In che ecosistema vive il giornalismo

In che ecosistema vive il giornalismo

Le ultime notizie non sono sorprendenti. In un mercato maturo e in contrazione le imprese si consolidano. E l’Espresso si è presa la Stampa che a sua volta aveva conquistato il Secolo XIX. Molti sono sicuri che questo genere di notizie continueranno. Sono del genere “cane morde uomo”. Tutti i giornalisti sanno che è farebbe più notizia “uomo morde cane”. Ma dove si trovano notizie del genere nel giornalismo italiano?

Il punto è che il sistema editoriale italiano si sta accorgendo che l’ecosistema di riferimento del giornalismo non è più quello di una volta. Negli ultimi quindici anni la grandissima parte delle informazioni sono andate su tecnologie digitali, il tempo passato sui media dai cittadini si è trasferito su quattro o cinque piattaforme (americane) che controllano la distribuzione e la monetizzazione delle informazioni in formato digitale, le nicchie ecologiche tradizionali sono invase da nuove iniziative d’informazione più adatte al nuovo contesto e la strategia della difesa dell’editoria tradizionale è sempre meno credibile. Pubblicità va verso le piattaforme americane. L’acquisto di notizie sta cominciando a funzionare per piccoli gruppi di persone. Le strutture di costo della produzione di informazioni giornalistiche sono ancora in piena rielaborazione.

Se i giornali vogliono darsi una strategia possono partire con la prospettiva giusta o con quella sbagliata. La prospettiva sbagliata è: prima o poi tutto tornerà come prima, normale, facile per gli editori di giornali, quelli che fanno informazioni che si autodefiniscono di qualità. La prospettiva giusta è: in un contesto radicalmente diverso, solo le strategie radicalmente innovative possono inventare un nuovo spazio per l’informazione giornalistica.

Insomma, gli editori dovrebbero pensare come startupper, non come aristocratici spiantati che sperano che il loro antico prestigio li salvi dai debitori.

Hanno un unico punto di forza. Il giornalismo può essere un modo per trovare informazioni generate con un metodo di qualità: accuratezza, indipendenza, completezza, legalità. Pubblicare notizie verificate, proporzionate, ben strutturate sul piano narrativo. Un pensiero tradizionale, forse dimenticato nel tempo, ma che può ispirare una nuova generazione di giornalismo. Questo genere di “prodotto” innovativo può trovare forme di business interessanti, anche in un contesto nel quale la maggior parte del tempo si passa su Facebook, Apple, Google, Amazon, Microsoft. Perché oltre al tempo, hanno valore l’attenzione e la reputazione.

Se non succede nulla di “creativo” in tal senso, Facebook e simili tendono a ingoiare tutto, dicono alla Columbia Journalism Review. E peraltro Fb vuole anche WordPress (Nieman).

Intanto, Andreas Graefe (Tow Center for Digital Journalism) ha raccolto le informazioni sullo sviluppo dell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla produzione “giornalistica”: Guide to Automated Journalism.

E il pubblico che usa gli adblockers non cessa di sfidare uno dei modelli di business tradizionali (Guardian).

È probabile che le strategie si separino:

1. Una strategia è fare molto molto traffico per fare un po’ di soldi di pubblicità. Il rischio è che ogni passo in più verso il traffico sia un passo indietro dal giornalismo. È solo un rischio naturalmente: molti giornali che seguono questa strategia possono ancora combattere per l’indipendenza. Ma credo che possano ammettere la crescente difficoltà in questo senso.

2. Una strategia è puntare sugli abbonamenti per chiedere ai lettori di sostenere il loro giornale. I giornali che hanno un passato di servizio e riescono a ritrovare il bandolo della matassa identitario possono ritrovare anche un fatturato grazie al pubblico pagante. Forse è il percorso più sano. Anche se non è per tutti.

3. Una strategia è inventare costantemente tecnologie nuove per rendere la piattaforma editoriale più interessante per il pubblico che vuole qualcosa di distintivo rispetto al flusso dei social normali e creare condizioni per modelli di business nuovi (tipo formazione o eventi).

Queste tre dinamiche potrebbero generare tali differenze di struttura da portare nel tempo a chiamare con nomi diversi i vari giornalismi che si sviluppano con le tre strategie.

Nel caso della strategia pubblicitaria il tema è combattere contro l’attrazione fatale di Facebook e Google, fortissimi. O gli editori si alleano con le piattaforme americane e si prendono le briciole. O gli editori inventano continuamente soluzioni creative per aumentare il valore aggiunto delle campagne sulle loro piattaforme. O cercano ogni forma di fusione tra pubblicità e informazione giornalistica (sob).

Nel caso della strategia degli abbonamenti si tratta di investire nella qualità del lavoro giornalistico. È forse la migliore delle soluzioni. Non tutti hanno il talento e il sistema di costi adatto. Le storie del Financial Times e dell’Economist mi paiono da seguire in questo senso.

Nel caso della strategia a base di innovazione tecnologica occorre trasformare radicalmente gli editori in aziende tecnologicamente avvertite, orientate al beta, e pronte a investire con modelli di business da inventare a valle della conquista del tempo e dell’attenzione del pubblico. Washington Post va seguito (piccole notizie si susseguono). Ma i colpi del New York Times sono sempre belli da vedere e da studiare (Nieman).

Di certo c’è solo un punto di vista: non siamo di fronte al cambiamento del contesto nel quale si sviluppa il giornalismo. Questo è già avvenuto. Ora si tratta di vedere quali editori, giornali o giornalisti troveranno le loro nuove nicchie ecologiche.

Intanto, altre piattaforme continueranno a cercare spazio. Quelle come Medium che puntano sul design per sostenere la qualità. Quelle come Coursera che si espandono a partire dall’autorevolezza delle università ma potrebbero entrare nell’informazione. Quelle come i media civici che puntano sulla metafora e il design per creare nuove forme di partecipazione consapevole dell’opinione pubblica. Gli editori si troveranno la concorrenza di tutte queste novità che invece potrebbero cercare di coltivare come alleati. E le storie di inchiesta cercheranno di trovare a loro volta i loro nuovi percorsi senza editori: con documentari, game, musica informativa, fotobook, docuweb, ricerche collettive internazionali, satira informativa, whistleblowing…

ps. Si avvicina il Festival del giornalismo e le riflessioni in materia si moltiplicano.

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