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A Pordenone. Esperienze e visioni sull’intelligenza della città

Oggi a Pordenone si parla di smart cities. In un percorso che riguarda anche il nuovo piano regolatore. Ecco un promemoria di riflessioni proposte qualche mese fa:

Esperienza. “We shape our buildings; thereafter they shape us”.

Molte citazioni che si trovano decontestualizzate su internet non sono una sicurezza dal punto di vista filologico. Ma questa citazione di Winston Churchill vale la pena di essere ripetuta. Perché introduce il tema delle smart city nel modo più ambizioso: siamo noi che diamo la forma ai nostri edifici, ma sono gli edifici che poi modellano la nostra vita e la nostra cultura. E a maggior ragione questo vale per le città. La prospettiva che serve a interpretare la nozione di smart city è inevitabilmente una prospettiva di lunga durata, nella quale l’esperienza umana si sedimenta nei suoi risultati e questi indirizzano il suo avvenire.

Il fatto che l’idea di smart city sia ormai di moda, o meglio sia ripetuta molto più spesso del solito, la rende “interessante”. Ma ciò che la può rendere “importante” è la sua eventuale connessione alle tendenze di fondo dell’evoluzione culturale e organizzativa della società.

Il problema è essenzialmente di modello decisionale. Chi sceglie? Come si evita il rischio che tutto sia condotto da ottiche di breve termine? Chi offre soluzioni per la smart city può essere un visionario oppure un imprenditore schiacciato dal bisogno di fatturare al più presto. Chi domanda soluzioni per la smart city può essere un innovatore sociale consapevole delle dinamiche culturali con le quali ha a che fare oppure un politico schiacciato dal ciclo elettorale. Il rischio è alto perché qualunque sia la scelta, è destinata a pesare sul lungo termine: per ridurre quel rischio l’unica strada è la riflessione e la consapevolezza. D’altra parte, la riflessione deve a sua volta essere orientata alla decisione e all’azione, altrimenti il rischio è che non si faccia nulla. Occorre una visione condivisa. E una sistematica definizione del campo d’azione.

Il contesto è a dir poco sfidante. Un mondo popolato da 7 miliardi di esseri umani, tendenti ai 9 nell’arco di qualche decennio, si copre di conurbazioni di vario genere. La vita materiale ne è sconvolta. Ma la sopravvivenza dipende dall’intelligenza con la quale ci sapremo coordinare e adattare al cambiamento.

Da questo punto di vista non possiamo comprendere il presente senza guardare alla lunga durata. E’ da un paio di secoli che la popolazione umana aumenta esponenzialmente. Siamo arrivati oltre il flesso e verso l’asindoto. Ma, nel corso dell’epoca industriale, ci siamo adattati a essere tantissimi sviluppando città e producendo beni in modo sempre più efficiente dal punto di vista dei conti economici, ma in modo abbastanza inefficiente in termini di uso delle risorse non rinnovabili, in termini di qualità della vita relazionale, in termini di valorizzazione delle dinamiche culturali di fondo. Il filone di ricerca che va sotto il nome di “economia della felicità” è una delle possibili sorgenti di ripensamento che rispondono a questa dicotomia. L’industrializzazione continua, ovviamente, in Asia, mentre in Occidente si è trasformata nella produzione di beni ad alto contenuto immateriale, tanto che si parla di una condizione economica post-industriale, spesso definita economia della conoscenza.

Visione. Il coordinamento degli individui avviene in base alle varie forme di intelligenza collettiva che la cultura è in grado di sviluppare. Stiamo parlando di strumenti di pensiero ai quali i cittadini si connettono e che li aiutano a coordinarsi in modo almeno apparentemente intelligente. Si tratta di strumenti: si appoggiano a tecnologie la cui specifica funzionalità è quella di aumentare le capacità di pensiero individuale e collettivo. I sistemi giuridici, i mercati finanziari, i media che si occupano di informazione, sono elementi dell’intelligenza collettiva. Le città lo sono a loro volta. In un certo senso.

Ma l’intelligenza collettiva non è la fine della storia. In realtà, la qualità e il valore di ciò che la società è in grado di produrre dipende dalla libertà di espressione individuale, dalla capacità di ciascuno di creare, di ricercare la propria felicità, di interpretare la propria vita, di esserne l’autore. Se ciascuno fosse completamente succube degli strumenti di coordinamento collettivo, la sua creatività e autorialità sarebbe bloccata.

Un’intelligenza collettiva ha conseguenze sulla capacità creativa di una società, sia nel bene che nel male. Se è troppo soffocante può uccidere l’espressione individuale. Se è troppo inefficiente può richiedere agli individui di sopperire con uno sforzo di coordinamento troppo grande e dunque ridurre gli spazi di espressione individuale. L’equilibrio perfetto ovviamente non esiste. Esiste la dinamica dell’adattamento.

L’adattamento funziona come negli ecosistemi attraverso un’evoluzione dei comportamenti individuali all’interno delle opportunità offerte dalle risorse comuni e delle strutture che hanno un’efficacia incentivante.

Una delle strutture che si sono dimostrate più favorevoli alla velocità dell’adattamento richiesta dalle sfide dell’epoca della conoscenza si è dimostrata essere la struttura di rete, abilitata in particolare dalla tecnologia internet. E’ dunque possibile pensare alla città intelligente come una città che abbia caratteristiche simili a internet?

L’idea di fondo è che la città sia una piattaforma abilitante per le attività che i cittadini sono in grado di sviluppare.

Se la città è una rete integrata che connette gli individui e ai quali lascia la libertà di interpretare la propria capacità di generare valore aggiunto, abbattendo i costi di transazione e valorizzando le attività individuali, si può definire “intelligente” e anche “smart”.

Occorre connessione, neutralità, apertura. Efficiente, facile, rispettosa.

Per arrivare a questo occorrerebbe che:
1. ogni elemento generatore di connessioni sia interconnesso in modo efficiente e neutrale
2. ogni elemento generatore di dati offra i suoi dati all’insieme dei cittadini in modo aperto
3. la libertà degli individui sia difesa dall’invadenza del controllo collettivo
4. ogni individuo sia capace se vuole di contribuire con il proprio servizio e contenuto
5. i dati mancanti vengano generati da sensori innovativi che conferiscono poi i dati all’insieme

Quello che va costruito, a quanto pare, è un layer che integra e rende interoperabili i diversi sistemi di connessione ereditati dal passato (denaro, trasporti, comunicazioni, ecc) e quelli da costruire (sensoristica, sicurezza, privacy…).

In pratica, la smart city sarebbe una piattaforma sulla quale si sviluppano le applicazioni ereditate dal passato e quelle che si possono inventare per il futuro. Non si occupa delle applicazioni, ma della possibilità per i cittadini di inventarle.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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