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Fake news. Un buon bicchiere molto pieno. Con un pizzico di veleno

Una ricerca pubblicata su Human Highway News ha fatto dire a MediaHub che la diffusione di bufale in rete è una bufala. I motivi di questa controversa convinzione sono da cercare nel fatto che solo una piccola quota del traffico sui siti che fanno informazione è destinato a siti che fanno informazione-bufala (Human e MediaHub):

Ma quanto è diffuso il problema delle bufale nel nostro Paese? A dare una risposta alla domanda arriva la desk research di Human Highway, il cui amministratore delegato collabora da tempo con DataMediaHub.

Partendo dalla black list di Bufale.net sono stati analizzati 129 siti di disinformazione medica, scientifica, politica, religiosa e razziale, siti di scandali e complotti.

Secondo la ricerca l’insieme dei 129 siti ha ottenuto nello scorso mese di novembre 23.7 milioni di visite, il 63.8% delle quali provenienti da un social media [nel 98% dei casi si tratta di Facebook]. A confronto con i 93 siti editoriali più popolari in Italia [le testate d’informazione responsabili, con redazione e giornalisti], il traffico Web dei siti che fanno sistematicamente disinformazione è pari a meno di un ventesimo. Le 93 testate editoriali esaminate, infatti, sviluppano nello stesso mese di novembre 569 milioni di visite da desktop e mobile sui propri siti Web. A differenza dei siti “incriminati”, la provenienza di traffico sulle testate editoriali da social è limitata complessivamente al 13.3%.

I bufalari peraltro sono molto bravi a usare i social, più dei normali giornali. Che a loro volta sono tutt’altro che esenti da bufale.

Il lato controverso di questa interpretazione non sta nei numeri ma nella loro interpretazione. In un ecosistema dei media, basta poco inquinamento per avvelenare tutti. Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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