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Creatività. Esiste un movimento per il giornalismo performativo

Il giornalismo non è quella cosa che viene pubblicata sui giornali. È una disciplina di ricerca che con un metodo abbastanza artigiano – fatto di documentazione, verifica, indipendenza, accuratezza, legalità – produce conoscenza. Magari non è sempre scoperta, più spesso è svelamento, o almeno diffusione per un pubblico più vasto di qualcosa che sapevano in pochi. Un pubblico informato è l’obiettivo del giornalismo. I giornali, nella loro forma tradizionale, sono solo una delle soluzioni per fare incontrare il giornalismo con il pubblico.

Da un po’ di tempo, il giornalismo si fa anche in teatro e nel contesto della performance.

Un successo recente, come quello di Mark Thomas con Cuckooed, in UK, lo dimostra. Thomas è un attore esperto. Che ha fatto uno spettacolo basato sul giornalismo investigativo: quello che produce nuova conoscenza. Il fatto lo riguarda personalmente: ha scoperto e documentato come un suo amico in realtà fosse una spia mandata da una compagnia che vende armi, la BAE Systems, per controllare i suoi movimenti, con il permesso dello stato per giunta. Lo spettacolo ha avuto conseguenze sulla coscienza dei britannici. E le sue scoperte hanno avuto conseguenze in Parlamento (The Komisar Scoop). La sensibilità del tema della sorveglianza, in questo periodo, si sta evidentemente innalzando.

Con forse meno ricorso al giornalismo investigativo ma con una chiara tensione informativa in Italia si assiste allo sviluppo per personaggio di Maurizio Crozza. Certo, in Italia i fatti non sono separati quasi mai dalle opinioni. Ma la satira offre uno spazio di sottolineatura dei fatti che altrove non si trova altrettanto facilmente. E sulla stessa linea, con forza informativa notevole, soprattutto per la difficoltà dei temi trattati, agisce John Oliver, un british negli Stati Uniti, emerso essenzialmente in televisione. E l’importanza della qualità performativa di chi racconta per sviluppare una narrazione informativa è testimoniata anche dal successo del britannico Russell Brand, conduttore e attore, ma anche autore tra l’altro di Revolution.

La connessione della ricerca giornalistica con la sua espressione in chiave contemporanea è un tema aperto e importante. Una società informata è probabilmente migliore. Ma una società nella quale il giornalismo si esprime in modo inadatto al linguaggio, ai tempi, alla scarsità di attenzione tipica di quest’epoca, perde delle opportunità. È chiaro che non tutto può essere fatto in teatro. Ma è anche chiaro che sempre più cose sono fatte in teatro e con le capacità degli attori.

Naturalmente moltissimi giornalisti lavorano già oggi sul palco dei teatri. E ci sono format giornalistici di vario genere che si svolgono in forma fisica sul territorio. Il tema è andare oltre la traslazione della metafora del giornale o del talk show sul palcoscenico per costruire vere e proprie performance, per mettere in scena il lavoro di ricerca giornalistica. Non stiamo neppure parlando delle forme di performance giornalistica per le quali si privilegia la ricerca del consenso alla trasmissione di informazioni documentate, come avviene nel caso archetipico, in molte cronache sportive nelle quali il tifo del giornalista non viene nascosto e anzi prende qualche volta il sopravvento sulla precisione informativa.

La creatività parte ovviamente dall’immaginazione ma non esiste se non arriva a “creare” qualcosa davvero: nell’informazione, qualcosa si crea davvero solo quando arriva al pubblico. Sarebbe il solito errore di banalizzazione tirarne la conclusione che anche questo fenomeno contribuisce alla fine della forma-giornale. Più che altro è la dimostrazione che mentre gli editori devono trovare le soluzioni ai loro problemi di modello di business, i giornalisti devono arricchire il loro bagaglio di capacità.

Non è necessario che tutti i giornalisti diventino anche attori. Piuttosto è necessario che imparino a lavorare in squadre composte da persone con capacità diverse. Nelle quali il lavoro di ricerca di informazione è una componente, la qualità autoriale un’altra, ma si immergono in contesti definiti da esperienze molto diverse. Nella dimensione della performance, il lavoro degli autori si accompagna a quello di molte altre professionalità – regia, performance, organizzazione, e così via – e il progetto è chiaramente un lavoro di team. Ma su questo piano si può trovare anche un’indicazione per le strutture giornalistiche più tradizionali: anche i grandi lavori investigativi dei giornali si stanno trasformando, per il lavoro di squadre alle quali partecipano con eguale importanza creativa gli autori, i designer, i programmatori. Il lavoro giornalistico si adeguerà, probabilmente.

Vedi anche:
Can journalism be the next big thing?

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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