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Democrazia e repubblica, scienza e giornalismo, verità e realtà: sono paroloni ma non per questo meno importanti. Per pensare umilmente e agire pragmaticamente

Oggi Juan Carlos De Martin ha scritto un grande pezzo sulla Repubblica, intitolato Democrazia e verità: i giornali e la Rete; come migliorare il sistema delle notizie (il pezzo è accessibile a pagamento sul sito della Repubblica). È un pezzo che si inserisce nel dibattito sulla cosiddetta – ironicamente – post-truth democracy. Ed è un pezzo che amplia la portata del dibattito ben oltre le schermaglie polemiche tra chi vuole mettere sotto controllo la Rete per contenere le bufale che vi circolano e chi sostiene che le bufale sono il prodotto di un potere al quale sono piuttosto asserviti i media tradizionali e non certo la Rete.

1. La democrazia è il modo più giusto per prendere decisioni che riguardano la convivenza. E la democrazia è un sistema in cui il popolo vota per decidere, con alcune precisazioni: non dovrebbe essere consentito al popolo di decidere qualcosa che distrugga il bene comune fondamentale della convivenza pacifica definito dalla “repubblica” e dalla “costituzione”; inoltre dovrebbe essere incentivato un processo deliberativo fondato su un’educazione al dibattito nel quale ciascuno è libero di esprimere la propria opinione sulla base di una comune informazione di qualità e nel rispetto delle minoranze che sono la ricchezza della cultura democratica. La democrazia è un sistema di equilibri. Quello che la distingue non è il momento del voto: è tutto ciò che avviene prima e che porta i cittadini informati a votare in modo consapevole. In assenza di questo requisito, la democrazia non esiste: esiste una forma di manipolazione del popolo male informato e diseducato che viene governato autoritariamente da chi riesce a fargli credere qualunque cosa.

2. La scienza è il modo più affidabile che esista per generare conoscenza. E la scienza è essenzialmente un metodo che pone la verifica empirica al centro della definizione di ciò che si conosce, con grandi limitazioni: non è consentito inferire troppo dai dati e assolutizzare ciò che si è scoperto, perché va sempre considerata l’ipotesi che nuove scoperte o diversi modi di vedere e interpretare i dati mettano in crisi le convinzioni acquisite. La scienza esiste solo se viene condivisa e se la nuova scienza può avvalersi di ciò che ha scoperto la scienza in passato, in un processo di accumulazione che vive nel bene comune di un grande patrimonio culturale aperto e accessibile. Sicché la scienza non è il dominio del dato, ma il percorso inarrestabile della relazione tra la teoria confutabile e il dato condiviso e migliorabile. Anche la scienza si può fare soltanto con una cultura dell’equilibrio. E il giornalismo, nel suo piccolo e artigianale sistema di ricerca, può assomigliare alla scienza, almeno per quanto riguarda la centralità del metodo e dell’approccio aperto.

3. La verità non è l’obiettivo della ricerca, ma una sorta di aspirazione. L’obiettività non è l’assoluto del metodo ma l’ispirazione della sua applicazione. La filosofia, nel suo dipanarsi storico, ama la conoscenza e ci spinge verso il dubbio più che verso la fede in una sola e immutabile verità. L’adattamento della cultura umana alle nuove condizioni storiche è il modo con il quale l’umanità evolve e fermare la conoscenza in una statica convinzione può rendere impossibile l’evoluzione, l’adattamento e la sopravvivenza della specie umana. Ma nello stesso tempo una società ha bisogno di considerare l’esistenza di una unica realtà nella quale vive: non conosce la verità, anche se vi aspira, ma cerca sempre di sapere come stanno le cose nella realtà. Il relativismo sulla verità è fisiologico, probabilmente, ma il relativismo sulla realtà rischia di essere patologico: se i punti di vista diversi che si coltivano nelle diverse tribù delle quali è composta l’umanità prevalgono sulla consapevolezza che tutta l’umanità vive nella stessa realtà, il rischio è che diventi impossibile deliberare e decidere in modo informato, dunque, democratico e scientificamente consapevole.

4. Nel sistema dei media circola ogni genere di informazione, la tecnologia può avere una certa influenza sulla qualità dell’informazione, ma è probabilmente più importante – di gran lunga – l’influenza del sistema incentivante che prevale nel sistema mediatico in relazione alle sue dinamiche economiche, sociali e culturali. La tecnologia e la sua interfaccia modellano i comportamenti, certo, come sostiene B. J. Fogg autore di Tecnologie persuasive (vedi Nuovi Trend nelle Tecnologie Persuasive di Luca Chittaro). Ma li motivano forse di più gli incentivi che prevalgono nei media: certe variabili-obiettivo quantitative (audience, pagine viste, numero di like o condivisioni) tendono a condurre le scelte di chi informa con i media in modo tale che viene privilegiata la ricerca dei picchi di attenzione piuttosto della qualità culturale dell’informazione che viene condivisa; la qualità dell’informazione segue altre forme incentivanti, che hanno a che fare con la verifica tra pari e la documentazione metodologicamente corretta, in funzione della conquista di una rilevanza sulle decisioni operative che vengono prese.

5. La maggior parte delle decisioni operate dagli umani sono prese in base all’istinto e all’intuizione, non in base al ragionamento controllato, come dimostra la ricerca di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia. Un corollario di questa scoperta è che, presi individualmente, gli umani sono molto facilmente manipolabili da una messaggistica ripetitiva anche se di bassa qualità culturale. La società può migliorare il suo sistema decisionale e fondarlo su una conoscenza ragionata e metodologicamente fondata, ma deve coltivare la qualità del suo sistema mediatico e degli incentivi alla qualità dell’informazione che vi circola.

Il pezzo di Juan Carlos De Martin presenta una svolta fondamentale, dopo l’analisi correttissima della situazione, quando dice: «Dovremmo invece provare a chiederci cosa possiamo fare, in concreto, per favorire un’ecosistema informativo che sostenga i processi democratici nel contesto attuale». Educare la cittadinanza, dice De Martin, serve a migliorare la domanda. Ma occorre anche migliorare l’offerta: puntando su media più trasparenti nel metodo che possano conquistare la fiducia dei lettori con la qualità dei loro risultati; sostenendo socialmente gli sforzi dei professionisti che fanno inchieste e ricerca; migliorando le piattaforme tecniche in modo che contengano strumenti di orientamento per i lettori in cerca di criteri agili per discernere l’informazione di qualità.

Si tratta dunque di fare qualcosa. E quel qualcosa è fare buon giornalismo (che non è l’attività di chi fa giornali, ma è la disciplina di chi genera informazione con un metodo di qualità). E dunque: metodo, interfaccia e modello di business, devono essere orientati al servizio del pubblico che legge e paga per leggere in base a criteri di qualità. Tutto il resto è secondario.

libro-War_on_ScienceVedi:
Aperto, connesso, confuso e migliorabile
Programma pro-verità per ecologisti dei media

Leggi:
Bill Kovach e Tom Rosenstiel, Blur. How to know what’s true in the age of information overload (2010).
Shawn Otto, The war on science (2016)

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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