La crisi preoccupa, la Bce ci tiene in piedi: abbiamo tempo ma scegliamo di usarlo per la priorità

Mentre si sviluppano polemiche inutili tra l’Italia e la Commissione, mentre si devono prendere decisioni fondamentali per l’assetto del sistema bancario italiano, per l’emergenza dei rifugiati e degli aspiranti immigrati, per l’accelerazione della crescita europea, la crisi finanziaria non passa. Ieri è stato un giorno di allarmi, con le borse in discesa e la diffusione di motivi di preoccupazione. La Cina e gli emergenti che rallentano possono restringere le prospettive dell’export. Il petrolio che costa meno di 30 dollari fa tremare gli speculatori del petrolio americano, i politici russi e forse anche brasiliani, ma soprattutto il Medio Oriente con la sua labirintica complessità. Potrebbe forse essere in parte una buona notizia per gli importatori come l’Italia, se le logiche oligopolistiche non frenassero la redistribuzione del risparmio ottenuto.

Quello che evita la drammatizzazione, anche esagerata, che potrebbe essere messa in scena dagli speculatori finanziari mondiali, a danno dell’Europa e dei suoi paesi deboli, è la Banca Centrale Europea. Il quantitative easing però non è eterno. È una finestra di certezza. Si è aperta per bloccare una crisi speculativa enorme, non cesserà fino a che è necessaria, ma prima o poi dovrà sfociare in una nuova fase. Per allora, si deve sperare, l’Europa si sarà data una regola orientata alla coesione e cooperazione e meno prona agli interesse di bottega e di ideologia degli stati nazionali. A questo occorre lavorare, anche dall’Italia: polemizzare non serve.

Ma mentre si sviluppa tutto questo scenario, del quale non si vede chiaramente la fine, il nostro compito è fare tutto il possibile per rimetterci in moto. Lavorare sulle condizioni a contorno è fondamentale. E bene o male si sta facendo qualcosa, è assurdo negarlo. Non abbastanza, ma più di prima.

Resta invece confuso l’assetto delle priorità di politica economica. I soldi liberati con la flessibilità vanno in parte alle imprese – con il superammortamento – ma in gran parte alle famiglie – con la riduzione delle tasse sulla casa e simili. Ovviamente si spera nell’innovazione e nel traino delle esportazioni: ma la prima è una vicenda relativamente lunga e il secondo è un punto di forza con qualche spuntatura congiunturale dovuta alle difficoltà citate di alcuni importanti mercati di sbocco. Ci vuole una priorità: aumentare i consumi e aumentare gli investimenti sono belle cose ma occorre un messaggio sintetico, occorre leggere nella mente degli italiani per comprendere quello che davvero li farebbe ripartire.

Ho l’impressione che per gli italiani la priorità sia il lavoro dei giovani. Se non c’è una chiara ripartenza delle opportunità per i giovani, le famiglie si tengono stretti i pochi risparmi per aiutare i ragazzi, cercano forme di rendita, oppure accettano la loro emigrazione. Le imprese ne assumono troppo pochi, ancora. Le startup sono un fenomeno esemplare per le opportunità di innovazione ma non per la dimensione attesa dell’occupazione generata, a meno che finalmente alcune di loro non riescano a scalare davvero. Lo stato e le aziende in crisi non assumono. Ma se si vuole spendere qualche soldo pubblico per accelerare la crescita, il racconto e la sua conseguenza operativa dovrebbero essere concentrati sulla corrispondenza tra le priorità degli italiani e quelle del governo, rassicurando gli italiani sull’impegno che il governo capisce di doversi assumere nei confronti del lavoro e del futuro dei giovani. Imho.

Notizie dal Sole:
Venerdì nero nelle borse mondiali
Doppio faro Bce sui 350 miliardi di crediti deteriorati in Italia (contenuto del Sole a pagamento)
Greggio affossato dal ritorno del petrolio iraniano
Se i mercati vogliono «sgonfiare la bolla»

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