Non sono gli avvocati a salvare i giornali. Gli editori e Google. Giua, Barron, Ingram… #Ijf13

Google è amico o nemico degli editori? I casi della Francia e del Belgio, la lunga gestazione di nuove norme in Germania, una critica latente in molti altri paesi d’Europa dimostrano che gli editori sentono che sta succedendo qualcosa di sbagliato. Ma quando si passa dalla vaga sensazione all’analisi, le critiche si stemperano e sbiadiscono, lasciando però insoddisfazione e preoccupazione: perché da un lato pensano che Google faccia soldi sfruttando i contenuti pagati dagli editori e che dunque debba restituire qualcosa; dall’altro lato si rendono conto che Google porta una grande quantità di traffico ai loro siti con conseguenze positive per gli editori in termini di raccolta pubblicitaria. E in questo dilemma sentono di perdere terreno.

Peter Barron, di Google, ha difeso la sua azienda, ovviamente, nel corso di un panel organizzato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dicendo che Google ha dimostrato di voler aiutare gli editori nel loro percorso di innovazione – come nei casi della Francia e del Belgio – e che il suo contributo alla generazione di fatturato degli editori è visibile perché il motore porta loro traffico, mentre è del tutto invisibile ciò che eventualmente sottrae agli editori, visto che su Google News non c’è raccolta pubblicitaria.

Claudio Giua, dell’Espresso, ha mostrato come l’evoluzione del business di Google sia orientata a fare della compagnia americana un editore, vista la crescita dei servizi di informazione che si trovano direttamente sul motore senza cliccare sui link (come nei casi di meteo, cinema, biografie). Ha inoltre ricordato che in Germania una nuova legge dovrebbe entrare in vigore: limiterà la lunghezza del testo preso dagli articoli dei giornali e che Google News può ripubblicare a un certo numero di parole.

Mathew Ingram, di GigaOm, ha detto che non sarà con le regole che gli editori si salveranno. Ma innovando. Nella tecnologia e nei modelli di business. Il suo contributo da questo punto di vista è forte. I contenuti si mettono online per creare una relazione di fiducia con il pubblico sulla base della quale si sviluppano altri business, come i servizi di informazione a pagamento, gli eventi fisici e così via.

Si possono tirare un po’ di conclusioni.

Google è un’azienda a due facce. Come azienda tecnologica cresce se cresce tutto l’insieme del web. La simbiosi è evidente posto che più ci sono cose online da cercare, trovare, mettere in qualche ordine, più occorre una tecnologia come quella di Google, che quindi non ha interesse a uccidere i produttori di informazioni. Come azienda che raccoglie pubblicità è invece una concorrente degli editori. Il problema è capire fino a che punto le spinte della remunerazione immediata del capitale finaziario e dei bonus per i manager porteranno la parte di Google orientata a tentare di espandere la raccolta pubblicitaria usando la tecnologia per competere con chi produce i contenuti indipendenti.

I problemi legali di Google sono molti. Ed è normale visto che l’azienda continua a spingere sul pedale dell’innovazione, mettendo molte abitudini sotto stress. Il più intricato problema legale di Google è probabilmente quello che riguarda la tutela dei dati personali. Potenzialmente, però, è molto importante anche il problema del potenziale abuso di posizione dominante: nei casi in cui Google dovesse abusare nella sua posizione dominante tra i motori di ricerca per conquistare in dumping altri mercati, l’Antitrust potrebbe essere interessata a indagare. Il problema del copyright, tanto caro agli editori, invece, non appare altrettanto importante: se le righe di testo che Google News potrà ripubblicare prendendole dagli articoli originali saranno due o tre, il mondo cambierà poco.

Quindi gli editori che si vogliono difendere dovrebbero stare più che altro attenti alla questione dell’abuso di posizione dominante. Che è un classico tema dei mercati innovativi, nei quali la tecnologia vincente tende a prendere una fetta larghissima del mercato che ha conquistato e induce nella tentazione dell’abuso, come è successo alla Microsoft con i browser.

Giua ha fatto notare che da questo punto di vista Google sta già facendo qualcosa: nella ricerca sui video, privilegia nettamente quelli che sono su YouTube rispetto agli altri.

Sta di fatto che gli editori non si salveranno senza innovare. E su questo non ci sono dubbi. Anche Giua ha ammesso che gli editori sono arrivati ad affrontare il mercato ipercompetitivo attuale con una mentalità antica e faticano ad adeguarsi. Ebbene: questo è il loro principale problema e la concorrenza di Google l’ha semplicemente reso evidente. Gli editori devono darsi una mossa. In fretta.

Vedi:
I dilemmi degli editori innovatori. L’innovazione necessaria agli editori è radicale. Molti tentano di gestire una fase di passaggio graduale al nuovo contesto del mercato editoriale. E forse è una strategia obbligata. Ma sta di fatto che la trasformazione del mercato e della tecnologia impone una visione di innovazione radicale. Ne scrive Clayton M. Christensen, importante teorico dell’innovazione radicale che insegna e fa ricerca a Harvard, in un articolo pubblicato con David Skok e James Allworth. Lo ha riportato Lsdi. E se n’è accennato in un paio di post precedenti, linkati sotto. (Continua…)

Vedi anche:
Giornalisti innovatori ed ecosistema
Publishing as a dating platform
Formule editoriali
Google in Francia

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