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I dati non sono petrolio. Riflettendo su un testo di Maria Savona

La metafora estrattiva dei dati come petrolio dovrebbe essere superata (Nòva). I dati non sono una risorsa simile al petrolio. Hanno un grande valore, questo sì: ma lì finisce la metafora. Eppur per regolarne l’utilizzo, per immaginarne la capacità generativa di valore, per impedire gli abusi e liberalizzare la creatività, abbiamo bisogno di comprenderli. Per fare entrare qualcosa in una cultura, le metafore sono una porta d’accesso, perché avvicinano il nuovo al conosciuto. Ma alla lunga possono indurre in errore.

A che cosa assomigliano davvero i dati?

Alla Commissione europea se lo sono domandati. L’economista Maria Savona, dell’università del Sussex, ha proposto tre possibili interpretazioni. Ne parla in un blog-post.

“We could think of ‘Data as Capital’ – as an asset (albeit an intangible one), the owners of which could be taxed by fiscal authorities. Such a taxation scheme could be implemented by new fiscal institutions operating at a supranational level, given that traditional, national tax bases are being increasingly undermined.

Or, if we think of ‘Data as Labour,’ those who create and process them could be paid a wage premium. This approach could yield a range of advantages, from improving the quality and quantity of data to increasing the productivity of AI systems.

A third, potentially more inclusive option we identified is to treat ‘Data as Intellectual Property.’ The ownership of data belongs with those who generate it – either workers within a firm or consumers / users of a firm’s services – and is treated as their intellectual property. If these data are then used by the firm to increase their (intangible) capital stock, this ownership must be recognised and paid an Intellectual Property Right (IPR). Through this different type of contract (on the basis of IPR rather than labour contract), firms would pay a license to use such data, but that license should be tax-free for the workers / consumers.”

In effetti, i dati sono il frutto dell’incontro di un’attività degli umani che lavorano adoperando macchine che spesso non sono di loro proprietà e che servono a generare un modello di business coerente con quello dei proprietari delle macchine stesse. Finora i dati sono finiti nelle macchine e i loro proprietari se ne sono appropriati. Ma non è necessariamente così. I dati non sono necessariamente una cessione di informazioni in cambio di un servizio: anche perché la maggior parte delle informazioni personali non sono davvero cedibili, ma fanno invece parte della persona. Se esistessero piattaforme che raccolgono dati garantendo la giusta collocazione dei dati stessi, in modo da non espropriarne i generatori, tutto l’ecosistema internettiano migliorerebbe, tornando decentrato e probabilmente più creativo. La terza metafora è più interessante delle altre. Se le persone hanno una conoscenza e quello che fanno con le macchine che raccolgono dati è un’opera del loro ingegno, l’idea della proprietà intellettuale potrebbe essere particolarmente precisa. I dati come proprietà intellettuale sono un valore generato dalla conoscenza personale che deriva dalle qualità personali: le qualità personali non sono cedibili, la conoscenza che generano è delle persone, i dati possono essere ceduti in licenza dagli autori ai proprietari delle macchine che li raccolgono. È un modo di pensare sul quale riflettere.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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