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Il lavoro del futuro: intelligente o distante

Come si lavora? Come si lavorerà? Perché è importante?

Se si farà l’errore di pensare che il lavoro a distanza emerso nella fase del lockdown coincida con lo smartworking si verificheranno un po’ di problemi. Le forme del lavoro a distanza che si è visto nel 2020 sono state definite dalla struttura di internet e delle applicazioni che erano disponibili in rete. Senza altri interventi creativi e progettuali, il lavoro a distanza tenderà a organizzarsi nella forma della struttura che lo rende possibile: l’architettura della rete con le sue applicazioni attuali produce, da quanto si è visto per altri sistemi, disintermediazione e reintermediazione, concentrazione del potere, polarizzazione nella distribuzione delle risorse, alla banalizzazione culturale. 

Intendiamoci. Non si torna indietro. Il problema è come si va avanti. Le nuove economie emergenti, delle quali accenniamo qui sotto, potranno esistere solo se abilitate dall’internet, l’infrastruttura della conoscenza. Ma è anche chiaro che internet abilita ma non organizza: è il progetto implicito nelle applicazioni a organizzare. Se queste vengono progettate in modo banale, il risultato sarà banale. Come saranno le applicazioni del futuro? Come Zoom e Teams? O totalmente diverse? Vale la pena di fare uno sforzo per immaginare il contesto economico che sta emergendo prima di decidere quale architettura è giusta per le applicazioni al servizio del lavoro.

Distinguerei tre dimensioni dell’economia che crescono: economia della conoscenza, economia della felicità, economia delle piattaforme:

– Nell’economia della conoscenza il valore si concentra sull’immateriale, dalla ricerca al design, dall’informazione all’organizzazione, dall’immagine al “senso”. La crescita è fondata sulla qualità della nuova conoscenza prodotta dall’organizzazione che viene compresa dai suoi interlocutori. 

– Nell’economia della felicità ci si prende cura delle relazioni umane, dell’ambiente, della cultura, il cui valore non ha prezzo, ma la cui “produzione” diventa sostenibile solo grazie alla capacità della società di riconoscerlo. 

– Nell’economia delle piattaforme prevale l’obiettivo dell’efficienza nelle transazioni, con una concentrazione su modelli di business orientati a basso valore aggiunto ed elevato volume e con una separazione netta tra chi progetta e gestisce le piattaforme (che in fondo è parte dell’economia della conoscenza) e chi ci lavora. 

L’economia della conoscenza e l’economia della felicità convergno, probabilmente. 

 

Nell’economia della conoscenza sta maturando un nuovo modo di lavorare: meno per funzioni e più per progetti. Se si lavora per progetti in base alla propria capacità di comprendere la realtà, immaginare innovazioni, metterle a terra insieme ad altri, le soluzioni organizzative sono le più varie. Quando va bene, l’organizzazione è tale da alimentare la creatività e garantire il risultato. Quando va male l’organizzazione è bloccata sulla logica del “comando e controllo”, con una forte polarizzazione tra chi pensa davvero e chi esegue. Nel primo caso i talenti sono davvero valorizzati, nel secondo sono penalizzati. Nel primo caso, le persone sono felici perché vengono remunerate contemporaneamente su tre dimensioni: denaro, apprendimento, motivazione. Nel secondo caso, valutano solo il denaro, perché l’apprendimento e la motivazione sono bassi.

Tutto questo serve a definire lo smartworking. Il problema del lavoro a distanza è un “di cui”, non necessariamente ovvio. 

E quindi come si colloca il lavoro a distanza? In tutte le dimensioni dell’economia, si distinguono attività che richiedono di maneggiare strutture ad alta intensità di capitale – laboratori, fabbriche, teatri, scuole, datacenter – e attività che hanno bisogno soprattutto di umani con le loro dotazioni tecnologiche. 

Il lavoro a distanza è possibile soprattutto per le attività routinarie che non richiedono di maneggiare strutture ad alta intensità di capitale. Si può dire che il lavoro a distanza sia una componente del lavoro ad alto valore aggiunto dei lavoratori della conoscenza, anche se solo una delle componenti. Mentre si può anche dire che i lavoretti degli occupati dalle piattaforme per lo svolgimento di banali operazioni di logistica è una forma di lavoro a distanza, governato dalla piattaforma e al quale i lavoratori accedono con i loro mezzi tecnologici. Quindi il lavoro a distanza è parte dello smartworking ma non è proprio solo dello smartworking. Il lavoro di persona è necessario per le attività che richiedono di maneggiare strutture ad alta intensità di capitale. E probabilmente anche per le attività creative che vengono meglio quando le persone sono fisicamente vicine. I lavoratori della conoscenza o della felicità fanno lavoro in presenza nei laboratori e nei teatri, nelle fabbriche 4.0 e nelle scuole. Ma i lavoratori delle imprese di pulizia o degli altri servizi a basso valore aggiunto che potrebbero essere gestiti da piattaforme nei luoghi nei quali devono essere erogati saranno altrettanto in presenza. Quindi il luogo nel quale si svolge il lavoro non definisce il fatto che sia smart o che sia a basso valore aggiunto.

Ne consegue che il vero e proprio smartworking non coinciderà con il lavoro a distanza. Se sarà smart sarà perché è un lavoro della conoscenza o della felicità organizzato in modo adatto alle varie opzioni ed esigenze, con soluzioni pragmatiche e versatili: un po’ di tempo insieme, un po’ a distanza in video, un po’ per conto proprio, un po’ per curare gli altri, un po’ per curare sé stessi, anche a seconda delle esigenze delle strutture ad alta intensità di capitale di cui sopra e dei setting più adatti ad alimentare i momenti di creatività.

L’adeguamento urbanistico sarà radicale, ma non necessariamente immediato. L’esperienza del 2020 resterà. Ma se ne dovranno trarre le conseguenze con analisi profonde. Il 2020 ha trasformato lo smartworking: era una possibilità, è diventato una realtà. Intendiamoci, non è che i dati ufficiali spieghino tutto. I dati dicono che a gennaio lo praticavano meno di 600mila persone e a maggio quasi 8 milioni; nel corso dell’anno oltre la metà dei lavoratori ne ha conosciuto l’esperienza (fonti: Politecnico di Milano, Istat, Domenico De Masi, “Smartworking”, Marsilio 2020, Censis). Il lavoro a distanza era già prima una realtà ma non codificata per tutti coloro che lavoravano anche in treno, a casa di sera, in vacanza… Ora va progettato perché sia smart alla luce dei cambiamenti di contesto, razionalizzati e consapevoli, di cui sopra.

Il progetto, peraltro, dovrà integrare le esigenze delle tre diverse dimensioni dell’economia. Chi lavora nell’economia della conoscenza conoscerà la massima variabilità organizzativa. Avrà bisogno di una dimensione della cura e della felicità molto più articolata sul territorio, meno concentrata nelle “fabbriche della cura” come gli ospedali e le scuole. E dovrà poter contare su un sistema di piattaforme che però nella loro efficienza non soffochino il futuro dei loro lavoratori in una struttura di cottimo senza speranza, perché il conflitto sociale che ne verrebbe fuori prima o poi rischierebbe di essere difficile da gestire.

Il progetto dello smartworking non può essere lasciato alla banalizzazione delle applicazioni finora emerse su internet. E non può essere pensato senza tener conto di creatività, felicità, efficienza, resilienza. Il cambiamento reso possibile da internet sarà grandissimo. Ma bisogna immaginarlo, questa volta, prima di farlo.

Vedi:
Il lavoro del futuro. Il libro /1
Il lavoro del futuro. Il libro /2
Il lavoro del futuro. Il libro /3

ps. Alla Liuc, la seconda edizione del corso sul Lavoro del futuro, è arrivata a metà strada. Anche quest’anno gli studenti seguono le lezioni e producono un’inchiesta. Che poi viene pubblicata su VareseNews.

3 Commenti

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  • Bello riflettere sul tema in modo ampio, e per restare in scia colgo e rilancio su un punto che mi sta a cuore: la dimensione della cura e della felicità. Qui i luoghi del territorio che indichi, scuola e ospedali, sono di certo il primo cerchio attorno al benessere. Lasciamo che i cerchi si espandano e allora ecco che luoghi della cura e della felicità sono la libreria di quartiere e la biblioteca, ma anche il bar che accoglie in ‘smart studying’ gli studenti, al prezzo di un caffé per tre ore di tavolo e confort; il teatro, luogo di ristoro, esplorazione, narrazione, magia, e anche il cinema e il museo e altri, ah la cultura!; il posto dove faccio yoga o pratiche contemplative o la mia corsetta leggera all’aperto, e anche quell’angolo della casa ricavato con ingegno in cui mi raccolgo e rilasso. Sono alcuni esempi, la tua riflessione ispira di espandere i territori di cura e felicità, per avere una ‘smartitudine’ che centra su equilibrio e consapevolezza le ‘botte della vita’, Covid incluso.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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