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Se gli americani cominciano ad apprezzare la storia

Il caso del metodo di insegnamento della storia proposto e praticato dai promotori del Big History Project è un motivo di speranza. In un paese come gli Stati Uniti dove i benpensanti dicono “that’s history” per definire qualcosa come superato e non importante, in un paese che dibatte sull’opportunità di insegnare ai ragazzi la storia naturale se non combacia con il racconto letterale della Bibbia, in un paese in uno stato non riesce a decidere se includere i diritti civili nel curriculum scolastico accusando chi li propone di un approccio troppo “liberal”, il successo di un ritorno al rispetto per la storia è fondamentale.

La soluzione proposta dal Project è di insegnare le competenze – come la capacità di prendere decisioni, ad esempio – rivivendo attraverso i fatti e la discussione i momenti decisivi della storia. I ragazzi partecipano con passione. Imparano i fatti ma non vedono questa attività come fine a sé stessa: perché i fatti servono alla loro discussione che culmina in una simulazione dei decisioni. Una descrizione sintetica del metodo è su The Atlantic.

La dicotomia tra l’insegnamento delle competenze – saper lavorare in squadra, saper fare ricerca, e così via – e l’insegnamento delle conoscenze – sapere quando è avvenuta la Rivoluzione Francese o chi ha vinto a Waterloo – è falsa. Non è questione di evitare il nozionismo o di perdere di vista il sapere tradizionale: le competenze hanno bisogno dei fatti per potersi sviluppare su una base reale e i fatti hanno bisogno delle competenze per poter essere interpretati e apprezzati. È essenzialmente una questione di metodo.

È un passaggio che anche in Europa e in Italia sta avvenendo. Il piano Buona Scuola ne parla. Impara Digitale ci lavora. E molti insegnanti lo sanno da tempo: ora anche i programmi e le pratiche scolastiche vanno adeguati.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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