Cambia il lavoro nella “on demand economy”: freelance, contractors, digital labor, e altre ambiguità

Cambia il lavoro nella “on demand economy”: freelance, contractors, digital labor, e altre ambiguità

Il lavoro che non c’è. Il lavoro che ancora prima di esserci, cambia. Il lavoro che richiede una flessibilità preventiva. Un racconto che va avanti insieme alle terribili statistiche sull’occupazione e la disoccupazione giovanile italiana. E alla narrazione delle opportunità digitali, delle piattaforme online, delle startup. Va bene o va male? Come si può fare andare meglio? Vogliamo riflettere su questa questione? Come si può vedere con equilibrio e larghezza di vedute questo problema? Propongo ai commentatori che per caso passano di qui di lasciare un pensiero. Oppure sulla pagina Facebook se preferiscono. O su Twitter… Intanto, propongo qualche considerazione.

Considerazioni generiche e generali:
1. L’Italia non vince più nella competizione basata sul basso costo del lavoro, ma se la cava nella competizione per i prodotti di qualità
2. Gli italiani sono più bravi a fare imprese ad alto valore aggiunto e basso volume, piuttosto che il contrario
3. I lavoratori italiani vengono da un passato millenario di corporazioni, da un secolo di sindacati, da un paio di decenni di disorientamento
4. Il patrimonio accumulato nel mezzo secolo di arricchimento delle famiglie italiane è oggi una fonte di rendita
5. Lo spazio economico italiano si è rimpicciolito, durante la crisi, con la scomparsa (a spanne) di un decimo del Pil e un quarto della produzione industriale.

E’ necessaria una riformulazione del problema. Perché non si torna indietro. Ma non si può neppure vivere come se la precarietà fosse un valore.

Le tendenze richiamate normalmente quando si parla di economia digitale e innovazione sono orientate all’ipotesi dell’emergenza di un mercato del lavoro più efficiente, più meritocratico, più innovativo. Nel quale chi è bravo, chi ha iniziativa, chi ha la preparazione giusta, ce la fa. Il che si spera possa produrre crescita sufficiente da trascinare prima o poi anche gli altri. Ci vuole tempo perché tutto questo si manifesti appieno. Anche perché il primo freno sta nel fatto che, mentre la scommessa è tutta sull’innovazione, nel corso della transizione chi ha posizioni da difendere le difende, anche contrastando l’innovazione.

Che cosa sono le grandi tendenze del lavoro digitale?

1. Freelance invece che lavoro fisso. John Rampton parla di una tendenza in atto negli Stati Uniti che porterà la maggior parte dei lavoratori a una condizione di freelance entro cinque anni (Techcrunc). Il vantaggio è evidente per i freelance che hanno una posizione di mercato di valore: un’esperienza unica, una firma, una professionalità nota e indiscutibile. In alcuni settori questo è un percorso che può portare soddisfazioni: scrittori, designer e programmatori possono pensare di organizzarsi in questo modo. Su Due.com (una piattaforma di servizi per freelance) si parla di prezzi americani: “Writers on average get $58 – $82 per blog post written; Designers on average get $52 – $90 per-hour range; Programmers on average get $63 – $180 per-hour range” (Due). I prezzi italiani mi paiono molto più bassi. Se ha ragione Due.com, per gli italiani sarebbe meglio tentare di lavorare online per il mercato internazionale. Magari anche senza emigrare. Non è facilissimo. Da questo punto di vista una piattaforma di sostegno non ci starebbe male.

Ma il dato secondo il quale oltre la metà dei lavoratori saranno freelance in America nasconde una situazione più complessa. Perché è evidente che non può essere realistico che oltre la metà dei lavoratori abbiano qualcosa di proprio (una firma, una notorietà, una professionalità rara) che li garantisca sul piano contrattuale. E infatti mentre i prezzi pagati ai freelance con una professionalità tipo scrittore, designer, programmatore, sono abbastanza soddisfacenti, un’altra osservazione di Due.com segnala una condizione più problematica: “56% of freelancers fall into the $20 – $59 per-hour range”. La media delle entrate si può fare partendo da questi dati: “There are approximatly 53 million freelancers in the U.S. contributing $715 billion in earnings to the national economy”. Si direbbe dunque che la media delle entrate dei freelance sia 13.500 dollari all’anno. Quando è all’ora? Possiamo fare supposizioni, visto che il dato contiene anche quelli che fanno un lavoro da freelance part time mentre gestiscono anche un altro lavoro: se questa gente lavorasse in media 200 giorni all’anno per 10 ore al giorno, quei 13.500 dollari darebbero una media di 6/7 dollari all’ora; se invece lavorassero in media 100 giorni all’anno per cinque ore al giorno, i 13.500 dollari darebbero una media di 27 dollari all’ora. Probabilmente saremo in un punto che sta in mezzo a quelle due ipotesi.

L’impressione è che il continuo aumento dei freelance sia pensato in realtà come aumento dei contractor: quelli che lavorano a contratto e non come dipendenti. Non c’è dubbio che la “on demand economy”, quella di Uber e company, sta spingendo in questa direzione. La sua struttura è chiara: il capitale per i mezzi di produzione lo deve trovare il lavoratore, i costi variabili per la produzione li paga il lavoratore, la piattaforma trova i clienti e paga una parte del fatturato al lavoratore. Di fronte alla on demand economy i lavoratori si organizzeranno. Gli avvocati li difenderanno. Le imprese si adegueranno. E nasceranno nuove forme di contratto di lavoro. Ma per il momento lo spezzettamento delle forze dei lavoratori è nettamente superiore alla loro capacità di reagire.

2. Le piattaforme di valorizzazione del patrimonio o del capitale culturale dei lavoratori, che siano più orientate alla sharing economy o che siano invece dedicate alla on demand economy, stanno spingendo i lavoratori a professionalizzarsi. Trovare entrate molteplici, alternative, integrative sta diventando una risposta alla crisi e al restringimento delle opportunità tradizionali. Per le questioni di on demand economy vale quanto detto sopra. Per la sharing e il resto vale la capacità di professionalizzazione. Difficile pensare che queste cose possano valere per tutti. Ma le piattaforme di e.commerce e di co-progettazione, quelle di crowdfunding e di collaborazione a distanza, dovrebbero rendere più agevole accedere a mercati più ampi di quello locale. E’ una possibilità per tutti quelli che riescono a imparare le lingue e le procedure che prevalgono a livello internazionale. Ma può svilupparsi di più anche in Italia. Sarebbe anche una forma di riduzione dell’evasione fiscale, nella misura in cui aumenta i pagamenti digitali. Forse questa cosa potrebbe trovare, proprio per questo, un sostegno sensato da parte del sistema fiscale.

3. Le startup sono una soluzione necessaria per l’innovazione dell’ecosistema. Ma di certo non sono la soluzione sufficiente. Ci vuole finanza, ci vuole ascolto da parte della grande impresa, ci vuole educazione e ci vogliono professionalità. Di certo è un fenomeno potenzialmente grande, in Italia: in pochi anni, dal 2012, le startup sono arrivate a superare le 5mila unità e i 20mila occupati. Sono contemporaneamente scuola e impresa. E alcune faranno crescita. Il sistema sta rapidamente maturando. Le grandi imprese e la finanza dovranno arrivare per indirizzare gli sforzi verso filiere più adatte allo sviluppo specifico italiano. Di certo, non tutti sono imprenditori. E l’indotto delle startup non può essere meccanicamente pensato nell’ordine – di solito citato – dell’1 a 5 (uno che lavora in startup chiede cinque lavoratori dei servizi). Comunque, se valesse quella proporzione potremmo dire che: 5mila startup, hanno 20mila addetti diretti e 100mila addetti indiretti. Bene. Ma in ogni caso, è difficile che le startup diventino molte più di diecimila in Italia (sarebbe un numero superiore a quello di Israele, di Berlino, di Londra…). Dunque stiamo parlando di un mondo che potrebbe valere al massimo 200mila addetti, diretti e indiretti. Non è sufficiente di per sé. E anche raddoppiando quella cifra saremmo sempre in proporzioni limitate per un paese grande come l’Italia. Significa che vogliamo che almeno una parte di quelle startup diventino grandi aziende. Vogliamo che le grandi aziende ne acquistino un’altra parte significativa per innovarsi e aumentare la loro occupazione. Vogliamo che quelli che escono da una startup siano considerati dei professionisti di valore. Vogliamo che la finanza ci metta più forza. Vogliamo che università, incubatori, città, burocrazie, diano una mano. Ma soprattutto vogliamo una ripartenza del sistema produttivo italiano in generale. E con una spesa pubblica tanto importante, vogliamo una spesa pubblica orientata sistematicamente all’innovazione (forward looking procurement). E con un’industria produttiva tanto importante vogliamo una riorganizzazione all’insegna dell’Industria 4.0, una creazione di nuovi prodotti pensati per il contesto dell’internet delle cose… Vogliamo ricerca non baronale ma ambiziosa e capace di farsi eccellenza mondiale… Già…

Mercato è un concetto che richiama l’idea di concorrenza e selezione del migliore. Per i più sofisticati, che per lo meno hanno letto Fernand Braudel, è un sistema in cui la concorrenza è garantita dalle leggi e dalle consuetudini. Per i più ideologici è un sistema nel quale le imprese devono poter agire liberamente, vale a dire secondo la legge del più forte. Ma il concetto di mercato del lavoro è sempre stato densamente popolato di ambiguità. Le corporazioni specialmente in Italia ci sono sempre state. Il problema non è abbattere le forme di protezione dei lavoratori per dare libero sfogo alle forze del mercato, perché queste, senza lavoratori solidi e sicuri non funzionano un granché. E il problema non è neppure resistere al cambiamento per proteggere ciò che può essere protetto in attesa di tempi migliori. Il problema è interpretare la realtà che si affaccia di fronte a noi e giocare d’anticipo. O almeno comprendere la situazione e trovare qualche importante nicchia per costruire sviluppo. Questo è davvero possibile:
1. Pensare internazionale, come sbocco per le vendite
2. Pensare solidale, come soluzione per la tenuta della società e del capitale sociale
3. Pensare locale, come sorgente del valore unico con il quale competere nel mondo.

Altrimenti, potremmo andare a pescare.

Queste sono solo considerazioni. Spero molto di leggere qualcosa di chi ci capisce più di me. Qui o altrove.

Vedi anche:
Antonio Casilli e i lavoratori del web
Rispondi alla mail dopo il lavoro? Vacanze illimitate
I vincoli all’innovazione italiana sono superabili?

The Freelancer Generation: Why Startups And Enterprises Need To Pay Attention
WE ARE FREELANCERS

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8 Commenti su “Cambia il lavoro nella “on demand economy”: freelance, contractors, digital labor, e altre ambiguità

  1. Mi permetto solo modestissimamente di aggiungere che nel cambiamento del mercato del lavoro, al di là e al di fuori della “on demand economy”, comprenderei anche la assoluta necessità di incrementare la produttività nel mondo dei servizi.
    Grandissimi margini vi sono in questo campo; per cogliere i quali potrebbe essere estremamente utile la capacità di innovare ripensando radicalmente il rapporto fra azienda e cliente o fra cittadino e istituzioni. Chi non riuscirà a farlo finirà inevitabilmente per essere marginalizzato e disintermediato nel suo rapporto col cliente/utente. Nel contempo, i lavoratori del comparto dovranno dimostrare la loro intrinseca capacità di essere protagonisti producendo miglioramento con ciò che hanno a disposizione senza aspettare le condizioni “ideali” per farlo.
    Complimenti per il bell’articolo.

  2. Complimenti Professore bellissima ed impeccaile analisi sullo status quo, con una chiara mozione al contributo, non mi voglio esimere nel provare a dare il mio.

    ” Il problema è interpretare la realtà che si affaccia di fronte a noi e giocare d’anticipo. O almeno comprendere la situazione e trovare qualche importante nicchia per costruire sviluppo.”

    Ho estrapolato la sua richiesta finale, perchè la cosidero il trampolino dal quale partire con un contributo sulle “Idee” , la sua analisi è di una drammaticità da fare tremare le vene, interpretare la realtà per giocare d’anticipo e comprendere la situazione per trovare la nicchia da sviluppare, sono due esercizi che sottintendono al mondo delle “Idee”.

    Per cui mi chiedo, quanto e come, in questa Italia, oggi, trattiamo la nascita di nuove “Idee”.

    In particolare di quelle che possano comportare dei contributi, significativi alla nostra nazione? Al nostro mercato del lavoro? Creando questo benedetto e necessario sviluppo? Quanto la nostra classe Dirigente Politica e Imprenditoriale ha veramente compreso, la drammaticità di questa necessità?

    Ancora di più per quelle “Idee” che hanno o possono avere un impatto, sul quel modo che viene riconosciuto come il Digitale e la sua componente di Innovazione.

    Non mi sembra che in Italia, oggi ci sia il giusto sistema di accoglenza e di riconoscimento per le “Idee”.

    Ci sono molti tipi di limitazioni al contributo delle “Idee”, in Italia, di seguito elenco alcuni problemi che vedo…

    Negli ultimi tre anni ho avuto modo di verificare che, sembra esseci un limite di età, imposto alle “Idee” in Italia, un range definito non so bene da chi e perchè, che comunque esite, e va mediamente dai 18 ai 35. – Questa cosa esclude buona parte della popolazione, e presuppone una tipologia di individuo Ideatore solo di un certo tipo , che trovo abbastanza strana, in particolare per quanto riguarda il Digitale che comunque risale come primi processori agli anni 70.
    Ciò vuole dire che stiamo escludendo alla partecipazione delle “Idee” tutta una serie di persone che già negli anni 70, erano dentro quel tipo di mondo. Trovo che sia una cosa di un’ottusità assoluta soprattutto in ambito di sviluppo I.o.T.

    Si ricercano tipicamente le “Idee” che garantiscono un ritorno immediato, per immetterle immediatamente in un percorso di ritorno economico e magari bruciarle, perchè forse si entra in “produzione” con “Idee” incomplete. Oppure con “Idee” che in fondo sono solo la partenza di un qualche cosa che poi non serve, dopo che è stato realizzato. Insomma secondo me, si lavora sulla Quantità, serando che dai numeri salti fuori quella giusta.

    Non vi è un posto, un luogo, dove un eventuale “ideatore” . di tutte le età e status sociale, può depositare la sua “idea” per farla crescere se essa merita, coadiuvato da un Team di Professionisti , un “Incubatore di Idee”.

    Ecco una Banca delle Idee, dove potere esercitare in sicurezza l’esercizio delle “idee”, una libera Università della crescita delle “idee”.
    Aperta a tutti e che garantisca un minimo i contributori, permettendo una corretta selezione delle “idee”.

    Siamo molto prima delle Start Up, siamo a cercare una via di uscita, quindi siamo in un posto dove c’è bisogno di ascolto, di accoglenza di supporto.

    Una cosa semplice, attraverso un sito, un comitato scientifico, con persone come Lei, una modalità di selezione condivisa, una risposta a tutti, una risposta a chi porta il contributo di un’Idea, una questione di Educazione, il rispondere.
    Il dare ascolto all’inaspettato, al non previsto, al caso, all’eccezione che conferma la regola, all’imprevisto.

    Riferendosi poi ad I.o.T. trovo che qui la cosa acqusisca una valenza ulteriore che non si deve trascurare. Essendo I.o.T. conposto dal Digitale ma anche dalle “Cose”, il discorso presuppone già la necessità di mettere insieme competenze di Digitale e di Cose per la generazione di “Idee”, integrate.
    Ecco da questo punto di vista mi chiedo se chi fa le “Cose” oggi sia preparato a questa opportunità e dall’altro lato se chi fa il “Digitale” oggi sia a conoscenza della necessità di interfacciarsi con i produttori delle “Cose”.
    Come potete vedere I.o.T, complica leggermente, la questione della Banca delle “Idee” perchè implica la necessita di sviluppare “Relazioni di Competenze Trasversali” – “Saperi Diversi”, di solito per esperienze personali passate, mai facili da realizzare.

    Ecco penso di avere, parlato un poco dei due punti principali sul quali spero che si possa concentrae l’attenzione, un primo abbozzo di contributo, grazie per l’attenzione e complimenti ancora per tutto il suo lavoro.

    Flavio

  3. Due appunti, veri e propri:
    1) Serve capirsi sul ruolo del lavoro (sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo) dentro le nostre vite. Per il momento non sono chiari i contorni del lavoro associato alla sharing economy e alla on demand economy. Per il momento – come per le start up – c’è molta retorica ma si fatica a comprenderne il punto di caduta, soprattutto non in termini di buone pratiche ma di possibile diffusione a numeri più significativi.
    2) Siamo certi che vada ancora sostenuto il paradigma della crescita e della competitività? Non è forse in contraddizione a questo modello che la l’economia della condivisione e della collaborazione (soprattutto quella senza transazione di denaro) appare come una vera e propria rivoluzione.

  4. Grazie Luca per l’inquadramento e per lo stimolo costruttivo. Ecco due riferimenti che credo competenti e utili:

    Sull’ambiguità tra sharing economy e on demand economy ho trovato utile il confronto sviluppatosi a #sharitaly15. Collaboriamo – http://www.collaboriamo.org ha dato una definizione in 6 punti della sharing economy che aiuta a distinguerla da modelli on demand economy dove il valore delle risorse offerte dai pari che collaborano viene incanalato soprattutto verso un vertice e remunera la piattaforma.
    Qui la presentazione di Marta Mainieri e Ivana Pais che definisce i criteri, e li applica a una *mappatura delle piattaforme di sharing economy italiane*: http://www.collaboriamo.org/media/2015/11/1.-Mainieri-e-Pais00.pptx

    Su “passato millenario di corporazioni”, “secolo di sindacati” e soprattutto su “un paio di decenni di disorientamento” ha decenni di esperienza concreta Mario Sassi, che ne ragiona pubblicamente con attenzione, apertura e occhio critico verso le trasformazioni in corso, qui: http://www.mariosassi.it/.

    Distinguere tra sharing economy e on demand economy è importante per orientarci nella migrazione al digitale come individui e come organizzazioni, e può aiutarci a trovare nuovi equilibri tra flessibilità e tutele, tra indipendenza individuale e associazione per reclamare (“rivendicare”) il riconoscimento del valore economico della precarietà. Vedi ad esempio proprio di Mario Sassi “Chi fa da sé, non fa per tre…” http://www.mariosassi.it/?p=1309.

  5. A me piace l’idea di poter scegliere tra forme di lavoro più tutelate e meno tutelate, e di poterlo fare in gruppo oltre che individualmente, reclamando per quelle meno tutelate un compenso che valorizzi anche la loro flessibilità.
    Per trovare, e tutelare, un nuovo equilibrio simile spero che sarà preziosa anche l’esperienza di chi da un secolo o decennia si associa proprio per gestire e negoziare tutele.

    Ho fatto qui qualche commento in più su #sharitaly15: http://www.digit-ali.com/sharing-economy-in-italia-oggi/.
    Con amici e colleghi ragioniamo anche di questi temi da un paio d’anni nel gruppo LinkedIn #migrantidigitali https://www.linkedin.com/groups/4975724

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