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Dopo i lunghi dibattiti sulla trasformazione dei giornali, pensiamo un poco all’università

Non è finita la trasformazione dei giornali. È appena cominciata. Ne parliamo tanto che sembra una vita. Ma si tratta di un fenomeno che è cominciato attorno alla metà degli anni Novanta e ha accelerato dal 2005, fino a diventare dirompente dal 2008.

I giornali hanno resistito meglio della musica all’impatto innovativo di internet. E la televisione resiste meglio dei giornali. Ma chiunque pensi che la rete sia un fenomeno passeggero e che non costituisce un motivo di innovazione per ogni aspetto della vita culturale, sociale ed economica, si illude. Anche chi lavora in posti dove la rete è ancora relativamente poco influente.

È ora di parlare della trasformazione dell’università, mi pare.

Il motivo non è nell’ineluttabilità del successo della rete. Il motivo è nel cambiamento strutturale del contesto economico, sociale e culturale. Non è internet che causa il cambiamento epocale che viviamo, mi pare. Internet è stata però il mezzo più adatto ad accompagnare il cambiamento in atto.

Quindi, anche altri luoghi della conoscenza possono cominciare a riflettere su come si adatteranno al cambiamento. E uno di questi luoghi, affascinante come pochi, è appunto l’università. I mooc sono solo una forma possibile. C’è molto altro da creare, a giudicare dall’esperienza. E poiché molta internet è partita proprio dall’università, l’argomento è centrale e profondamente generativo. Anche perché la rete ha bisogno di qualità. E la società ancora di più.

Chi ha vissuto l’università degli anni Cinquanta e Sessanta la ricorda come un fantastico ascensore sociale e un grande sistema di formazione dell’élite adatta all’epoca. Chi l’ha vissuta negli anni Settanta ha sofferto e goduto di una enorme esperienza di dibattito sulla progettazione del futuro, in chiave etica, politica, filosofica. In Italia, purtroppo, il fenomeno si è accompagnato al clima plumbeo della violenza. Condannando il paese a vivere senza gioia un periodo storico dedicato a portare alle estreme conseguenze una grande narrazione dell’innovazione sociale. Poi sono arrivati i 30 anni dell’iperliberismo, durante i quali l’università è spesso stata confusa con una sorta di agenzia di servizi, a mio parere: un sistema per preparare al lavoro o per fare ricerca in nome di un insieme di necessità dell’economia del quale si capiva peraltro poco. Intanto, l’economia cambiava. E il disorientamento cresceva.

Intanto su internet si moltiplicano i modi per accedere a grande didattica senza particolari difficoltà. E la ricerca si modifica strutturalmente con strategie ridefinite dalle collaborazioni internazionali, dalle connessioni rinnovate con l’impresa, dalle visioni straordinariamente rivoluzionarie che alcuni centri stanno sviluppando, dalle possibilità aperte dalle nuove tecnologie. E persino il mondo delle startup si sta aggiungendo alla filiera della ricerca creando sempre nuove forme di sviluppo delle idee.

È probabile che l’accadamia sia sempre molto necessaria, probabilmente con forme nuove di rapporto con la società. La sfida dell’educazione informale si pone anche di fronte alla riprogettazione dell’università. È solo l’inizio di un cammino che parte dal ripensamento della scuola, passa per il redesign della formazione universitaria, arrivando a valorizzare in modo rinnovato la ricerca. Nell’economia della conoscenza, il valore si concentra sull’immateriale: la ricerca è il motore fondamentale e l’istruzione è l’investimento più importante.

L’università può ritrovare dignità. Ma il passaggio epocale che ha di fronte è particolarmente difficile per una struttura che non è fatta per il ritmo veloce della trasformazione contemporanea. C’è da pensare con passione ed energia a un tema meraviglioso. Forse le nuove forme della formazione diventeranno uno degli ambiti di maggiore espansione. Ma ci sono pensieri fondamentali da sviluppare.

Juan Carlos De Martin sta studiando il cambiamento dell’università e non si vede l’ora di leggere il suo libro. Clay Shirky ha scritto un pezzo da non perdere in materia. Una survey del Guardian di quasi un anno fa riporta alcuni dei temi di fondo: finanziamento, specializzazione e unicità, partecipazione degli studenti, leadership, internazionalizzazione.

Chissà se i commentatori a questo blog vogliono condividere esperienze e visioni.

Vedi anche:

Edited by John Brennan and Tarla Shah, Higher Education and Society in Changing Times: looking back and looking forward
Frank Harold Trevor Rhodes, The creation of the future. The role of the American university.
Shils, Edward, The Academic Ethic. The Report of a Study Group of the International Council on the Future of the University.
Walter Archer, Kirby Wright, University of Alberta, Back to the Future: Adjusting University. Continuing Education Research to an Emerging Trend
Henry Etzkowitz, Andrew Webster, Christiane Gebhardt, Branca Regina Cantisano Terra, The future of the university and the university of the future: evolution of ivory tower to entrepreneurial paradigm

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Rispondi a alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 02.02.14 | alcuni aneddoti dal mio futuro Cancel reply

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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