Editoria tra costruzione dello spazio sociale e modello business. Al Festival del giornalismo

Al Festival del giornalismo, tra le mille cose importanti e interessanti, oggi c’è anche un dibattito con Giulio Anselmi, Paolo Peluffo e Angelo Agostini, cui contribuisco. Il titolo è vagamente scontato: “Dalla carta stampata al digitale: come cambia l’editoria”. Ma la spiegazione è molto interessante: “L’editoria contribuisce in maniera determinante alla costruzione dello spazio sociale in cui si formano le opinioni e si svolge la nostra vita quotidiana. I cambiamenti tecnologici degli ultimi anni, in particolare con l’accesso in mobilità (la telefonia mobile), obbligano a ripensare il business model delle imprese editoriali e le modalità di fruizione dei contenuti. Lo scenario attuale e le prospettive future”.

La discussione si potrebbe concentrare sul ruolo attribuito all’editoria: che nello stesso tempo costruisce spazio sociale e fa business.

L’editoria non è certo l’unico settore imprenditoriale al quale viene attribuita una forte responsabilità sociale. L’architettura e l’edilizia per esempio potrebbero essere considerata altrettanto importanti da questo punto di vista. Ma è un settore nel quale i modelli tradizionali sono in crisi e che richiede innovazioni veloci e profonde. La sua struttura imprenditoriale si sta trasformando velocemente: gli editori tradizionali hanno perso il controllo sulla tecnologia e vengono spesso spiazzati dal punto di vista imprenditoriale, mentre ancora non sappiamo se i prossimi editori sono destinati ad essere quelli che oggi innovano la tecnologia digitale (Amazon, Apple, Google). Forse piuttosto si vedrà una molteplicità di funzioni imprenditoriali nello spazio dell’editoria (piattaforme di distribuzione, marketing, scelte culturali). Tutto questo comunque avrà anche una funzione sociale.

C’è la tentazione di pensare che se un’attività economica ha una rilevante funzione sociale allora debba essere regolata perché non si imponga troppo sulla società e nello stesso tempo debba essere salvaguardata perché non vada in crisi cessando si svolgere quella funzione sociale tanto importante. Su questi aspetti, la discussione è aperta. Ma c’è qualcosa che dovrebbe emergere a correzione di un eccesso di dipendenza dell’editoria dalla politica e dallo stato: la funzione della comunità. I commons culturali sono una ricchezza di tutti e la comunità deve imparare a gestirli efficientemente, aiutandone anche la sostenibilità economica. Molto si sta già facendo su internet. E molto di più si può fare. Questa dimensione del bene comune non è il nemico dell’editoria imprenditoriale: garantisce lo sviluppo di un pubblico educato e di una continua formazione di autori preparati, oltre a costituire la miniera d’oro della conoscenza dalla quale ogni editoria trarrà sempre il suo valore. Ovviamente questo non significa abbandonare il diritto d’autore, ma significa che eccedere con la protezione del copyright solo per salvaguardare il modello attuale dell’editoria ma in modo da rischiare di impoverire il pubblico dominio e l’innovatività della rete sarebbe controproducente per la stessa editoria. Imho.

Vedi anche:
Digital content economics
Diritti umani e copyright

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