo. Non si sono preoccupati di sviluppare un sistema mediatico alternativo. Finora. Perché hanno pensato che anche a loro facesse comodo un mezzo di comunicazione di massa facile da usare per governare. Peccato che non sia per niente facile da usare. E che loro non siano minimamente bravi quanto il loro avversario a usare la televisione. Perché non si tratta soltanto di parlare in tv: si tratta di costruire una cultura della tv, un'antropologia, un'economia, una società della tv. E tutto questo è in mano al loro avversario.

Gli italiani che seguono quanto raccontato dalla struttura fondamentale della tv e se ne lasciano manipolare non sono scemi. Se è vero che il 50 e rotti per cento degli italiani accede alle notizie solo con la tv, però, è chiaro che non hanno gli strumenti critici per confrontare l'informazione televisiva con le altre. 

Uno zoccolo così grande della società che si informa solo con la tv (dati Censis) è tale che anche molti altri media ne sono influenzati. E se i giornali o la radio riescono a mantenere un briciolo di indipendenza dall'influenza televisiva, appare evidente che non riescono a cambiare la sostanza della sceneggiatura raccontata dalla tv. Possono talvolta intervenire. Possono talvolta partecipare. Ma non stanno riuscendo a cambiare la trama del telefilm.

La speranza viene da internet. Ma quello che il pubblico attivo sta facendo su internet è ancora poco consapevole e limitatamente influente. Il che è fisiologico. Ed è il bello del medium internettaro. Ma quale può essere la conseguenza strategica del pubblico attivo sulla società teledipendente?

Massimo Mantellini lo ha raccontato in un magnifico post. Le persone con un blog possono dire se stesse, possono condividere emozioni e opinioni, momenti della loro vita. Questa è la ricchezza dei blog. Non sono se non in parte orientati a fare informazione (dice a ragione Massimo citando i suoi lunghi conversari con Luca Sofri).

In realtà, internet offre gli strumenti per far nascere giornalismo alternativo e chi li vuole usare lo può fare. Questo avrà un'influenza tanto maggiore quanto più sarà portato avanti con un metodo giornalisticamente corretto e trasparente. Potrà avere qualche influenza sulla disponibilità di informazioni sui fatti più precise e più intelligenti, perché lo spazio e la qualità dell'informazione dei cittadini sono cresciute nel tempo e possono crescere ancora molto. È grandioso. Ma non è tutto.

L'impatto di un mezzo nel quale il pubblico attivo può esprimere la propria vita, le proprie piccole o grandi esperienze, i punti di vista, i fatti della vita, le emozioni e le connessioni con gli altri è potenzialmente ancora più importante del pur fondamentale obiettivo di migliorare del pluralismo informativo. Perché può influire sulla sceneggiatura: sul racconto generale che la società fa di se stessa.

Se la televisione è riuscita a sostituire il quadro narrativo nel quale le persone pensano di vivere con una sceneggiatura basata su episodi di fiction, personaggi costruiti e valori animaleschi (sesso, soldi, potere), l'internet popolata da un pubblico attivo può dare luogo a un racconto alternativo basato su persone vere, fatti reali e valori un po' più articolati. Capaci per questo di coinvolgere in discussioni su questioni meno animalesche: ricerca della felicità, dinamiche della partecipazione, scelte di solidarietà, regole della tolleranza, crescita della cultura, equilibrio ambientale, affermazione di identità condivise. Non che il pubblico attivo non sia attratto dai valori bassi (sesso, soldi, potere), ma di certo ha dimostrato di essere capace di generare fascinazione anche intorno a valori alti (amore, felicità, solidarietà).

La società è oggi altrove. Non crede più alla sceneggiatura televisiva. Casomai la segue perché si diverte, in mancanza di meglio. La società soffre perché non vede da nessuna parte chi la rappresenti. E non vede una prospettiva. Cerca un nuovo inizio.

Intanto, va avanti. Percossa dalle menzogne. Influenzata dalla strategia della disattenzione. Preoccupata per i propri figli.

Un nuovo inizio

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Barack Obama offre una via d'uscita dal vicolo cieco culturale, economico e politico nel quale il mondo era stato chiuso dalla precedente amministrazione americana. Il discorso di ieri ne è una ulteriore dimostrazione (video, testo, resoconto). Come dice benissimo Sergio Maistrello.

Con la crisi dell'iperfinanza e la scomparsa delle banche d'affari, è finita un'epoca cominciata con Thatcher e Reagan e arrivata da noi con Dallas e la tv commerciale. Allora si trattava di una modernizzazione, della dissoluzione del welfare dalla culla alla tomba, della fine in Italia degli orribili Anni di piombo. Ma conteneva il suo disastro umano.

Quell'idea liberatoria e leggera, in trent'anni si è trasformata in un'ideologia totalitaria e totalizzante, capace di modificare la politica globale in un circolo per grandi affari di banchieri, venditori di armi e di petrolio. Continua a difendersi con ogni mezzo, ma è in crisi: non offre più una prospettiva alle persone e alle famiglie, non risponde alla domanda di futuro. Chiude in una gabbia di desideri infiniti e insaziabili. Che erano diventati un valore per l'amministrazione di George W. Bush tanto grande da indurre un suo uomo (che negoziava al Wto) a dire che lo standard di vita degli americani non era negoziabile e sarebbe stato difeso con le armi. Quell'idea liberatoria era diventata una prigione, un vicolo cieco in politica estera, un disastro per ogni persona che cercasse una storia da costruire e non soltanto da subire.

Da noi, in Italia, l'iperconsumismo senza prospettive, deludente e illusorio, ha preso il potere e lo difende. Trasforma il dibattito politico con le sue sofisticatissime tecniche di marketing, tasforma la vita quotidiana, annulla l'indipendenza dell'intimità del rapporto tra le persone e il loro corpo (vedi Laura Laurenzi), impone persino un modello di capo immortale ed eternamente giovane. L'esplosione forsennata dell'iperconsumismo non sorretta dai fatti e dalle possibilità economiche delle persone si dibatte in infiniti tentativi di manipolazione della realtà, ma non convince più. Una nuova prospettiva è necessaria.

Obama offre una prospettiva. E consente di scommettere che possa emergere un racconto del futuro più adeguato all'esperienza delle persone e alla loro ricerca di felicità. Certo, l'illusione (e la relativa delusione), con i politici, è un'ipotesi che non va mai dimenticata. Ma la descrizione di un percorso più saggio e intelligente, edonisticamente soddisfacente ma umanamente consapevole, è già un fatto. Può rivitalizzare un'idea di mercato capace di generare opportunità attraverso le regole e non con la sregolatezza (come dice Luigi Zingales). E può agire sulle culture in profondità. Generando a sua volta fatti dalle conseguenze stabili. In materia di cultura, ambiente, qualità delle relazioni sociali. Economia.

Il fatto è che il conflitto con l'antico regime è in pieno svolgimento. E i dati di realtà non sono facili da leggere. Per gli italiani, in particolare. Se però questi escono dal sistema mediatico che li avvolge e guardano a ciò che sta succedendo nel mondo, allora possono scommettere su un cambiamento di prospettiva significativo. Lo sanno coloro che seguono l'evoluzione della cultura america. Lo sanno coloro che esportano e commerciano con l'Europa, l'Asia e il resto del mondo. Lo sanno i ricercatori e i tecnologi che ogni giorno lavorano a stretto contatto con persone che vivono nel contesto internazionale. Lo possono sapere tutti, leggendo quello che c'è su internet.

Si tratta di vedere il mondo e non solo quello che succede nella nostra piccola, pettegola provincia.

ps. Peccato che manchi all'appello delle buone novelle un messaggio chiaro e forte della chiesa cattolica, per ora invischiata in preoccupazioni di piccolo cabotaggio. Ma le persone che la popolano sono pronte, credo, a rilanciare una loro visione del mondo alternativa, ecumenica, aperta. Non tutta la chiesa è chiusa in Vaticano.

Social network e piccole imprese

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Nel Nord America, 260mila piccole imprese usano i social network per promuovere il loro business. Ci sono nuovi servizi con sempre nuove funzioni. Fare marketing, testare i gusti dei clienti, trovare partner e fornitori. Un pezzo del New York Times ne dà conto in modo anedottico ma molto articolato.

Il movimento è chiarissimo. Quello che è tutto da costruire è il pensiero della nuova organizzazione delle aziende.

Che cosa diventano le funzioni aziendali nello scenario dei social network? Come cambiano le specializzazioni e il team building? Come cambiano le forme di collaborazione e di reciproca informazione tra le persone che lavorano in azienda? E come cambia il rapporto tra le grandi aziende che si occupano di grandi reti (logistica, credito, telecomunicazioni, distribuzione, ecc.) e le piccole aziende o i singoli professionisti? Sappiamo che tutta l'organizzazione produttiva sarà influenzata da queste novità. Non sappiamo che forma assumerà alla fine del processo innovativo. Ma è una dinamica tutta da seguire. Nella quale è chiaro che l'economia riassorbe dimensioni dell'umano che hanno a che fare con le relazioni tra le persone e non soltanto relazioni di scambio monetario.

ps. Guardando la presentazione di Google Wave vengono in mente un sacco di cose in proposito. Ecco un link al post dedicato alla nuova tecnologia da Andrea Vascellari. Naturalmente ci si trova anche l'ora e mezza circa di presentazione di Wave.

Allevamento di bambini. Genetica in Cina

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Il China Daily racconta di un progetto della città di Chongqing. Si tratta di fare test genetici su mille bambini e selezionare i 50 più dotati di talenti per indirizzarli in modo che li possano esprimere al meglio. Per Federico Rampini è una forma di ingegneria sociale. 

Il giornale racconta il progetto in modo pacato e cerca di non generare ansia o paura. Ma le interpretazioni di questo fatto sono diverse.

Il China Daily intervista alcuni genitori. E non nasconde che alcuni di loro esprimono molte perplessità. Ma gli stessi esperti interpellati dal giornale mostrano diverse opinioni sul possibile risultato del progetto.

Felicità condizionata. Festival di Trento

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Oggi a Trento, il Nobel James Heckman parla di identità. Mario Platero sul Sole lo intervista chiedendogli tra l'altro che cosa pensi dell'economia della felicità. Lui risponde interessato al tema ma sospettoso. Perché, dice, la definizione di felicità è troppo soggettiva. Ma aggiunge che gli appare più importante studiare quali condizioni portino alla felicità. 

In effetti, occorre distinguere tra le conseguenze teoriche dell'accoglimento del concetto di felicità nell'economia e le considerazioni politiche in materia. 

Il primo aspetto è importantissimo. Tenendo conto della felicità, la teoria economica si è arricchita di nuove dimensioni: i valori senza prezzo ma di altissima importanza delle relazioni con le altre persone, dei beni ambientali e dei beni culturali (identità compresa). 

Il secondo aspetto invece va precisato. Non si può fare una politica in favore della felicità, perché la definizione di felicità è troppo soggettiva. Si può però fare una politica che favorisca per ciascuno la ricerca della sua felicità. Come dicevano i padri fondatori degli Stati Uniti. E indagare intorno a quali siano le condizioni che favoriscono la ricerca della felicità nelle persone per poi operare perché si realizzino mi pare un percorso decisivo, possibile e... felice.

Neurofuturo

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Max Brockman ha condotto un'inchiesta interpellando un qualificatissimo insieme di scienziati per trovare quali siano i ricercatori emergenti e i filoni di indagine più appassionanti e tali da generare le maggiori conseguenze per il futuro. 

Scorrendo gli argomenti, il dato che emerge, chiarissimo, è che la ricerca sul cervello e sul modo in cui pensiamo è diventata centrale nei sogni e nei progetti degli scienziati.

Epidemia dislettica?

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Al convegno Fast di ieri sui "nati digitali" una una professoressa ha denunciato un aumento dei casi di dislessia e problemi seri di attenzione nei bambini, iperstimolati, incapaci di stare più di un minuto su un punto, per mancanza di concentrazione. Si domandava se questo fosse legato anche all'uso intensivo dei media sociali e del computer in generale.


In un'intervista, Remo Bodei ha detto che la memoria cambia al tempo del computer e di internet: in questo tempo tutto il sapere è accessibile contemporaneamente. Sembra che non occorra ricordare ma solo saper consultare. Il tempo si trasforma in una sorta di iperpresente nel quale c'è una minore esperienza della prospettiva.


In effetti, la rete ha una memoria enorme. Ma si manifesta nella registrazione delle conversazioni che nell'atto di conversare. Eppure, come dice Jeff Hawkins, il nostro cervello funziona imparando storie. Successioni di fatti. 


L'unica risposta, immediata, è salvaguardare e praticare il resoconto dei fatti, il racconto di storie, la ricerca della storia.


Seth Godin

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La gente è stata trasformata in massa dal fordismo. Ed è stata ipnotizzata dalla tv e il marketing di massa. Ora quell'epoca è finita, dice Seth Godin in questa lezione a Ted. Siamo tribù o singole persone connesse in gruppi di vario tipo. Che cosa vogliamo? Cambiare il mondo. Da chi siamo osteggiati? Da quelli che non vogliono che il mondo cambi. Che cosa possiamo fare? Lanciare un movimento. Convincere un migliaio di persone che qualcosa è importante e realizzarlo con loro. Cambiamento, cultura, impegno. Siamo tribù. Forse. Ma non siamo più massa. Quello che ci serve è avere qualcosa che conta in cui credere, sapere che qualcuno conta su di noi, sviluppare una leadership in una questione importante. 





Pensare è prevedere

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Come funziona il cervello? Non come un computer. La corteccia in realtà memorizza situazioni, piccole storie, sequenze di fatti, modelli, e continua a confrontare quello che ha memorizzato con quello che avviene nel contesto, per fare continuamente delle previsioni su quello che sta per accadere e aggiustare continuamente il comportamento in base alla verifica di quelle previsioni: questo è il modo in cui interpreta ciò che accade. Nel ha parlato Jeff Hawkins a Ted. (Pubblicazioni Redwood Center).



Infelici perché incerti

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Una fase di grande incertezza sul futuro rende le persone più infelici. E a quanto fare l'incertezza sul futuro fa stare male più che la certezza di un imminente accadimento negativo. via New York Times.

Michele Vianello

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Una mattinata a pensare alle prospettive per Venezia. A partire dai risultati del lavoro di Michele Vianello, vicesindaco della città, e della sua squadra.

La città si spopola. I fili che la legano all'imprenditorialità della Terraferma si sono spezzati. L'industria del Novecento è in via di estinzione.

Ma il centro di Venezia è un luogo meraviglioso dove sviluppare idee. Con imprese immateriali. E sogni da realizzare.

Quello che va fatto è un'agenda pratica di azioni che servono a trasformare la città in un luogo accogliente per persone che vogliano venire a viverci. Con una serie di fatti che servano a riempire l'utopia di realtà. Perché il futuro di Venezia è stato devastato da una quantità di progetti fantastici che non sono stati realizzati. E questo va drasticamente corretto.

«Abbiamo bisogno di un bagno di umiltà» dice Michele Vianello. Che ha fatto la rete wireless aperta per Venezia. E un sacco di altre cose. Compreso dare un senso all'isola del Lazzaretto, scommessa per rigenerare molte altre aree della città. Lo scetticismo, riflesso automatico in questi casi, è inutile. Qui si tratta di creare accoglienza vera per imprese, intelletti, persone. Come si dice, talenti. L'umiltà è il primo passo.

Creare le condizioni dell'abitare.

La rete in città è il simbolo dell'abitare. E del ricongiungere i fili tra le attività importantissime che si svolgono in Terraferma e Venezia, moltiplicatore del valore immateriale...

Cervelli unici

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Il lavoro di John Medina sul cervello è scritto in un modo tanto pratico che potrebbe risultare superficiale al sofisticato pensatore europeo. Ma un passaggio mi pare da sottolineare. Dove dice che non c'è un cervello uguale a un altro. Questo apre a esplorazioni importanti per la neuroscienza. Qualunque ipotesi integralista, che voglia spiegare tutto con qualche meccanismo cerebrale, si infrange contro la scoperta che i cervelli degli esseri umani sono tutti "diversi".

Arte e tecnologia: Charles Fine

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Venice Sessions. Charles Fine Sloan.

molte cose over ip...
Sustaining innovation. voip (telefonate in voce). 
Disruptive innovation. moip (music). tvoip (televisione). noip (newspapers). 
Different innovation. aoip (arts). soip (sports).

Sport:
Popolarità > Domanda > Revenue > Investimenti > Miglioramento qualità > Popolarità >

In arte succede lo stesso di musica o di sport? Se c'è più roba su internet la gente va di più o di meno al museo? Oppure diventa più popolare e aumenta di valore?

Ricerca:
modelli sulla dinamica del valore nelle performing arts
Osservazioni:
internet può far crescere il mercato per le arti
(per i broadband provider tutto il contenuto fa crescere opportunità)
Domande:
come si distribuisce il fair value a tutti i partecipanti al mercato su internet? che cosa è fair?

"Innovative business model design is big opportunity"

Arte e tecnologia: Guido Guerzoni

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Venice Sessions. Guido Guerzoni i musei percepiti come soluzione a mille problemi e soprattutto se sono pensati per l'arte contemporanea. Ma il racconto fornito dai musei dell'arte contemporanea non è convincente. Sembra troppo simile al racconto proposto dagli altri media. I contenuti sono simili. Puntano al sensazionale. E alla fine dei conti mostrano il futuro con preoccupazione. Mostrano un futuro oscuro.

Ma c'è una nuova generazione di luoghi dell'arte che offrono una visione alternativa del futuro. Forse ottimistica. Che viene da altre sorgenti culturali. Musei focalizzati su media, computing, videogiochi... Questo ha cambiato il dibattito sui musei.

I musei non sono più i luoghi delle muse. Non sono più solo la conservazione. E non guardano più tutto a partire dal passato. E ora i musei possono essere basati non su oggetti fisici, ma anche su idee, oggetti non fisici: sono più interpretativi, non sono più esibizioni ma exibition shows... La parola chiave è ormai storytelling. Il tema è l'exibition design. Le collectioni sono multichannel. Il contenuto può essere customizzato. Il tempo che il pubblico dedica a guardare i contenuti dell'esibizione è 50 minuto. Il pubblico guarda le opere ma anche e soprattutto le altre persone. Il museo è ancora di più un luogo delle relazioni tra le persone.

Arte e tecnologia: David Reed

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Venice Sessions. David Reed e l'inutilità delle telco. Le persone stanno diventando sempre più attente al contesto nel quale sono. I luoghi pubblici saranno di per se un contesto sempre più importante per le persone. Per collaborare, condividere, coltivare fiducia... La pubblica piazza è sempre stata una tecnologia della comunicazione. Lo sviluppo di questo concetto è la sorgente della nostra ricerca.

Anche l'internet è un luogo pubblico di questo genere. E il cloud computing ne è una delle conseguenze. Al MediaLab stiamo studiando centinaia di strumenti di interconnessione tra le persone. I più inesplorati sono gli strumenti che sono concepiti in modo che siano consapevoli del contesto.

Arte e tecnologia: John Gerrard

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Venice Sessions. John Gerrard, artista in mostra alla Biennale.

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Elaborazioni fotografiche verso la scultura.

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Arte e tecnologia: Andy Lippman

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Venice Sessions. Andy Lippman, MediaLab. Noi facciamo ricerca come se fosse arte. È guidata dalla passione e dalla visione che ci si aspetterebbe dagli artisti. E ora ci occupiamo di comunicazioni mobili come sistemi virali.

Le istituzioni che ci organizzano stanno andando a pezzi. È una pandemia. Tra l'altro hanno perso la loro missione sociale. È chiaro nell'educazione, nella sanità, in tutte le istituzione. È questo il contesto nel quale lavoriamo, sia come tecnologi che come artisti. 

Bene. Non sono venuto qui per dirvi che cosa non funziona. Ma come elaboriamo su questo e come ne usciamo. 

Bullet points: 
Social networks are a resonant theme, mapping archetypical ideas to new technology. 
We not me: socialization replaces personalization. 
Media is back in the picture.

Le applicazioni non sono about me ma about we. Il telefonino non mi avvertirà passando accanto al lattaio che ho bisogno di latte, ma che la mia famiglia ha bisogno di una serie di cose e che, magari, oggi abbiamo ospiti a cena...

Tutta la nostra ricerca è condotta dalla stessa passione degli artisti. Rendere il mondo migliore.

C'è una metodologia per studiare le conseguenze delle visioni e delle realizzazioni tecnologiche? (o artistiche)? Un tempo le tecnologie avevano divorziato dagli utenti. Al MediaLab abbiamo pensato di cambiare questo. Abbiamo aperto il medium alla partecipazione degli utenti. Ora le tecnologie sono accessibili e modificabili dagli utenti.

Arte e tecnologia: Daniel Birnbaum

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A Venice Sessions. Roberto Saracco, del FutureCenter della Telecom Italia, dice che la tecnologia contribuirà all'arte portando "semplicità" e "interattività".

Giuliano da Empoli: la forma di racconto del futuro all'italiana non può che passare dall'arte. Oggi si confrontano due istituzioni: la Biennale di Venezia e l'Mit di Boston. All'Mit si parte probabilmente dalla tecnologia per esplorare ogni possibile forma di espressione, compresa quella artistica e narrativa. Alla Biennale si parte dall'arte per esplorarne ogni percorso di ricerca, incontrando costantemente le proposte e le opportunità generate dalla tecnologia. 

Daniel Birnbaum, curatore della Biennale. Making Worlds. Non c'è dialettica tra tecnologia e arte. È parte della vita quotidiana. Che cosa fanno gli artisti? Sono artigiani, creatori, costruttori? Making new things. Sperimentazioni. Produzioni. È questa la nostra Biennale. E come in tutte le sperimentazioni, qualcosa può non riuscire. Gli artisti semplicemente mostreranno il processo artistico reagendo alle possibilità offerte da un luogo straordinario come Venezia. La Biennale è un'esibizione che parla di noi oggi, il che significa che parla di noi proiettati nel futuro.

pistoletto.jpg

(Michelangelo Pistoletto, alla Biennale)


Interesse pubblico tra lobby e pirati

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La legge va rispettata. Ma la legge può essere discussa, interpretata e modificata. 

Non occorre entrare nel tema prettamente giuridico del commento alla sentenza contro i quattro di Pirate Bay. Si può vedere in proposito il Sole 24 Ore, Zambardino e la gran quantità di commenti autorevoli e appassionati che sono stati pubblicati in rete.

Ma mi pare utile sottolineare che:
1. Il copyright è un diritto che tutela prima di tutto gli autori. Viene dato in licenza in modo deciso dagli autori: o affidandolo a editori o al pubblico anche nella forma dei creative commons. Serve a ripagare gli autori del loro lavoro. E gli autori lo possono monetizzare o donare al resto del mondo.
2. Il sapere che non è soggetto a diritto d'autore è nel pubblico dominio. Nell'epoca della conoscenza il pubblico dominio e i creative commons sono la grande ricchezza dell'ambiente culturale dal quale le persone traggono alimento decisivo. Il valore in quest'epoca è concentrato nelle idee, nelle informazioni, nel senso condiviso. Un ambiente culturale nel quale si può accedere liberamente a una conoscenza ricca e utilizzabile è un ambiente nel quale per persone possono creare il valore che conta.
3. Le lobby delle major tentano da molto tempo di allargare il perimetro del copyright, allungandone per esempio la durata, a scapito del pubblico dominio. E' una reazione alle perdite che subiscono per la pirateria ma è anche una strategia volta a rispondere alle insaziabili esigenze della logica finanziaria.
4. Internet ha moltiplicato le opportunità culturali delle persone e migliorato la ricchezza dell'ambiente dal punto di vista dell'accessibilità della conoscenza. Ha anche reso più facile infrangere il diritto d'autore. Le lobby delle major tentano di rispondere al loro specifico problema cercando di modificare l'essenza stessa di internet. Quando chiedono ai governi di estendere la responsabilità della salvaguardia del diritto d'autore ai provider di accesso a internet e dei produttori di software per la condivisione dei contenuti in rete, di fatto tentano di reprimere uno specifico abuso bloccando tutta la rete: quello che chiedono, metterebbe in discussione la neutralità della rete e la capacità di innovazione, minando alla radice la bellezza, l'efficienza e la qualità di internet. E distruggendo valore per l'intera società.
5. I governi devono modernizzare le regole trovando un giusto equilibrio tra gli interessi specifici delle major, i sacrosanti diritti degli autori e il valore sociale, culturale e strategico del pubblico dominio e dei creative commons. Si tratta di salvaguardare un intero ecosistema e non soltanto l'interesse di una sua parte.

Le conseguenze di Oppenheimer

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Robert Oppenheimer, il direttore del progetto che a Los Alamos realizzò la bomba atomica, annotò nel suo diario: «Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così».

Sulle conseguenze ci rifletti solo dopo...

Neuro-opportunità

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Il presidente di Stanford University, John Hennessy, ha dei suggerimenti su come spendere i soldi pubblici destinati a stimolare l'economia americana (via ArsElectronica). E dedica molte parole alle opportunità delle neuroscienze. Che vede pronte per un vero e proprio salto di importanza. Come la genetica di 50 anni fa.

"Neuroscience has big new opportunities; I think this next 50 years is going to be the neuroscience equivalent of the understanding of DNA--the 50 years that went from DNA to the sequencing of the human genome; the same thing will happen in the neurosciences. We understand how neurons fire, but we don't understand how the brain works. There's a big gap in-between. Close that gap, and that will lead to much more robust treatments for Alzheimer's and Parkinson's and diseases that right now we treat in a sort of hit-or-miss, empirical fashion. So I think there are lots of good things to do on the research side."

Yochai Benkler

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Siamo di fronte a un cambiamento radicale. E Yochai Benkler lo racconta su Edge. Il momento in cui ci siamo accorti di essere di fronte a un'èra nuova è quando Alan Greenspan dice: "My predictions about self-interest were wrong. I relied for 40 years on self-interest to work its way up, and it was wrong."

Un'economia che accoglie la condivisione, la collaborazione, la ricchezza dei commons, le relazioni tra le persone, è più reale di quella che si basava soltanto sulla razionalità dell'egoismo utilitarista. La rivalutazione della dimensione della rete in un mondo che si era pensato come un sistema di gerarchie è una sorgente di opportunità culturali e organizzative.

La crisi dell'iperfinanza - del turbocapitalismo - è una dimostrazione, insieme, dell'avvento di una nuova epoca e della necessità di nuove dimensioni culturali per l'economia. La ricerca di Benkler è un'ispirazione.

Due leadership

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Due buoni leader.

Uno consosce i fatti e le dinamiche, le governa con dolcezza, reagendo agli avvenimenti in base a una bussola interiore che gli consente dirigere la barca. L'altro ha delle idee e le impone, talvolta ottenendo molto, talaltra sbagliando.

Il primo reagisce, il secondo provoca reazioni. Il primo ha bisogno di una morale. Il secondo ha bisogno di una visione. Entrambi non esistono senza un pensiero sofisticatissimo. Anche loro, come tutti, sono alberi da giudicare in base ai frutti.

Biopolitica (appunti al volo)

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Ho incontrato Michel Foucault alla Biblioteque Nationale. Era nell'area più vicina ai manoscritti che si prendevano direttamente dagli scaffali senza bisogno di chiedere ai commessi. Mi diede un appuntamento dopo l'orario di apertura. E andammo a bere un caffè al bar vicino. Mi incoraggiò nella mia ricerca. Anche se temo lo abbia fatto più per gentilezza che per attenzione.

Lui parlava di biopolitica. Lo riassume Carlo Alberto Defanti, su MicroMega: "Con questo termine Foucault voleva indicare il crescente coinvolgimento della vita naturale dell'uomo nei meccanismi del potere".

Da Wikipedia: "Per Michel Foucault la biopolitica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un'area di incontro tra potere e sfera della vita. Un incontro che si realizza pienamente in un'epoca precisa: quella dell'esplosione del capitalismo".

E' biopolitica il gesto di Englaro e di chi lo ha avversato. E' biopolitica il corpo del capo in Abruzzo. Ed è biopolitica la televisione che ci insegna a consumare il nostro corpo.

Obbedisco

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Il nuovo direttore scrive: "Ringrazio l'editore per l'opportunità di lavorare con le colleghe e i colleghi del Sole 24 Ore nella stagione che trasformerà il mondo. (...). La coscienza della radicalità della nostra stagione, e la fiducia serena nella saggezza necessaria per uscirne rafforzati, ci guideranno ogni giorno, come sempre al servizio di voi lettori".

Quindi, l'inizio è buono. E sinceramente sono convinto che il tentativo di far seguire a queste parole le azioni sarà fatto fino in fondo. La consapevolezza del cambiamento radicale che stiamo vivendo insieme alla ragionevolezza nei confronti di ciò che è difficile cambiare - e la biografia del direttore le dimostrano entrambe - è un punto di partenza da leggere con attenzione. La speranza non va mai abbandonata.

Per questo, salutando con gioia i commenti in prima pagina di Martin Wolf e Nassim Taleb, in segno di augurio, obbedisco all'ordine di mettere la cravatta. (Mica per tutta la vita, eh...).

Conseguenze

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Il racconto implicito in un progetto, in una regola, in una visione, è in fondo la sua prospettiva, la semplificazione delle relazioni tra l'azione e le sue conseguenze. Innovare il racconto è al centro di qualunque strategia di cambiamento. Nòva se ne occupa in base all'esperienza recente di VeniceSessions. E intanto si approfondisce. Per esempio leggendo di Barbara Czarniawska, studiosa di narrazione applicata all'organizzazione.(via Alepirani).

Non l'ho fatto apposta

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In un ecosistema, le conseguenze involontarie di un'azione sono tipicamente più probabili di quelle previste e volute. Le conseguenze della "verità" sconveniente portata alla ribalta da Al Gore sul riscaldamento climatico sono altrettanto difficili da comprendere fino in fondo. Per esempio, il fantastico lavoro di Gore ha moltiplicato del 300 per cento il numero di lobbysti che a Washington si occupano di riscaldamento globale. Una conseguenza involontaria che a sua volta testimonia di quanto le aziende ci tengano a evitare altre conseguenze per loro non volute di quello che ha fatto Gore.

Emergenza del racconto

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Appunti su Venice Sessions. Mi scuso: sono proprio appunti presi al volo.


Nell'era della complessità, la storia non è lineare come all'epoca dell'industrializzazione. Ma anche oggi c'è bisogno di racconto: per conoscere, per conoscersi, per sincronizzare le vite degli individui... Il problema è che molti racconti recenti, dal consumismo alla finanziarizzazione, appaiono vagamente virtuali, incredibili, non corrispondenti alla realtà. Dai racconti degli innovatori che li sanno condividere, può sgorgare il materiale dal quale può emergere la capacità sociale di ricominciare a raccontarsi.


Non sono i giornalisti che devono raccontare le storie. Il loro imprinting professionale è quello della spersonalizzazione. Forse questo è in via di correzione. I blog lo insegnano. Ma intanto i giornalisti possono mettersi al servizio di coloro che sono protagonisti di storie importanti per aiutarli a raccontarle se occorre.


Sono i protagonisti che devono volerle raccontare. Sperando che credano fino in fondo che sono importanti, che trovino un modo per capire che è importante raccontarle, anche se non devono andare in borsa o se non si sentono di esprimere la propria biografia.


In realtà, il racconto di ciascuno costruisce networking e abilita l'emergere di un discorso comune nell'epoca della complessità.


Quanto ci crediamo alle storie italiane?


Eppure ce ne sono di storie italiane. Franco Bernabè, una biografia intorno all'idea di portare in Italia la public company e ridurre il peso della politica nell'economia. L'Arduino di Massimo Banzi è una storia che risponde alla speranza che sia vera. E qui in sala ce ne sono di storie... 


Federico Di Chio, perché ci sono storie che non sappiamo raccontarci? Il racconto è un'esperienza guidata di senso. Non solo i film e i telefilm assomigliano alla vita: ma soprattutto la vita assomiglia ai film e ai telefilm. Il senso è fare un grande montaggio della vita. Le storie degli altri sono molto importanti per noi: abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri per conoscere noi stessi. In questo "metabolismo simbolico" la vicenda non è schematica come dice Salmon: è schematico dire che la narrazione è diventata la tecnica dell'ammaestramento negli anni Novanta e che è diventata la forza dell'impero; forse non lo capisco perché mi sento un funzionario dell'impero; forse perché non capisco che le narrazioni pensate dal marketing siano di per sé manipolatorie e ingiuste, perché penso che siamo anche quello che consumiamo.


Andrea Pontremoli, l'Italia è stata maestra nel racconto di storie. Mio padre mi ha insegnato che una storia può cominciare anche quando hai perso tutto. E mi ha avviato alla vita dicendo: "Io ho fiducia in te". E nel mulino dove ho passato l'infanzia ho imparato l'umiltà, come ascoltare il matto: "Tirava una corda dove non c'era attaccato niente. Noi lo prendevamo in giro. Lui disse beh provate a spingerla...; già ti ricordi chi ti trascina, non ci ti spinge...". Seguire le passioni: sogno, forza, disordine "Come diceva una scritta che ho visto sotto un monumento a Colombo: ha raccontato una storia, ma in fondo si era perso". Il racconto di Bardi e della Dallara. E ora? La crisi ti forza a pensare. Strategia non è pensare alle decisioni che prenderai domani: è prendere decisioni oggi che influenzeranno il nostro domani.


Ilaria Capua, l'influenza aviaria, l'allarme. Mi ricordo quando se ne parlava e mi dicevo: "questi sono tutti matti. Qui è pierino e il lupo".  L'aviaria si è trasformata in una leggenda metropolitana. Ma resta un virus terribile. Insomma, c'è stata una pandemia mediatica. E la malattia continua a infettare gli animali. E a ucciderne milioni. Quindi uccide le proteine nobili dei paesi in via di sviluppo. Pensavo fosse ovvio quello che ho fatto...


Maria Luisa Lavitrano, stupire non è facile con le persone smaliziate. La rete ha condizionato enormemente la medicina. Perché ha reso possibile la condivisione immediata di quello che scopriviamo. Moltiplicando la massa critica di lavoro intorno a un problema, rendendo tutta la ricerca più veloce. La scoperta, che contraddice la teoria darwiniana, dell'impermeabilità dei gameti: la difficoltà di provarla contro ogni pregiudizio. Ma spiegava alcune mutazioni che non si spiegavano in altro modo. La modificazione genetica di animali. Il cuore di maiale modificato che si lascia attivare dal sangue umano.


Maurizio Ferraris, previsioni che non si sono avverate. Nell'astronave di Odissea nello spazio non ci sono personal computer. Il computer non scriveva, parlava. Si pensava alla fine della scrittura. Una società in cui si parla soltanto e non si registra non può essere una società. Invece, come prevedeva Derrida c'è un'esplosione della scrittura. E poi si pensava che sarebbe scomparsa la carta. E invece non è accaduto. Nulla di sociale esiste fuori dal testo. Anche nel telefonino la funzione del parlare diventa meno importante dello scrivere.  Non è un fatto accidentale: siamo circondati da oggetti sociali che non esistono se non sono registrati e, spesso, scritto.


Stefano Moriggi, imparare a cancellare... Ogni scrittura è una riscrittura, un'approssimazione, una costruzione di modelli. La tecnologia aiuta in questa perenne riscrittura. La riscrittura è una forma di comprensione, nella forma di simulazione. La storia della tecnologia è la storia di una progressiva emancipazione. Certo, nel quadro di una grande continuità. Siamo la costante reinvenzione delle nostre invenzioni. Ma alcuni fatti sono decisivi. Il pollice opponibile ha fatto diventare oggetti le cose intorno all'uomo. La scrittura ha cambiato definitivamente il ragionamento. E infatti Platone la usa però restando sulla forma del dialogo quasi per ridurne la portata. Narrazione del futuro come profonda riscrittura delle nostre capacità di pensare.


Goffredo Haus, ho cominciato costruendo una chitarra... Ho passato la vita a studiare le tecnologie del trattamento dell'informazione musicale. Per capire la musica. E per crearla. Ho creato uno strumento per separare ogni informazione musicale e renderla fruibile in modo completamente nuovo. Posso immaginare che i materiali musicali siano in rete e che la questione dei diritti sia risolta: la musica cambierà profondamente...


Giorgio Barberio Corsetti, regista di teatro, arte antica quanto la città, viaggio nel tempo... Compete a me rivendicare il silenzio. Rivendico la parola poetica. Che si può incarnare nel presente e trasmettere un'esperienza. Il progresso, il mito, gli eroi dell'innovazione e della scienza. In una società che rinuncia ai simboli che parlano dei segreti più terribili e di ciò di cui non si può parlare. E penso alla televisione. Il luogo è fondamentale, il luogo fisico, la presenza. Esigenza del segreto che c'è nella presenza e che solo la presenza può rivelare.


Luca Mastrantonio, il racconto è un presente, vale Agostino. Abbiamo un futuro alle nostre spalle, con data di scadenza. In Italia ci è difficile liberarci dal passato, altro che parlare del futuro. Non parlare del futuro, parlare per il futuro.


Alessandro Baricco, riassunto. Salmon dice una cosa che è largamente condivisa da tutti qui: se dobbiamo guardare al presente oggi accade uno scontro tra narrazioni. E collettivamente si aderisce a una narrazione oppure a un'altra. E nel momento in cui aderiamo alla narrazione che dice "scoppierà una guerra", allora in effetti scoppia una guerra. Ma attenzione: i rischi di questo sistema sono enormi. Quando optiamo per una narrazione optiamo per la velocità e contro la complessità. Perdiamo un reale dominio della complessità del reale. I racconti sono sintesi messi in linea: la narrazione è lineare e sintetizza una complessità. Perché operiamo questa semplificazione? Per masochismo, per pigrizia? Scoprire qual è la domanda rispetto a una risposta data è la prima cellula della narrazione. Senza la domanda tutto è dato. Dunque inamovibile. La narrazione è prima di tutto il bisogno di scoprire il perché, di dare un senso a quello che accade. Bene: oggi sappiamo che la narrazione è importante e come dice Salmon è proprio con la narrazione che decidiamo. Non è che con questo abbiamo semplificato troppo? Oggi o si litiga o si narra... Possibile che sia tanto difficile ragionare profondamente? Esiste forse una "narrazione buona" e una "narrazione cattiva". Una narrazione che uccide e una narrazione che fa vivere. Tre cose per chiudere:

1. La reazione alla narrazione più forte è la reazione di Platone all'educazione scolastica del suo tempo. Ma nel contestare la suola basata solo sulla narrazione e proponendo la filosofia come centro dell'educazione, Platone fa proprio narrazione. 

2. Le narrazioni da sempre ci accompagnano. Da sempre hanno questa doppia natura. Il grosso della narrazione pronuncia quello che è. Lo racconta e lo rende usabile. Dall'Odissea... Ma accanto alla narrazione che dice quello che è, c'è la narrazione che sfascia quello che c'è. E molto di quanto è sofisticato è fatto per sfasciare: non vogliono perpetuare il mondo, vogliono rendere inservibile il mondo. Solo i narratori che rendono inservibile il mondo costruiscono il futuro. Gli altri servono per vivere bene. Ma chi spinge oltre è chi non accetta il mondo.

3. La differenza tra le due sta nella voce. Quello che ti colpisce è chi racconta la storia. Lui mentre racconta la storia. Che cosa può incrinare il mondo? Quelle voci che fanno pensare che c'è un mondo del quale ignoravi l'esistenza. Una voce che mostra un mondo che non conoscevo e che non mi spiego. Quello incrina il mondo. Quello lo sfascia. E quello parla del futuro. Quella narrazione dove la voce è forte dobbiamo tenercela bene. Quel che penso si debba fare è che si debba difendere la voce forte. E difendere le altre forme: spiegare, dire... non solo raccontare. Lasciamo spazio alla voce.


Christian Salmon

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Christian Salmon, autore di Storytelling, edito in Italia da Fazi, parla a VeniceSessions. 

«Ne parliamo tanto di storytelling, oggi. Una sorta di tirannia dello storytelling. Quando diciamo racconto pensiamo a Don Chisciotte o ai Cavalieri della tavola rotonda? O a Madame Bovary? Che cos'è lo storytelling di un Berlusconi o di un Sarkozy? Nello storytelling di oggi c'è un'ambiguità. C'è un lato negativo nello storytelling del quale sentiamo di doverci liberare. E c'è un'opportunità. Nella storia raccontata da Barack Obama, molto basata su internet tra l'altro, si impara qualcosa di importante a questo proposito».

«Obama: un discorso emozionale con molta biografia personale. Risponde ai caratteri fondamentali della dinamica culturale attuale. Ai tempi di Roosevelt la gente ascoltava i discorsi dei politici e aveva il tempo di riflettere. Oggi non più. Si reagisce ai fatti velocemente. Il discorso è disperso e spezzettato. Ai tempi di George W. Bush si raccontavano storie alla John Waine per portare gli elettori al voto con lo spirito di compiere un gesto simbolico. L'idea però è che la creazione di un mondo "virtuale" alla quale le persone devono assistere, perché la storia è scritta dai suoi autori...».

«Obama si pone come un dissidente retorico. Per tutta la campagna si oppone alla costruzione di quel mondo "virtuale". Invita a tuffarsi nella realtà. I giornalisti che seguono la sua campagna si stupiscono di non essere oggetto di attenzioni particolari. Per lo staff di Obama sono solo un problema logistico. Non sono pensati come strumento di manipolazione. Lo storytelling al quale si oppone, Obama, è tanto lontano dal racconto della realtà da condurre tutti quelli che ci lavorano al più profondo cinismo del quale poi tutti soffrono».

«Obama incarna una biografia adatta all'epoca della globalizzazione. E dimostra attraverso la sua biografia incontrovertibile il realismo del suo racconto».

Le forme della sua narrazione, a partire dalla costruzione metaforica che emerge dalla sua biografia, sono fondate sulla concentrazione sul timing, il framing, il networking...

Un discorso positivo, attraente, innovativo. Che recupera le tradizioni leggendarie della storia americana. E le adatta al presente riuscendo a dimostrare che il suo discorso descrive la prospettiva più invitante per dire il futuro.


Stream of numberness

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Il numero di bambini con un QI eccezionale in India è superiore al numero di bambini che ci sono negli Usa. La velocità dell'innovazione tecnologica è tale che la metà di quello che uno studente universitario di facoltà tecnica impara al primo anno sarà obsoleta al terzo anno... E così via... Un flusso di dati curiosi che danno il senso della perdita di senso della quale talvolta sembriamo soffrire.


 
Dalla Viral Video Chart del Guardian.

Il ciclo dell'immigrazione

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Uno studio di Harvard mostra le dinamiche demografiche dei grandi spostamenti della popolazione mondiale. E' centrato sull'immigrazione negli Stati Uniti, ma mostra tendenze che possono essere importanti anche per l'Europa e l'Italia. E dice che l'emigrazione dai paesi meno sviluppati verso quelli sviluppati non va vista come una tendenza perpetua, ma come un ciclo. Ci sono chiari segni di rallentamento per l'emigrazione dall'Asia, mentre l'Africa sub-sahariana continua nella crescita dell'emigrazione. via MarginalRevolution.

Magico Steve

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Dormire, forse sognare

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Tim O'Reilly parla del futuro. Il sogno, l'ipotesi e la verifica. Per costruire qualcosa che serva davvero. Con meno ideologia. E più immaginazione. Il resoconto sul Guardian.

Ecco le slide di Tim.

Modernità della tribù

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Bruce Sterling twitta un apprezzamento per questo pezzo scritto da John Robb sul possibile ritorno della tribù come forma sociale fondamentale.

L'epoca moderna aveva introdotto concetti come "stato", "mercato", "professionalità", "merito"... ma la tribù, come struttura sociale, ha i suoi pregi, dice Robb.

L'Italia era restata più avanti senza saperlo...

Technologies of cooperation

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L'Institute for the Future propone il breve paper Technologies of cooperation. Con il classico approccio visionario che parte da una veloce ricostruzione storica. Grappoli di tecnologie che facilitano e organizzano la collaborazione. E influiscono sull'evoluzione delle culture. L'Institute ne propone una rilettura strategica.

L'eroismo di Carneade

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Com'è noto, qualunque don Abbondio ignora chi sia Carneade. Qualche volta può diventare un problema. Perché anche il leader del futuro è sempre Carneade fino a che diventa famoso.

Storicamente Carneade era uno scettico. Cioè uno che diceva che la logica non porta alla verità assoluta. Tutto diverso da un cinico, uno che cerca l'etica rifiutando ipocrisia.

La politica è fatta di don Abbondio che credono di sapere chi sia Carneade e confondono uno scettico con un cinico.

Oggi, il cinismo ha la funzione positiva di riconoscere le contraddizioni nelle biografie degli ideologici ma tende a produrre psicologie disincantate e che rifiutano di sognare. Il leader del futuro, il visionario, il costruttore, invece, sono cinici sul cinismo (vedi Eliezer Yudkowsky). Coltivano una visione del mondo aperta al superamento dei limiti del possibile e metodologicamente orientata a verificare le ipotesi con i fatti.

Nuovo mondo, lungo termine

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La costruzione di una visione del mondo diversa da quella fallimentare che ci ha condotto all'insostenibilità è un racconto complesso, imporante, divertente. Al quale la rete può contriburie (e sta contribuendo) in modo decisivo.

Tra gli elementi fondanti di questa diversa visione del mondo c'è il recupero profondo della visione di lungo termine. Sostenibilità, innovazione, felicità, sono dinamiche che possono vivere soprattutto in un contesto culturale orientato al lungo termine: il breve termine invece le affoga.

La dimensione di lungo termine, però, non sembra essere la condizione naturalmente più facile per il cervello umano. Ecco due articoli di Robin Hanson da leggere in proposito. (via Alexander Rose)

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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