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Se ci pensa il mercato siamo in buone mani?

Ovviamente non siamo in buone mani se ci pensano i politici. Ma se ci pensa il mercato siamo a posto? Di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando della migliore allocazione delle risorse, delle scelte fondamentali per la società, della qualità della vita e così via. Oggi il presidente del Consiglio italiano ha detto al Sole che affida al mercato la soluzione del problema delle banche (vedi l’intervista sul Sole). Evidentemente è meglio che affidarla a un politico che passa di lì. Ma di certo il mercato non è quella cosa che sa allocare nel modo migliore le risorse, come sostenevano gli economisti neoclassici. E’ una storia molto vecchia, ovviamente. Ma oggi sul Wall Street Journal una frase di John Green appare particolarmente azzeccata per rinnovare un poco la questione:

What markets are really bad at predicting is what’s going to happen in 10 years. What would be really good for markets is to cure malaria. There could hardly be anything better. And yet drug companies do not have high incentives to cure malaria. They have many more incentives to create a drug to make eyelashes longer.

Markets cannot see what’s in the best interest of people, much less what’s in the best interest of markets (Wsj).

IL mercato non è altro che un sistema di regole che garantiscono la concorrenza. Abbattere le regole che garantiscono il potere dei politici, abbattere le regole che garantiscono il potere dei capitalisti, è una buona prassi. Abbattere le regole che garantiscono il mercato è una cattiva prassi. La liberalizzazione totale favorisce il capitalismo, la regolamentazione totale favorisce i politici: l’antitrust e altre discipline a favore del mercato garantiscono la concorrenza (vedi come al solito Fernand Braudel in proposito magari adattato alla on demand economy tanto per fare un esempio). Ma anche questo non basta se si guarda a una dinamica più lunga.

Green aiuta a capire che il sistema incentivante che opera nel mercato è prevalentemente orientato al breve termine e non al lungo termine. Questo significa che le regole che garantiscono la concorrenza dovrebbero essere inserite in un contesto normativo più ampio che costituisca incentivo a guardare più lontano. E questo è per esempio quello che si fa con le regole a favore dell’ambiente. Mi pare che il ritorno costante alla stereotipata idea che “ci pensa il mercato” sia una pratica da superare. Non solo non convince più. Ma è anche vagamente fuori tempo e dannosa. Specialmente se si tratta di banche, direi, che fino a quando sono “too big to fail” non stanno proprio nel mercato ma nel capitalismo. Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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